Archivio mensile:dicembre 2006

Buone feste a tutti

E’ stato un anno intenso e pieno di soddisfazioni personali e professionali. Dopo un dicembre in cui è successo di tutto (compreso il furto di un motorino che pensavo fosse al di là di ogni tentazione) chi scrive questo blog se ne va in vacanza fino al 2 gennaio.
Quest’anno non ho spedito auguri per posta o per posta elettronica e tanto meno per sms: li affido a questo post adottando la formula di rito…

Buone feste :-)

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Comunicazione e nuovi media: rimediazione

Continuo il discorso su come cambia la comunicazione d’impresa, passando ad esaminare il significato del termine rimediazione. Senza addentrarci in argomentazioni teoriche, per le quali rimandiamo a McLuhan e a Bolter, per i nostri scopi possiamo (semplicisticamente) spiegarlo così: i nuovi media inglobano i media esistenti.

In Rete, è un fenomeno immediatamente percepibile: un qualsiasi sito Internet può contenere i testi e le immagini della carta stampata, i suoni della radio o le immagini in movimento della televisione e del cinema. Ma non si tratta solo di questo: non è solo una questione di molti media che convergono tecnicamente in un solo medium capace, in virtù della sua natura digitale, di accoglierli e distribuirli tutti.

E’ soprattutto una questione di linguaggi. In principio era il teatro; il cinema e la televisione ne hanno ripreso pedissequamente ritmi, stili, personaggi e storie. Poi hanno gradualmente elaborato i propri linguaggi e le loro storie e hanno inventato nuove modalità di racconto e di rappresentazione: basta pensare alle sit-com, alle fiction, ai programmi a quiz, ai videoclip fino ai reality. In alcuni casi, i nuovi formati mediali hanno a loro volta modificato i media pre-esistenti: per esempio, le tecniche di montaggio dei videoclip sono state adottate dal cinema d’azione.

Internet sta creando nuovi formati mediali. La stragrande maggioranza dei video che si trovano in siti come YouTube, infatti, non troverebbero spazio in televisione; basti pensare ai filmati girati con i telefonini oppure agli screencast. Allo stesso tempo, molti degli testi pubblicati nei blog non troverebbero spazio in un giornale o in un libro.

Ci si domanda quale sia il futuro della televisione, della radio o dei giornali. Coloro che pongono la questione, si riferiscono generalmente all’industria che serve per produrre e distribuire questi media; questa industria è probabilmente destinata a vedere un ridimensionamento della propria importanza economica e del proprio ruolo sociale. La Rete sta producendo un progressivo spostamento dell’attenzione dai media generalisti, i cui contenuti sono confezionati per target molto ampi, a quelli di nicchia, in grado di soddisfare le esigenze di informazione o di intrattenimento di comunità piccole o piccolissime.

I contenuti prodotti dall’industria saranno sempre di più distribuiti attraverso Internet e competeranno con quelli prodotti dal nostro vicino di casa. E’ quella che viene definita l’economia della coda lunga, ossia lo spostamento dell’attenzione dei consumatori verso il soddisfacimento di bisogni particolari e personali che i media tradizionali non possono prendere in considerazione.
La frontiera della rimediazione è probabilmente rappresentata dai mash-up, siti che combinano contenuti e servizi da più fonti per creare nuove esperienze di fruizione.

Quali sono le conseguenze della rimediazione sulla comunicazione d’impresa? Ovviamente è difficile dare una risposta che pretenda di essere esaustiva, ma possiamo iniziare prendendo in considerazione una delle aree più importanti della comunicazione di impresa: le relazioni con i media.

Un modo di guardare all’attività dell’ufficio stampa è considerarla come il dispaccio di messaggi verso i giornalisti con l’obiettivo di ottenerne la pubblicazione (qualcuno arriccerà il naso per questa brutale definizione). Nel corso di questa attività si crea una consuetudine tra relatore pubblico e giornalista, tanto che – come fa notare Italo Vignoli – la relazione fiduciaria che si instaura permette di avere una ragionevole certezza che quello che verrà pubblicato corrisponde fin troppo fedelmente a quanto è stato trasmesso (in questa sede non ci addentriamo nei risvolti patologici dei rapporti tra aziende ed editori, ma rimandiamo a una provocazione del Riformista ripresa nel sito della Ferpi poco tempo fa). Il ritaglio che sarà inserito nella rassegna stampa chiude un circolo virtuoso e rende felici tutti.

Questo è vero fin quando rimaniamo nel mondo degli atomi e abbiamo a che fare con la carta. Immaginiamo, invece, che la pubblicazione non esaurisca il ciclo di vita della notizia. Molti quotidiani, per esempio, stanno aprendo i propri siti web ai commenti e ai contributi dei propri lettori e stanno adottando gli strumenti che hanno reso possibile l’alimentazione delle conversazioni nella blogosfera. La notizia, diligentemente e fedelmente pubblicata dal giornalista, diviene oggetto di una conversazione che può svolgersi direttamente nel sito della testata oppure può propagarsi in rete in un processo di passaparola digitale, che la rende oggetto di continue elaborazioni e interpretazioni. E’ un fenomeno di rimediazione che elimina quel controllo sul messaggio, frutto della consuetudine tra relatore pubblico e giornalista.

Riflessioni analoghe possono essere fatte per tutte le aree della comunicazione di impresa che postulano un controllo scientifico sui messaggi come il branding e l’advertising. Ma di questo parleremo in un altro post :-)

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Comunicazione e nuovi media: disintermediazione

Mi sono iscritto al BarCamp di Roma e ho proposto un intervento dal titolo: Come cambia la comunicazione d’impresa a causa degli effetti prodotti dai fenomeni di disintermediazione, rimediazione e automazione legati alla natura digitale dei nuovi media. A prima vista potrà sembrare un po’ complicato, ma non lo è. Basta familiarizzare con il significato dei tre termini.

Partiamo con disintermediazione. I media tradizionali hanno una struttura di produzione e distribuzione che costa moltissimo ed è quindi necessario disporre di ingenti capitali per produrre un messaggio e distribuirlo attraverso giornali, radio e televisione. I nuovi media, invece, permettono a chiunque di produrre il proprio contenuto, di pubblicarlo a un costo marginale e di conquistare l’attenzione di altre persone. Questo ha permesso la nascita della blogosfera e più in generale di tutti gli user generated content: un fenomeno che sembra inarrestabile tanto che nel 2006, il Time ha dichiarato “the person of the year is you”, laddove you si riferisce a tutti coloro che interagiscono attivamente con i media.

Nel mondo dei nuovi media, gli intermediari – ossia tutti coloro che professionalmente partecipano alle industrie che producono e veicolano messaggi – sono solo una parte del panorama della comunicazione e, almeno per certe persone, stanno diventando la parte meno rilevante. Sembra, infatti, che una porzione sempre più consistente di coloro che usano Internet sia più interessata a conversare con i propri pari piuttosto che offrirsi passivamente alla ricezione di messaggi veicolati da giornali, radio e televisione. Anche nel mondo della comunicazione valgono le regole della coda lunga e un gran numero di utenti sta distribuendo la propria attenzione nelle tante nicchie di interesse che la popolano.

Gli effetti della disintermediazione, però, non si limitano alla comunicazione e hanno un impatto sull’intera vita delle aziende. Non si tratta solo di maggiore competizione nella gara per attirare l’attenzione dei consumatori: i nuovi media cambiano radicalmente il rapporto tra azienda e cliente. Fino a dieci anni fa, la maggior parte delle aziende non aveva bisogno di interloquire direttamente con il consumatore finale: solo le aziende di servizio, quelle in cui il momento della produzione e del consumo coincidono, dovevano farlo. Generalmente, le aziende di produzione passavano e passano ancora oggi attraverso intermediari sia quando vendono che quando assistono i propri clienti. Di conseguenza non hanno una cultura del dialogo con il consumatore, perché le funzioni che si occupa del marketing, della comunicazione e delle vendite sono abituate a pensare ai clienti in termini di target da colpire.

Non è quindi un caso che tutti quei servizi nati negli ultimi quindici anni grazie alla tecnologia e che obbligano l’impresa a gestire una relazione diretta con il proprio consumatore risultino spesso inadeguati. Mi riferisco, in particolare, ai numeri verdi e ai siti Internet. I primi pensati quasi sempre in un’ottica conservativa, con l’obiettivo di minimizzare il costo di ciascun contatto piuttosto che di ottimizzare la soddisfazione dei clienti che vi si rivolgono nella speranza di vedere un problema risolto. I secondi timorosi di interferire con le reti vendita tradizionali, spesso propongono una quantità di informazioni inferiore a quelle reperibili nei cataloghi distribuiti dalla stessa azienda gratuitamente in un qualsiasi negozio.

A domani con alcune riflessioni sulla rimediazione.

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Francesco Sullo rilascia aSSL con licenza MIT

aSSL è la tecnologia che usa PassPack per trasmettere i dati da e verso il browser in modo sicuro senza usare una connessione https. Si tratta di una libreria javascript ideata e realizzata da Francesco Sullo in più riprese a partire dal 2003. Come spiega anche Ajaxian (aSSL – Ajax Secure Service Layer), il meccanismo è il seguente: viene negoziata una chiave a 128 bit e, quindi, una volta la connessione è stabilita, i dati vengono scambiati usando BlockTea come algoritmo di cifratura.

Io non sono un programmatore e quindi non mi addentro in ulteriori spiegazioni, ma chi vuole può approfondire sul sito di Francesco: aSSL. Ovviamente, come ho detto in un precedente post, ci interessano tutte le osservazioni, le critiche, le prove, i dubbi e le perplessità… e magari qualche nota di apprezzamento, che non guasta mai ;-) .

AGGIORNAMENTO: Francesco ha ricevuto note di apprezzamento e consigli tecnici per migliorare ulteriormente la sicurezza di aSSL. Francesco è una persona molto prudente: per questo motivo ha deciso di sospendere l’uso di aSSL sul sito PassPack e di adottare il più consolidato SSL. Nel frattempo continuerà a mettere alla prova la sua libreria ed è ben contento di ricevere tutti i possibili contributi per fare sempre meglio :-) .

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Sostiene Loic Lemeur

Loic Lemeur pubblica un lunghissimo post in cui spiega le sue ragioni e difende la scelta di invitare i due politici francesi a Le Web 3 (The end of blogger conferences).

Sostiene Loic che se i blogger contano allora devono parlare con i politici e che adesso Shimon Peres, François Bayrou and Nicolas Sarkozy stanno leggendo le reazioni nei blog. Questo, per il francese, è l’inizio di una conversazione! Devo dire che non mi sembra un granché come inizio: se l’intenzione era avviare un dialogo, allora l’obiettivo è fallito piuttosto miseramente.

Sostiene Loic che il programma è stato fatto di corsa. L’istrionico organizzatore, infatti, ammette di aver messo in piedi il programma in sei settimane e questo mi sembra molto deprecabile: con che coraggio vendi un evento a mille persone chiedendo loro 500 euro a testa senza averlo pianificato in tutti i possibili dettagli? Così si diventa poco credibili! E infatti, il nostro di credibilità ne ha persa a vagonate.

Sostiene Loic che se non ci sono piaciuti gli interventi, allora dovemmo lamentarci con i relatori. Forse qualcuno dovrebbe spiegare al giovane e fortunato imprenditore francese che non puoi dire a un cliente che se l’ammortizzatore della macchina che gli hai venduto si rompe perché è scadente non è colpa tua e che se la deve prendere con chi ha fatto l’ammortizzatore. D’altro canto quello dello scaricabarile sembra far parte del Dna di SixApart: nessuna presa di posizione da parte dell’azienda, che ha lasciato che Loic facesse da parafulmine. A me sembra un pessimo comportamento e mi fa venire molti dubbi non solo sulla credibilità del francese, ma anche su quella dell’azienda che ha firmato l’evento.

Insomma, l’impressione è di avere di fronte persone facilone e poco responsabili. Sono troppo duro nel mio giudizio? Che ne dice chi li conosce meglio di me?

Le Web 3: quattro chiacchiere nel foyer

A Le Web 3 ho incontrato molta gente interessante. Alcuni di loro erano già nel mio aggregatore, altri ci sono entrati immediatamente. Alcuni avrei potuto conoscerli anche senza arrivare a Parigi perché abitano a Roma, ma questo è poco importante: il contesto cambia molto la situazione.

C’erano Luca Conti e Tiziano Fogliata, che conoscevo già di persona e con cui è sempre un piacere fare quattro chiacchiere. Ho finalmente incontrato de visu Lele Dainesi dotato di iPod, telecamera, fotocamera e chissà di cos’altro :-)

Ho parlato con la rappresentanza di Excite: Amanda Lorenzani, Diego Bianchi e Andrea Martinez. Confesso la mia ignoranza: io pensavo che Excite fosse sparito dalla circolazione invece è vitale e – con una certa sorpresa – ho scoperto che il quartier generale è a Roma. Possibile che si parla così poco del fatto che siano in Italia? E’ vero che adesso è di proprietà di Ask (che sta investendo a Pisa!), ma – accidenti – vedeste come se la menano i francesi con Netvibes, che fa praticamente le stesse cose di Excite Mix :-)

Con questo gruppetto di italiani siamo stati a cena al termine dell’evento e ci siamo molto divertiti. Peccato, invece, che non ci fosse Emanuele Quintarelli, che era già partito per Roma piuttosto inviperito per i fuori programma elettoricali. Nel corso delle due giornate, ho avuto modo di incrociare Paolo Valdemarin e sua moglie Monica, Luca Mearelli (che ha presentato WikiErp, un interessante concetto di Erp per piccole e medie imprese realizzato utilizzando le tecnologie del web 2.0). Ho fatto due chiacchiere con Stefano Vitta e Guido Bellomo di Bloggers.it e con quasi tutti gli altri paisa’ intervenuti all’evento (non li cito tutti per nome e cognome, semplicemente perché non ho i loro biglietti da visita e ho una pessima memoria per volti e nomi).

Sul versante estero, Le Web è stata l’occasione per conoscere di persona David Sifry di Technorati, con cui ci siamo scritti varie volte. Molto simpatici Rodrigo Sepulveda (Ceo di vpod.tv) e Cathy Brooks (che ha curato l’organizzazione dell’area start up per conto di GuidewireGroup).

Sicuramente affascinante la professione di “futurista” di Julie Kronstrom e Christine Lind Ditlevsen del Copenhagen Institute for Future Studies, anche se – lo confesso – me ne sfuggono un po’ i confini. Interessante, infine, la posizione di Sylvie Krstulovic che vorrebbe una maggiore considerazione da parte delle case discografiche per la rete e soprattutto la possibilità di trasmettere musica sul proprio blog al di là dei limiti imposti dalle attuali licenze.

Sicuramente c’è gente che si è messa di impegno ed è tornata a casa con una mazzetta di biglietti da visita più consistente della mia, ma io mi chiedo già come farò ad alimentare alcune delle relazioni nate a Parigi :-)

PassPack: parliamone

sole24ore_small.jpgSi comincia a parlare di PassPack e questo ci fa molto piacere. Luca Conti mi ha fatto l’onore di ben due citazioni su Nova 24 e su Repubblica.it (Le Web 3, la due giorni dei Blog per scovare i nuovi YouTube e Skype), accennando proprio alla presentazione che ho fatto nello spazio delle start up (eravamo solo due italiani: il sottoscritto e Luca Mearelli di Spazi Digitali che ha parlato di WikiErp).
Confesso che ero un po’ teso perché era la prima volta che parlavo in pubblico in inglese, ma penso che sia andata in modo accettabile. In prima fila c’erano Tiziano Fogliata (grazie ancora della fotografia e del post: La gestione delle password con PassPack) e Lele Dainesi, che il giorno prima aveva raccolto anche la mia voce per la sua serie di podcast sull’evento (La voce dei bloggers italiani a LeWeb3).
Una citazione anche nel blog di Clipperz (progetto bolognese simile a PassPack) e un bel complimento da parte di TecnoDuo. In questa fase del progetto, ci interessa molto il confronto e qualsiasi opinione e correzione è benvenuta. Un servizio come PassPack non è solo questione di tecnologia: è soprattutto una faccenda di reputazione e noi non abbiamo nessuna intenzione di tirarci indietro di fronte a qualsiasi sollecitazione che ci permetta di migliorare e testare quello che stiamo facendo. E lo faremo sempre pubblicamente!

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Come fare networking

Agli eventi come Le Web non si va solo per ascoltare gli interventi: si partecipa soprattutto per conoscere delle persone o, come dicono quelli che si vogliono dare un tono di internazionalità, per fare networking.

Da questo punto di vista, l’organizzazione di Le Web non ha offerto alcun particolare supporto, se non la lista dei partecipanti pubblicata nel blog dell’evento e, ovviamente, degli spazi per socializzare. Tra una sessione e l’altra ci si incontrava in due grandi aeree e si andava alla ricerca di qualcuno che già conoscevi e che stava parlando con qualcun altro che non conoscevi.

In altre occasioni, mi è invece capitato che l’organizzazione avesse adottato degli accorgimenti per favorire la socializzazione. Per esempio: dotare i partecipanti di badge di colore diverso per indicare la categoria di appartenenza o il paese di provenienza; organizzare dei mini eventi nell’evento; scrivere i nomi sui badge con una dimensione tale che non fosse necessario chinarsi sulle persone per sapere con chi stavi parlando.
Piccole cose, per carità, ma è l’attenzione ai dettagli che fa la differenza. Recentemente mi sono iscritto anche al Fowa di Londra e il sito contiene un vero e proprio social network per favorire l’avvio di una relazione tra i partecipanti prima che si incontrino fisicamente.

Da questa esperienza parigina, ho imparato alcune cose sul fare networking:

  1. Studia la lista dei partecipanti. Guarda chi c’è, cerca i nomi su Internet e leggi i blog di chi parteciperà all’evento. Alla gente fa piacere avere la considerazione delle persone e se sei a un evento di blogger stai pur certo che la quantità di ego e auto-referenzialità in circolazione è superiore alla media di qualsiasi altra occasione conviviale. Lo confesso: a me fa molto piacere quando incontro qualcuno che mi dice che legge il mio blog e magari cita anche dei post.
  2. Memorizza i volti. Se ti interessa conoscere qualcuno in particolare e non si tratta di qualcuno di cui conosci già l’aspetto, cerca delle fotografie e memorizzale. Quando sarai all’evento ci saranno un mucchio di persone e sarà veramente difficile individuare chi ti interessa. A me è capitato di scambiare due chiacchiere con Hugh MacLeod di Gaping Void, ma non l’ho collegato immediatamente alle vignette, altrimenti gli avrei chiesto di disegnarmene una dietro a un biglietto da visita, almeno fino a quando non ha fatto la solita battuta idiota su italiani e mafia!
  3. Cerca di fissare degli incontri in anticipo. Se proprio ti interessa conoscere certe persone, cerca di contattarle in anticipo e magari controlla se sono raggiungibili tramite il tuo network di Linkedin. Non sempre saranno disponibili, ma tentar non nuoce. L’importante è essere diretti e chiari su qual è l’obiettivo, soprattutto con gli americani (business is business).
  4. Non essere timido. Se non riesci a farti presentare, armati di un po’ di faccia tosta e parti all’attacco: nome, cognome, cosa fai e perché vuoi parlare con lui. Secondo David Sifry, gli italiani invece usano la formula: “Hi, I am Pinco Pallino and I come from Italy”, che – a quanto pare – suona un po’ comico e pittoresco. In effetti ha ragione: perché gli dovrebbe interessare sapere da dove vengo prima di capire cosa faccio e perché sto cercando di attirare la sua attenzione?
  5. Se all’evento c’è anche Lele Dainesi, stagli appresso e ti presenterà tutte le ragazze più carine nei paraggi (dolcevita@leweb3). La sua faccia tosta supera ogni ragionevole aspettativa ;-)

Dimentico qualcosa?

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Le Web 3 finisce in farsa

Le Web 3 si è concluso con una montagna di polemiche sui contenuti, sull’organizzazione, sulle marchette elettorali di Loic Le Meur (vedi, per esempio: Loic Lemeur: Betraying 1000 attendees for his own political ambitions? in questo momento sulla homepage di Techmeme) e sul licenziamento di Sam Sethi di TechCrunch UK.

Ma andiamo con ordine e partiamo dai contenuti. Immaginate una platea di persone che lavorano tutti i giorni con tecnologie e servizi che hanno a che fare con il web 2.0; molti di loro hanno un blog e usano i social network. A questa platea, per esempio, il fondatore di Second Life ha fatto una demo del servizio! Nello spazio dedicato agli sponsor invece, un ragazzetto mi ha proposto una demo di Google Earth (software che ho istallato da prima che diventasse di Google). Insomma, gli argomenti erano un po’ scontati e, salvo qualche intervento, non mi è capitato di ascoltare nulla di nuovo.

L’organizzazione ha sofferto della presenza dei ben tre fuori programma: l’intervento di Shimon Perez, quello di François Bayrou e il patetico discorso elettorale di Nikolas Sarkozy. Mentre il nobel per la pace ha comunque lanciato una affascinante visione del mondo su cui riflettere, i due politici francesi hanno detto il solito cumulo di banalità e sono venuti non certo per parlare con noi, ma per farsi riprendere dalle telecamere. Almeno Bayrou ha parlato a braccio e si è seduto su una sedia per articolare una conversazione. Invece Sarkozy ha letto un discorso farcito di slogan e poi è scappato via. Non so i francesi, ma gli stranieri si sono veramente irritati per questo marchettone elettorale: non ha molto senso spendere centinaia di euro per andare a sentire dei politici che non voterai raccontare le solite fesserie.

A un certo punto, finanche Sam Sethi, redattore di TechCrunch UK (sponsor dell’evento) ha scritto un post in cui si lamentava (vedi: Le Web 3 the good, bad and ugly). Loic Le Meur ha commentato le opinioni di Sam insultandolo (salvo poi ritrattare e chiedere scusa), mentre Mike Arlington lo ha licenziato e ha sospeso la pubblicazione di TechCrunch UK (vedi: Puttig TechCrunch UK on hold). Trovo che questa decisione rappresenti un bruttissimo esempio di cosa i blog non dovrebbero mai essere: Sam non ha sparato a zero sulla conferenza o detto cose insensate; ha proposto degli argomenti che a me non sembrano affatto campati per aria. Sono proprio quelle cose di cui si sta parlando adesso nei blog di chi ha partecipato: forse varrebbe la pene approfondire invece di censurare. Fare finta che sia tutto bello non serve a nessuno. Voi che ne pensate?

PassPack a Le Web 3

Oggi a Parigi ho presentato PassPack, una nuova iniziativa imprenditoriale che sto realizzando insieme a Francesco Sullo e Tara Kelly. Si tratta di un on-line password manager, ossia di un servizio che permette di conservare le proprie password on line in modo sicuro (anzi sicurissimo) e di recuperarle ovunque e in qualsiasi momento. In altri termini è un servizio disegnato per chi usa il web 2.0 anche se magari non lo sanno: persone che gestiscono la posta con Gmail, il calendario con Google Calendar, le fotografie con Flickr, le cose da fare con BackPack e così di seguito.
Immaginare di avere una coppia di user-id e password diverse quando si usano decine di servizi on line è di fatto impossibile e si finisce per adottare stratagemmi che indeboliscono la sicurezza e aumentano le possibilità per i maleintenzionati di accedere in modo fraudolento alle vostre informazioni. La scorciatoia più frequente è sicuramente usare sempre gli stessi termini: il nome della moglie o dei figli, oppure le date importanti e così di seguito.
Ecco perché è fortemente consigliabile usare un sistema per migliorare la gestione degli account che ci servono per accedere ai servizi che utilizziamo tutti i giorni.
PassPack è stato accolto con interesse (almeno questa è stata la mia impressione, anche se non spetta certo a me dirlo) e ha suscitato un po’ di domande su qual è il mercato e i competitore e quali sono i modelli di business. Credo che Lele Danesi mi abbia anche fatto una fotografia nel corso della presentazione :-)
PassPack è on line: testatelo e ditemi cosa che pensate. Se avete voglia di investire un po’ di tempo, provante anche a forzarlo o a immaginare modi per violare la sua sicurezza. Il nostro programma è di rimanere in beta per i prossimi tre mesi mentre completiamo arricchiamo il servizio con nuove funzionalità e prepariamo il lancio della versione commerciale.

I pericoli delle web application: il caso di Jotspot e Google

Il destino (e la speranza) di tante aziende finanziate dai fondi di venture capital è di essere acquisiti da uno dei grandi del settore: è accaduto a Flickr e Del.icio.us comprati da Yahoo! oppure a Writely inglobata in Google e così di seguito. In termini generali il funzionamento è:

  1. un aspirante imprenditore fa un investimento e sviluppa una tecnologia (i costi di start up di un’impresa web 2.0 sono piuttosto modesti, soprattutto se si è disposti a investire il proprio tempo);
  2. l’imprenditore testa pubblicamente la tecnologia e ottiene qualche buon risultato con un numero limitato di clienti e partner;
  3. galvanizzato, l’imprenditore convince un venture capital che conviene mettere dei soldi nel cosiddetto round A per “scalare” e verificare se la tecnologia ha presa su un numero di utenti molto più ampio;
  4. il venture capital comincia a pensare subito a come rientrare del proprio investimento e si guarda attorno per trovare un acquirente (sempre che la società in cui ha investito non abbia le potenzialità per la quotazione, ma sono molto poche quelle che ci riescono).

Lungo tutto il processo, l’imprenditore si affanna per acquisire alla causa partner (oggi quasi tutti mettono a disposizione delle Api per far diventare il servizio anche una piattaforma) e utenti (non necessariamente paganti, l’importante è che ci siano). Arriva il fatidico giorno e la grande azienda decide che è più conveniente acquisire una start up invece di rifare tutto ad zero: l’imprenditore è felice, il venture capital è felice, il cliente o il partner potrebbero non esserlo affatto.

Flicrk e Writely hanno gestito piuttosto bene il passaggio: il primo è rimasto tale e quale, salvo la login che è stata integrata con Yahoo!; il secondo è stato inglobato ma ha preservato i dati degli utenti per mesi (e probabilmente lo sta facendo ancora). A quanto pare, invece, i ragazzi di Jotspot sono stati meno accorti e si sono fatti prendere dall’euforia, dedicando le loro attenzione unicamente a Google e trascurando partner e clienti. Il questi giorni c’è un po’ di discussione attorno al post di un certo Kevin (ne parla Techcrunch Anti-Jotspot/Google Post Deleted Under Pressure) che, oltre a dichiarare il suo malcontento, trae un’interessante lezione da quanto è accaduto alla sua azienda (non viene detto espressamente, ma verosimilmente si tratta di Knowesys, gold partner di Jotspot e early adopter della piattaforma). Ecco il tetralogo:

  1. se sottoscrivete un accordo di partnership, assicuratevi che qualsiasi evento della controparte vi possa coinvolgere vi sia notificato con un congruo preavviso;
  2. fate attenzione ai segnali che arrivano dal vostro partner e che potrebbero annunciare dei problemi;
  3. selezionate il vostro provider di servizi hosted con cautela e scegliete di preferenza chi mette a disposizione anche il codice;
  4. assicuratevi che nel vostro accordo sia esplicitamente previsto il caso dell’acquisizione e stabilite una roadmap per la transizione.

In un periodo in cui tutti parlano di piattaforme web e di servizi hosted, un po’ di cautela è d’obbligo.

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