Archivio mensile:gennaio 2007

Buzz marketing o truffa?

Elisabetta Oldrini segnala (Buzz marketing e il marketing dell’inganno) un articolo del Guardian sul buzz marketing (Psst! Have you heard?) chiosando:

L’articolo apre il dibattito sulla liceità delle forme di marketing quali il “passaparola forzato” e episodi di buzz marketing che si basano sull’impiego di attori che fingono di essere clienti del servizio. Questo tipo di marketing occulto è a dire di alcuni esperti e di qualche associazione consumatori un vero e proprio inganno. E se a volte può funzionare nell’influenzare l’acquisto, altre volte, se scoperto o sospettato, può far risultare il brand davvero antipatico.

Ieri ho commentato la sua segnalazione dicendo: “Non chiamiamo marketing pratiche che assomigliano alla truffa!”. Al mio commento è seguita la risposta della stessa Elisabetta che dice:

Nicola, sono d’accordo sul fatto che si tratti di forme di persuasione all’acquisto poco rispettose della fiducia altrui. Detto questo, concordo con il giornalista del Guardian su fatto che la decisione finale e la capacità di giudizio spettano al consumatore, il quale deve essere in grado di decidere autonomamente a chi credere per i “consigli d’acquisto”.

Rimango un po’ perplesso di fronte all’espressione “forme di persuasione poco rispettose della fiducia altrui”, perché dal mio punto di vista un processo persuasivo implica un rapporto di fiducia. Si tratta di produrre un cambiamento in un atteggiamento o in un comportamento senza usare la coercizione o l’inganno. Se c’è inganno, invece, siamo nel campo della manipolazione e della truffa. Ne è ben consapevole, per esempio, la Word of Mouth Marketing Association (Womma), che nel suo codice etico stabilisce tre capisaldi:

  • onestà di relazione: dire per conto di chi si sta parlando
  • onestà di opinione: dire in cosa credi
  • onestà di identità: mai oscurare la propria identità

Se queste condizioni sono rispettate, allora il consumatore può prendere una decisione consapevole. Altrimenti lo si sta truffando: gli si sta vendendo una cosa che non corrisponde a quello per cui viene venduta. E’ una strategia miope, come fa notare Andy Sernovitz:

“Sarebbe da cretini per qualsiasi brand osare di fare marketing occulto. Quando inganni i consumatori, quando gli fai pensare di aver trovato un consiglio veritiero e che proviene da una fonte fidata ma alla fine si rendono conto che proviene da una persona assoldata dal marketing, sta pure sicuro che odieranno il tuo marchio”.

A me è capitato più di una volta: acquistare un prodotto senza pensarci troppo e scoprire che non faceva quello per cui l’avevo pagato; che le caratteristiche non corrispondevano a quelle che mi erano state descritte. Per esempio, penso che sia un’esperienza comune con le tariffe telefoniche, con i conti correnti bancari o le assicurazioni: ti vendono sempre qualcosa che non corrisponde alla realtà. Sei sempre costretto a perdere tempo e denaro per approfondire, capire meglio, leggere clausole e postille. E nonostante ciò, io non riesco a stare tranquillo!

Chris Anderson, The Long Tail

anderson_longtail.jpgApprendo da Luca De Biase che The Long Tail: Why the Future of Business is Selling Less of More di Chris Anderson sarà presto disponibile anche in italiano a cura di Vittorio Bo. Non perdetelo: è una lettura molto interessante e istruttiva soprattutto per chi si occupa di distribuzione. Secondo il direttore di Wired, infatti, la rivoluzione economica del web non consiste tanto nel potere compare a prezzo scontato i prodotti online. Piuttosto, il concetto chiave è “il successo della varietà”.

Una novità assoluta per il consumatore moderno, abituato a fare i conti con gli spazi limitati dei negozi tradizionali. Proprio questa limitazione, secondo Anderson, ha determinato il modello di distribuzione finora prevalente: un modello costoso che permetteva di giustificare i prezzi di produzione e stoccaggio dei soli beni che venissero venduti in grandi quantità. La cultura di massa nasce proprio dal contingentamento degli spazi: la finitezza dei luoghi destinati alla vendita delle merci ha determinato la necessità di creare pochi prodotti buoni per tutti, omologando quanto più possibile in ogni settore i gusti e le preferenze culturali e di consumo.

Nel suo libro, per spiegare come stanno cambiando i modelli della distribuzione nell’economia digitale, Anderson ricorre spesso all’esempio dei libri. Gli scaffali di una grande libreria sono limitati e hanno un costo al metro quadro. Dentro non ci possono stare libri che non venderanno mai o che venderanno pochissimo e solo in un arco di tempo assai ampio. Per questo sono nati i best seller: una selezione di pochi titoli venduti moltissimo. Un circolo vizioso (o virtuoso, a seconda dei punti di vista) per il quale proprio l’esiguità dei prodotti a disposizione finisce per orientare il consumatore all’acquisto dei titoli meglio esposti e pubblicizzati consacrandoli come campioni di vendite.

Un modello che, per Anderson, appartiene ormai al passato, alla vecchia economia degli atomi. Perché con il digitale le cose stanno cambiando. E per dimostrarlo, il direttore di Wired ricorre alla statistica. L’analisi quantitativa dei dati – spiega Anderson nel libro – evidenzia che la nostra società sta incrociando la “coda lunga”. Di cosa si tratta? The Long Tail, la lunga coda, è un’interpretazione statistica dei meccanismi dell’economia nell’èra digitale. Grazie alla Rete, il mercato e la società non si concentrano più su pochi beni di successo, ma su un numero crescente di prodotti di nicchia, mirati ai bisogni e ai gusti del singolo consumatore. Così, la formula del best seller cede il posto alla distribuzione personalizzata, grazie alla diminuzione dei costi di produzione e allo spazio senza limite dei negozi virtuali. In particolare, nei numeri che descrivono la distribuzione delle vendite, la “coda lunga” è la parte finale del grafico: da una parte ci sono pochi prodotti che vendono molto, dall’altra molti prodotti che vendono poco. L’analisi di Anderson dimostra che, grazie ai negozi online, la somma dei prodotti di nicchia è superiore a quella dei best seller. In altre parole Amazon non solo vende più libri e compact disc di un negozio fisico, ma li vende pescando da un assortimento molto più ampio. Perché – è la teoria di Anderson – quando i consumatori possono scegliere tra un’offerta pressoché infinita, la natura individuale e caratteristica delle loro preferenze si manifesta.

Tre le regole dell’economia della “coda lunga” teorizzate dallo studioso statunitense: ampliare al massimo i cataloghi (la neutralizzazione dei costi di stoccaggio e di esposizione rende economico creare cataloghi infiniti), abbassare il costo della varietà (riduci il prezzo alla metà e taglialo ancora, è il motto di Anderson), guidare la domanda verso la parte “bassa” della coda (aiutando il cliente a esplorare nuove possibilità). Per garantire alti volumi di vendite dei prodotti così distribuiti non sono necessarie, secondo Anderson, grandi campagne promozionali: basta il passaparola.

Ogni anno – ricorda lo studioso – vengono prodotti oltre centomila film, ma solo un centinaio possono contare su un investimento di marketing consistente. Nonostante ciò, un film come Lagaan: Once Upon a Time in India, proiettato in appena due sale negli Usa, è riuscito attraverso l’online ad imporsi come la pellicola indiana più distribuita di tutti i tempi nel mercato statunitense (almeno stando ai dati forniti dall’Amazon’s Internet Movie Database). E la ragione è che la “lunga coda” consente, tramite il passaparola e la distribuzione online in siti come Amazon e Netflix (entrambi ricorrono al cosiddetto marketing virale, pubblicando le preferenze di chi ha comprato un determinato prodotto e suggerendo le relative opzioni ai nuovi acquirenti), di fare incontrare ogni film con il suo spettatore elettivo, ampliando al massimo il mercato. Uno schema applicabile a tutto l’universo dei prodotti dell’entertainment, nel momento in cui «attraverso la distribuzione e la vendita al dettaglio ondine, stiamo passando dal mondo della scarsità a quello dell’abbondanza».

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Chi ha bisogno di un password manager?

Riprendo un brano da un post che Tara ha recentemente pubblicato nel blog di PassPack. Chi non ha bisogno di un password manager? E’ semplice:

  • la gente con meno di tre password
  • la gente con più di tre password e una memoria infallibile
  • la gente che usa la stessa password per tutto
  • la gente che usa qualche “infallibile” formula per creare password sicure

Perché è così che funziona: la maggior parte di noi usa sempre la stessa password oppure si fa spedire la password per posta elettronica e utilizza l’archivio delle email anche come archivio degli account (sic!). Anche se tenete fuori da questo circuito i dati che potrebbero creare dei disastri se rubati, come minimo avete un problema di privacy: non è poi così difficile che qualcuno si impadronisca di pezzi della vostra identità e ne faccia cattivo uso.

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Nova24 e gli apostoli del marketing

Nova 24 del 25 gennaio 2007, pagina 15: Luca Conti propone un reportage sul RomeCamp. Spiega che cos’è, come si svolge, qual è lo spirito: “per partecipare a un BarCamp non è necessario alcun invito formale, ma è assolutamente obbligatorio venire dotati di spirito critico e voglia di interagire”. D’altro canto, lo stesso sito BarCamp.org recita: “a BarCamp is an ad-hoc gathering born from the desire for people to share and learn in an open environment”.

Più sotto nella stessa pagina, un altro articolo di Luca Salvioli parla del MarketingCamp organizzato da Marco Camisani Calzolari, che invece spiega: “Siamo animati dallo spirito di condivisione della rete, abbiamo invitato solo dodici esperti di altro profilo con un’unica regola: tutti devono dare il proprio contributo con 15 minuti di presentazione”.

Allora io mi domando: che cosa c’entra il BarCamp – evento libero, in cui non c’è bisogno di invito per partecipare e dove chi viene può decidere se raccontare qualcosa o meno – con una riunione di dodici professionisti, che si incontrano e si riprendono con una telecamera? Secondo me, nulla! Voi che ne pensate?

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Il mio BarCamp in video

Al BarCamp ho portato la telecamera e mi sono divertito a fare un po’ di riprese, che ho montato stanotte: si tratta della mia visione – molto parziale – dell’evento… solo quello che è capitato nell’obiettivo curiosando tra gli interventi e andando in giro per il Linux Club. Enjoy :-)

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Il mio RomeCamp

Arrivo al RomeCamp alle 10 e parcheggio proprio davanti all’ingresso. Sono arrivato troppo presto, penso, e infatti dentro c’è ancora poca gente. Gli organizzatori stanno creando il tabellone che ospiterà i post-it con i titoli degli interventi sul retro di un poster (magari ci si poteva pensare prima!). I partecipanti arrivano pian piano e la prima ora trascorre in saluti, baci, abbracci, pacche sulle spalle, sorrisi e – alla fine – due passi per un caffè al bar vicino.

Nella sala principale del Linux Club si organizza il palco per le presentazioni e si sistemano le sedie. La seconda saletta, invece, è già predisposta per tenere delle conferenze, mentre la terza postazione è un’aula dotata di computer il cui utilizzo, inizialmente, non era previsto.

Il primo a salire sul palco della sala grande è Francesco Sullo che parla di aSSL. Francesco, oltre a programmare, è un cantautore e ha dimestichezza con palchi e microfoni: l’intervento è fluido e interessante. Ovviamente non manca un accenno a PassPack, di cui siamo co-fondatori ;-)

Provo ad accendere il computer: la connessione wi-fi funziona perfettamente, ma non ho molta voglia di mettermi a scrivere, preferisco andare in giro a curiosare e a scambiare due chiacchiere con gli altri partecipanti. Continuo così, saltando da un intervento all’altro e mi soffermo in particolare du quello di Emanuele Quintarelli e di Simone Morgagni. Poi, con molto ritardo rispetto al calendario, tocca a me: ho scelto la saletta piccola perché mi sembra più adatta per l’argomento che ho deciso di trattare. Constato, con un po’ di stupore, che il mio intervento non produce alcuna domanda. Evidentemente ho sbagliato argomento: se la logica del BarCamp è quella di discutere insieme, io non sono stato capace di alimentare questa discussione. Non posso far altro che aspettare di rivedere i video registrati da Radio Radicale per capire meglio e fare tesoro per il futuro.

Dopo di me parla Robin Good. E’ sicuramente un personaggio con la sua mimetica e ha capito come si produce denaro con un blog: il suo gli frutta oltre duecentomila dollari l’anno. Ovviamente siamo tutti curiosi di saperne di più e lui è ben contento di raccontare la sua storia.

Sono le tre e ho fame, quindi mi riavvicino alla sala grande per vedere se c’è rimasto qualcosa: acchiappo un po’ di formaggio e qualche sottolio gentilmente offerti da San Lorenzo. Mentre sbocconcello faccio due chiacchiere con Amanda Lorenzani che alterna un pezzo di formaggio con un pocket coffee ;-)

Comincio a essere stanco e l’unico altro intervento che riesco a seguire è quello di Roberto Galoppini sui modelli di business dell’open source: veramente molto bravo. Peccato che abbia scelto la terza saletta per parlare, perché non c’era la telecamera.

A questo punto non rimangono che i saluti e l’attesa che siano messi online tutti i materiali raccolti, perché voglio vedere gli interventi di Luca Conti, Lele Dainesi e Vittorio Pasteris. Più tutti gli altri che mi sono perso e che sicuramente valeva la pena di ascoltare.

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Giornalismi possibili: ci sono anche io

Per una volta che a Roma si svolge un evento sul web 2.0 non posso proprio mancare, anche perché Bernardo Parrella è stato così gentile da chiedermi un contributo per il dossier che sarà presentato in occasione del convegno: Il Web 2.0 e lo scenario italiano. A che punto siamo?

Io riuscirò a partecipare all’evento solo a partire dalla tarda mattina e mi tratterrò con tutta probabilità per tutto il pomeriggio. Alla sera, cena di 2spaghi: sarà una giornata molto geek ;-) Se c’è qualcuno che vuole scambiare due chiacchiere, sono contento di ampliare il mio social network.

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Technorati lascia Edelman e abbraccia Pr Newswire

David Sifry annuncia che Pr Newswire utilizzerà la tecnologia di Technorati per mostrare le conversazioni generate nella blogosfera dai comunicati stampa pubblicati sul principale sito americano di distribuzione di informazioni professionali (Pr Newswire Now Linking All Press Released to Technorati).

La notizia segue di pochi giorni l’uscita del rapporto di Edelman sulla blogosfera (Tutte le lingue della blogosfera), che sancisce la fine della collaborazione tra le due aziende dopo i vari incidenti di percorso causati dai professionisti della più grande agenzia di relazioni pubbliche del mondo.

A chi ha avuto modo di fare due chiacchiere con David Sifry a Le Web 3, il Ceo del motore di ricerca non aveva certo nascosto che i rapporti con Edelman si erano deteriorati e che lui non riteneva più produttivo per la sua azienda che i due nomi fossero associati. Il passaggio da un’azienda all’altra conferma la ricerca di partner per la creazione di servizi professionali: Pr Newswire ha l’aria di essere un compagnio di avventure meno rischioso del precedente. Vedremo come andrà a finire :-)

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PassPack: primo mese-versario

PassPack è stato messo on line esattamente un mese fa in occasione di LeWeb: che cosa è successo in questi trenta giorni? Molte cose interessanti.

Innanzitutto abbiamo rilasciato altre due versioni del sito migliorando il servizio e stiamo lavorando alla beta 4. Le nuove release sono anche il frutto dell’interazione con gli utenti che ci hanno segnalato potenziali problemi e dati suggerimenti utili: la nostra filosofia è essere trasparenti, anche perché quando si parla di sicurezza, la segretezza dei sistemi utilzzati (la cosiddetta security through obscurity) non assicura particolari vantaggi.

Finora abbiamo segnalato il nostro servizio in siti tecnici e abbiamo ricevuto un po’ di recensioni in inglese, francese, spagnolo e persino giapponese. Nessuna recensione in italiano, ancora, ma siamo fiduciosi che qualche blogger prima o poi ci noti e decida di farci sapere cosa pensa di PassPack (forse non aiuta il fatto che il sito sia unicamente in inglese!)

Le reazioni degli utenti sono incoraggianti, mentre quelle degli informatici sono ambivalenti e vanno dallo scetticismo (“io le mie password le ricordo a memoria e questo è l’unico modo sicuro”), all’interesse fino al plauso. La cosa che ci piace è che tutti gli esperti di sicurezza che abbiamo interpellato finora non ci hanno detto che siamo dei pazzi a voler conservare le password di migliaia o milioni di persone :-)

A gennaio, oltre ad andare avanti con l’attività di comunicazione, faremo tre cose:

  1. sottoporremo il sistema a review formali di esperti indipendenti, perché vogliamo essere sempre sotto pressione e sotto esame per essere sicuri di non sottovalutare alcun aspetto;
  2. lanceremo un sondaggio per capire quali sono i modelli di uso delle password e in che direzione migliorare il servizio dal punto di vista della user experience;
  3. metteremo a punto il modello di business delinenando sia l’evoluzione dei servizi consumer che quello dei servizi rivolti alle imprese.

Sarà un mese pieno di lavoro. Ovviamente tutti i suggerimenti, le osservazioni, le critiche e le perplessità sono benvenuti. Non siate timidi :-)

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I blog sono mercati

Qualche giorno fa ho partecipato a un’interessante discussione sul blog si Luca De Biase su Pubblicità e qualità. Cerco di sintetizzare i termini della questione e di proporre alcune ulteriori riflessioni.

Nel mondo dei media di massa la produzione di contenuti è resa possibile dalla disponibilità di un inserzionista che paga per far comparire un messaggio promozionale accanto a dei contenuti (per esempio, un programma televisivo o una rivista) indirizzati ad interlocutori potenzialmente interessati allo stesso messaggio. In quel mondo esistono delle metriche che sono legate essenzialmente all’audience, al costo per ciascun contatto e al ritorno sull’investimento. Le stesse metriche valgono nel mondo dei nuovi media fintanto che ci troviamo di fronte a siti che hanno una struttura di produzione analoga a quella dei media tradizionali (come i giornali on line o i grandi portali).

Le regole cambiamo quando prendiamo in considerazione la miriade di siti piccoli e piccolissimi in cui appassionati parlano e discorrono di tutti gli argomenti possibili e immaginabili. In questo caso non abbiamo un’industria che “certifichi” tipologia e qualità del contenuto e, allo stesso tempo, abbiamo delle audience che non rendono irrilevanti i guadagni per l’editore amatoriale.

Per esempio, qualche giorno fa, Guy Kawasaki ha fatto un riepilogo dei suoi risultati come blogger (A Review of My First Year of Blogging) evidenziando che, nonostante abbia quasi 23.000 lettori che leggono il sito via rss o email) e abbia totalizzato 2.436.117 pageview, gli introiti pubblicitari prodotti con Google AdSense ammontino solamente a 3.350 dollari in un anno: una miseria se consideriamo il tempo necessario per scrivere i 262 pubblicati nello stesso periodo. Ovviamente il valore del blog per Guy Kawasaki non è nei ricavi pubblicitari. Come sottolinea i motivi reali sono:

  • aumentare le probabilità che i prossimi due ragazzi che stanno pensando al futuro Google se lo facciano finanziare dalla sua società di venture capital;
  • per supportare le società in cui ha interessi di qualsiasi tipo;
  • per verificare in prima persona quali sono le potenziali di un modello di business fondato unicamente sull’advertising on line;
  • per lanciare delle idee e testarle grazie al contributo di migliaia di persone.

Guy Kawasaki, quindi, monetizza lo sforzo necessario ad alimentare il proprio blog indirettamente. E così fanno molti altri, anche il sottoscritto, per il quale il blog è una palestra di esperienza, un modo per alimentare contatti e relazioni un bloc notes condiviso e molto altro.

Cosa accade, invece, a tutti coloro che non alimentano un blog perché è funzionale al proprio business? Quali sono i potenziali flussi di ricavo? Perché Luca De Biase ha sicuramente ragione nel sostenere che la remunerazione è un grosso incentivo per continuare a produrre. Lavorando nell’editoria è abituato a un modello in cui i soldi arrivano dalla pubblicità. Ma siamo sicuri che questo modello di business abbia senso anche nel mondo della Rete?

Oggi, Nova24 si apre con un pezzo di Weinberger che ribadische che I mercati sono davvero conversazioni. Ebbene, se ciò è vero, forse il seguente sillogismo potrebbe rappresentare un interessante spunto per esplorare nuovi modelli di business:

Le conversazioni a volte sono dei mercati
I blog sono conversazioni
I blog a volte sono dei mercati

Per far tornare il sillogismo categorico occorre rigirare la famosa frase di Weinberger (se qualcuno ne capisce più di me di logica, lo ringrazio in anticipo per il contributo ;-) ).

Concludo: se i blog sono mercati, allora nella blogosfera si possono effettivamente svolgere le transazioni auspicate dalla pubblicità. In altri termini, come immaginavo in un commento lasciato nel blog di De Biase, un blogger può materialmente vendere i prodotti che usa, conosce e consiglia ricevendo la percentuale che normalmente spetta al commerciante. Questo sposterebbe la blogosfera dal mercato dell’advertising a quello della distribuzione ed, eventualmente, dell’assistenza ai clienti. Un’area in cui la relazione con il lettore/consumatore può essere monetizzata in modo molto più consistente che nella pubblicità.

Attendo i vostri contributi sull’argomento.

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Pandemia e Tiziano Fogliata, Motori di ricerca al 100%

Motori di ricerca al 100 per centoConfesso che ho comprato Motori di ricerca al 100% perché conosco gli autori, altrimenti sarei passato oltre con la convinzione di sapere tutto quello che serve in materia… e avrei fatto male, perché il libro di Luca Conti e Tiziano Fogliata è la dimostrazione di come non bisogna mai dare nulla per scontato.

Molti per abitudine usano Google come unico motore di ricerca. Anche quanto i risultati sono rappresentati da pagine e pagine di spam o risultati inconcludenti, la prima reazione non è cambiare fornitore, ma tentare altre ricerche con parole meno diffuse, raffinare, cercare di prendere altre direzioni. C’è un’inerzia di fondo nel comportamento degli utenti, legato al fatto che la maggior parte di noi non ha voglia di imparare continuamente a fare la stessa cosa in modo diverso.

Motori di ricerca al 100%, invece, ci mostra una serie di alternative che partono dalle ricerche avanzate che si possono fare con Google: accorgimenti che aiutano a migliorare di gran lunga la qualità dei risultati con poco sforzo.

La parte più interessante del libro, però, riguarda la rassegna dedicata ai motori di ricerca verticali, da quelli che indicizzano alla blogosfera come Technorati, ai siti specializzati in audio e video. Senza dimenticare i siti che raccolgono e catalogano informazioni turistiche o sui prodotti di consumo (due aree in cui i motori generalisti come Google sono diventati veramente poco efficaci).

Motori di ricerca al 100% è un’utile lettura per chi vuole aumentare le proprie abilità di cercatore di informazioni on line. E poiché questo è un settore in rapida evoluzione, non bisogna dimenticare che il duo Pandemia Fogliata gestisce un blog dedicato ai motori di ricerca, che vale la pena di tenere nell’aggregatore.

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PassPack: password per il web 2.0

Il proliferare di servizi on line (dalla gestione della posta elettronica, per passare ai siti di sharing, social networking, instant messaging e così di seguito) pone il problema della gestione di decine di password.

Poiché i dati da tenere a mente sono numerosi, è abbastanza automatico utilizzare sempre la stessa coppia di user-id e password o di conservare questi dati in chiaro in un documento nel computer o – peggio – su un pezzo di carta nel cassetto della scrivania.

Il problema si può risolvere utilizzando dei password manager: quelli stand alone non sono certo una novità, ma hanno il problema di ancorare l’archivio delle password a una postazione fisica, mentre le web application sono accessibili, per definizione, anywhere anytime, ossia ovunque e in qualsiasi momento. Anche le password dovrebbero essere quindi disponibili ovunque e in qualsiasi momento.

PassPack fa proprio questo! Abbiamo lanciato il servizio in occasione di Le Web 3 e stiamo vedendo un crescente interesse verso questo tipo di applicazione, tanto da avere una recensione anche in giapponese. Il numero di sottoscrittori aumenta ogni giorno così come il tasso di utilizzo: gli utenti non si limitano a provarlo, ma lo usano con regolarità.

Incoraggiati dai risultati, stiamo lavorando all’evoluzione delle funzionalità: il nostro obiettivo è aiutare gli utenti a gestire le proprie credenziali di accesso ai servizi on line aumentano il livello di sicurezza e la facilità d’uso. Il tutto in modo assai trasparente, come potete leggere nel nostro blog alimentato regolarmente da Tara Kelly :-)

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Comunicazione e nuovi media: automazione

Termino con questo post, la dissertazione sui nuovi media e la comunicazione d’impresa, occupandomi del terzo termine che sarà oggetto della mia (eventuale) presentazione al BarCamp di Roma, ossia: automazione.

I media digitali hanno una codifica numerica e una struttura modulare: di conseguenza è possibile automatizzare molte operazioni necessarie per la loro creazione, manipolazione e accesso. Questo significa che – almeno in parte – possiamo rimuovere l’intenzionalità umana dal processo.

In prima battuta, l’automazione riguarda l’utilizzo di strumenti che facilitano la creazione di oggetti mediali. Mi riferisco, per esempio, agli stabilizzatori di immagini nelle videocamere digitali oppure ai software di editing video che permettono di montare automaticamente una sequenza di immagini sincronizzandole con una colonna sonora. In tutti i casi si tratta di ausili che aiutano a ottenere buoni risultati senza richiedere particolari competenze tecniche o pluriennali esperienze.

La facilità e l’economicità con cui si riesce a produrre oggetti mediali di buona qualità hanno contribuito alla vertiginosa crescita di siti come Flickr e YouTube. Queste comunità condividono migliaia di immagini e filmati che ritraggono prodotti (come questa bella foto amatoriale di un Apple iPod Shuffle) o li collocano in contesti e situazioni che un esperto di product placement avrebbe sicuramente evitato (come questo Macintosh Classic convertito in acquario).

Le implicazioni dell’automazione, però, non si limitano a rendere più facile la produzione di oggetti mediali. In questo contesto, possiamo comprenderne l’estensione soprattutto se consideriamo che la comunicazione d’impresa ha una finalità persuasiva: essa, infatti, si propone di modificare gli atteggiamenti, le credenze e le azioni dei destinatari dei messaggi per permettere alle organizzazioni di raggiungere i propri obiettivi. Occorre, allora, chiedersi come è possibile impiegare la tecnologia nell’ambito di un processo persuasivo. Per farlo, possiamo fare riferimento a due filoni di indagine: gli studi sulle tecnologie persuasive della Stanford University e quelli sull’affective computing http://affect.media.mit.edu/ condotti presso il Mit.

Secondo B.J. Fogg (Tecnologia della persuasione) i computer possono rivestire tre ruoli nell’ambito di un processo persuasivo: strumento, medium e attore sociale. In qualità di strumento, un’applicazione può contribuire a cambiare l’atteggiamento o il comportamento di una persona aumentando l’efficacia di un’azione, fornendo informazioni personalizzate ovvero guidando l’utente attraverso un processo. Nel ruolo di medium, un computer può fornire simulazioni e creare ambienti virtuali: per esempio, è possibile utilizzare i media digitali per offrire esperienze che aiutino a comprendere i nessi di causa ed effetto e a valutare le conseguenze di un’azione senza esporre l’utente a pericoli concreti. Infine, i computer possono essere visti come attori sociali quando vengono loro attribuite qualità che sono normalmente associate agli esseri umani: in questo senso un attore digitale può fornire supporto emotivo e sociale ovvero utilizzare le dinamiche tipiche dell’interazione tra persone.

La tecnologia che abbiamo a disposizione rende abbastanza comune l’interazione con strumenti digitali realizzati con l’obiettivo di far compiere delle azioni. Tra i più sofisticati troviamo i sistemi di raccomandazione basati sul filtraggio collaborativo: si tratta di strumenti che promuovono la vendita di libri (Amazon), il noleggio di Dvd (Netflix) o il consumo di musica (Raphsody). I sistemi di simulazione sono meno comuni, perché le apparecchiature necessarie sono più costose e a volte ingombranti. Tuttavia, esistono già applicazioni assai interessanti: mi riferisco, per esempio, ai programmi educativi di RealityWorks, che impiega dei bambolotti “intelligenti” per far vivere alle teenager l’esperienza di accudire un neonato con l’obiettivo di persuaderle ad adottare gli opportuni accorgimenti per evitare gravidanze indesiderate.

Ancora rudimentali sono gli esperimenti legati alla creazione di agenti virtuali che possano svolgere il ruolo di attori sociali credibili. Tra questi, potrei citare i personaggi di OddCast che, nella versione, più sofisticata utilizzano un motore di intelligenza artificiale, che permette loro di interagire – seppur limitatamente – con gli utenti di un sito. In questa direzione, il futuro è probabilmente rappresentato dalla diffusione di mondi sintetici come Second Life.

Per il momento mi fermo qui: ci vediamo al BarCamp di Roma per approfondire questi e altri temi :-)

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Bernard-Henry Lévy: chi è costui?

I pochi giorni di pausa che mi sono concesso a cavallo di Capodanno sono stati accompagnati dalla quotidiana lettura del Corriere della Sera, che ormai compro solo quando sono distante dal computer (il feed rss è nel mio aggregatore).

Il 30 dicembre del 2006, in prima pagina c’era un commento di Bernard-Henry Lévy dal titolo: I blog, Bush e i complottisti. Ecco tutto il peggio del 2006. Il pezzo è banale e pieno di frasi fatte: il livello è quello dei servizi natalizi che vengono trasmessi ogni anno dal telegiornale. Accanto al mio poco apprezzamento, vorrei sottolineare due aspetti che me lo hanno reso particolarmente antipatico.

Il primo riguarda il fatto che il titolo ha poco a che vedere con il contenuto dell’articolo. I blog, infatti, sono citati solo alla fine e non rappresentano quindi la cosa peggiore del 2006 che invece viene riassunta così: “E’ stato l’anno in cui l’America ha capito che il suo amato presidente era un incompetente e un bugiardo”. Non credo, però, che Lévy abbia colpa per il titolo, quindi il biasimo è indirizzato direttamente a chi lo ha confezionato.

La seconda riguarda il commento sui blog, e qui la colpa è tutta del francese: “E’ stato l’anno in cui si è confermato che la vera disinformazione non è più nella mancanza o nella scarsa informazione, e nemmeno nella censura ma, al contrario, nell’inondazione, nel flusso ininterrotto di notizie e commenti, nello tsunami di reti televisive, di schermi, di nuovi supporti, di blog. E’ stato l’anno dei blog, appunto. Cioè di un planetario guardarsi l’ombelico. E’ stato l’anno in cui si è capito che i giornali potevano sparire perché tutti erano giornalisti, ciascuno aveva il suo punto di vista, e tutti i punti di vista avevano egual valore”.

Confesso la mia ignoranza: ho dovuto cercare su Internet per sapere chi fosse Bernard-Henry Lévy e perché egli ritenesse che il suo punto di vista avesse più valore del mio. C’è da dire che la voce su Wikipedia non è particolarmente lusinghiera nei suoi confronti. Viene infatti descritto come un sedicente filosofo, narcisista e borioso per il quale è stato coniato il detto: “Dio è morto, ma i miei capelli sono perfetti”.

Eppure, come ha detto un mio amico: “a lui lo pagano per scrivere sul Corriere della Sera, mentre tu scrivi aggratis sul tuo blog”. Quindi, il punto di vista del francese vale più del mio perché qualcuno è disposto a pagare per pubblicarlo. E’ un metro di giudizio, su questo non c’è dubbio. Voi che ne pensate?

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Conti ed email controllate: solo per chi va in Usa?

Il Corriere della Sera di ieri (Conti ed email controllate per chi va in Usa) riporta che il Daily Telegraph ha avuto accesso ai documenti relativi all’accordo tra Unione europea a Stati Uniti che regola l’ingresso negli Usa dei passeggeri provenienti dall’Europa. Non ho trovato l’articolo sul sito del giornale britannico, ma in due parole il succo dell’accordo è il seguente: chi acquista il biglietto on line di fatto permette al governo americano di accedere a tutti i messaggi dell’account di posta elettronica e al registro di tutte le transazioni effettuate con la carta di credito utilizzate per completare l’acquisto.

Il nostro garante della privacy ha sottolineato come si tratti di un’imposizione degli Usa (o si accettano queste regole o i vettori europei non possono sorvolare gli Stati Uniti) che andrà rinegoziata nel corso dell’anno. Confesso di non comprendere esattamente i dettagli legali e mi domando: se in Italia c’è bisogno della richiesta di un magistrato per accedere a questo tipo di informazione, come fa il governo americano a chiedere i dati della mia posta a un provider italiano senza passare per una rogatoria internazionale? Se c’è qualcuno che ne capisce più di me o che vuole rilanciare questa domanda a chi può rispondere, lo ringrazio anticipatamente.

Parallelamente, però, mi viene un dubbio. Io ho un account di posta elettronica su Gmail e ritengo che il server che ospita i miei messaggi sia negli Stati Uniti. Se il governo americano si può imporre all’Unione europea (ripeto: non capisco in virtù di quale principio), immagino che non avrà alcuna remora ad accedere al mio account qualora pensasse di trovare tracce per sgominare chissà quale oscuro piano terroristico. Lo stesso dicasi per le transazioni che compio con la mia American Express (immagino che almeno un backup sia presso una sala server negli Stati Uniti).

La domanda sorge spontanea: quali garanzie ha un europeo di veder tutelata la propria privacy, secondo le regole che conosce (quelle del proprio paese) quando usa il servizio offerto da una multinazionale americana? Anche in questo caso non so fornire una risposta con un fondamento giuridico. Posso solo richiamare, a titolo di esempio, le regole sulla privacy di Google, che a questo proposito dichiara (Punti salienti sulle norme sulla privacy di Google):

  • Google tratta i dati personali sui suoi server situati negli Stati Uniti ed in altri paesi. In alcuni casi i vostri dati personali vengono trattati su un server che si trova al di fuori del vostro paese.
  • Google aderisce alla regolamentazione detta di Safe Harbor UE/USA.

La stessa sezione sulla privacy rimanda al sito Export.gov, ma il Safe Harbor è in vigore dal 1998 e non è quindi l’accordo cui si riferisce il Daily Telegraph. Tuttavia, il contenuto non è certo rassicurante perché si dice chiaramente che le norme che regolano la privacy in Europa sono più restrittive di quelle americane. L’adesione al Safe Harbor permette alle aziende statunitensi di importare i dati dei cittadini europei a certe condizioni. E poi?

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