Archivio mensile:ottobre 2004

La pazienza del ragno

Ci sono libri che non si può fare a meno di leggere tutto di un fiato. Quelli di Camilleri appartengono a questa categoria e, tra quello nella mia libreria, sono in buona compagnia di Simenon, Pennac, Lucarelli e una serie di saggi divulgativi come L’ultimo teorema di Fermat.
Montalbano sta invecchiando, ma se la cava ancora bene e, nonostante la pallottola nella spalla eredità del precedente Giro di boa, riesce ancora a fare il bagno nel mare di Marinella in piena notte.
La pazienza del ragno è la storia di una ragazza che viene sequestrata e di suo zio che ha messo sul lastrico la sua famiglia e ridotto la sorella in fin di vita. E’ anche la storia di Salvo e Livia che ancora una volta non riescono a fare a meno l’uno dell’altra, ma che proprio non ce la fanno a rinunciare alla propria libertà.
Il tutto è condito da frecciatine a un certo modo di fare politica, che sovrappone interesse pubblico e interesse privato (facile capire a chi si riferisci Camilleri). O dal disagio di un uomo anziano nei confronti di una tecnologia che parla un’altra lingua.

La chiamò al cellulare, ma arrisultò astutato. Anzi, per la precisione, la voci registrata disse che la pirsona chiamata non era raggiungibile. E consigliava di riprovare doppo tanticchia. Ma come si fa a raggiungere l’irraggiungibile? Solo provando e riprovando doppo tanticchia? Al solito, quelli dei telefoni tiravano a praticare l’assurdo. Dicevano, per esempio: il numero da lei chiamato è inesistente… Ma come si permettevano un’affermazione accussì? Tutti i nummari che uno arrinnisciva a pensari erano esistenti. Se veniva a fagliari un nummaro, tutto il mondo si sarebbe precipitato nel caos. Se ne rendevano conto quelli dei telefoni, sì o no?


Andrea Camilleri
La pazienza del ragno
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Psicopatologia del cellulare

Sempre più spesso mi capita di avere a che fare con persone che hanno un rapporto a dir poco nevrotico con il proprio cellulare: lo tengono sempre a portata di mano, mandano e ricevono messaggi mentre parlano con te, non riescono a spegnere l’apparecchio neanche per qualche istante.
Ho ritrovato questa situazione in Psicopatologia del cellulare, un libro di Luciano Di Gregorio, psicologo e gruppoanalista milanese. Ne cito un lungo brano, che – nonostante la prosa un po’ pesante – descrive come il telefonino si presti a svolgere il compito di moderatore della distanza affettiva e di regolatore personale della separazione.

L’uso abituale del mezzo tecnico, per stabilire una connessione a distanza che protegga dalla separazione, sostituisce l’uso della mente e del pensiero per rappresentare l’altro. Usando il cellulare noi, ogni volta, non stiamo attribuendo nuovi significati e nuove immagini mentali all’esperienza della separazione, e non riusciamo più a restare fiduciosi aspettando un segnale, una chiamata o una manifestazione d’interesse nei nostri confronti. Anziché dei ricordi, dei pensieri che stimolino una rivisitazione della relazione affettiva, alla quale noi partecipiamo con un ruolo proprio e riconosciamo l’importanza del nostro interlocutore, noi produciamo delle immagini realtà che, spesso, proprio per l’abitudine al contatto quotidiano telefonico, davanti all’assenza vissuta come un’anomalia, si colorano di un’attendibilità maggiore di quelle reali.
La fantasia catastrofica della perdita irrimediabile è di nuovo allontanata, ma così perdiamo anche il potenziale trasformativi che l’impatto con la catastrofe cognitiva implicitamente conteneva. Ogni nuova chiamata non fa altro che alimentare di nuovo il ricorso al cellulare che, proprio per questo, è utilizzato continuamente per sostenere le nostre personali immagini realtà, ben diverse dai fatti reali, e per ridimensionare l’eccesso di realtà a vantaggio della propria immaginazione. [...]
Il ricorso immediato, sistematico, al cellulare, in funzione del bisogno di colmare una mancanza, non stimola più quell’esperienza della mente che è legata al fantasticare, al ricordare, al pensare alla persona senza averla a disposizione. Anziché ricordi e più generalmente pensieri, si compiono azioni e di producono immagini e messaggi tecnici, e questo allontana sempre di più noi dall’abitudine all’uso della memoria, dal fare mente, come attività cognitive che sono strettamente connesse con l’acquisizione della capacità di produrre simboli.
I simboli sono gli strumenti necessari per acquisire la capacità di essere soli di fatto, sono alla base della capacità di tollerare la separazione e la solitudine, senza che queste provochino uno stato d’angoscia o alimentino in noi un sentimento di annientamento.


Luciano Di Gregorio
Psicopatologia del cellulare
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Il cellulare a scuola

Fino a qualche tempo fa, in alcuni stati americani, portare un cellulare a scuola era addirittura reato: in Louisiana era teoricamente punito con una pena che poteva arrivare a trenta di giorni di carcere. Sembra assurdo, ma la fonte della notizia è il New York Times (via c|net news.com): gli americani non conoscono mezze misure!
Adesso le scuole stanno allentando la presa e tollerano che gli studenti abbiano con sé il cellulare:l’importante è non usarlo durante le lezioni. Quanto buon senso! La sostanza infatti non è nel possedere o meno un telefonino, quando nell’uso che se ne fa. E qui c’è veramente molto da discutere. Ad esempio, sento spesso dire che i genitori danno l’apparecchio ai figli per potersi tenere sempre in contatto con loro; in altri termini lo usano come strumento per placare l’ansia che nasce dal distacco dai pargoli. Si tratta a mio avviso proprio di un pessimo uso perché questo cordone ombelicale che mamme e papà non riescono a recidere rischia di alimentare nei figli un sentimento di sfiducia nella propria capacità di affrontare il mondo autonomamente e con responsabilità: qualsiasi cosa accada – a prescindere dalla dimensione dell’evento – posso ricorrere alla protezione dei miei genitori; qualsiasi cosa io faccia, mamma e papà possono esercitare il loro controllo.