Archivio mensile:maggio 2006

Undici anni fa…

Lunedì mi arriva un’email del mio amico Fabio… inizialmente la confondo con la solita catena di Sant’Antonio, poi – in un momento di pausa – ci ritorno su: è il racconto della sua sessione di laurea. A me è piaciuto: è una storia minima familiare ai più :-)

Undici anni fa, più o meno a quest’ora, faceva caldo proprio come oggi… era lunedì proprio come oggi. L’aula era gremita, tra l’altro non era un aula da grande occasione, l’aula magna o qualcosa di simile, era una normalissima aula da lezione, con ancora gli appunti di gesso disegnati, i cartoccetti in terra, qualche zaino nelle ultime file… insomma, una normalissima aula 8 come in tutte le altre università italiane (almeno credo).
In prima fila si alternavano i genitori, le fidanzate, gli amici più stretti, i curiosi dell’ultima domanda, i colleghi di sudore, chi in giacca e cravatta, chi già con la polo e i bermuda. L’aula aveva una temperatura fisica e psichica altissima, la fronte dei candidati imperlata di sudore, lo sguardo dei commissari a mezz’asta, quasi già a immaginarsi l’ennesima sfornata di dottori ingegneri a caccia di gloria, i tavoli pieni di slide rilegate a colori e tesi di laurea rilegate la mattina senza indice (a volte anche senza capitoli…), la risma di carta distribuita tra i candidati impegnatissimi a dimostrare l’ultimo integrale della storia, quello che ovviamente è irrisolvibile ma che non te l’avevano detto così che avevi potuto passare l’ultimo mese della tua brillante carriera universitaria a bestemmiare anche di notte di fronte a quella trasformazione polare senza senso…
Era in effetti l’ultimo capitolo di una bella avventura, durata per la verità un po’ troppo e, come per tutte le avventure che si rispettino, bisognava trattenere il fiato fino all’ultimo sperando nel lieto fine ma con la sfiga sempre dietro l’angolo, pronta ad entrare in gioco!
Come tutti gli ultimi capitoli, doveva un po’ rappresentare la summa di quanto avvenuto in tutto il romanzo e quindi gli ingredienti c’erano tutti, dal groppo in gola pre-esame (per non definirlo panico), alla voglia di lanciare (o buttare direttamente al secchio) libri e appunti, dalla faccia enigmatica del professore, allo sguardo “pencio” (mi scuso per chi non sa il significato, ma non è traducibile in italiano… è quasi una categoria filosofica…) del prof. Picardi, dalla cravatta disneyana dell mitico Tullio, alla faccia sudata e persa del buon assistente.
Vabbe’, per farla breve, undici anni fa mi stavo per laureare e stavo soffrendo come un cane… forse già sapevo che era la fine di una lunga guerra e l’inizio di una nuova battaglia :-)
Voi adesso mi direte: e a noi? Avete ragione, avete perso cinque minuti di questo pomeriggio soffocante e quindi avete tutto il diritto di mandarmi a quel paese… ma oggi mi andava di scrivere queste memorie perché con questo caldo non mi va di fare altro!

Il genitore e il suo nemico

Il Corriere della Sera del 15 maggio 2006 dedica un’intera pagina (la 25) ai metodi adottati dai Vip per “educare” i propri figli. Si parte da Gwynet Paltrow e Madonna per arrivare alle nostrane Nancy Brilly, Milly Carlucci e Maria Teresa Ruta. Non mancano cenni ai metodi di Montessori, Spock, Brazelton, Steiner e alle nuove super tate americane e inglesi: dall’inflessibile Gina Ford, alla più morbida Penelope Leach, senza dimenticare Rachel Waddilove, tata della coppia Paltrow-Martini.
L’articolo esordisce con i suggerimenti di quest’ultima bambinaia: “mai cullare il bimbo per farlo addormentare: il neonato va messo nella culla sveglio. Piangere per venti minuti poi non gli fa male”. E via dicendo con tanto di ammonimenti per i danni che un atteggiamento troppo morbido potrebbe causare alla creatura in età adulta. Alice Miller definirebbe questa “pedagogia nera”.
Il problema, a quanto pare, è rappresentato essenzialmente dalle richieste dei piccoli: la risposta è insegnare loro che non possono essere esaudite. Il pargolo diventa un antagonista che va gestito e irreggimentato. Le regole servono essenzialmente a mettere tranquilli i genitori ed evitare loro la “tirannia” di un essere che, non avendo ancora sviluppato il ragionamento, si affida all’istinto. E l’istinto dice che l’assenza della mamma significa assenza di cibo e protezione ossia, in altri termini, rischio per la propria vita. La natura ci ha programmato per sopravvivere e le possibilità di sopravvivenza di un neonato stanno nelle sue corde vocali, nella capacità di strillare forte e di segnalare la sua presenza, invocando l’attenzione delle persone che si devono prendere cura di lui.
La risposta a questo bisogno di accudimento è paradossalmente l’abbandono: si mette il bambino nella culla da sveglio, magari gli si spegne la luce, e lo si lascia nel nulla attendendo che si addormenti per sfinimento: complimenti per la pensata. Certo, in questo modo, dopo una settimana o due, il bambino si rassegna al suo destino e abbiamo raggiunto un grande obiettivo: finalmente non rompe più le scatole e possiamo andare tutti a letto tranquilli. Il passo successivo sono gli psicofarmaci. Le case farmaceutiche hanno già inventato la sindrome: si chiama Attention Deficit Hyperactivity Disorder e si cura con il Ritalin :-(
Ha ragione Paolo Crepet quando dice che la nostra è una società che odia i bambini.

Technorati Tags: , , , , , , , ,

Protesta contro Telecom Italia

Premessa: questo è una protesta contro Telecom Italia. Sto aprendo un ufficio e ho avuto la brillante idea di fare un abbonamento con mamma Telecom per la linea telefonica e l’adsl. La prima è stata attivata rapidamente e senza particolari problemi. Della seconda non c’è traccia alcuna. Ho chiamato almeno sei o sette volte il 191 per ascoltare la solita irritante musichetta, un po’ di informazioni commerciali e una serie di risposte di fantasia. Un operatore mi ha anche attaccato il telefono in faccia.

Fino a ieri il problema sembrava essere lo spedizioniere, che non consegnava il router e “senza il router di Telecom non è possibile usare il servizio perché adesso funziona con una smart card”. Mah! Chiedo ad alcuni amici che lavorano a Parco de’ Medici a Roma e mi dicono che non è vero: “non c’è alcun motivo per cui tu non possa usare Alice con un qualsiasi router”. Richiamo Telecom e richiedo ulteriori spiegazioni: per capire se l’operatore ti sta dicendo una balla basta andare nello specifico e io chiedo di indicarmi una Url con i dettagli tecnici. Ovviamente, l’operatore non sa rispondere.

Superato lo scoglio del router (che non mi è ancora arrivato nonostante abbia fornito i recapiti miei e della mia socia, i numeri di cellulare, la disponibilità ad andare a prendere l’oggetto a un magazzino) il problema cambia. Adesso, pare che ci sia un intoppo tecnico non meglio identificato per cui non è stato ancora possibile attivare il servizio. “La richiameremo entro 24/48 ore” è la risposta di rito per concludere la telefonata accompagnata da rassicurazioni più o meno fantasiose del tipo: “non si preoccupi, le ho alzato la priorità dell’intervento”.

Chi ha visto i call center anche dal lato dell’operatore, sa perfettamente come sono costruite le procedure e quali sono i limiti di sistemi di Crm. L’operatore non ha idea di quello che sta accadendo alla mia linea adsl (se lo sa, non si azzarda a dirlo) e non è in grado di risolvere il problema: non può fare altro che attivare una procedura di richiesta, che seguirà un tortuoso iter verso un altro reparto.

Quando ho richiesto l’attivazione, mi avevano assicurato che ci sarebbero voluti 30 giorni e mi sembrava già uno sproposito. Oggi siamo ben oltre quel limite e io pago l’affitto di un ufficio che di fatto non posso usare. Mi sta venendo voglia di chiedere il rimborso dell’affitto per il periodo di inattività: farò una verifica con l’avvocato.

Dell’uso della parola “email”

Ho mutuato la definizione “mail magazine” da Lele Dainesi, autore di PepperSushi. Lo preferisco a quello di “newsletter”, perché quest’ultimo è uno strumento ancorato ai media tradizionali e come tale non prevede interazione: dei contenuti recapitati per posta elettronica, invece, possono essere oggetto di manipolazione da parte del destinatario.

In questo contesto, non posso che accogliere l’osservazione di Michele Morganti, che giustamente e argutamente mi fa notare:

E va bene, ci siamo stufati di Newsletter e ora la chiamiamo “Magazine”… sempre meglio di “Lettera di notizie” e di “Immagazzinamento”… ;-)
Ma io mi aspetterei della carta da un “Mail Magazine”, mentre mi aspetterei dei bit per un “Email Magazine”, che è meglio di “E-mail Magazine” dove il trattino indica ancora incertezza e precarietà del termine, mentre la sua assenza denota l’ingresso della parola “email” nei termini di uso comune, in modo definitivo! ;-) Per lo stesso motivo correggo sempre “mandami una mail” con “mandami un’email”… con apostrofo perché dichiaratamente femminile: come dice Severgnini “L’email è rapida, intuitiva e tempestiva: quindi femminile, senz’altro”.

Ha richiesto un po’ di lavoro di sistemazione dei link, ma adesso il mio sito ha adottato senza incertezza la parola email, come suggerito da Michele :-)

Richard Edelman: il terreno frana sotto i nostri piedi

Toni Muzi Falconi mi ha chiesto di tradurre e commentare l’intervento che Richard Edelman ha tenuto in occasione della premiazione con cui gli è stato assegnato il National Public Relations Achievement Award. Ripubblico il pezzo on line da oggi sul sito di Ferpi:

Mia nonna passava molto tempo davanti alla televisione e le attribuiva molta autorevolezza. “L’hanno detto al telegiornale” era una frase pronunciata con l’intenzione di avvalorare una tesi o confermare una notizia. In quella generazione, c’era un timore reverenziale verso ciò che veniva percepito come istituzione. L’ignoranza fa vedere certe cose come grandi, importanti, insondabili, irraggiungibili. Un’organizzazione, per il fatto stesso di essere istituzione, gode di un’aura che la pone in una posizione di vantaggio rispetto al consumatore, al cittadino, al lettore o al telespettatore, disposto a concedere “gratuitamente” una certa dose di fiducia. Oggi, tale aura si affievolisce man mano che le persone, oltre al benessere materiale, acquisiscono competenze e consapevolezze che le rendono sempre più esigenti e disponibili a valutare soluzioni nuove, quando quelle sperimentate tradiscono le aspettative.
E’ il punto di partenza di Richard Edelman che parla esplicitamente di crisi di fiducia nelle istituzioni (governo, media e affari), travolte da scandali che è sempre più difficile nascondere o insabbiare. E’ uno scenario che coinvolge in modo determinante la comunicazione, perché è verso istituzioni che i relatori pubblici indirizzano i propri messaggi affinché siano amplificati e raggiungano con credibilità e autorevolezza le masse. Non solo: sono sempre istituzioni a essere la fonte di messaggi, che – in definitiva – sono destinati ad avere ancora meno credibilità.
Le persone, dice Edelman, si fidano dei loro pari, di coloro che conoscono e che fanno parte della propria cerchia. E’ il chiaro risultato che emerge dall’Edelman Trust Barometer, uno studio condotto annualmente dall’agenzia. E’ a un nostro pari, a cui attribuiamo competenza su un certo argomento, che chiediamo consiglio per l’acquisto di un prodotto, o con il quale ci confrontiamo per formulare la nostra decisione di voto e così di seguito.
I nuovi media conferiscono nuovi significati alle parole pari e passaparola. La disponibilità di un’infrastruttura di rete come Internet, permette di partecipare a comunità che non hanno confini geografici, demografici o limitazioni legate all’appartenenza a determinati gruppi sociali. In questo senso, Robert Scoble, chief blogging officer di Microsoft, è un mio pari perché siamo entrambi blogger e condividiamo lo stesso approccio alla comunicazione. Lo è più di quanto non lo sia un relatore pubblico italiano, la cui attività si limita all’ufficio stampa o all’organizzazione di eventi.
Parallelamente, poiché Internet ha reso marginali i costi di memorizzazione e distribuzione delle informazioni, il passaparola è diventato un patrimonio di conoscenza, che viene costantemente alimentato grazie a fenomeni come i blog. Il mio blog contiene molti articoli che riguardano prodotti e servizi che ho acquistato. Alcuni di questi articoli hanno ricevuto molti commenti da parte di altri utenti, che hanno confermato o smentito le mie impressioni e le mie opinioni. In altri termini, in certe occasioni, le cose che ho scritto su un certo argomento hanno innescato una conversazione, che si è anche propagata in altri siti. Queste conversazioni rimangono memorizzate nei motori di ricerca e divengono un patrimonio di conoscenza a disposizione di utenti, consumatori, elettori, etc.
Per un relatore pubblico è un’opportunità e una minaccia allo stesso tempo. La minaccia nasce dal fatto che sarà sempre più difficile trincerarsi dietro i giochi di parole. Mi domando, ad esempio, quanto possa essere sostenibile la scelta di una società come Disney, che, costretta a pubblicare un risibile codice di condotta per giustificare l’uso di fornitori cinesi che non hanno alcuna remora a schiavizzare i lavoratori con la connivenza del governo, lo fa mettendo in linea il testo in forma di immagini affinché non sia indicizzato dai motori di ricerca.
Insomma, penso che sarà sempre più difficile per i relatori pubblici fare da paravento a pratiche aziendali discutibili grazie alla capacità di influenzare l’agenda dei media tradizionali. Edelman insiste molto sui concetti di trasparenza, onestà, integrità; sulla necessità di avere uno scambio franco di idee e di non abbandonare la verità.
Sono considerazioni che vanno al di là dei tecnicismi, della capacità di usare un aggregatore di feed Rss (abilità che diventerà comune come lo è diventato l’uso della posta elettronica) o di confezionare un podcast. E’ una questione di atteggiamento e di disponibilità a mettere in discussione il proprio ruolo: da alfiere di una reputazione troppo spesso artificiosa a partecipante a un dialogo franco e onesto tra organizzazione e i suoi interlocutori.