Archivio mensile:marzo 2006

Second Life è un sistema operativo

Ho scoperto Second Life grazie a Marco Cadioli che, con lo stile affabulatorio che lo contraddistingue, un anno fa mi ha raccontato dei sui reportage fotografici in preparazione su questo mondo parallelo. Ho frequentato il gioco per un po’ e mi sono divertito a girovagare, poi ho fantasticato di aprire una scuola totalmente virtuale, ma non ho mai avuto il tempo di approfondire il progetto in modo sensato.
Oggi leggo un interessante post di Scooble (Second Life +is+ an OS) che considera SL un vero e proprio sistema operativo. Concordo con il chief blogging officer di Microsoft:

E’ possibile conservare dei file ed è possibile scrivere del codice, perché è una piattaforma. Puoi costruire un gioco o un negozio di musica o una scuola di danza o un’intera città, un elicottero, uno schermo video su cui var girare qualsiasi tipo di contenuto, un fontana che sprizza sangue [...] E visto che c’è una piattaforma monetaria, la gente può pagare per quello che hai fatto.
Presto sarà possibile bloggare dentro Second Life e sarà possibile far girare delle applicazioni.
Ecco perché penso che Microsoft dovrebbe prestare molta attenzione…

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Web 2.0: una definizione

Il termine Web 2.0 indica un uso delle tecnologie della Rete sempre più orientato alle persone e all’interazione sociale. In questo contesto, vengono valorizzati i contenuti, i servizi e le tecnologie che sfruttano meglio il cosiddetto network effect, ossia il fenomeno per cui un bene ha un valore per un consumatore in funzione del numero di altri consumatori che posseggono o utilizzano lo stesso bene.
Senza voler proporre una definizione esaustiva, possiamo indicare quattro aspetti che caratterizzano il fenomeno del web 2.0: la valorizzazione dell’intelligenza collettiva; l’importanza delle informazioni e la loro distribuzione; la facilità d’uso e l’ubiquità; il web come piattaforma.

La valorizzazione dell’intelligenza collettiva
L’intelligenza collettiva emerge in presenza di una massa critica di individui che partecipano a un processo che permette loro di agire da filtro, indicando cosa ha valore e cosa no. Tradizionalmente, i progetti di intelligenza collettiva meglio conosciuti sono i partiti politici, che mobilitano un gran numero di persone per formare politiche, selezionare candidati e per finanziare e svolgere campagne elettorali.
Nel mondo della Rete, uno degli esempi più interessanti in questo ambito è rappresentato dalle folksonomy, ossia sistemi che utilizzano l’input degli utenti per categorizzare dei contenuti: in questo modo si superano la rigidità delle tassonomie tradizionali, spesso inadeguate a rappresentare realtà dinamiche, in favore di meccanismi di classificazione costruiti dal basso.

L’importanza delle informazioni e la loro distribuzione
Nel web 2.0, gli utenti non si limitano a leggere, ma scrivono, dalle semplici etichette da assegnare a un’informazioni (tag) a interi blog, e utilizzano software che permettono loro di condividere quello che hanno creato e di socializzare con altri utenti. Il really simple syndication (rss) è lo strumento che meglio stigmatizza questa tendenza: grazie ad esso, chi produce e pubblica del contenuto su un sito può confezionarlo in modo che sia distribuibile e aggregabile su altri siti. Il formato è diventato tanto popolare, che si è velocemente trasferito dal mondo dei blog a quello dei cosiddetti media mainstream: oggi tutti i principali siti di informazione mostrano l’iconcina arancione con scritto Rss o Xml.

Facilità d’uso e ubiquità
In contrapposizione a una tecnologia che inserisce sempre nuove funzionalità nei prodotti e non si preoccupa di capire se sono veramente utili e se gli utenti sono in grado di usarle, i fautori del web 2.0 hanno adottato la filosofia del “less is more”: un’applicazione deve essere in grado di svolgere un compito specifico in modo efficiente con una curva di apprendimento il meno ripida possibile.
Allo stesso tempo, l’applicazione deve essere accessibile con dispositivi diversi da un computer: dal Pda al cellulare fino ad arrivare ad apparecchi specializzati come l’iPod o il decoder satellitare.

Il web come piattaforma
Il web si sta trasformando in piattaforma: per molte attività, gli utenti non hanno più bisogno di istallare del software sul proprio computer, ma possono utilizzare un’applicazione che gira all’interno del browser. Gran parte dell’elaborazione dei dati necessari avviene sul server che eroga l’applicazione invece che sul computer dell’utente: questi riceve solo i pezzi di software necessari a gestire l’interfaccia e l’interazione con il sistema.
La prima conseguenza di questo approccio, soprattutto a livello aziendale, riguarda il fatto che non è più necessario distribuire il software e aggiornarlo, perché ogni volta che l’utente si connette con l’applicazione web, scarica e utilizza l’ultima versione della porzione di codice di cui ha bisogno.
La seconda conseguenza consiste nell’opportunità di costruire un’applicazione prelevando le varie componenti da luoghi diversi della rete (Internet o quella aziendale) e assemblandole sul momento: è sufficiente sapere quali sono i comandi con cui si può colloquiare con le singole parti. La combinazione di due o più web application viene chiamata in gergo mash-up (letteralmente: poltiglia).
Il “web come piattaforma” è un orientamento che trova corrispondenza, a livello aziendale, nella tendenza a gestire l’integrazione delle infrastrutture di information technology con architetture orientate ai servizi (Soa, service-oriented architecture). Queste ultime, infatti, promettono di rendere interoperabili tecnologie eterogenee, sistemi acquistati o sviluppati in epoche diverse e da fornitori differenti per soddisfare esigenze che evolvono continuamente.

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Michele Morganti: i pubblicitari dicono bugie

Diciassettesiama puntata della seconda serie di Viaggio nella Rete in onda oggi, 22 marzo 2006, alle ore 14,30 su Isoradio (Fm 103,3):

Ben trovati con Viaggio nella rete. Oggi continuiamo a parlare di come le aziende costruiscono la propria identità e di come la proiettano sulla Rete. Lo facciamo con Michele Morganti, docente all’Accademia di Comunicazione di Milano, ed esperto di immagine istituzionale e di graphic design.
Nella puntata della settimana scorsa ci hai detto di come si inizia a creare l’identità di un’azienda e ci siamo soffermati sulla considerazione che la presenza di Internet pone dei vincoli dall’inizio quando si deve scegliere il nome. Questo sarebbe tutto sommato un problema minore. Molto più seri, a mio avviso, sono i problemi che la Rete pone in termini di gestione delle relazioni tra azienda e clienti…

Ma vedi, abbiamo già detto la settimana scorsa come un’azienda venga percepita attraverso la propria immagine, sicuramente lo è anche attraverso il modo che ha di relazionarsi con i propri utenti, questo è evidente. È come dire che ognuno di noi ha un modo diverso per dire la stessa cosa e può risultare più o meno simpatico in base a come la dice. Il mondo è pieno di siti internet dove l’immagine che avevamo di un’azienda crolla miseramente, immediatamente, perché magari non troviamo le informazioni che cercavamo oppure perché il servizio erogato non funziona come dovrebbe e ci fa perdere un sacco di tempo. Tutti noi avremo sicuramente avuto moltissime esperienze deludenti su questo. Spesso si parla di sito vetrina per identificare quei siti che presentano dei prodotti, ma senza la possibilità di acquistarli. Io credo che non ci sia niente di più frustrante che andare a fare shopping di notte quando i negozi sono chiusi, no? Vedo una vetrina, ma non posso entrare per comprare. Quindi è sicuramente molto importante per un’azienda, nel momento in cui si rivolge a internet come strumento di comunicazione, cercare di pensare molto bene e molto seriamente al rapporto che vuole instaurare, in modo molto diretto, con i propri utenti.

In altri termini, l’identità di un’azienda è una faccenda complessa e non si limita ai solo aspetti visuali…
C’è un signore americano, Seth Godin, che – se non vado errato – ha inventato il termine viral marketing che sostiene che i pubblicitari dicono delle bugie. Ti confesso che sono sempre più d’accordo con lui non fosse altro per l’abitudine di chi si occupa di marketing di evidenziare i vantaggi e relegare a un asterisco gli svantaggi…

Guarda, assolutamente sono molto d’accordo con te e con questo signore perché l’identità di un’azienda la si crea non solo, appunto, a partire dagli aspetti visivi, ma con una grande attenzione a tutti i momenti della comunicazione. Io penso anche solamente all’uso del telefono che per noi è diventata una cosa normale, ma, nel momento in cui io chiamo un’azienda, mi aspetto che dall’altra parte mi si parli con quella che è l’immagine che io percepisco del proprio marchio e quindi con un tono di voce di un certo tipo eccetera. E chiaramente non posso vedere colori, non posso vedere niente. Devo dire che l’utente ha in internet un grandissimo strumento per scoprire se l’azienda sta raccontando il vero oppure no, perché con internet noi abbiamo un confronto disintermediato, molto diretto e quindi questo mi dà la possibilità per esempio di consultare dei siti dove gli utenti raccontano delle esperienze che hanno avuto con i loro prodotti, positive o negative, internet mi dà la possibilità di verificare quali sono i prezzi dello stesso prodotto, magari anche in altri paesi, e tutto questo sempre senza intermediazione e senza filtri. Quindi io penso che internet possa essere un mezzo molto pericoloso per le aziende che non hanno trasparenza e onestà nel proprio Dna. Io credo che, tutto sommato, gli utenti della rete stiano cominciando a capirlo molto bene.

Michele grazie ancora della tua disponibilità. Il tempo a nostra disposizione è scaduto, per cui ti devo salutare. Viaggio nella rete torna mercoledì prossimo alle 14,30. Buon viaggio con Isoradio da Nicola Mattina.

Ascolta l’audio:

Suonare news: applauso al customer care

Tra i vari regali di Natale, quest’anno ho ricevuto anche un abbonamento alla rivista Suonare News, un interessante mensile rivolto ai musicisti, ma molto piacevole anche per chi, come me, si interessa di musica classica per diletto e non per mestiere.

I primi due numeri sonno arrivati puntuali, ma di quello di marzo non si vedeva l’ombra. Decido quindi di visitare il sito della rivista, per cercare un indirizzo email per chiedere informazioni. Navigando navigando, arrivo alle offerte commerciali e vedo l’edizione 2006 di “Pagine Musica”, la guida ai servizi e alle attività musicali in Italia: passo immediatamente all’acquisto, pagando on line con carta di credito.

Tre giorni dopo arriva a casa il numero di marzo con tutti gli allegati del mese, tra cui, manco a dirlo, l’edizione di Pagine Musica. E adesso? Come faccio? Non sapevo che, come abbonata, mi spettasse di diretto. Pazienza, penso, ne avrò due. E mi rassegno.

Ieri mattina ricevo a casa una telefonata dalla redazione. Un gentilissima signora di cui, purtroppo, non ricordo il nome, mi chiede conferma del mio ordine on line. Rispondo che effettivamente l’acquisto l’avevo fatto ma che nel frattempo avevo ricevuto la rivista con tutti gli allegati. Non si preoccupi, mi risponde, non ci sono problemi, annullo subito il suo ordine. Io rimango assolutamente sorpresa. Ma dice davvero? Certo. Stia tranquilla l’ho chiamata appositamente. Io sono sempre più incredula. Ringrazio vivamente, chiudo la telefonata e penso che questo servizio clienti è il migliore in cui mi sia mai imbattuta. Meritano un applauso e, se fosse possibile, un premio “customer care”. Tra tante premi e medaglie perché non questo?

Philip Roth, Il seno

Philip Roth, Il seno Come il protagonista della Metamorfosi di Kafka, il professor David Kepesh si sveglia una mattina scoprendo di aver subito una metamorfosi: è diventato un enorme seno femminile di 70 chili. Chiuso nella stanza di una clinica, costretto a letto, Kepesh sente e parla, ma non può vedere, e vive gli unici momenti gratificanti del suo rapporto con gli altri attraverso il tatto.

Il protagonista preferirebbe che il medico, l’infermiera, l’analista, suo padre, la sua compagna gli dicessero che è diventato completamente pazzo, ma anche questo sollievo gli è negato. Anzi, tutti gli chiedono di essere ragionevole e di accettare la sua nuova natura. Ma come accettare di essere una ghiandola mammaria?

Un racconto di poche pagine, che ammette solo il bianco e il nero: o piace entusiasticamente e diventa un piccolo capolavoro, o viene considerato un mero esercizio di stile, divertente ma senza particolare spessore. Personalmente propendo più per la seconda interpretazione, anche se ho trovato il testo complessivamente divertente e di bella prosa:

Cominciò stranamente. Ma poteva forse esserci un altro inizio? Si dice che le cose sotto il sole cominciano “stranamente” e finiscono “stranamente” e sono strane; una rosa perfetta è “strana”, proprio come una rosa imperfetta, e come la rosa di normalissimo colore e gradevolezza che cresce nel giardino del vicino.

Philip Roth
Il seno
Einaudi, 2005
Isbn: 88-06-17817-2

MIchele Morganti: corporate identity

Sedicesima puntata della seconda serie di Viaggio nella Rete in onda oggi, 15 marzo 2006, alle ore 14,30 su Isoradio (Fm 103,3):

Ben trovati con Viaggio nella rete. Nelle puntate scorse ci siamo occupati di vari aspetti della identità. Abbiamo parlato di come si può costruire un’identità virtuale, di come si può arricchire un’identità virtuale proiettandola nella rete, di come utilizziamo Internet per aderire e partecipare a gruppi sociali. In altri termini, finora abbiamo parlato di identità riferendoci alle persone. Oggi continueremo il nostro discorso parlando di aziende e abbiamo con noi Michele Morganti, docente all’Accademia di Comunicazione di Milano, ed esperto di immagine istituzionale e di graphic design.
Michele, nella tua attività hai costruito o rifinito molte identità aziendali e adesso insegni ai tuoi studenti come si fa. Se io fossi un tuo studente e ti chiedessi qual è il punto di partenza, cosa mi risponderesti?

Un’azienda è un’entità astratta a cui occorre dare un volto, un vestito, un tono di voce, e quindi un marchio, un colore, un modo di dire le cose. Ci ricordiamo delle persone che conosciamo grazie alla memoria che abbiamo dei loro tratti somatici, dei vestiti che portano, del timbro di voce. Dare identità a un’azienda significa potergli attribuire una personalità distinguibile, in modo che in tutte le occasioni di comunicazione e di relazione sia possibile riconoscerla in mezzo alle migliaia di realtà che magari operano nello stesso settore. Per rispondere alla tua domanda, il primo elemento che occorre studiare è proprio il marchio: un simbolo distintivo che sia originale e unico quanto il volto di una persona!

Facciamo un esempio. Da dove si parte per fare un logo?

Un bravo professionista inizia il suo progetto facendo un’intervista come quella che stai facendo tu a me! Deve entrare il più possibile in sintonia con gli obiettivi e le finalità dell’azienda, che alcuni chiamano Vision e Mission, deve sapere tutto. Ti sembrerà strano ma poi le prime idee arrivano proprio dalle parole: vocabolari alla mano, e perché no anche un buon motore di ricerca, si tenta di identificare quali siano tutti i possibili termini e definizioni che in qualche modo possono essere attinenti all’attività o al prodotto che si vuole comunicare.

Scusa se ti interrompo… Hai detto che per trovare lavorare su un nome si usa anche un motore di ricerca e oggi noi assistiamo, soprattutto nel settore dei servizi Internet, ad aziende che si inventano i nomi più stravaganti pur di trovare un dominio libero… Insomma, la Rete pone dei vincoli enormi all’identità di un’azienda a partire dalla scelta del nome…

Certo, hai ragione, in realtà è il nome azienda il primo punto di un’identità, e per individuarlo si mettono generalmente in campo i professionisti del Naming: si chiama così. Uno dei loro problemi più grandi è proprio quello di scegliere un nome che non sia solo originale, ma che abbia anche un indirizzo Internet libero, e non solo: che non ne abbia nemmeno di simili e magari già molto famosi. È per questo motivo che tanto le automobili, per fare un esempio, quanto le aziende, cercano sempre di più di inventarsi parole che abbiano suoni facilmente memorizzabili ma che non siano presenti ancora nei dizionari. E’ una ricerca questa che può essere molto lunga e complessa: ormai non basta più chiamarla con il cognome del proprietario o con un misto cacofonico del nome di tutti i prodotti abbreviati e uniti insieme! Come smaltcem…

Ascolta l’audio:

Il linguaggio dei nuovi media

Recentemente, ho riletto in parte un interessante libro di Len Manovich: Il linguaggio dei nuovi media. Lo studioso definisce i nuovi media tramite cinque caratteristiche fondamentali:

  • Rappresentazione numerica. Tutti i nuovi media sono quindi rappresentazioni numeriche. Ciò comporta due conseguenze principali: un nuovo mezzo di comunicazione si può descrivere in termini formali (matematici). Per esempio, un’immagine o una forma si possono descrivere attraverso una funzione matematica; un nuovo mezzo di comunicazione è soggetto a manipolazione algoritmica. Per esempio, con l’applicazione di appropriati algoritmi possiamo rimuovere automaticamente il “disturbo” di una fotografia, migliorarne il contrasto, sfumare i contorni o modificarne le proporzioni. In sostanza, i media diventano programmabili.
  • Modularità. Un nuovo media si compone di parti indipendenti, ognuna delle quali è costituita a sua volta da altre parti indipendenti e così di seguito fino alle componenti elementari. Tali componenti vengono assemblate in strutture di dimensioni più vaste, ma continuano a mantenere le loro identità separate. Gli stessi media si possono combinare in entità mediali ancora più complesse, ma sempre senza perdere la loro indipendenza. Un esempio di modularità è la struttura di una pagina web: essa, infatti, può essere composta da una serie di testi, immagini, video, suoni, scene di realtà virtuale, che possono essere archiviati autonomamente in qualsiasi punto della Rete.
  • Automazione. La codifica numerica dei media e la loro struttura modulare, consentono l’automazione di molte operazioni necessarie per la creazione, la manipolazione e l’accesso ai media. Quindi l’intenzionalità umana può essere rimossa, almeno in parte, dal processo. A “basso livello”, esistono molti esempi di automazione: fotocamere digitali e programmi di fotoritocco sono in grado di correggere automaticamente gli scatti compensando l’imperizia del fotografo; nei film di Hollywood, software di artificial life creano folle di individui digitali che, seguendo una serie di regole, partecipano a eventi o battaglie; molti siti Internet generano automaticamente le pagine web in funzione dell’utente o di altri parametri. E così di seguito. La tecnologia è così efficiente nei processi di automazione e di riproduzione che, all’inizio del XXI secolo, il problema non è tanto quello di creare un nuovo oggetto mediale, quanto quello di trovarne uno esistente.
  • Variabilità. Un nuovo oggetto mediale non rimane identico a sé stesso all’infinito, ma può essere declinato in versioni molto diverse tra loro. In questo senso, la logica dei nuovi media corrisponde alla logica postindustriale della produzione on-demand e del just in time, che derivano anch’esse dall’uso dei computer e dei network informatici. Gli elementi costitutivi dei nuovi media, quindi, vengono immagazzinati in database ed è possibile separare i dati, ossia il contento, dall’interfaccia, per cui dagli stessi dati si possono creare interfacce diverse. Un nuovo oggetto mediale si può allora definire come una o più interfacce per l’accesso a un database multimediale.
  • Transcodifica. I nuovi media si possono leggere su due livelli: culturale e informatico.Al livello culturale corrispondono l’enciclopedia e il racconto, il romanzo e la sceneggiatura, la composizione e l’opinione, la mimesi e la catarsi, la commedia e la tragedia. Al livello informatico appartengono il processo e il pacchetto (i pacchetti di dati che vengono inviati attraverso la Rete), sorting e matching, la funzione e la variabile, il linguaggio del computer e la struttura dei dati. Poiché i nuovi media nascono grazie al computer, vengono distribuiti via computer, e sono archiviati sui computer, i livello informatico finisce inevitabilmente per condizionare il livello culturale.

Manovich ha prodotto questa definizione nel 2001. Con il Web 2.0, il social software, i mash-up, i sistemi debolmente connessi mi sembra di grandissima attualità.

Andrea Camilleri, La pensione Eva

Andrea Camilleri, La pensione EvaLe storie di Camilleri hanno il fascino delle memorie dei vecchi raccontate davanti a un camino. Merito dell’abilità di un grande narratore, che usa la prosa dialettale con grande maestria, e dell’immediatezza della trama attraversata da personaggi ricchi di colore, mai banali, che evocano le figure che popolano la vita di tutti noi.

Citando il risvolto di copertina:

Per le stanze della Pensione Eva, il casino di Vigàta appena rinnovato e promosso dalla terza alla seconda categoria, transitano figure e personaggi di quei provinciali, sonnolenti, tipici anni Trenta che potremmo benissimo aver incontrato in altri indimenticabili romanzi di Camilleri. [...]
Ma le case chiuse non furono solo spazio proibito e in fondo domestico delle prodezze e delle fantasie erotiche di un’Italia addormentata dai languori della carna e dai miasmi del fascismo. Camilleri ne fa lo sfondo – o il primo piano? – di un vero e proprio romanzo di formazione prima dolce e poi crudele. [...]
La pensione Eva è una storia iniziata all’insegna della curiosità sul sesso e si chiude sulla deflagrazione dell’amore, quello più forte della morte, quello destinato a lasciare per sempre nell’aria la scia del suo profumo.

Andrea Camilleri
La pensione Eva
Mondadori
Isbn: 88-04-55434-7

Un tecnico Acer: “noi tecnici, l’ultima ruota del carro”

Un tecnico Acer posta stanotte un commento al post Marco: mai più Acer! Ivan, è questo il nome con cui si firma, ci illustra la sua versione dei fatti, compresa la frustrazone di avere a che fare con sedicenti esperti di informatica per problemi dovuti a un uso improprio dei computer. Poi, al punto 4, fa riferimento alla policy aziendale sulle garanzie e dice:

4) la politica aziendale in merito a cosa è o non è coperto da garanzia non la stabiliamo noi tecnici, siamo soltanto l’ultima ruota del carro, e per quanto a volte ci sembri ingiusto dobbiamo sottostare alle regole che ci vengono imposte, altrimenti ne rispondiamo noi in prima persona.

La possiamo considerare un’esplicita critica del comportamento della azienda per cui lavora? Penso proprio di si e non ci trovo nulla di male. Il problema è che l’opinione di Ivan (che è una di quelle persone che materialmente avvitano e svitano viti, parlano con i clienti e risolvono loro i problemi, anche quelli inesistenti o causati da imperizia) in Acer non conta un granché. E in questo l’azienda taiwanese non è certo un caso isolato!

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Lele Danesi: le tribù sul Web 2.0

Quindicesima puntata della seconda serie di Viaggio nella Rete in onda oggi, 8 marzo 2006, alle ore 14,30 su Isoradio (Fm 103,3). Purtroppo, nella versione andata in onda, è stata tagliata l’ultima domanda per motivi di tempo…

Betrovati con Viaggio nella Rete. Oggi continuiamo la nostra chiacchierata con Lele Dainesi, giornalista e scrittore sulle nascenti abitudini di consumo “tecnologico”. Lele ha lavorato per lungo tempo anche alle strategie e al marketing di un operatore telefonico mobile… La scorsa settimana abbiamo parlato di tribù, ossia di come nella nostra epoca le persone siano alla ricerca di nuove forme di aggregazione sociale. Oggi vorrei ampliare il discorso collegando il tema delle tribù al tuo lavoro: a quello attuale e a quello che facevi fino a qualche tempo fa… Tu sei un membro attivo del mondo giornalistico italiano e della blogosfera, ha un blog e un podcast. I blogger formano una tribù?
E’ un privilegio far parte di entrambi … vedi le cose secondo nuova luce … oggi i lettori hanno la possibilità di scegliere tra la lettura tradizionale o quella “alternativa”. Entrambi sono vere e proprie caste che stanno rubando adepti l’una all’altra … la maggioranza dei giornalisti intelligenti ha imparato a contaminarsi con blogger … alcuni lo sono anche diventati come nel mio caso. Il podcasting è un ulteriore modo di fare blog (via radio). Il blog evolverà verso il mail magazine dove gli autori saranno giornalisti e blogger insieme. Invece credo poco nel nanopublishing, non sono tribù…
Veniamo invece alla domande che riguarda il tuo passato. Ti sei occupato per quattro anni delle strategie di un operatore mobile. Oggi gli operatori mobili stanno usando massicciamente il concetto di tribù. Ci spieghi perché e in quale prospettiva?
Cercano il pubblico giovanile, vogliono coltivare futuri spender … lo affrontano su logiche “da ricerche di mercato” … pochi direttori commerciali hanno davvero idea di cosa accada in Internet perchè non ne fanno parte, non ci sono nati dentro. Se sei laureato all’Insead la tua forma mentis, i valori che persegui non sono tribali nel senso delle tribù dei consumatori, difficile che i prodotti riscontrino il senso della partecipazione che è così forte tra le tribù sul web…
Confermi una mia impressione. Ad esempio, oggi si fa un gran parlare di televisione sul cellulare, la cosiddetta mobile TV, ma lo si fa immaginando che il telefonino sia semplicemente un altro canale al pari del satellite o del digitale terrestre per fare broadcasting. Invece, oggi, gli utenti più evoluti su Internet producono e si scambiano video amatoriali e li guardano con l’iPod…
Sono cresciute le aspettative sui modi di consumare TV… I blog insegnano il citizen journalism, ma siamo ancora un passo indietro. Prima metteranno in onda canali che già ci sono sul multipiattaforma, oggi stiamo entrando appieno nell’era dell’on-demand, in futuro metto i contenuti che creo io x tutta la mia tribù…
Con questa puntata Lele Dainesi ci lascia e noi lo salutiamo ringraziandolo per la disponibilità. Viaggio nella Rete torna mercoledì prossimo alle 14,30 con un nuovo ospite. Buon viaggio con Isodario da Nicola Mattina.

Ascolta l’audio:

Paul Auster, La musica del caso

auster_lamusicadelcaso.gifLa storia inizia pressappoco così: «Per un anno intero non fece altro che guidare, viaggiando avanti e indietro per l’America nell’attesa che i soldi finissero. Non aveva pensato che sarebbe continuato così a lungo, ma una cosa ne portò con sé un’altra, e al momento in cui Nashe si rese conto di ciò che gli stava accadendo, non aveva più la possibilità di desiderare che finisse. Il terzo giorno del tredicesimo mese incontrò il ragazzo che si faceva chiamare Jackpot. Fu uno di quegli incontri casuali, imprevisti, che sembrano nascere dall’aria sottile – un ramoscello spezzato dal vento che improvvisamente atterra ai tuoi piedi. Fosse capitato in qualunque altro momento, Nashe probabilmente non avrebbe aperto bocca. Ma poiché si era già arreso, poiché credeva che non ci fosse più niente da perdere, considerò l’estraneo come una sorta di sospensione della pena, come un’ultima possibilità di fare qualcosa per sé prima che fosse troppo tardi. E proprio per questo non ebbe esitazioni. Senza il minimo tremito di paura, Nashe chiuse gli occhi e saltò.»
E continua alimentando l’attesa per un grande finale, uno di quei finali catartici che redimono il protagonista e ne fanno una persona migliore. Purtroppo il libro non finisce così: inaspettatamente si interrompe in modo un po’ insensato e deludente. Peccato, perché nel complesso è un libro molto ben scritto… e non potrebbe essere diversamente, visto l’autore :-)

Paul Auster
La musica del caso
Guanda, 2003
Isbn: 88-8246-151-3

Newsvine diventa pubblico

Newsvine è uscito dalla fase di beta test il primo marzo: è un sito assai ben congegnato e di grande interesse per il mondo dell’informazione.
L’idea è semplice e potente: newsvine propone le notizie di Associated Press e di ESPN. I lettori possono commentare le notizie e votarle se le ritengono interessanti o importanti. Il numero di commenti, voti, l’attualità e una serie di altri parametri (non è detto esplicitamente, ma immagino che ci sia comunque una redazione che fa un po’ di agenda setting) determinano l’importanza della notizia e quindi la sua posizione.
I lettori possono inoltre proporre degli editoriali (column). Mentre scrivo, nella homepage del sito, accanto alle notizie di AP, ci sono alcuni editoriali scritti da non professionisti che hanno ricevuto un discreto numero di commenti e quindi hanno guadagnato l’onore della prima pagina (come questo articolo polemico su Bush: Can you name three things Bush has done right?).
In altri termini, newswine è l’incontro tra media mainstream e blogosfera. C’è un flusso di notizie prodotto da professionisti (tendenzialmente neutrale in quanto prodotto da un’agenzia di stampa) e un flusso di opinioni proveniente dai lettori. Questi ultimi contribuiscono all’agenda setting della testata influenzando la posizione delle notizie.
E’ questo il futuro dell’informazione? Difficile da dire. Tuttavia, la “democratizzazione” introdotta con il contributo dei lettori mi sembra un elemento di grande interesse in quanto sottrae all’esclusivo controllo di una redazione la determinazione di quali sono gli argomenti che meritano attenzione.

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Fallo capire alla moglie

I vari decaloghi di Guy Kawasaki mi hanno un po’ stancato, ma quello di oggi (The Art of Raising Angel Capital) è divertente: offre alcuni suggerimenti su come convincere un business angel a investire nella vostra idea. Al punto 6, c’è scritto:

Fai in modo che l’affare sia comprensibile anche per la moglie [...] Nel caso di un business angel, il comitato di investimento consiste generalmente di una sola persona: sua moglie. Quindi, se state chiedendo dei soldi per un “client-server open source OPML carrier class enterprise software”, fate in modo il vostro angelo sia in grado di rispondere alla signora quando lei gli chiederà: “su che cosa stiamo puntando questi 100.000 dollari?”.

Ottimo suggerimento per qualsiasi tipo di potenziale investitore: spesso e volentieri, infatti, anche gli investitori professionisti non hanno competenze tecniche così approfondite da capire al volo perché quella determinata tecnologia è un buon investimento o meno.

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Intervista a Lele Dainesi: le tribù digitali

Quattordicesima puntata della seconda serie di Viaggio nella Rete in onda oggi, 1 marzo 2006, alle ore 14,30 su Isoradio (Fm 103,3):

Bentrovati con Viaggio nella Rete. La nostra esplorazione attorno ai temi delle identità digitali tocca oggi il tema delle tribù. Ne parliamo con Lele Dainesi, giornalista e scrittore sulle nascenti abitudini di consumo “tecnologico”, columnist tra l’altro dello storico mensile Web Marketing Tools, autore del canale podcast di Key4Biz.it dedicato alle interviste sull’high-tech ai Ceo italiani e editor del primo mail magazine italiano Peppersushi.com.
In un epoca caratterizzata dall’affrancamento dai legami sociali tradizionali, gli individui hanno la libertà di scegliere i gruppi a cui partecipare liberamente. Il diritto alla libertà coinvolge ogni aspetto della vita quotidiana: l’individuo si libera quindi dagli ideali collettivi in termini di educazione, famiglia e sesso e mette in atto un processo di personalizzazione che gli permette di gestire liberamente i propri comportamenti. Una delle conseguenze di questa spinta è la ricerca di nuove aggregazioni sociali… perché parliamo di tribù?
In rete si è parlato fin dal 1994 di comunità virtuali. La rete favorisce la comunicazione e l’aggregazione tra pari. Al modello comunitario del web 1.0 (le università, i giornalisti, le aziende) spesso univoco, oggi si sostituiscono le tribù (appartenenza a più categorie come l’essere umano ha più identità). Stiamo microparcellizzando le nostre identità digitali. Io, ad esempio, appartengo alle tribù dei podcaster, blogger, giornalisti, scrittori, docenti universitari, amanti di Macintosh … contemporaneamente.
Oggi esistono tribù molto diverse tra di loro. E alcune di esse si formano grazie alla presenza di tecnologie che potremmo definire abilitanti. Mi riferisco, ad esempio, al fenomeno del peer to peer.
E’ un fenomeno sociale molto importante e consiglio a tutti, manager compresi, di guardare sotto la superficialità della battaglia legale in corso (sacrosanta perchè il diritto d’autore non si deve buttare a mare). Chi fa parte di questa tribù esprime un nuovo “valore” da affiancare al valore d’uso e al valore economico che è il valore di scambio. Credibilità, reputazione, status sono importanti quanto dirigente, commendatore, ricco faccendiere. Chi detta i trend dell’high-tech sono sempre più i primi e sempre meno i secondi. I primi sono sempre più influenti, sapere usare le tech significa sapere influenzare gli altri, è potere. Non va sottovalutato!
Lele, grazie per essere stato con noi.
Grazie a voi… è un grande privilegio aver potuto condividere queste riflessioni con tante persone all’ascolto…
Vi ricordo che Viaggio nella Rete torna mercoledì prossimo alle 14,30. Buon viaggio con Isoradio da Nicola Mattina.

Ascolta l’audio: