Archivio mensile:ottobre 2006

Convegno 2.0

Per un divertente gioco del caso:

Vi propongo qualche riflessione in ordine sparso:

  1. a me sembra che i convegni siano principalmente un’occasione per incontrare delle persone (magari avendo la fortuna di ascoltare delle cose interessanti). Chi va ai convegni lo fa per alimentare il proprio network sociale, per farsi vedere in un determinato circolo, magari per farsi ascoltare. L’aspetto relazionale è essenziale;
  2. contenuti interessanti ormai se ne trovano tantissimi (siamo nell’era dell’informazione) e non è necessario andare a un convegno per ascoltarli. D’altro canto, se un’informazione è rilevante è sciocco relegarne la trasmissione a un solo evento: vale sicuramente la pena ricorrere a tutte le occasioni possibili di diffusione e nessuno strumento può concorrere con il web in quanto a convenienza, immediatezza e completezza;
  3. i convegni si tengono per lo più in orario di lavoro (la mattina, se è auspicata la presenza di qualche volenteroso giornalista) e, spesso, in luoghi difficilmente raggiungibili. Il fatto che un seminario si tenga – ad esempio – nel centro di Roma è un motivo più che sufficiente per scoraggiare molti potenziali utenti;
  4. non è detto che un evento di nicchia raccolga un numero sufficiente di persone interessate nell’area geografica in cui si svolge. Ad esempio, in una città grande come Roma esiste un solo cinema in lingua inglese eppure c’è sicuramente un numero rilevante di anglofoni. Nella stessa città, il seminario sul lavoro in somministrazione che abbiamo bloggato ha raccolto una platea di poco superiore alle cento persone, di cui una buona parte provenienti da fuori città.

Insomma, a mio avviso vale la pena organizzare un convegno per far incontrare delle persone (e allora l’evento deve essere pensato in questa direzione) e – se l’argomento non è solo è solo un pretesto – è opportuno distribuire il contenuto tramite web per raggiungere tutti coloro che sono interessati ai contenuti, ma per i quali il costo della partecipazione è superiore al vantaggio ottenuto. Voi che ne pensate? Scrivetelo pure nei commenti…

Manuel Castells, Galassia Internet

castells_galassiainternet.jpegGalassia Internet un libro che ho comprato tempo fa e che è rimasto sul comodino per mesi. Questa estate l’ho messo nella valigia: per chi si occupa di nuovi media, Castells è una lettura che non si può tralasciare. Cito dall’introduzione:

Il network è un insieme di nodi interconnessi. Si tratta di forme molto antiche dell’attività umana, ma hanno preso una nuova vita nel nostro tempo e sono diventate reti informazionali, alimentate da Internet. I network, grazie alla loro intrinseca flessibilità e adattabilità – due elementi cruciali per la sopravvivenza e la prosperità in un ambiente in rapido cambiamento –, presentano vantaggi straordinari come strumenti organizzativi. E’ per questa ragione che stanno proliferando in tutti i campi dell’economia e della società, superando nella competizione e nelle prestazioni le imprese organizzate verticalmente e le burocrazie centralizzate. Tuttavia, a dispetto dei loro vantaggi in termini di flessibilità rispetto alle burocrazie centralizzate, i network hanno tradizionalmente dovuto fare i conti con un grosso problema. Quando le loro dimensioni e complessità superavano una certa soglia, incontravano più di una difficoltà nel coordinare funzioni, nel concentrare risorse su scopi specifici e raggiungere un determinato obiettivo. [...] Oggi, tuttavia, l’introduzione di tecnologie d’informazione e di comunicazione basate sul computer, e in particolare su Internet, permette ai network di dispiegare la loro flessibilità e adattabilità, affermando in questo modo la loro natura evoluzionistica. Allo stesso tempo, queste tecnologie consentono il coordinamento di obiettivi e la gestione della complessità.

Galassia Internet riflette sul significato di ciò che sapevamo di Internet nel 2003 e che, per molti versi, rimane più che attuale. Come il punto di partenza dell’analisi, ossia l’osservazione che le persone, le istituzioni, le imprese e la società in generale trasformano la tecnologia appropriandosene, modificandola e sperimentando con essa.

Manuel Castells
Galassia Internet
Universale economica Feltrinelli
Isbn 88-07-81891-4

Colgate Time Control: dati segreti

Quando in televisione comincia la pubblicità, tolgo automaticamente l’audio: mi infastidisce molto il fatto che alzino il volume per attirare la mia attezione e ho quindi sviluppato un riflesso contrario. Ogni tanto, però, può capitare di non avere il telecomando a portata di mano…

Oggi mi è capitato di soffermare la mia attenzione sullo spot del dentifrico Colgate Time Control. Ci sono due aspetti che mi hanno incuriosito. Il primo è la testimonial, ossia una certa Laura Piattella (web designer). Avendo il computer sotto mano, ho cercato il nome su Google e l’unica referenza che ho trovato riguardava un’attrice conosciuta anche come Laura Patterson; sono riuscito a reperire una foto e mi sembra che corrisponda, però si tratta di uno scatto che ha almeno dieci anni e quindi ho qualche dubbio (nel frattempo potrebbe anche essere diventata una web designer):

laurapiattella.jpg
Il secondo aspetto che mi ha colpito riguarda i test clinici che dimostrerebbero che “le gengive miglioreranno fino al 73% grazie all’uso di Colgate Time Control”. Come consumatore mi interessa sapere qualcosa di più: in fin dei conti di tratta di un risultato quasi miracoloso.

colgatetimecontrol.png

Come comunicatore sono scettico e, purtroppo, ho ragione di esserlo. Nel sito della Colgate non è possibile trovare traccia dello studio. Faccio qualche altra veloce ricerca e trovo un articolo di Channel 4: Can a toothpast ‘improve gums by up to 73 per cent? In sintesi, il giornalista dice che:

  • Colgate si rifiuta di mostrare lo studio ma asserisce che è stato condotto su oltre 100 persone;
  • gli specialisti interpellati sono assai scettici e affermano che difficilmente lo studio potrebbe essere considerato accettabile se non coinvolgesse centinaia di migliaia di persone;
  • gli ingredienti usati non sembrano poter garantire i risultati reclamizzati, tanto che un periodontologo interpellato ha chiaramente detto: “la mia opinione scentifica e non condizionata è che è assolutamente irrealistico fare questa affermazione”.
  • Colgate è già stata condannata dalla Asa (Advertising Standards Authority) per uno spot del Colgate Sensitive.

A questo punto non mi rimane che contattare direttamente l’azienda. Nel sito non c’è un esplicito riferimento all’ufficio stampa, ma Google mi aiuta per la terza volta. La comunicazione è affidata a Cantiere di Comunicazione e in particolare a Gea Gardini. Le scrivo una mail per chiedere delucidazioni, confidando in una risposta soddisfancente.

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Relatori pubblici e blogosfera: i passi falsi di Edelman

In questi ultimi giorni Edelman è stata protagonista della blogosfera italiana e internazionale per la conferenza Top of the Blogs e per il fake blog di Wal-Mart.

La conferenza
Edelman ha stretto un accordo con Technorati per il monitoraggio della blogosfera e ha consacrato questa relazione con un road-show europeo, durante il quale sono state presentate le classifiche dei blog più influenti per Gran Bretagna, Francia, Italia e Germania. Le top 10 e l’intero evento sono stati oggetto di molte critiche da parte dei blogger italiani e Sergio Veneziani, sul blog ufficiale di Edelman, il 17 ottobre ha dichiarato che si sono trovati impreparati di fronte alla reazione della blogosfera: “Mentre siamo abituati a gestire la stampa, anche quella inferocita, l’esperienza del contatto con un vasto pubblico di blogger era per noi una cosa del tutto nuova” (Tempo di bilanci). Il post di Veneziani è un buon punto di partenza per esplorare le osservazioni e le critiche dei blogger. Consiglio in particolare il post di Luca Conti.

Il fake blog
Quasi contemporaneamente all’evento europeo, nella blogosfera americana scoppiava il caso di un blog finto confezionato da Edelman per il proprio cliente Wal-Mart (Wal-Marting Across America). In breve: per qualche tempo, una giornalista freelance e un fotografo del Washington Post, sponsorizzati da Wal-Mart, hanno viaggiato con un camper sostando nei parcheggi dei grandi magazzini e scrivendo ogni bene possibile dell’azienda (così narrano le cronache: adesso il blog è chiuso e una pagina dal tono un po’ vittimistico spiega il perché). Non ci sarebbe stato niente di male, salvo che non era scritto da nessuna parte che il blog era sponsorizzato.
D’altro canto, sia Richard Edelman che Steve Rubel si sono pubblicamente scusati per l’accaduto. Anzi, a dire il vero, Steve Rubel se ne è tirato fuori poco elegantemente dicendo che non ha nulla a che vedere con la cosa.

Un punto su cui riflettere
Ad ogni modo, il mio obiettivo non è parlare male di Edelman, anche se è evidente che in entrambi i casi l’azienda ha fatto uno scivolone e ha mostrato buone intenzioni e cattiva pratica. Quello che mi domando è se si tratta di un caso, oppure se gli scivoloni siano il sintomo di un problema strutturale.
A questo scopo, mi sembra interessante porre l’attenzione su due slide della presentazione di Milano (le potete trovare in formato pdf sul sito di Lele Dainesi – Le presentazioni di Technorati a Milano).
La prima è a pagina 12 del file pdf:

Edelman’s Four Steps to Navigate the Conversation:
- Find you advocates and detractors
- Listen to their conversation actively
- Engage them in meaningful dialogue
- Empower individuals to connect with their peers

La seconda è a pagina 44 del file pdf:

Your Opportunity:
- Find your influencers
- Listen to the conversation globally and locally
- Engage in conversation to grow your share
- Empower your employees to communicate continuously to become more authentic and human

Io parto sempre dal presupposto che un comunicatore non sceglie le parole a caso (almeno non dovrebbe). Quindi, l’uso di certi termini o di certe espressioni è sintomo di un modo pensare o di una scelta precisa:

  • detrattori. Per quale motivo una persona che parla male di un’azienda è un pericolo per l’azienda? Io penso che quelli che parlano male a vanvera e che inveiscono fanno poco danno perché sono poco credibili. Se fossi un’azienda mi preoccuperei di quelli che lamentano disservizi, incompetenza, malfunzionamenti. Questi signori non sono detrattori: sono clienti a è stato offerto un cattivo servizio o un cattivo prodotto. Forse sarebbe il caso di cominciare a distinguere e a cercare di imparare dalla viva esperienza dei clienti invece che dai sondaggi delle società di marketing.
  • influenti. Ai relatori pubblici interessano gli intermediari, quelli che possono amplificare il messaggio e lo possono rendere credibile presso una audience. Come i giornalisti. Questo meccanismo funziona bene nel sistema dei media tradizionali, ma fa acqua da tutte le parti quando lo trasferiamo su Web. Qui, infatti, l’informazione di propaga lungo i nodi di una rete e non è detto che i nodi coinvolti nella diffusione di uno specifica informazione che riguarda la vostra azienda corrispondano ai blogger che l’agenzia di relazioni pubbliche ha conquistato alla causa.
  • grow your share. In altri termini, fatti sentire più forte che puoi oppure occupa più spazio che puoi (almeno io la intendo così, ma chi parla l’inglese meglio di me mi potrà contraddire). Molto poco “conversazionale”!

Io ho il forte sospetto che gli episodi che hanno coinvolto Edelman siano la manifestazione del fatto che i relatori pubblici sono molto più inclini alla “persuasione occulta” che non alla conversazione trasparente e questo rischia di renderli assai poco credibili quando si parla di nuovi media. Voi che ne pensate?

Questo post è stato originariamento pubblicato nel sito della Ferpi (Federazione relazioni pubbliche italiana).

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Il futuro della ricerca e il web semantico

Nel 2001, Tim Berners-Lee su Scientific America, profetizzò:

La reale potenzialità del Web semantico si realizzerà quanto le persone avranno creato molti programmi in grado di raccogliere contenuti Web da fonti diverse, di elaborare le informazioni e scambiare i risultati con altri programmi. L’efficacia di simili agenti software aumenterà in modo esponenziale quanti più contenuti leggibili per le macchine e servizi automatizzati (che includono altri agenti) saranno disponibili. Il Web semantico promuove questa sinergia: anche agenti che non erano stati espressamente progettati per lavorare assieme possono scambiarsi dati quando ai dati è abbinata una semantica.

Il brano è tratto da Google e gli altri di John Batelle (presto la recensione, mi mancano ancora poche pagine!). Lo stesso volume cita un altro passaggio dell’inventore del Web:

Se un motore del futuro riuscisse a combinare un agente intelligente con un motore di ricerca, potrebbe essere in grado di trarre il meglio da entrambi quei mondi [...]. Potrebbe trovare indici che contengono liste complete di tutte le occorrenze di un certo termine, e poi usare la logica per eliminare tutte quelle che non servono per eliminare un determinato problema [...].

A me sembra che lo scenario descritto da Berners-Lee sia meno lontano di come possa apparire. Ad esempio, del.icio.us contiene degli indici cui sono associate dei metadati. Tali informazioni sono accessibili utilizzando delle Api e possono essere integrate con altri contenuti in quelli che oggi vengono comunemente chiamati mash-up. Non è molto lontano da quanto descritto in queste citazioni. Voi che ne pensate?

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Mamma Angelina, Roma

Paolo Valdemarin capita a Roma e, seguendo quella che ormai è diventata una consuetudine, sollecita l’organizzazione di una cena tra blogger. Dopo vari scambi di email, decidiamo di prenotare un tavolo per dieci persone da Mamma Angelina per martedì 10 ottobre alle 21.
E’ la prima occasione conviviale di questo tipo a cui partecipo e non conosco nessuno di persona anche se leggo alcuni dei blog dei presenti: metà dei commensali viene da fuori Roma per cui ci orientiamo verso i piatti della tradizione.
Partiamo con prosciutto tagliato al coltello, mozzarelline di bufala, trippa, alici imbottite, focaccia. Confesso che è la prima volta che assaggio la trippa ed è stato amore a “primo mozzico”: superata la perplessità per l’aspetto non certo invitante, il sapore è veramente buono. Fanno bella figura anche le alici imbottite e, tra un boccone e l’altro, la conversazione si articola attorno a vari temi. Io e Paolo ci dedichiamo all’evangelizzazione dell’unica persona che non ha un blog e che ostenta un atteggiamento scettico verso l’argomento (credo che sia rimasto tale anche alla fine della serata il che potrebbe non deporre molto bene sulla nostra abilità).
Dagli antipasti passiamo ai primi con un giro di tagliolini cacio e pepe (ottimi soprattutto per via della pasta fresca) e un altro giro di rigatoni all’amatriciana (fatti a regola d’arte).
Per secondo prendo i saltimbocca alla romana, mentre il resto della tavola si orienta verso i funghi porcini alla piastra. La mia carne è una delle migliori versioni del piatto che io abbia mangiato: la carne e tenera e succulenta, l’intingolo saporito, il prosciutto è stato cotto separatamente e quindi non si è ammosciato. I funghi porcini sono ottimi e abbondanti.
Finisco con un sorbetto al mandarino, che forse è la parte meno riuscita della cena, anche se rimane comunque un’alternativa interessante al solito sorbetto al limone o allo sgroppino.
Ultima notazione riguarda il vino. Il ristoratore ci propone un Capolemole 2004, ossia un Cori Doc prodotto da Marco Carpineti. Si tratta di un vino rosso ottenuto prevalentemente da uve Montepulciano, Nero Buono di Cori ed in piccola parte Cesanese. Come recita la scheda sul sito della casa produttrice: “colore rosso rubino intenso; profumo ampio e vinoso con sentori di frutti di bosco; sapore asciutto, caldo e armonico con lieve fondo amarognolo.” Concordo!
Prezzo finale: 30 euro a persona e cena gentilmente offerta da uno dei partecipanti, amico del proprietario del locale.

Mamma Angelina
Viale Arrigo Boito, 65
Tel.: 06-8608928
(la recensione su Wikiguida)

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Edelman Top of the blogs: tre spunti di riflessione

Ho partecipato alla conferenza di Edelman via Skypecast a intermittenza, un po’ per via di alcune incertezze di Skype e un po’ perché distratto da qualche telefonata. I dati presentati da Peter Hirshberg (chairman di Technorati) mi sono sembrati in qualche modo noti, probabilmente perché in parte sono quelli che pubblica David Sifry nella serie Lo stato della blogosfera (agosto 2006). Altrettanto note mi sono sembrate le case history. Tuttavia, non avendo visto le slide, potrei sbagliarmi. Per quello che ho sentito, invece, mi soffermo su tre punti.

Primo punto
. Negli Stati Uniti, i top blogger sono ormai diventati mainstream e quindi competono direttamente con i siti realizzati da editori tradizionali. D’altro canto, i maggiori media statunitensi stanno adottando funzionalità caratteristiche della blogosfera, come i commenti, e hanno cominciato a ripubblicare contenuti provenienti dai blog più autorevoli o popolari. Insomma, c’è una zona grigia tra i media tradizionali e la blogosfera che è rappresentata dai blogger che hanno propensione verso l’editoria come impresa. A mio avviso queste persone occupano principalmente lo spazio dell’editoria specializzata e possono farlo perché non esistono più i costi necessari a produrre e distribuire una rivista cartacea.

Secondo punto. Ovviamente è stato posto il problema della credibilità della lista di Technorati e lo stesso Hirshberg ha risposto che si tratta di una beta: che senso ha allora fare tutto questo can can? Una roba del genere la puoi dare a bere a un responsabile della comunicazione di una grande azienda che non si prende la briga di entrare nel dettaglio, ma mi sembra che una buona parte dei partecipanti alla conferenza fosse rappresentata da blogger ed esperti del settore: tutta gente che fa le pulci e rompe le scatole, come il sottoscritto. Insomma, non me ne vogliamo i signori di Edelman, ma l’operazione mi sembra architettata più per promuovere il prodotto “monitoraggio della blogosfera” che non perché vi fosse della sostanza che valeva la pena condividere.

Terzo punto
. Se non ho capito male, Hirshberg ha dichiarato che nell’indice di Technorati non compare Slashdot, perché non è ascrivibile alla categoria dei blog: si tratta, infatti, di un sito scritto a più mani. Questa esclusione mi lascia assai perplesso: se l’obiettivo è capire cosa dice la gente attorno a un marchio o a un prodotto, non credo ci si possa soffermare ai blogger. Si dovrebbe indagare più generalmente il mondo dei consumer generated media, che sicuramente includono siti come Slashdot o Digg, per non parlare di forum e community che rimangono comunque strumenti molto attivi. In Italia potremmo prendere in considerazione Ciao.it, che contiene moltissimi giudizi e che compare spessissimo in testa ai risultati di Google, quando si cerca una marca o un prodotto. In altri termini: attenti a considerare il passaparola con i criteri dei media tradizionali, perché non è detto che il consumatore che voglia parlare di un prodotto abbia un blog o desideri aprirne uno per farlo.

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Edelman Top of the Blogs: considerazioni e perplessità

La conferenza Top of the blogs che Edelman e Technorati terranno domani a Milano si presta ad alcune considerazioni preventive (proporrò un consuntivo domani pomeriggio, dopo aver partecipato allo Skypecast).

Gli influenti e loro credibilità
Il sottotitolo della conferenza è “Gli influenti della blogosfera”. Si tratta di un dettaglio importante perché aiuta a inquadrare l’approccio. Secondo il manuale di Emanuele Invernizzi (adottato nei corsi della Ferpi):

La professione delle relazioni pubbliche, che si avvale di competenze specifiche, è costituita da un in insieme di attività il cui obiettivo generale è di comunicare per informare e per influenzare l’opinione pubblica e i pubblici influenti al fine di creare benevolenza, in un clima di comprensione reciproca tra l’organizzazione e i suoi pubblici.

La definizione ci aiuta a capire perché ai relatori pubblici interessano i blogger (sono considerati influenti) e allo stesso tempo produce qualche dubbio sull’utilità della lista di Technorati. Per almeno due motivi:

  • pare che ci sia un assunto (mutuato dal concetto di pagerank di Google), ossia che il numero di link in ingresso verso un blog ne rappresenti le potenzialità di influenza. Più di una persona ha fatto notare che alcuni dei nomi presenti nella lista corrispondono a designer che producono template e che quindi firmano le proprie opere a pie’ di pagina con un link: questo non li rende influenti;
  • si è influenti con riferimento a un argomento e non tout-court, tanto è vero che una delle attività che fanno i relatori pubblici è capire quali sono gli influenti a cui rivolgersi e in che termini. Questo vale anche per i giornalisti: non ha molto senso chiedere a Bonilli del Gambero Rosso di parlare di mercato azionario. Non sarebbe credibile.

La coda lunga e il mondo delle nicchie
Internet cambia radicalmente i modelli di distribuzione che conosciamo, soprattutto nei settore in cui il bene da trasferire può essere codificato in formato digitale, come l’informazione.
Nel mondo senza Rete, il maggiore ostacolo che incontra il trasferimento di un messaggio da una fonte a un ricevete è rappresentato dai costi di distribuzione. I media tradizionali hanno delle strutture industriali che richiedono ingenti investimenti. Di conseguenza ci sono pochi editori ed è possibile veicolare pochi messaggi alla volta. I vincoli imposti dal mercato ci hanno convinto che la gente ha credenze e preferenze omogenee e che, quindi, accedendo ad alcuni “amplificatori” sia possibile modificare questo sistema di credenze e preferenze. Lo stesso ragionamento si può applicare ai beni non digitali: nel mondo senza rete, la scelta tra un prodotto e l’altro è limitata alla presenza del bene in un canale di distribuzione.
Volendo banalizzare: in Italia quasi tutti compriamo la Coca Cola perché l’azienda ha la capacità economica di distribuire messaggi attraverso i media tradizionali e controlla la distribuzione (come ha dimostrato il fallimento della One-o-One di San Pellegrino).
La blogosfera e aziende come Amazon (vendita di libri), Netflix (noleggio di Dvd) e Rhapsody (radio on line) mostrano che non è più così. Nel mondo con la Rete:

  • distribuire un’informazione ha un costo marginale e quindi tutti possono fare opinione o meglio diventare influenti per un pubblico anche piccolissimo. Chi mi conosce e sa che mi piace mangiare, mi chiede informazioni sui ristoranti. Ma ho anche un pubblico tra chi non mi conosce direttamente: i consumatori scontenti di Acer (provate a cerare assistenza acer con Google);
  • è possibile utilizzare dei sistemi automatici per rendere accessibile un’informazione pertinente. Lo fa Google con il proprio pagerank (funziona abbastanza bene, anche se sembra che cominci a perdere colpi) e lo fanno alcune aziende innovative con i propri sistemi di raccomandazione.

Secondo i dati raccolti da Chris Anderson, autore di The Long Tail, il 25% delle vendite di Amazon, il 21% dei Dvd noleggiati di Netflix e il 40% delle canzoni distribuite da Rhapsody è rappresentato da prodotti che non sono disponibili attraverso un tradizionale canale di distribuzone.
In altri termini, la Rete introduce un’economia basata sulle nicchie: influenti di nicchia e prodotti di nicchia, assistiti da sistemi software che li aiutano a collegare opinioni, prodotti e preferenze.
Se tutto ciò è vero, fa nascere un ulteriore dubbio sul tentativo di Edelman e Technorati di compilare una lista di influenti perché le top ten, per definizione, ignorano le nicchie, che possono rappresentare una parte assai considerevole di un determinato mercato: è così nel caso dei libri, dei film o della musica. Ed è lo stesso nel caso della blogosfera.

Google e il potere del passa parola

Presentation Zen parla della presentazione di Marco Montemagno a Smau, analizzando i vari stili utilizzati per realizzare le slide: adesso va molto di moda confezionare delle presentazioni un po’ spettacolari facendo in modo che l’intervento dell’oratore sia perfettamente sincronizzato con le immagini che si susseguono sullo schermo. La tecnica è molto carina, ma non credo che l’adotterò mai: a) generalmente preparo le slide la notte prima; b) non potrei mai sopportare che il mio pubblico presti più attenzione alle slide che al sottoscritto ;-)
Montemagno cita il caso degli antifurti della Kryptonite che si aprivano con una penna a sfera: si tratta di un episodio del 2004 che ha fatto storia e che ho visto in numerose altre presentazioni. In quasi nessuna presentazione, invece, ho visto citare Google come caso per mostrare il potere del passaparola. In questi giorni sto leggendo Google e gli altri di John Battelle. E’ molto ben scritto e fortunatamente non troppo elegiaco nei confronti del gigante di Mountain View. In merito alle sue scelte di comunicazione, ecco cosa dice:

Evitando gli approcci tradizionali al marketing, Brin e Page scommettevano su un fenomeno che si era dimostrato affidabile: quello delle pubbliche relazioni. Google era già un beniamo delle stampa [...] “Decidemmo così di investire sul prodotto e di utilizzare le Pr come uno strumento per far sì che la gente leggesse e parlasse di Google – ricorda McCaffrey -. Una volta che l’hanno provato, gli piacerà. Quella fu la svolta decisiva per Google”.

Non si tratta solo di relazioni pubbliche, a mio avviso: non è detto che un’azienda che non investe in pubblicità sia trattata così bene dai media. E’, invece, una questione di customer evangelism. I giornalisti hanno a che fare quotidianamente con l’informazione: quale miglior testimonial per un servizio che – all’epoca – rappresentava un sostanziale passo avanti nel reperimento di informazioni? Penso che la responsabile della comunicazione di Google fosse convinta di fare una tradizionale operazione di relazioni con i media, ma – fortunatamente per lei – stava conquistando degli autorevoli ed entusiasti consumatori ed evangelisti del proprio prodotto.
Questa storia ha un corollario che potrebbe valere la pena di approfondire: c’è davvero bisogno del marketing tradizionale per spingere un prodotto on line che funziona?

Banzai Beach, Santa Marinella (Roma)

Banzai Beach è la spiaggia dei surfisti romani: un piccolo lido di ciottoli scuri tra Santa Severa e Santa Marinella. Il primo ottobre c’è il sole e fa caldo: Beatrice si illumina appena vede il mare e, in men che non si dica, è in acqua felice e contenta.
Lo stabilimento balneare è abbastanza noto per i suoi piatti di pesce e in particolare per gli spaghetti alle telline. Abbiamo prenotato un tavolo per otto: ci sediamo ed ordiniamo saltando gli antipasti.
L’organizzazione non è il punto forte del locale: i primi arrivano dopo un’ora e per giunta a rate. I miei spaghetti non sono male: peccato per il troppo aglio che sovrasta il sapore delicato delle telline.
Per secondo, frittura di paranza (merluzzetti, calamari e gamberetti) per tutti. Buona, ma a voler essere pignoli non è perfettamente asciutta.
Soliti dessert: crema catalana, tiramisù, sorbetto al limone e sgroppino.
Accompagniamo il tutto con un bianco della casa, che non mostra nessuna particolare qualità. Il conto è di 197 euro, ossia circa 25 euro a testa: rapporto qualità prezzo piuttosto positivo.
E’ la seconda volta che mangio al Banzai Beach e devo dire che ne serbavo un ricordo migliore: tuttavia, nonostante la piccola delusione, rimane un buon posto per trascorrere una piacevole domenica, soprattutto in autunno.

Banzai Beach
Via Umberto Nobile
Santa Marinella (Roma)
Tel. 0766.571362

Linkedin: come si cancella una connessione

Sono iscritto a Linkedin da almeno un paio di anni e finora mi è servito una sola volta: grazie al network sono riuscito infatti a contattare dei venture capitalist in Gran Bretagna che hanno bocciato inesorabilmente una mia luminosa idea. Nonostante ciò rimango un sostenitore dei social network :-)
Utilizzando Linkedin e altri social network ho imparato che la qualità delle connessioni è importante: che senso ha farsi presentare a una persona che non conosci da una persona che conosci a malapena o che, addirittura, non hai mai visto? Nessuno: il passaggio tra i livelli della rete di relazioni può avvenire con successo solo se si basa sulla fiducia.
All’inizio della mia esperienza con questa tipologia di strumenti, accettavo tutte le connessioni e mi sono trovato ben presto collegato con persone che non conoscevo e che non avrei mai presentato o raccomandato ad altri. Peggio, nel corso del tempo ho litigato con delle persone con avevo una connessione su Linkedin. Ho chiesto più volte all’inefficiente customer care dell’azienda come si facesse a disconnettersi e oggi, finalmente, ho trovato il modo: c’è una funzione nascosta che permette di scaricare la zavorra. La trovate a questo indirizzo: Come eliminare i contatti indesiderati da Linkedin.

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La Boscaglia, Roma

La tipologia è quella dei ristorantoni della domenica: collocazione periferica, grandi sale e un ampio spazio all’aperto. Fortunatamente i tavoli sono ben distanziati e si può parlare senza urlare: non è cosa da poco.
Domenica 24 settembre 2006 siamo in 8: il ristorante è stato scelto da Piero che lo frequenta abitualmente. Iniziamo con un antipasto misto: prosciutto, ovoline e pomodoro, olive infornate, bruschetta, formaggio alla piastra, melanzane arrostite, peperoni gratinati. Tutto abbondante, di buona qualità e all’altezza delle aspettative.
Il menu propone primi tipici romani. Scegliamo casarecce alla amatriciana e tonnarelli cacio e pepe per tutti: buoni e veraci entrambi, anzi ottimo il pecorino e bene per non aver esagerato con il pepe.
Come secondo c’è la carne alla griglia. Io ordino una grigliata mista, ma arriva un po’ troppo cotta: peccato. Chissà perché l’eccessiva cottura, che rende la carne secca e dura, é un’abitudine così diffusa :-(
Terminiamo con delle ottime crostate della casa.
Accompagniamo le pietanze con un Cerveteri Doc Fontana Morella 2005 della Cantina Cerveteri: un rosso sarebbe stato più appropriato, ma un vinello laziale sembra più in tono con un pranzo domenicale “fuori porta”.
Sono ospite di mio suocero e non ho idea di quanto costi il pranzo, ma immagino che la cifra sia assolutamente ragionevole.

La Boscaglia
Via Trino – Km 12 della via Boccea
Tel. 06.61597055
Lunedì e martedì chiuso

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Attenzione, l’America ti ascolta!

Leggo sul Corriere.it di oggi che il governo americano sta varando un programma di analisi dei media di tutto il mondo per “identificare potenziali minacce agli Stati Uniti” (Usa, Grande fratello contro “opinioni ostili”).
I software che fanno sentiment analysis non sono certo una novità e sono già utilizzati in alcuni contesti, come l’analisi degli articoli finanziari per capire qual è l’orientamento della stampa specializzata attorno a un certo titolo. E’ una tecnologia che mi ha molto incuriosito quando l’ho vista all’opera, anche se non ne sono rimasto particolarmente impressionato.
Nella demo a cui ho assistito, si prendeva in considerazione proprio il sentiment attorno alla decisione di Bush di invadere l’Irak. I risultati erano piuttosto scontati: semaforo verde e giallo per i media americani, giallo e rosso per quelli europei, decisamente rosso per le testate di alcuni paesi come la Francia.
Quindi, se da un certo punto di vista non mi aspetto grandi rivelazioni da un’analisi ad ampio spettro, sono invece preoccupato dall’uso di tecnologie di questo genere per analisi più puntuali per almeno due motivi: a) i dati devono essere interpretati ed è fin troppo facile confondere la critica legittima a un governo con l’antiamericanismo – chi non è con me è contro di me; b) la tecnologia è fallibile e manipolabile eppure continua ad avere un’aura che porta molte persone a considerare i risultati provenienti da una macchina come affidabili, autorevoli o definitivi.

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