Archivio mensile:luglio 2006

Sunlight Foundation: la politica alla luce del sole

Dopo il voto positivo della Camera, oggi, la proposta di indulto andrà in Senato per una frettolosa discussione e il voto notturno: una solerzia degna delle urgentissime leggi ad personam del governo Berlusconi. In questa sede, però, non mi interessa discutere del merito del provvedimento, quanto dell’iniziativa di Antonio Di Pietro, che ha pubblicato la lista dei deputati che hanno votato sì (Chi ha votato a favore dell’indulto).

A me sembra un’iniziativa corretta e meritevole di attenzione. Non si tratta, come sostiene qualcuno, di una lista di proscrizione, ma di un atto di trasparenza che dovrebbe essere adottato in modo sistematico. Le informazioni che riguardano l’attività parlamentare sono pubbliche e accessibili a tutti i cittadini. Il problema è la facilità di accesso: come dimostrano i documenti utilizzati da Di Pietro, infatti, occorre non poco lavoro per passare dalle tabelle degli atti parlamentari all’elenco di nomi pubblicato nel sito dell’ex magistrato.

A prescindere dal merito della questione, a Di Pietro va un plauso per aver permesso al cittadino l’accesso a un’informazione altrimenti difficile da raggiungere. Se questa possibilità di verifica e controllo fosse sistematica, probabilmente verrebbero meno molte tentazioni: dai compromessi sui principi (l’epoca dei grandi ideali è finita da un bel po’) agli scambi di voti (con la finanziaria non si fanno solo i conti dello Stato, almeno a giudicare dal numero di emendamenti a favore di questo e quello).

popuppol.gifLa pensa così anche la Sunlight Foundation. Nata all’inizio del 2006, si propone di utilizzare il potere della tecnologia dell’informazione per permettere ai cittadini americani di sapere cosa fanno i loro rappresentanti al Congresso con l’obiettivo di “ridurre la corruzione, assicurare maggiore trasparenza e promuovere la fiducia nelle istituzioni democratiche”. La fondazione mette a disposizione dei blogger un interessante widget (Pop Up Politicians): se parlate di un politico, potete formattare il link in modo che generi un fumetto con i link a una serie di siti come Congresspedia (probabilmente la più interessante), a quella dei dati finanziari di Open Secrets oppure all’archivio delle votazioni curato dal Washington Post.

In un successivo post indagherò quanto è facile seguire una proposta di legge in Italia e sapere come votano i parlamentari eletti nel mio collegio (purtroppo, questa sciagurata legge elettorale ha lasciato ai partiti la decisione su chi ci dovesse rappresentare… speriamo la cambino presto!).

Normalizzazione dei tag: strategie

Insieme con Enzo Augieri, stiamo realizzando una piattaforma per il giornalismo collaborativo. Uno degli aspetti su cui ci stiamo concentrando riguarda la classificazione degli articoli, per la quale abbiamo deciso di adottare un approccio basato sulle folksonomy.
Come ho scritto in un precedente post (Folksonomy: questione di semantica), affidare l’assegnazione di parole e frasi chiave agli utenti pone molti problemi, tra cui quello della normalizzazione dei termini. Infatti, un’entità si può indicare in vari modi e, in assenza di istruzioni, un utente è autorizzato a considerare “S. Nicola”, “San Nicola” o “sannicola” soluzioni equivalenti.
E’ ovvio che non si può immaginare che l’utente impari quale grafia utilizzare: in altri termini, nel nostro contesto, la normalizzazione dei dati è un’utopia e probabilmente non è neanche una soluzione desiderabile. Abbiamo quindi deciso di sperimentare dei sistemi che permettano di diminuire il rumore dell’informazione.
Tra le varie ipotesi passate al nostro vaglio, abbiamo deciso di iniziare implementando una funzione di autocompletamento:

tag_completion.gif

Man mano che l’utente scrive un tag, il sistema cerca quali sono le parole che iniziano con i caratteri che ha utilizzato fino a quel momento e le propone in una tendina. Il meccanismo è abbastanza semplice da usare e una piccola animazione rende evidente che il sistema sta reagendo all’input dell’utente: finora ha sortito un buon effetto.
Ovviamente, ci sono delle controindicazioni in quanto la funzione dipende in modo sostanziale dalle performance della rete e quindi ci sono dei casi in cui non si riesce a mostrare i suggerimenti abbastanza in fretta. Tuttavia, la strada intrapresa si sembra promettente e pensiamo di approfondirla e svilupparla. Il prossimo passo potrebbe essere presentare i suggerimenti in ordine di popolarità dei tag invece che in ordine alfabetico, oppure individuare una strategia di caching per affrontare i casi di scarse performance della rete.

Time sheet: tracciare il tempo in “tempo reale”

Nel web 2.0. alcune delle applicazioni più popolari sono destinate a liberi professionisti o piccole aziende (ad esempio: Basecamp di 37signals).

La scorsa settimana ho ricevuto un invito a provare Tickspot, un sistema per gestire i time sheet piuttosto ben fatto: tanto che penso che potrei usarlo in un futuro molto vicino. Evidentemente, il tema sta ottenendo un po’ di attenzione perché qualche giorno fa mi è anche capitata sotto gli occhi una recensione di Slimtimer.

Slimtimer introduce un concetto molto interessante, almeno per chi svolte gran parte della sua attività tramite un computer connesso alla rete. L’idea è quella di utilizzare un timer (Slimtimer usa una piccola pagina web, ma penso che sarebbe più efficace un agente da istallare sul proprio computer) che si fa partire quando si inizia un’attività e si ferma quando la si finisce. In questo modo, il calcolo del tempo è automatico e non è necessario riempire una form. Ovviamente sarà necessario integrare i dati acquisititramite il timer, però il concetto di “documentare” l’informazione quando essa si forma è estremamente interessante e merita un approfondimento.

Quante volte siete obbligati a fornire manualmente informazioni che potrebbero essere acquisite automaticamente da un sistema e poi sottoposte a una più semplice verifica?

La vecchia locanda, Roma

La prima volta ci siamo andati con un gruppo di amici ed era ancora primavera: l’impressione era stata complessivamente positiva. La seconda volta ci siamo tornati con mio padre ed è andata un po’ meno bene (la carne al sangue era invece ben cotta). Stasera, ci siamo tornati con amici ed è stato disastroso: quasi due ore per avere una pizza mediocre.

La vecchia locanda è a due passi dal Corviale, in un posto dove non ti aspetteresti un casale, un grande giardino e il cortile con il pozzo al centro. Un posto perfetto se sei a cena con dei bambini, che hanno voglia di scorrazzare tra i tavoli e che possono sfogarsi sul prato. L’ambientazione compensa quindi una cucina casareccia di media qualità, la solita carne alla griglia e la pizza romana (bassa, ma non scrocchiarella).

Però a tutto c’è un limite: stasera i camerieri vagavano senza controllo; ci hanno fatto sedere a un tavolo e poi ci hanno chiesto di alzarci perché era stato assegnato ad altri; hanno sbagliato l’ordinativo dell’antipasto; infine – dopo quasi due ore di attesa – hanno portato le pizze praticamente fredde e a rate. Una serata da dimenticare… fortuna che io e Patrizia siamo stati impegnati a turno, prima a rincorrere Beatrice per tutto il ristorante e, poi, a ninnarla per farla addormentare.

Il conto finale è stato di 49 euro per quattro persone (pizze, un supplì, una porzione di olive, due birre e due acque minerali).

La vecchia locanda
Via Portuense, 863 – Roma
Tel. 06.6550684

Un approccio originale alla paginazione

Humanized, una giovane e piccola società di Chicago specializzata in web design, propone un efficace stratagemma per affrontare il problema della suddivisione in più pagine di lunghe liste di contenuti (ad esempio: il risultato di una ricerca). Invece dei classici numeri accompagnati dalle due freccette destra e sinistra, viene utilizzato un meccanismo automatico: quando l’utente arriva in fondo alla pagina, il software carica automaticamente il pezzo di lista che comparirebbe nella pagina successiva e così di seguito (il meccanismo è utilizzato in un progetto di aggregatore che si chiama Vimeo).

Il meccanismo di scrolling di Humanized

In questo modo, la pagina continua ad allungarsi e non è necessario cliccare per scorrere i contenuti avanti e indietro. Lo stesso sistema è stato adottato da Live.com con il nome di infinite scrolling: “una cosa che abbiamo imparato dalle nostre ricerche con gli utenti – dice Robert Scoble, ex blogger di Microsoft – è che la maggior parte delle persone non clicca sul link ‘pagina successiva’. E allora ce ne siamo liberati, scoprendo che chi usa Live.com consulta più risultati di quanto non facesse con il sistema tradizionale.”

37signals sostiene che l’inconveniente della soluzione di Humanized è rappresentato dal fatto che la barra di scorrimento perde la funzione di indicatore della lunghezza della pagina (no more “more” pages?): mano a mano che si procede con lo scrolling, infatti, il cursore della barra diventa sempre più piccolo. A me sembra non del tutto corretto: aggiungendo nuovi contenuti, infatti, la pagina diventa più lunga e il ridimensionamento del cursore è conseguenza di questa nuova situazione.

E’, invece, vero che in questa situazione diventa difficile utilizzare il cursore per tornare a un punto che si è già visto: funzionalità che non ho praticamente mai usato, perché normalmente le pagine web non sono mai molto lunghe.

Terra incognita

Beatrice al mareCamminare sulla terra, sull’erba, sull’asfalto, su un pavimento di mattonelle o di parquet… pestare una grata, un tombino o uno zerbino… superare una soglia o sorpassare un piccolo dislivello… sono cose scontate, salvo che tu non le abbia mai fatte prima.
All’inizio mi ha lasciato un po’ perplesso osservare mia figlia che affrontava timorosa il passaggio su un tombino: se ne stava lì indecisa se tentare l’impresa o circumnavigare quella superficie sconosciuta.
Allora mia moglie Patrizia si è assicurata di essere osservata da Beatrice e le ha mostrato che sì, si poteva camminare anche sul tombino e che non c’era pericolo. Dopo qualche esitazione, la piccola ha trotterellato in avanti con un grande sorriso; si è girata e ha provato anche nell’altro verso; e poi ancora per qualche volta per essere sicura che non ci fossero variazioni sul tema.
Questo episodio mi ha fatto rammentare due cose:

  • non è detto che una persona sappia le stesse cose che sai tu. Nel mio lavoro è una consapevolezza di fondamentale importanza: spesso chi progetta un prodotto o un servizio fallisce proprio perché presuppone che chi utilizzerà il manufatto abbia delle conoscenze e delle competenze che invece non ha (e che magari non è interessato ad acquisire);
  • verifica sempre le ipotesi. Il primo corso universitario che ho avuto la fortuna di frequentare era metodologia delle scienze sociali ed era tenuto da Dario Antiseri, che – per un semestre – ci ha proposto Karl Popper in tutte le salse. Il filosofo del falsificazionismo, ha detto anche che: “La funzione delle percezioni è quella di formarsi, in base ad esse, un’aspettativa, ovvero di ipotizzare ciò che accadrà negli istanti successivi.” Passando e ripassando sul tombino, Beatrice ha prima formulato un’aspettativa e poi l’ha confermata più volte fin quando è stata ragionevolmente sicura che non vi sarebbero state variazioni. Da adesso in poi affronterà i tombini i modo automatico con la consapevolezza di poterli calpestare senza pericolo. Se trasferiamo questo meccanismo nel mondo della user experience, ci accorgiamo di quanto sia poco produttivo realizzare delle interfacce che contraddicono ciò che l’utente ha imparato e usa senza ulteriori sforzi cognitivi.

Dungeon and Dreamers: l’evoluzione della cultura dei computer game

Se riuscite a superare l’impatto dell’orrida copertina, Dungeon and Dreamers è una lettura interessante e piacevole che racconta come sono nati e come si sono evoluti fino al 2003 i giochi elettronici. O meglio: un certo tipo di computer games. La parola Dungeon che compare nel titolo, infatti, restringe il campo di indagine ai giochi di ruolo come Ultima e ai cosiddetti frag, come Doom e Quake della idsoftware. Pochi accenni, invece, alle console, ai videogiochi sportivi o a quelli da bar.

Star indiscussa del libro è Richard Garriot (Lord British) il creatore di Ultima e della Origin (oggi inglobata dalla Ea), di cui si narrano gli esordi sin dall’adolescenza. Meno apprezzati, invece, Carmack e Romero che hanno creato Doom e Quake. E poi, spazio ai primi giocatori che hanno fatto la storia come Thresh, che, grazie alla sua abilità, ha vinto la Ferrari di Carmack (tutti i link alle biografie portano a una voce su Wikipedia).

Dungeon and Dreamers meriterebbe un seguito: il libro, infatti, è stato pubblicato negli Stati Uniti nel 2003 e gli autori non hanno fatto in tempo a documentare la nascita di una nuova categoria di mondi virtuali, come Second Life e There, che portano il mondo dei videogiochi verso una platea molto più ampia degli appassionati di fantasy o di stragi digitali. Si tratta, infatti, di vere e proprie realtà digitali, complementari o alternative a quella in cui ci muoviamo fisicamente.

Brad King e John Borland
Dungeon and Dreamers
Mc Graw Hill
Isbn: 88-386-4365-2

Folksonomy: questione di semantica

Le folksonomy (come probabilmente tutte le tassonomie) pongono numerosi problemi dal punto di vista semantico. Le lingue, infatti, presentano molte ambiguità: ad esempio, una medesima parola può significare cose diverse (polisemia) e, allo stesso tempo, più parole possono indicare lo stesso concetto (sinonimia). Queste ambiguità influiscono in modo determinante sull’efficacia delle classificazioni proposte dagli utenti di Internet quando assegnano delle parole chiave o delle frasi chiave (tag) a una pagina web.

E’ una situazione che possiamo sperimentare assai facilmente in siti come Technorati, Flickr o Delicious. Partiamo da Technorati e cerchiamo il termine “difesa” tra i tag: oggi, domenica 16 luglio, troviamo i seguenti risultati che ben illustrano le ambiguità legate alla polisemia:

Technorati: alcuni risultati cercando il termine difesa tra i tag

Il primo risultato (Evacuati da Beirut i cittadini italiani: la Difesa prepara il loro ritorno in Patria) fa riferimento al ministero della Difesa e al ministro della Difesa.
Nel secondo (Tutti Tibetani) si parla di difesa di un popolo e quindi il termine viene usato con il significato di “atto del difendere”.
Il terzo risultato porta a una pagina non più on line, mentre il quarto (Il biscotto è pronto) parla delle disavventure giudiziarie della Juventus e propone la parola difesa nel significato di: “ciò che si scrive o si dice per difendere se stessi o altri da accuse, calunnie, ecc.; in particolare, intervento con cui il patrocinatore legale di un imputato difende, nel corso di un processo, il proprio assistito”. E così di seguito.

Per affrontare il problema della polisemia, Flickr propone uno stratagemma piuttosto interessante: restringere il significato di un termine associandolo ad altri termini (cluster). Un ottimo esempio di cluster è quello che si riferisce alla parola Tiger, per il quale sono stati creati quattro raggruppamenti:

Flickr: i cluster per il tag tiger

Il primo associa il termine tiger ad parole che ne circoscrivono il significato a: “feroce carnivoro dei felini, molto astuto e agile; ha corpo snello e flessuoso, ricoperto da una pelliccia giallastra con strisce scure; vive in varie zone dell’Asia meridionale e spec. nelle folte giungle dell’India”. Il secondo si riferisce al sistema operativo della Apple. Il terzo a un fiore e il quarto a una farfalla.

E’ interessante notare che i cluster fanno contemporaneamente uso di sinonimi, iperonimi e iponomi: in altri termini esistono molto strategie per circoscrivere il significato di un termine.

Biglietti da visita

Robert Scoble propone una divertente e interessante lista di caratteristiche che un biglietto da visita dovrebbe avere per essere efficace (Business card best practices). Tra gli accorgimenti più utili:

  • un buon biglietto da visita inizia una conversazione. Quello di Scoble alla Microsoft era anche in braille: un espediente che lo faceva notare;
  • utilizzare misure standard. La gente usa dei raccoglitori per conservare i biglietti e le tasche sono di dimensioni standard;
  • specificare la professione. E’ capitato anche a me di non avere idea di chi fosse o di cosa facesse una persona conosciuta anni prima in chi sa quale occasione… tutti gli indizi in questo senso sono utili;
  • usare una fotografia. L’unico dubbio che ho è l’effetto santino prodotto in memoria del caro estinto, ma mi sembra utile per lo stesso motivo del punto precedente… a volte la memoria visiva può aiutare.

Oppure si può usare un tocco di creatività, come mettere solo il nome sperando che il possessore del biglietto si prenda la briga di fare una ricerca su Google per sapere cosa fate. Peccato che in Italia funzionerebbe solo con un gruppetto sparuto di persone :-)

Folksonomy: potenzialità e sfide

In questo periodo, stiamo realizzando un software per la gestione di siti di informazione che accettano il contributo degli utenti. Il modello di riferimento è stato inizialmente Newsvine, ma, insieme con Enzo Augieri che traduce in codice lunge e feconde “pensate”, ci siamo mossi rapidamente oltre. Uno dei temi più interessanti e ricchi di spunti è senza dubbio quello della classificazione dei contenuti. Il nostro sistema prevede che chi scrive (e in futuro anche chi legge) possa assegnare delle parole chiave (tag) agli articoli: in altri temini abbiamo adottato il modello delle folksnomy (dalla crasi dei termini folk e tassonomy).
Le folksonomy sono probabilmente l’unico sistema di classificazione utilizzabile in contesti in cui le informazioni vengono prodotte in modo distribuito e con molta velocità: affidarsi all’iniziativa degli utenti si è infatti rivelata una strategia complessivamente efficace come mostrano Delicious, Flickr o Technorati. Tuttavia, affidare la definizione e l’alimentazione di una tassonomia alla gente pone alcune sostanziali questioni. Tra queste, quelle che sono emerse finora, riguardano:

  • ambiguità e sinonimia. Un termine significa diverse cose in funzione del contesto in cui è utilizzato. Allo stesso tempo, più termini possono indicare lo stesso concetto;
  • grafia. Capita che lo stesso termine possa essere scritto con diverse grafie. Allo stesso tempo una entità può essere indicata in diversi modi: ad esempio, Dia, D.I.A. e “Direzioni Investigativa Antimafia” identificano la stessa organizzazione;
  • ortografia. Come ci si deve comportare in caso di parole che presentano errori ortografici? Come rilevare gli errori?
  • parole multiple. Una parola chiave può essere composta di più termini. Come ci si deve comportare?
  • maiuscole e minuscole. L’uso di minuscole e maiuscole cambia il senso di una parola?
  • relazioni. Gli oggetti sono in relazioni con altri oggetti. Ha senso cercare di qualificare queste relazioni?

Nei prossimi post affronterò in modo dettagliato le varie questioni e spiegherò quali sono le soluzioni che abbiamo adottato o pensiamo di adottare. Nel frattempo, vi vengono in mente altri temi che varrebbe la pena affrontare?

Ristorante Palazzo Baldeschi

Dopo settimane passate ininterrottamente attaccato al computer, approfittando dei ponti di San Pietro e Paolo, mi prendo finalmente una settimana di vacanza nelle Marche. Le mattine sono dedicate al mare (quello del Conero quasi non sembra Adriatico), mentre i pomeriggi possono essere impiegati per divagazioni turistiche.
Una di queste ci porta a Osimo, una cittadina incantevole, ricca di palazzi incredibilmente imponenti se si considera la dimensione totale del paese. Passeggiando per il corso, ci fermiamo davanti alle vetrine di una gastronomia / enoteca: sarebbe un gran bel posto per mangiare, ma purtroppo sono pieni e ci suggeriscono il ristorante di Palazzo Baldeschi, che si trova proprio nella piazza principale del paese.
Ci avviamo fiduciosi scortati da un signore del posto che si è offerto di farci strada (i marchigiani mi hanno dato l’impressione di essere gente molto ospitale e disponibile). Il palazzo è monumentale e il ristorante dispone di una scenografica terrazza, dove ci accomodiamo in tre adulti (io, Patrizia e la nostra amica Fortunata) più due bambine (Beatrice e Costanza). Mentre ci preoccupiamo di sfamare le piccole, ordiniamo: una costata di manzo con ripieno di pecorino e bieta, pomodori gratinati e pesto di rucola (un piatto che mi divertirò a rifare, perchè gustoso e di effetto, ma tecnicamente non troppo impegnativo); un fritto misto alla marchigiana (ottimamente eseguito, asciutto e croccante); un guazzetto di pesce (Fortunata è molto contenta).
Il pane è artigianale: si tratta di panini di varia foggia che arrivano a tavola caldi e fragranti. Il cuoco ci suggerisce di pasteggiare con un Fichimori (prodotto da Tormaresca), un vino atipico: si tratta infatti di un negroamaro vinificato per essere servito freddo… una scelta felice.
Le porzioni sono abbondanti e non rimane molto spazio per il dolce, ma io sono curioso di provare il tortino di cioccolato con cuore di cioccolato bianco e crema inglese all’arancia. Lo so, ormai è diventato un dolce standard quasi quanto la panna cotta, ma io non riesco a resistere al cioccolato. La versione di questo ristorante non è male, ma non è il piatto migliore della serata; l’arancia proprio non si sente… sarà colpa del fatto che a giugno le arancie non sono proprio di stagione.
Le bambine sono ormai addormentate e concludiamo la serata scambiamo quattro chiacchiere con lo staff del ristorante sorseggiando un caffè. Il conto finale è di 83,10 euro: un prezzo più che vantaggioso se si considera la scenografia del posto e la qualità del menu.

Ristorante Palazzo Baldeschi
Via Sacramento, 3 – Osimo (An)
Tel. 071.714566