Archivio mensile:marzo 2005

E’ nata Beatrice

Beatrice due ore dopo la nascitaIeri, 25 marzo 2005, alle 13:25 è nata Beatrice (le ho scattato questa foto un paio di ore dopo il parto). Che tenerezza poterla tenere in braccio: è così minuta che sembra infinitamente delicata.

Gianpaolo Gironda: l’ufficio stampa in guerra

Ieri sera ho partecipato a un incontro promosso dalla Ferpi, dove Gianpaolo Gironda ha raccontato della sua esperienza come organizzatore delle relazioni con i media di Intersos, un’organizzazione umanitaria che “opera a favore delle popolazioni in pericolo, vittime di calamità naturali e di conflitti armati, specialmente nelle regioni più povere del mondo”.
Conosco Gianpaolo da quando ho mosso i primi passi nel mondo della comunicazione come assistente in Scr Associati, società di cui era uno dei fondatori insieme con Toni Muzi Falconi. Da allora è sempre lo stesso: affabile, divertente, godereccio, perennemente con una sigaretta in mano.
Come consulente pro bono di Intersos, Gironda è stato in Iraq e in Afghanistan e si prepara ad andare nel Darfour: «ho deciso di recarmi sul posto, quando mi sono accorto che era l’unico modo di far parlare i media di quello che facciamo. I giornalisti interessati alle nostre attività, infatti, non stanno certo nelle redazioni di Roma e Milano: sono corrispondenti di guerra. Era necessario stringere una relazione di fiducia e diventare degli interlocutori di riferimento». Gianpaolo è molto contento dei risultati raggiunti (non senza aver corso parecchi rischi): «oggi – sostiene – Intersos è considerata una fonte attendibile dagli inviati italiani che ci chiamano per avere supporto».
Tuttavia, a volte l’aver instaurato una proficua relazione con il corrispondente non è sufficiente: è la direzione del giornale che decide qual è la notizia. Capita allora che il direttore di un quotidiano chieda di scrivere un pezzo su un soldato americano che vuole adottare il cane di Saddam (sic!).
I giornali tradizionali rappresentano sempre solo una parte della storia: quella che fa notizia, che produce più clamore, di cui non si è parlato il giorno prima, che offre più prospettive di vendita o torna più comoda. Che succede se non si rientra in nessuna di queste fattispecie? Si rischia di mettere in gioco la pelle per niente. Sono gli incerti del mestiere e ogni addetto stampa prima o poi si è confrontato con l’esistenza di una “notizia più importante” della propria.
Il mondo dei media, però sta cambiando velocemente e la Rete offre un ventaglio di opportunità di comunicazione che era inimmaginabile solo due o tre anni fa. Una delle conseguenze, a mio avviso, consiste nel fatto che oggi è possibile considerare i mainstream media come una delle tante possibilità per essere più visibili. Ad esempio, se cerchiamo Intersos tra le pagine in italiano indicizzate da Google, otteniamo 8.540 risultati, sparsi in decine di siti che hanno dato una qualche visibilità all’organizzazione. Se effettuiamo la stessa ricerca nel sito del Corriere della Sera arriviamo solo a 10 menzioni.
Siamo sicuri che le dieci referenze del Corriere valgano di più delle 8.540 referenze di piccoli siti che nel complesso hanno probabilmente un numero di lettori maggiore di quelli del quotidiano?

Migliorare i citofoni con tastiera

Ultimamente mi capita di avere a che fare con citofoni come quello nella fotografia seguente: per chiamare un interno, occorre digitare un numero tramite il tastierino numerico e poi premere il tasto “C”. La scritta rossa con le istruzioni così recita:

Comporre il numero
Premere il tasto “C”
Il tasto “R” cancella

Tutte le persone, che ho visto alle prese con questo tipo di citofono e che non hanno preventivamente letto le istruzioni, fanno il numero e premono automaticamente il tasto “R”. E’ capitato anche a me e la spiegazione è semplice: il tasto “C” viene generalmente associato all’azione cancella.

Citofono con tastiera

Mi sono chiesto quale potesse essere la soluzione ed ecco la mia proposta: sostituire le lettere con le familiari iconcine che compaiono su tutti i cellulari. In questo modo il significato dei pulsanti diventa automatico e non c’è bisogno di scrivere come funziona un citofono!

Proposta di miglioramento citofono con tastiera

Esperimento di verità

Esperimento di verità di Paul Auster è una raccolta di storie minime accomunate dalla presenza di una coincidenza. Peccato che la maggior parte di questi aneddoti autobiografici siano piuttosto insignificanti e raccontati in modo piatto e senza particolare grazia. Ad esempio:

[...] R. mi raccontò di un libro introvabile che cercava invano di scovare setacciando librerie e spulciando cataloghi, alla ricerca di quella che doveva essere un’opera eccezionale, divorato da una gran voglia di leggerla. Mi raccontò di come un pomeriggio, trovandosi a camminare per la città, prese una scorciatoia che attraversava la Grand Central Station, salì le scale che portavano a Vanderbilt Avenue e notò una giovane donna in piedi appoggiata alla balaustra di marmo con un libro davanti a sé: proprio il libro che stavo disperatamente cercando.
Non era certo il tipo che attacca discorso con gli sconosciuti, ma la coincidenza gli parve troppo sbalorditiva per starsene zitto.
- Puoi anche non crederci, – si rivolse alla giovane donna, – ma ho cercato quel libro dappertutto.
- E’ splendido, – rispose lei. – Ho appena finito di leggerlo.
- Sai dove potrei trovarne una copia? – domandò R. – Non so spiegarti quanto sia importate per me
- Ecco la tua copia, replicò la giovane donna.
- Ma è la tua, – protestò R.
- Era mia, – disse la donna, – ormai non mi serve più. Oggi sono venuta fin qui proprio per darla a te.

In definitiva, 93 pagine piuttosto noiose. Unica eccezioni: il racconto di Natale di Auggie Wren, che chiude il libro.


Paul Auster
Esperimento di verità
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iBS

Il punto sui blog accademici

L’esperimento di avvicinamento ai consumer generated media degli studenti del master in marketing dell’Accademia di Comunicazione continua tra alti e bassi.
Khabibi ci propone una passeggiata in via Montenapoleone, tra le vetrine delle grandi firme: non è un’escursione estasiata per la sontuosa magnificenza delle boutique, ma infastidita per la sensazione intimidatoria che esse ispirano. Lo dice anche una ricerca di Bain & Company (commento di Khabibi: “e questi c’hanno fatto una ricerca? Se mi chiamavano glielo dicevo io in un pomeriggio, e con una tariffa oraria parecchio interessante!”.
Andreina (Street Fashion Fighter sarebbe un blog collettivo, ma al momento ha una sola voce) ci racconta della sua (giusta, a mio avviso) ira per il trattamento ricevuto dall’Alitalia, che le ha chiesto un prezzo esorbitante per cambiare un biglietto acquistato a prezzo scontato. Mossa dalla rabbia, ha avuto la pazienza di leggere tutte le clausole contrattuali scoprendo che si può avere un rimborso solo in “caso di morte di un passeggero o di un membro della famiglia”.
PubbliCity segnala la massiccia pubblicità dell’Adidas per la nuova scarpa intelligente. Quando l’ho vista, mi è venuta subito in mente una domanda: se la scarpa contiene dell’elettronica, allora richiede una batteria. Quanto dura la batteria? Ho mandato una mail all’Adidas, ma non ho ricevuto alcuna risposta. E ti pareva!
Finalmente Markettari ha postato due articoli sulle opportunità di connettersi alla Rete in movimento usando dispositivi portatili come cellulari o palmari e utilizzando diversi tipi di collegamento radio (Umts, Gprs, Wi-Fi…). Concordo: “Internet sta diventando una bolla nella quale siamo perennemente immersi”.
Rimane, infine, desolatamente vuoto Fashion Cousine. Peccato, da gourmet, mi piacerebbe leggere qualcosa di cucina alla moda. Forse loro pensano di non avere niente da dire che sia degno di attenzione: io invece penso che le esperienze raccontate in prima persona sono sempre interessanti.

Da Baldo al IV secolo (Roma)

La prima volta che sono andato da Baldo al IV secolo ero in vena di esplorazioni culinarie: avevo appena comprato la guida Roma del Gambero Rosso 2005 e, sfogliandola, mi era caduto l’occhio sulla recensioni di questo locale:

Se saprete perdonare qualche ingenuità del servizio (Baldo si occupa da solo degli ospiti), verrete ricompensati dai sapori schietti di una cucina sapida e gustosa, con proposte sarde e romane.

Il ristorante si trova in una zona molto periferica di Roma, lungo la Cassia in località la Storta, e l’ingresso, accanto a un bar nella piazzola di un distributore di benzina, non è certo dei più incoraggianti. All’interno, c’è una piccola sala ristruttura di recente con circa quaranta coperti non troppo “appiccicati” (nelle trattoria, a volte, si tende a esagerare).
Baldo è un sardo di poche parole, che va subito al sodo: “Buonasera. Che vi porto di primo?” (l’antipasto è disponibile solo se si insistete). L’offerta comprende classici della cucina romana come i tonnarelli cacio e pepe (proprio buoni) e piatti di pasta ripiena (i tortelli alle noci sono molto gustosi, così come il raviolone sardo in salsa rosa).
Il meglio arriva, però, con il secondo: la prima volta che sono stato da Baldo ho preso il petto di vitello alla fornara, un piatto semplice, ma eccezionale per la morbidezza della carne. La seconda volta ho scelto il coniglio porchettato che viene presentato così:

Coniglio porchettato

Il mezzo torace del coniglio contiene i fegatelli (che bella sorpresa), mentre i lombetti vengono serviti in verticale. Raramente ho mangiato un coniglio così morbido e saporito: ottima la materia prima e la cottura. Mia moglie Patrizia ha preso invece il maialino sardo: anche qui esecuzione perfetta. Abbiamo accompagnato il tutto con un Cannonau di buona qualità (la guida del Gambero Rosso ha qualcosa da ridire sulla cantina, ma a me la scelta sembra più che soddisfacente sia per numero di etichette che per tipo di vino).
Per fortuna non abbiamo preso l’antipasto e c’è rimasto spazio per il dolce: seadas, irrorate copiosamente di miele, accompagnate da mirto e liquore al finocchio della casa.
Primo, secondo, dolce e vino alla strabiliante cifra di 21 euro per persona: il prezzo di una pizza. Caro Baldo, i miei complimenti: stia pur certo che continuerò a venire fino alla Storta per gustare i suoi piatti.

Da Baldo al IV secolo
Via Cassia 1648 – La Storta – Roma
Tel. 06.30895147
Chiuso la domenica

Il potere persuasivo della f…

E’ arguta l’osservazione di PubbliCity sulla pubblicità di Alice (mi sono permesso di fare un po’ di editing al testo originale):

Se si parla di qualcosa che va veloce, che senso ha mettere l’immagine di una ragazza (Alice appunto) legata? Per di più il filo riconduce al mouse, neanche al modem! Onestamente a me non sembra molto efficace e molto coerente…

Soprattutto nel mondo delle telecomunicazioni, tutto lo sforzo creativo delle agenzie sembra ridursi all’individuazione di una bella fanciulla da mostrare più o meno vestita: Telecom, Tim, Vodafone, Wind, Tre… fanno tutti affidamento al potere persuasivo della f…igura femminile ;-)

Sushi-Kòboo (Milano)

Nel mio immaginario, il ristorante giapponese è un posto un po’ ascetico, con le pareti bianche e le tovagliette di bambù, una musica incomprensibile di sottofondo e molto silenzio. Sushi Kòboo contraddice in parte questo stereotipo: è, infatti, un locale piuttosto rumoroso e questo brusio di fondo lo fa assomigliare molto a una pizzeria trendy.
Il menu propone il solito sushi, il solito sashimi e la solita tempura. Ho sentito dire che la cucina del sol levante è una delle più varie ed elaborate del mondo, ma in tutti i ristoranti giapponesi in cui sono stato ho trovato sempre le stesse cose. Inoltre, con la scusa che il pesce deve essere freschissimo, i prezzi mi sembrano generalmente esagerati rispetto a quello che si mangia.
La qualità complessiva del Sushi Kòboo mi sembra buona: tutti i pezzi sono ben confezionati e il riso è gradevolmente aromatizzato. Il prezzo finale per due zuppe (gustose e coreografiche), due piatti misti di sushi (sei roll più sei barchette), un paio di birre e un paio di “coni” (versione a forma di cono del roll!) è un po’ superiore ai 50 euro: non troppo caro per il genere.
Abbiamo consumato il nostro pasto al tavolo, ma, a chi volesse provare il Sushi Kòboo, consiglio di sedersi al bancone con al centro il tapis-roulant dove scorrono le pietanze: le cameriere, infatti, non hanno molta dimestichezza con l’italiano ed è meglio scegliere con gli occhi piuttosto che dal menu.

Sushi-Kòboo
Viale Col di Lana, 1 – Milano
http://www.sushi-koboo.com
Tel. 02.8372608
Chiuso il lunedì

Accademia di Comunicazione

E’ il secondo anno che parlo di Internet al master di marketing dell’Accademia di Comunicazione di Milano. Ho diviso questa edizione del corso in due blocchi. Nel primo, che ho concluso ieri, ho parlato diffusamente di consumer generated media, soffermandomi, in particolare, sulla blogosfera.
Poiché mi piace dare alle mie lezioni anche un taglio esperienziale, ho chiesto agli studenti di aprire un blog, lasciando libertà di scelta sia per quanto riguarda i temi da affrontare che per quanto riguarda l’organizzazione del lavoro. Ne sono venuti fuori cinque diari, uno personale e quattro collettivi, ospitati tutti su Bloggers.it:

In termini generali, proporre il “compito a casa” provoca una serie di reazioni che oscillano tra l’entusiasmo e il fastidio. C’è chi è contento di poter mettere in pratica le tante chiacchiere che ascolta a lezione, chi pensa di non essere all’altezza o non ha piacere di sottoporsi al giudizio di altri, chi è poco interessato alla materia, chi sostiene di non capire l’utilità dell’esercizio.
Il risultato dell’esperimento è ancora molto interlocutorio. Quelli che hanno voluto trovare il tempo per scrivere, hanno messo in linea dei post che vale la pena di leggere. Khabibi suggerisce, ad esempio, una visita a una mostra milanese dedicata a Schifano. La stessa autrice, che ha evidentemente una dimestichezza non comune con la parola scritta, ha aperto anche un altro blog dal titolo attualità, politica, eventi… e ora dico la mia. Andreina sta dando la sua personale impronta a Street Fashion Fighter e si occupa di “moda di strada”, segnalando tendenze e proponendo commenti, che nascono spesso dal dialogo con il suo ragazzo. Anche le autrici di PubbliCity (Giorgia, Federica e Silvia) hanno individuato un proprio personale stile e aprono i post con un caloroso saluto al popolo dei blog. In questi giorni, i loro commenti si sono concentrati sulle affissioni pubblicitarie dell’Esselunga a Milano.
Sono invece ancora in fase di rodaggio i blog dei markettari e degli appassionati di cucina alla moda. Comunque c’è tempo: l’esperimento del blog, infatti, andrà avanti fino alla fine di maggio e anche oltre (almeno per chi si sarà appassionato a questo tipo di editoria).

Il valore delle idee

Il problema della proprietà intellettuale nasce quando la tecnologia rende possibile produrre e riprodurre le informazioni a costi decrescenti mentre rimane alto il costo dell’ideazione. E’ il punto di partenza della relazione di Franco Carlini, giornalista del Corriere della Sera e saggista, durante un incontro tenuto il 5 marzo 2005 presso il Centrostudi Cogno Associati di Roma.
L’intervento affronta temi come: qual è la natura della proprietà intellettuale (diritto naturale, diritto parziale e provvisorio o abuso); quali sono gli strumenti oggi utilizzati per proteggere le idee (copyright, brevetti, marchi, segreto industriale); quali sono gli orientamenti sull’evoluzione della proprietà intellettuale (estensione ed eternalizzazione dei diritti vs. allentamento dei diritti e allargamento del sapere comune).
Quest’ultimo aspetto è, a mio avviso, il più interessante perché permette di volgere lo sguardo al futuro. L’estensione e l’eternalizzazione dei diritti di proprietà intellettuale (già oggi, in Italia, il copyright si protrae per 50 anni dopo la morte del suo autore, negli Usa per 70) è la strada che si ostinano a percorrere tutti coloro che hanno fatto di tale proprietà una rendita. Si tratta degli editori discografici, travolti dagli mp3 e dalle reti peer-to-peer, o degli editori di carta stampata, che saranno investiti dall’editoria personale (tutti possono pubblicare elettronicamente contenuti tramite un blog e con pochi dollari si può stampare un libro anche in una sola copia – vedi Cafepress).
Quello dello sfruttamento economico a oltranza della proprietà intellettuale è un vicolo cieco, anche se la tendenza al luddismo dei detentori di diritti è ovviamente comprensibile.
D’altro canto, occorre considerare che la tutela delle proprietà intellettuale riguarda spesso e volentieri la forma, ma la Rete rende possibile far circolare la stessa informazione in migliaia di modi diversi. Ad esempio, un articolo di Franco Carlini per il Corriere della Sera può essere pubblicato e riprodotto in quanto tale solo con il consenso del quotidiano, ma le idee in esso contenute possono essere riscritte infinite volte.
Già oggi ci sono innumerevoli modi con cui la conoscenza viene creata e distribuita al di là dei canali tradizionali, tanto che certi recinti non hanno più molto senso. Nel mio piccolo, mantengo un sito e un blog dove pubblico più o meno regolarmente informazioni e commenti che riguardano la mia professione: tutto il materiale è protetto da una licenza creative commons che permette ad altri di distribuire quanto io ho scritto a patto che siano rispettate delle condizioni che riguardano la paternità dell’opera, la sua integrità e il divieto che terzi ne traggano profitto. In altri termini, la licenza tutela il valore aggiunto che io produco, ma non dice nulla sulla provenienza delle idee espresse. Licenze analoghe regolano l’uso dei materiali pubblicati da Wikipedia o Plos Biology. Su una scala e con un autorevolezza anche maggiore, una prestigiosa istituzione universitaria come il Massachusetts Institute of Technology sta rendendo accessibili on line i propri corsi tramite l’iniziativa MitOpenCourseWare.
Il fatto che tutti questi documenti siano pubblici ne diminuisce il valore intrinseco? Affatto! Più semplicemente: non permette di monetizzare alcune forme di riproduzione e distribuzione delle idee in quanto la copia è intrinsecamente legata alla tecnologia usata per effettuarla. E le tecnologie diventano obsolete!

Brutto prosciutto ma ottima risposta

Il 2 febbraio ho pubblicato un post in cui raccontavo dell’incidente di cui sono stato vittima presso la Salumeria Verdi di Parma. Il 17 febbraio ho finalmente trovato il tempo di spedire i fax con il resoconto dell’accaduto a due assessori del Comune di Parma, ai responsabili dei consorzi di tutela dei prodotti che avevo acquisto e al presidente della Confcommercio di Parma. Quest’ultimo ha fatto avere la missiva alla responsabile del negozio, che mi ha scritto scusandosi. Riporto integralmente il testo:

Egr. Signor Nicola Mattina,
mi presento: sono Ileana Marconi Romani, la responsabile della Salumeria Verdi.
Sono rientrata da pochi giorni in ufficio dopo un viaggio di affari, e ho trovato sulla mia scrivania una copia della sua denuncia a carico della Salumeria Verdi, inoltratami dalla mia Associazione Ascom/Confcommercio. Sono rimasta senza parole e, a dir poco costernata nel constatare il comportamento scorretto tenuto dal commesso del negozio.
La Salumeria Verdi è una società facente parte di un gruppo di salumerie gestite da mio marito, Romani Silvano, presenti a Parma da decenni. L’impegno che ogni giorno mettiamo nel nostro lavoro, che amiamo profondamente, ci ha fatto acquisire un’esperienza non facilmente riscontrabile, ma sopra a tutto c’e’ una regola principale: il profondo rispetto per il cliente, l’attenzione per le sue esigenze e la precisione del servizio.
A questo punto devo ringraziarLa sentitamente per le Sue più che valide lamentele perché in caso contrario non sarei mai venuta a conoscenza di comportamenti scorretti e fuori dalle regole fondamentali da noi imposte, tenuti da un commesso che lavora con noi solo da pochi mesi.
Le chiedo quindi profondamente scusa per l’inconveniente di cui è stato protagonista per il quale mi sento colpevole di non avere saputo trasmettere, al signore in questione, la nostra politica aziendale ed il senso della nostra risaputa serietà professionale.
Le chiedo gentilmente se c’è qualcosa che posso fare per riparare a tutto ciò. Resto in attesa di un suo riscontro ed a disposizione per qualsiasi richiesta o suggerimento. Se ha occasione di tornare a Parma, io e mio marito saremmo lieti di conoscerLa e quindi venga a trovarci nel nostro negozio di Via Emilio Lepido presso la Rocca.
Distinti saluti.
Ileana Marconi Romani

Grazie, signora Marconi Romani. La Sua risposta è più che soddisfacente e merita lo stesso rilievo che ho riservato alla denuncia. Per questo motivo, oltre a pubblicarla nel mio blog, tornerò a scrivere agli assessori e presidenti plaudendo la Sua cortesia. Quando tornerò a Parma, verrò senz’altro a trovarLa.

Pubblicità fastidiosa: skip it!

E’ incredibile come il web pulluli di siti introdotti da animazioni flash che si possono evitare: sono gli stessi autori che ci vengono in soccorso, mettendo una bella scritta skip. Personalmente non aspetto mai di vedere cosa mi riserva l’animazione: ho imparato che nella maggior parte dei casi si tratta di un marchio che viene storpiato con vari effetti speciali. Cerco quindi di individuare velocemente il modo di evitare quello che spesso e volentieri è il delirio onanistico di sedicenti designer alle prese con Macromedia.
Annuncio Amazon Chi ha veramente qualcosa da dire dovrebbe fare come Amazon che, quando introduce un nuovo servizio, accoglie gli utenti con una lettera del fondatore in homepage: un messaggio chiaro, semplice, istituzionale che è difficile non prendere in considerazione.
Non si possono applicare al web gli stessi schemi della pubblicità veicolata attraverso i media tradizionali. Quando guardo la televisione e c’è la pubblicità: mi distraggo, mi alzo per andare al bagno o a bere qualcosa, faccio una telefonata o spedisco un sms. Guardo il video con la coda dell’occhio e tante volte tolgo l’audio. Insomma adotto una serie di atteggiamenti difensivi e metto in atto dei blandi comportamenti di negazione: tuttavia le immagini sullo schermo vanno avanti e qualcosa passa.
Sul web l’atto di negazione è assai più forte e decisivo: spesso e volentieri siamo costretti a eliminare la pubblicità per andare avanti. Accade tutte le volte che ci imbattiamo in uno dei quei fastidiosissimi annunci che si sovrappongono alla pagina che desideriamo leggere. C’è un unico modo per arrivare a quello che ci interessa: eliminare la pubblicità. Un semplice, ma fastidioso click, che di fatto si traduce in un diniego nei confronti della marca reclamizzata. Possibile che nessuno degli inserzionisti che compra questo tipo di banner ci abbia mai pensato?