I buoni maestri secondo Alberoni

Generalmente leggo con interesse e condivisione l’articolo di Francesco Alberoni sulla prima pagina del Corriere della Sera del lunedì. Sono rimasto invece stupito dal pezzo del 14 febbraio che inizia così:

Come è difficile trasmettere i principi ed i valori. Se ne rendono conto i genitori che si sforzano di insegnare ai loro figli a volersi bene, a studiare, ad aiutare in casa e, quando diventano adolescenti, hanno l’impressione che tutto sia stato inutile. I migliori insegnanti riescono ad ottenere attenzione finché sono in classe, non appena escono scoppia il disordine. Nelle imprese un bravissimo amministratore riesce a iniettare vitalità, creatività e iniziativa nel gruppo dirigente esistente. Ma guai se non continua a vigilare, ad intervenire, perché tutti conservano i loro interessi e le loro abitudini e, lasciati soli, in poco tempo tornano ad agire come facevano. La gente si adegua, non interiorizza i valori.

Se non fosse Alberoni e se non fosse un articolo pubblicato in tutta evidenza nella prima pagina del primo quotidiano nazionale, lo considererei lo sfogo senile di un frustrato. Questa teoria del genio incompreso (genitore, insegnante, manager) appare veramente risibile: basta il fatto che tra i valori citati rientrano cose fondamentali come aiutare in casa, stare tranquilli a scuola e assecondare i deliri narcisistici di un amministratore.
Se non si trattasse di Alberoni, si potrebbe legittimamente pensare a uno di quegli insopportabili guru tracotanti che, in mancanza di qualcuno che gli va appresso con l’incensiere, cominciano a sentirsi perseguitati e incompresi. Ci sarebbe di che suffragare questa tesi, soprattutto leggendo l’ultima colonna dell’articolo, dove si dice:

Riflettendo su queste cose puoi venire preso da una grande tristezza e ti domandi perché darti tanto da fare visto che le persone a cui tu parli non ti ascoltano o non ti capiscono. Che coloro per cui ti prodighi non riconosco il tuo merito e stanno già pensando di distruggere la tua opera. Che non potrai mai raccogliere il frutto di ciò che semini.
Tristi pensieri da cacciare immediatamente come tentazioni demoniache. Perché agire moralmente significa fare proprio questo: fare anche se non ti viene riconosciuto il merito, costruire anche se ciò che fai potrà essere distrutto, gettare il seme anche se non ne potrai raccogliere i frutti. E’ quello che hanno fatto i grandi spiriti che hanno aiutato l’umanità a crescere e a diventare più giusta e più civile.

Si sarebbe tentati di pensare che Alberoni parli di sé, ma bisognerebbe essere presuntuosi oltre ogni confine per annoverare sé stessi tra “i grandi spiriti che hanno aiutato l’umanità”. Ve lo immaginate? Alberoni che si sacrifica per noi! Grazie, professore! Ma non si disturbi troppo: non c’è bisogno 😀

2 comments

  • Nel tuo articolo che ho letto soltanto oggi trovo idee simili alle mie riguardo a Francesco Alberoni quindi non sono il solo a vedere in questo personaggio dal curriculum interessante alcune idee un po’ retrograde. La cosa buffa è che anch’io ho scritto un articolo che conclude con un rifiuto della sua pedagogia.
    Ciao

  • Ho smesso di leggere Alberoni da quando leggo il Corriere tramite l’aggregatore rss: non mi sembra di aver mai visto un suo editoriale distribuito con questo canale.
    Trovo che sia complessivamente condivisibile quando parla di rapporti di lavoro, ma è a dir poco reazionario quando si parla del rapporto padre/figli: gli argomenti sono quelli tipici dei genitori narcisisti e manipolatori. Quelli che non accettano l’identità dei propri figli e li vogliono a loro immagine e somiglianza o capaci di percorrere i sogni che hanno lasciato nel cassetto. Insomma, tutti quei comportamenti che la Miller definisce con pedagogia nera. Alberoni è un pedagogo nero: su questo non ho molti dubbi.

By Nicola Mattina