Intervista con Francesco Mancusi (fondatore di GoWar)

di Nicola Mattina il 25 gennaio 2012

Francesco Mancusi è fondatorore di Gowar, startup nata durante uno Startup Weekend e incubata a Treviso da H-Farm. A prima vista, il gioco sembra una specie di Risiko, ma in realtà Gowar è del tutto differente e sotto la superficie c’è molto di più ;-)

Il prodotto
GoWar è un gioco di strategia geolocalizzato che consiste nell’espandere un impero all’interno di territori reali disposti intorno a noi utilizzando delle armate. E’ disponibile sia per iPhone che per Android.
All’interno, ci sono varie componenti, tra cui un sistema di badge che corrisponde all’avanzamento nei gradi militari, missioni da svolgere e la possibilità di acquistare armi speciali.
Lo scopo finale del gioco è di occupare i posti più alti nella classifica generale. Si tratta di un settore ancora inesplorato anche a livello internazionale, e noi siamo tra i pionieri in questo campo. Esistono altri esempi simili, in Finlandia e negli Stati uniti, ma nessuno si è ancora affermato come leader.

La formazione e la vocazione imprenditoriale
Nicola Brisotto e io, rispettivamente Ceo e Vp development, siamo i cofounder della società, mentre gli altri collaborano dall’esterno. Entrambi intorno ai 30 anni e una formazione tecnica: Nicola è un software engineeer specializzato in mobile e web development, mentre io sono ingegnere elettronico e image scientist, una specializzazione che ho ottenuto in Inghilterra e che riguarda, semplificando, la realizzazione di programmi per l’analisi delle immagini digitali.
Il contatto con il mondo delle startup, per me, c’è stato subito dopo l’università, attraverso un’esperienza da programmatore in una società che si trovava all’interno di un altro incubatore. E’ stata l’occasione per iniziare a conoscere quel tipo di ambiente e imparare. Quando poi è arrivata l’opportunità giusta, l’ho colta e ho deciso di dedicarmi totalmente a questa scommessa.
Credo che scegliere un lavoro all’interno di un’azienda per “sistemarsi” sia piuttosto anacronistico, credo piuttosto nel mettersi continuamente in gioco, continuare a imparare e cercare di crescere sempre.
Tra i miei coetanei ci sono molte persone che la pensano e agiscono come me, a volte facendo di necessità, virtù. Considerando che i canali tradizionali sono intasati, fare imprenditoria è un modo per trovare la propria strada con una spinta in più.

Dall’idea al prodotto
L’idea è nata durante uno Startup Weekend organizzato in Italia da H-Farm ed è stata presentata durante la manifestazione da Enrico Zeffiro, seguita da un brainstorming e dalla elaborazione del concept.
La manifestazione era organizzata insieme a H-Farm, noi abbiamo vinto quell’edizione e Riccardo Donadon ci ha contattato e ha verificato la possibilità di iniziare a lavorare insieme
Siamo usciti da quel weekend con la sola idea di base, e cioè di avere un layer geografico e la possibilità di costruirci sopra un gioco di strategia che eravamo convinti potesse incontrare il consenso di un’ampia base di utenti.
Una volta arrivato il finanziamento da H-Farm è iniziato lo sviluppo di un prodotto molto diverso da quello che avevamo concepito inizialmente.
Per arrivare alla prima release su App Store ci sono voluti 6 mesi di lavoro, in cui abbiamo sviluppato tutta l’interazione utente, la grafica, la parte server e client, fatto il beta testing e prodotto le relative modifiche.
Siamo usciti a metà giugno 2011 e da quel momento abbiamo iniziato un processo di avanzamento della tecnologia e di miglioramento dell’interfaccia, e contemporaneamente abbiamo sviluppato l’applicazione per Android.
Dopo il lancio su appstore abbiamo avuto anche una buona visibilità perché avevamo creato una buona base prima del lancio, gli utenti sono cresciuti e abbiamo fatto il proof of concept, ossia verificato la validità del modello di business e la possibilità di investire ancora.
Il gioco è stato sviluppato in modo tale da avere una consistente base di utenti ma anche una percentuale molto bassa di questi che hanno ottenuto una posizione di potere all’interno delle meccaniche di gioco.
Questa è una tra le critiche più rigide che riceviamo dall’utenza, da cui otteniamo i feedback che ci servono per definire le modifiche da implementare.
Per ovviare al problema dello “strapotere” di alcuni giocatori abbiamo introdotto dei costi di mantenimento delle armate, tali per cui via via che l’impero si espande per il giocatore potente diventa più difficile passare al livello successivo. In questo senso, pensiamo di continuare a lavorare per sviluppare regole sempre più precise.
Attualmente abbiamo circa 2.500 utenti attivi, divisi tra Android e iOS e concentrati per la gran parte in Italia. Stiamo lavorando alla realizzazione di una piattaforma sociale in cui gli utenti, autenticandosi, possono condividere tip and tricks sulle strategie, fare segnalazioni e verificare nel dettaglio le stats della loro posizione nel gioco, e che ci servirà anche come base per il lancio dell’app nel web.
Ad oggi, l’app è freemium. Ci sono delle armi speciali che possono essere acquistate con soldi reali per permettere agli utenti di accelerare la loro crescita nel gioco. Accanto a quello strategy, Stiamo implementando l’aspetto social del game: basti pensare che l’interazione degli utenti sulla piattaforma influisce sulla determinazione del punteggio nel gioco. Come logica, quindi, ci posizioniamo un po’ nel mezzo: i modi che abbiamo per incrementare i fattori di viralità sono quelli di incentivare gli utenti, tramite dei bonus, a invitare altre persone, o spingerli ad acquistare altre armi facendo loro capire che può avere un valore all’interno della partita. Le metriche di riferimento, quindi, non sono diverse da quelle di un social game.

L’azienda intorno al prodotto e l’incubazione in H-Farm
Attualmente siamo in quattro a lavorare in GoWar, più diversi collaboratori esterni che curano la grafica.
In quanto startup, la nostra azienda è nata intorno a un prodotto, che è il gioco GoWar.
Ma per arrivare al gioco si passa attraverso diverse fasi. Oltre all’ideazione del concept, c’è la realizzazione di un server in grado di gestire tutto lo sviluppo dell’app, la realizzazione della piattaforma social e altri fattori.
Il nostro obiettivo è quello di replicare gli stessi meccanismi per creare altri giochi con componenti geolocalizzate e sociali, di cui GoWar rappresenta il primo esperimento.
Durante lo sviluppo del progetto ci siamo imbattuti in modelli teorici come quello del customer development, e stiamo imparando strada facendo. In questo senso H-Farm funziona molto bene e parte del nostro lavoro consiste proprio nel confronto con il know-how presente all’interno della struttura. In questa fase siamo parecchio concentrati sulla definizione delle evoluzioni successive del prodotto, ma l’essere incubati riguardo alla costruzione di modelli e all’elaborazione di una base teorica dà molti vantaggi.
H-farm è una fattoria in mezzo alla campagna trevigiana in cui i diversi locali sono stati adibiti a sale riunioni, open space e uffici ad uso delle diverse startup presenti. Noi occupiamo uno di questi spazi. Inoltre, da poco è stato inaugurato all’interno della struttura uno startup village dedicato al programma di seeding, ossia alle prime fasi dell’incubazione, prima che le startup assumano dimensioni più consistenti.
Viviamo quindi in un ambiente in cui c’è molto scambio e confronto tra persone che lavorano per società con obiettivi anche molto diversi.

Il funding e il mercato
H-farm prevede una prima fase di pre-seeding orientata allo sviluppo del prototipo che puÚ andare dai 3 ai 6 mesi, seguita da altre fasi di durata variabile per il prosieguo dello sviluppo.
Noi abbiamo ricevuto solo un round da H-Farm e stiamo andando avanti con quello e con le revenue generate dalla app. Il nostro obiettivo è di ottenere un altro round per poter accelerare il processo di crescita.
Dal punto di vista del mercato, avanziamo parallelamente tramite i contatti forniti da H-Farm e il nostro lavoro di networking, che portiamo avanti partecipando ad eventi italiani e internazionali. Di recente sono stato a Helsinki dove ho avuto l’opportunità di conoscere investitori e startup molto interessanti per il nostro lavoro, anche perchè in Finlandia c’è una cultura del gaming molto radicata. Tra gli altri, ho conosciuto anche i creatori di Angry Birds. Complessivamente, quindi, lavoriamo per trovare contatti attraverso diversi canali e su più fronti.

Il futuro
Attualmente siamo integrati con Facebook. Nel futuro più immediato, prevediamo il lancio di un’app per l’aggregazione della community e di diversi elementi in un unico punto sul web, con un forum di discussione all’interno di una sorta di micro social network che servirà anche a lanciare iniziative come tornei e sfide.
Tra 5 anni spero di potermi occupare di un’altra startup. Mi sento un imprenditore seriale, e considero stimolante la prospettiva di continuare a crescere, mettersi in gioco e ripartire al momento giusto.

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Intervista con Stefano Passatordi di Searcheeze

di Nicola Mattina il 23 gennaio 2012

Credo di aver visto Stefano Passatordi per la prima volta quando è venuto a presentare la sua startup al Techgarage di Roma ormai tre anni fa: alto, pelato, simpatico, socievole. All’inizio non avevo capito molto bene che cosa volesse fare, ma mi aveva impressionato il fatto il suo nome fosse abbinato a quello di Lorenzo Thione, il creatore della tecnologia che sta alla base del motore di ricerca di Microsoft. In questo periodo mi sembra cresciuto tantissimo, ha cambiato prodotto e soci, ma non è venuta la determinazione a portare avanti il suo progetto.

La formazione e gli inizi
Ho 28 anni e vengo dalla Lucania, una regione che considero ricca e piena di potenzialità.
Il mio background formativo è tecnico, ho preso una laurea triennale in informatica all’Università di Potenza, e la specialistica in tecnologie informatiche all’Università di Pisa.
Mi sono laureato nel dicembre 2008 e subito dopo ho iniziato a lavorare con un altro ragazzo al progetto di un tool che consentisse di fare snip and share, e in particolare una barra che permettesse agli utenti di selezionare singoli elementi di pagine web e condividerli istantaneamente sui maggiori sistemi social. L’idea ci è venuta perché per motivi di studio avevamo bisogno di prelevare pagine e sezioni di pagine web e all’epoca c’era solo Evernote, che stava partendo, ma non era soddisfacente per le nostre esigenze.
Da buoni informatici, decidemmo di sviluppare autonomamente il nostro sistema, che prese subito piede coinvolgendo utenti da tutto il mondo. Nell’arco di 6-9 mesi raccogliemmo i primi finanziamenti da DPixel, e da quel momento è iniziato il percorso che ci ha portato fino ad oggi.
Personalmente, ho avvertito la vocazione imprenditoriale fin da adolescente, quando facevo da tramite nelle compravendite su Ebay. All’università ho condiviso la mia propensione a fare impresa con Carlo e insieme abbiamo iniziato a lavorare al progetto, aiutati dal fatto che il settore informatico, e quello web in particolare, è l’unico che consente di partire con una propria attività anche con un investimento ridotto. Decidemmo di fare un tentativo e che se non fossimo riusciti avremmo iniziato a mandare curriculum per lavorare nelle aziende. Ma non è mai stato necessario.

La nascita dell’azienda, il fundraising e il ruolo degli investor
Per i primi mesi ci hanno sostenuto le nostre famiglie, e questa è stata una fortuna. Verificato che gli utenti c’erano, iniziammo la ricerca di capitali.
Cercando in rete i possibili investor italiani scoprimmo che DPixel organizzava il Techgarage a Roma e decidemmo di partecipare. All’evento conoscemmo personalmente Gianluca Dettori e iniziammo una serie di incontri che ci portarono poi a ottenere i capitali, e soprattutto ci permisero di verificare che l’idea funzionava, rispondeva ad un need preciso e poteva scalare. Fummo bravi ma anche fortunati nel trovare i fondi in tempi brevi, meno di 6 mesi da quando avevamo iniziato i contatti.
Ci furono 2 tranche di investimento: un seed, servito a farci terminare il prodotto e testarlo sul mercato statunitense, e un ulteriore finanziamento arrivato a inizio 2011, per un totale di circa 300mila dollari.
Inizialmente, avevamo costituito la società a Londra, ma con l’ingresso di DPixel scegliemmo di spostarci in Delaware, dove siamo tuttora.
Gianluca Dettori è una persona con mille idee, così tante che a volte può perfino travolgerti. Per questo è utile filtrare i suoi consigli e mettere a frutto le indicazioni che sono più utili nel momento specifico che l’azienda sta vivendo, cercando di restare focalizzati sugli obiettivi, specie quando non si hanno ancora risorse, persone e tempo a sufficienza.
La fase del seed è stata quella in cui siamo stati assistiti più da vicino, perché non avevamo esperienza né conoscenze su come gestire un’azienda. Il ruolo dell’investitore non è solo quello di finanziare un’iniziativa, ma anche di seguire e offrire alle startup gli strumenti giusti per espandere il business. Gianluca Dettori ci ha presentato molte persone: il sostegno nella costruzione del network è un apporto fondamentale da parte di chi investe.
Con il tempo, ci siamo resi più autonomi e oggi ci sentiamo quando c’è la possibilità di un’introduzione, per i board della società o per un’esigenza specifica, una o due volte al mese.
Nella primavera del 2010 è entrato come advisor anche Lorenzo Thione che riveste per me un ruolo importantissimo, perché rappresenta il nostro canale con gli Stati Uniti, conosce l’ambiente ed ha molti contatti tra persone e società che posso essere utili allo sviluppo del nostro progetto. In più, è una persona molto orientata al prodotto. Più recentemente è arrivato Augusto Coppola, che sentiamo molto spesso.

Da Ibrii a Searcheeze
Il passaggio è avvenuto quando siamo stati per prima volta negli States. Attraverso Lorenzo abbiamo avuto l’opportunità di incontrare angel e investor di startup importanti e abbiamo raccolto tantissimo feedback, affrontando anche diversi appuntamenti al giorno.
Il messaggio che ci arrivava da tutti era lo stesso: tecnologia e idea erano valide perché semplici e potenti, ma il prodotto veniva ancora percepito come un tool piuttosto che come un’applicazione.
Da questa indicazione abbiamo cominciato a pensare alle possibili evoluzioni del progetto, ed è iniziata la fase più difficile. Il pivot è iniziato nell’autunno del 2010 e sta terminando solo ora, ed il passaggio ha comportato non poche difficoltà: passare da un prodotto ad un altro cercando di mantenere ciò che di buono era stato fatto e trovare un riscontro da parte dei costumer non è un’operazione banale.
Scegliemmo di dedicacare il 2011 alla ricerca di una nuova strada e la prima alternativa che abbiamo trovato è stata la search-collaboration, che si basava sul core di Ibrii combinato con la possibilità di operare in forma collaborativa e la gestione dei contenuti attraverso il sito.
Abbiamo testato l’idea due volte: una a Barcellona, dove siamo arrivati finalisti ad un evento, mentre la seconda conferma è arrivata a San Francisco, dove gli investor che ho incontrato mi hanno fatto capire che ciò che stavo facendo era content curation e mi hanno aperto un mondo che è diventato importantissimo per l’azienda.
Con il nuovo prodotto e senza alcuna operazione di marketing né investimento in pubblicità siamo arrivati in pochi mesi a 20mila utenti registrati. Oggi cresciamo di mese in mese e nelle prossime settimane pensiamo di introdurre dei sistemi virali che crediamo ci porteranno all’esplosione della piattaforma.

Costruire (e ricostruire) il team. Gestire la crisi in una startup
Dopo la prima visita in America da settembre ottobre 2010 fino ai primi mesi del 2011 abbiamo avuto un momento difficile e il mio socio ha deciso di lasciare l’attività. Mi sono trovato da solo, dovendo ripensare il prodotto e ricostruire il team. Durante uno Startup Weekend ho conosciuto Carlo, Ludovico e Flavio e ho capito che potevano essere le persone adatte per l’azienda. E’stata una scelta istintiva che mi ha premiato, è trascorso un anno e abbiamo superato quella fase con successo.
Quando si ha un’idea e ci si è investito molto, si sono affrontate le difficoltà che si incontrano nel cercare di far diventare azienda una startup e ci si rende conto che tutto può saltare, scatta una forma di istinto di sopravvivenza. In quella circostanza ho stretto i denti e fissato le priorità per non perdere di vista i miei obiettivi. E ne sono uscito.
Da dPixel c’è stata totale fiducia e semplicemente mi è stato chiesto quali fossero i miei nuovi piani. Mi è servito un po’ di tempo per far comprendere il mio disegno ed il passaggio ad un nuovo business plan, ma è andato tutto bene.
Ora siamo pronti a scalare, e spero di chiudere un nuovo finanziamento nel giro di qualche mese.

La gestione dell’azienda nel mercato globale
Considero Fabrizio Capobianco un grande ispiratore e condivido il suo pensiero quando dice che in Italia ci sono menti brillantissime: abbiamo ottimi ingegneri e ottimi sviluppatori, non abbiamo bisogno di andare in altri paesi per trovare core team di qualità. Quello che faremo noi è sviluppare quasi interamente il prodotto in Italia per venderlo in tutto il mondo e negli Usa in particolare. Sarò in America personalmente nei prossimi mesi, ma la maggior parte delle persone che si dedicheranno al prodotto saranno in Italia, distribuite tra Roma e Potenza.

Fare start up e cambiare il mondo. L’etica del neoimprenditore web
Chiunque faccia una startup deve pensare in grande, in senso globale, deve pensare di sviluppare un prodotto che cambierà il mondo. Quelli che ci riescono sono in pochi, ma darsi un obiettivo di questo tipo è ciò che permette di andare avanti e superare i momenti di difficoltà. Non sono d’accordo che una startup che non porti un cambiamento importante come quello che ha portato Facebook sia inutile, perché tolte quel numero ridotto di aziende web che sono famose in tutto il mondo, ce ne sono altre migliaia che lavorano e fanno lavorare tante persone, e che spesso sono utilizzate, o comprate, da aziende molto grandi. Direi che in questo ambito l’unione fa la forza.
Nel panorama italiano mi sento parte di un movimento: quando ho iniziato a scrivere il mio blog, l’ho fatto per aiutare chi come me non sapeva da dove iniziare e il fatto che si sia diffuso molto velocemente significa che c’era bisogno di capire e di confrontarsi.
In Italia credo di aver dato il mio piccolo contributo, a livello globale sono un numero che come tanti altri cerca di diventare un numero importante, di fare il passaggio da numero a nome. Oggi sono uno che ha una startup, domani spero di essere conosciuto come il fondatore di Searcheeze.

Il futuro
Il prodotto va bene, quindi prestissimo prenderemo altre persone. Poi consolideremo il ponte con gli Stati Uniti in modo da poter scalare. Il prodotto conta molto, ma il mercato fa la differenza: ci sono startup che in America hanno un environment che le rende molto più note e più forti di altre omologhe in Europa.
Tra 5 anni, spero di aver fatto diventare Searcheeze un’azienda matura e in crescita, indipendentemente da dove io mi trovi.
Mi piace portare a termine le cose, quindi voglio portare Searcheeze più in alto possibile. Poi spero di potermi dedicare ad un altro progetto ugualmente interessante.

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