Archivio mensile:aprile 2007

Lo ZenaCamp e il Secolo XIX

La copertura che il Secolo XIX (sponsor) ha dato allo ZenaCamp offre l’opportunità per un paio di osservazioni.
Nella versione cartacea, l’evento si guadagna la prima pagina con uno spazio sopra la testata e la faccia un po’ allucinata di Robin Good.

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La cosa viene presentata come un evento mondano, una festa, ma d’altro canto è la prima pagina e ci vuole un po’ di glamour. L’articolo nella sezione “spettacoli e cultura” è ben scritto e in quanto tale è prevedibile, non ha nessuna particolare anima.

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E’ un buon esempio di giornalismo, c’è la notizia e c’è il colore, ma racconta tutto sommato poco. Ironia della sorte, la foto interna riporta praticamente solo nuche e culi (il mio, ahimé). E’ molto più bello leggere quello che si dice in Rete e guardare le foto su Flickr: è più vero, meno filtrato, più interessante. Insomma i giornali riescono a raccontare solo fino a un certo punto: i media sociali riescono ad andare oltre.
La versione online, invece, è semplicemente disastrosa. Il redattore ha fatto copia e incolla di un take dell’Ansa, come ci fa notare Lele Dainesi. La notizia dell’agenzia è piena di errori: sono sbagliati nomi (Beggi diventa Baggi, Maistrello diventa Maistrella) e secondo il giornalista Beggi avrebbe detto: “Secondo la leggenda metropolitana che circola fra noi blogger (chi scrive su un blog) – continua Baggi – tempo fa in California, durante una classica conferenza, un ragazzo si accorse che la parte più interessante erano i discorsi informali che i partecipanti facevano al bar durante le pause dei lavori. Seguendo questo spirito organizzò il primo BarCamp”.

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Se Beggi ha detto una cosa del genere, qualcuno gli metta off line il blog e bruci l’hard disk per punizione ;-)
Questo è un esempio di pessimo giornalismo. E certo non è molto bello che il redattore del Secolo XIX abbia fatto copia e incolla dall’Ansa dimostrando di non aver neanche sfogliato la versione cartacea del giornale per cui scrive! Insomma, sembra che le redazioni non si parlino molto: perché non far scrivere la notizia per l’online alla stessa persone che ha seguito la conferenza e ha scritto il pezzo per la carta stampata?
E, infine, se è vero quanto ho detto prima, perché non continuare quanto scritto da sulla carta con un pezzo complementare che faccia da aggregazione e punto di partenza verso altre destinazioni? A quanto pare è una cosa difficilissima da fare: neanche Nova24 – che pure ha offerto spazio a molti blogger sulle proprie pagine – ha ancora pensato a qualche forma di ibridazione seria.

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Il mio ZenaCamp

Bello lo ZenaCamp. Molto affollato, ricco di persone interessanti e ben organizzato. Provo a proporre la mia versione della giornata.
Arrivo a Palazzo Ducale verso le 11. Gli spazi in cui si svolge l’evento sono gremiti: saluto gli organizzatori e mi complimento per il successo annunciato. Molti hanno già tirato fuori i computer e si sono connessi a una delle rete wi-fi presenti. Si blogga, si mettono on line le prime immagini, si cinguetta su Twitter e Robin Good ha iniziato le trasmissioni in diretta: per l’occasione ha inventato una specie di zainetto in cui sistema il computer a cui è collegata la telecamera con cui riprende; nulla che non si potesse fare con un normale zainetto, ma così è molto più scenografico e Robin sa come attirare l’attenzione. Ha perfino cucito sulla mimetica delle pecette con i loghi degli sponsor della sua web tv, però l’abbinamento “look alternativo + banner” non mi convince molto.
Estraggo la telecamera e comincio a riprendere anche io. Oggi non ho voglia di fare delle interviste serie, quindi vado in giro cazzeggiando, salutando e conoscendo in atomi persone che finora ho frequentato solo in bit. Mi rendo conto che Twitter restituisce un’immagine delle persone più fedele di quella che riesce a fornire un blog: evidentemente il micro-blogging con tutti i suoi “messaggi di stato” porta la conversazione su un piano più umano e personale… mi ripropongo di approfondire le dinamiche del lifestream.
Vengo fermato da una ragazza che mi dice di aver mandato la sua candidatura per il montaggio del Nicola Mattina Web Show e mi fa presente che io non le ho mai risposto. Ahimè, ha ragione: ho messo due annunci nel mio blog, ho ricevuto un po’ di risposte, ma non ho ancora replicato a nessuno per mancanza di tempo. Mi rendo conto che non è carino: la settimana prossima provvederò a rimediare; nel frattempo mi scuso con tutti quelli che se ne sono avuti a male :-(
A pranzo chiacchiero con Fabio Masetti di co-working. Poi coinvolgo Paolo Valdemarin, Alberto Mucignat, Sergio Maistrello, Gaspar Torriero, Matteo Balocco e Stefano Vitta in un piccolo talkshow che a un certo punto vira sinistramente verso un argomento inquietante: cosa accadrà al tuo blog quando ti sarai estinto? Gaspar propone l’istituzione di un esecutore testamentario che si incarichi di scrivere il post di commiato e prenda cura delle ultime volontà digitali.
Si ricomincia. Ascolto un pezzo dell’intervento di Luca Mascaro, ma la sala in cui si svolge non aiuta la conversazione perché occorre essere molto vicini per interloquire a causa del rumore di fondo… mi riprometto di riparlare della cosa con calma. Continuo passando da una presentazione all’altra e cercando di cogliere degli spunti: Pasteris riflette su come si organizza un barcamp. Ne parlo anche più tardi con Leonora Giovanazzi e un suo collega dell’Università della Svizzera italiana, che stanno organizzando una un-conference a Lugano: concordiamo sul fatto che sarebbe molto utile registrare e mettere tutto online, che si potrebbe ampliare il numero di partecipanti grazie alla Rete o offrire esperienze di fruizione diverse grazie ai mondi virtuali.
Ascolto un lungo pezzo dell’intervento di Michele Favara Pedarsi che parla di reti wireless e democrazia: ci sono degli spunti che mi sembra valga la pena di approfondire e dopo la presentazione ci fermiamo un po’ a chiacchierare delle reti a maglia, un argomento che ho sfiorato ma che non ho mai avuto l’opportunità di approfondire. Forse è venuto il momento!
Infine, tocca a me: avevo immaginato di proporre la mia chiacchierata a un pubblico poco numeroso con cui mettere alla prova alcune idee che mi frullano da un po’ di tempo in testa sulla democrazie e la rete. Per uno strano caso, il mio intervento si svolge in abbinata a quelli di Ludovico Magnocavallo e Stefano Epifani e mi ritrovo davanti a una sala gremita di persone. La situazione mi mette un po’ a disagio e, quando si arriva alla parte di discussione, mi rendo conto di non essere riuscito a raccontare in modo comprensibile la mia democrazia 2.0. Tornerò sull’argomento nei prossimi giorni, mettendo online le slide e commentandole estensivamente.
Passo il microfono a Ludo, che illustra delle statistiche sulla blogosfera italiana tratte da Blogbabel. Le slide più interessanti sono quelle che contengono i grafi con la rete di link tra blog e tra questi e altri. Vengono presi in considerazione dei casi specifici restringendo la ricerca a delle parole chiave: si tratta dello ZenaCamp e del nuovo cellulare della Nokia. A Ludo faccio due inviti: il primo è pubblicare le slide in pdf (in modo che le immagini si possano ingrandire e leggere in dettaglio) perché vorrei commentarle ulteriormente; il secondo è cercare di aggiungere la dimensione del tempo, magari realizzando un’animazione.
Non posso fermarmi oltre e mi dispiace perché avrei voluto sentire Stefano raccontare lo stato del progetto BlogLab. Saluto e scappo in aeroporto. Atterrare e decollare da Genova e suggestivo perché la pista si trova tra il mare e il porto: contrariamente a quanto faccio di solito prendo il posto vicino al finestrino e mi godo la città dall’alto, poi comincio a scrivere questo post. Bello lo ZenaCamp :-)

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Wiki Marketing con Maurizio Goetz

Venerdì scorso, ho partecipato a un seminario organizzato da Business International a Milano sul marketing collaborativo. Come conduttore della giornata, ho aperto le danze introducendo i media sociali per poi passare il testimone a Maurizio Goetz che ha illustrato ai partecipanti come funziona il marketing collaborativo. Se fossi costretto a sintetizzare in due frasi l’intervento di Maurizio, direi:

  • nel momento in cui posso, anzi devo, coinvolgere il cliente in tutte le fasi che riguardano la vita di un prodotto, il problema non è più solo conquistare la sua attenzione, ma guadagnare il suo rispetto spendendo la mia reputazione;
  • nel momento in cui il mio cliente impara ad approvvigionarsi delle informazioni che gli servono per decidere cosa acquistare, il problema non è fargli promesse su cosa può fare un prodotto per lui, ma offrirgli contenuti che riguardano quello che vendo.

Sono solo due frasi, ma sono dirompenti soprattutto sulle attività che saranno chiamati a svolgere le donne e gli uomini di marketing nelle aziende. Purtroppo per loro, il marketing collaborativo, fa venir meno molto schemini semplici da mandare a memoria, come quello delle 4P (prodotto, prezzo, punto di vendita, promozione) o delle varianti che arrivano fino a 7P.
A pranzo quattro gradevoli chiacchiere con Isabella Triaca davanti a una cotoletta, ahimè non all’altezza della tradizione cittadina :-) E’ un peccato doversi sedere a un tavolo in queste occasioni perché di fatto è l’unico momento di socializzazione con i partecipanti e sarebbe quindi più interessante se si potesse stare in piedi: la conversazione diventa molto più fluida ed è più facile passare da un gruppo all’altro lanciando e cogliendo spunti di riflessione.
Il pomeriggio è stato il momento di tre casi di studio. Enrico Noseda, european market development manager di Skype, ha mostrato come la sua azienda dialoghi con clienti e sviluppatori usando un ampio spettro di strumenti, che vanno dal blog di Mr. Pin ai forum, senza dimenticare – ovviamente – lo stesso Skype. Certo non sono tutte rose e fiori e ogni tanto alcuni utenti vanno un po’ sopra le righe: tuttavia, se si adotta la filosofia della collaborazione con consapevolezza, i vantaggi che se ne ottengono sopravanzano di gran lunga gli svantaggi. Spero che Enrico abbia tranquillizzato i partecipanti sulla questione delle critiche che un’azienda potrebbe ricevere dai propri clienti: la maggior parte di loro sono brave persone e spesso quando si lamentano hanno ragione da vendere. Le aziende, invece, per qualche bizzarro motivo, pensano che i propri interlocutori debbano essere sempre ossequiosi. Io preferirei avere clienti esigenti, ma sinceramente entusiasti, piuttosto che accomodanti e maldicenti.
Dopo Enrico, è stata la volta di Fulvio Zendrini, senior vice president advertisign and image di Piaggio, che ha fatto un intervento piuttosto istrionico, ma che – purtroppo – ha toccato solo marginalmente il marketing collaborativo.
La discussione è tornata a farsi interessante con Mafe De Baggis e Silvia Cavalli che hanno parlato del blog di Grazia. Si tratta di un’esperienza che offre alcuni spunti di riflessione sul ruolo degli editori. Il blog realizzato dalle due fanciulle è alimentato dai lettori e (almeno finora) questo ha creato delle difficoltà nella vendita di pubblicità: non si può infatti garantire che i lettori parlino bene dei prodotti reclamizzati. Le aziende dovrebbe imparare a partecipare alla conversazione, ma se così fosse non ci sarebbe più bisogno di acquistare delle pubblicità per essere presenti nel blog. Allora che vende l’editore? La risposta potrebbe essere: il know how sulla comunità che ha costruito, su come funziona, su come vi si partecipa. Non è un cambio banale: si passa dall’advertising un tanto al chilo alla consulenza di comunicazione, anzi di conversazione.

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Perché uso Twitter?

Raccolgo il meme di Melamorsicata ed ecco i miei due cent su Twitter. Ho cominciato a usarlo da qualche tempo per curiosità: se c’è un servizio di cui si parla state pur certi che sono già registrato o mi sto per registrare :-)
Su Twitter partecipo a una piccola comunità fatta di persone che conosco e di gente che non ho mai avuto la fortuna di incontrare. Ci si scambia essenzialmente messaggi di stato (quello che stiamo facendo, che pensiamo e così di seguito) e ogni tanto si chiacchiera in privato. Uno Twitter via instant messenger e solo occasionalmente via web, non ho mai ricevuto messaggi via sms e non ne ho mandato.
L’uso contemporaneo di Twitter, Skype e altri client di instant messaging mi sta creando un serio problema di attenzione: portano via moltissimo tempo soprattutto quando le comunità crescono. Al momento, infatti ho 31 friend su Twitter, 76 contatti in Skype e un’altra decina tra Gtalk ed Mns. Conosco persone che ne hanno molti di più, ma nessuno dei client, per quanto ne so io, offre particolari strumenti di gestione dei contatti e dei permessi attribuiti a ciascun contatto. Insomma, ci vorrebbe una qualche forma di segreteria digitale e delle aggregazioni differenziate di messagi e utenti. Qualcuno ha già indagato in questa direzione? In caso affermativo, fatemi sapere :-)

Lancio il meme ad Andrea Martines e a Luca Mascaro, per approfondire i temi legati a Twitter e alla user experience.

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Girl Geek Dinner: ecco il video

E’ passato tantissimo tempo, lo so, ma quando ho iniziato a occuparmi di video blogging proprio non immaginavo che ci sarebbe voluto così tanto tempo per fare la post produzione. Andare a un evento, portare la telecamera e coinvolgere un po’ di persone per delle interviste è tutto sommato facile; tornare a casa, riversare il video, costruire una storia, reperire immagini e video che mancano, fare il montaggio è altra cosa.

Con il video dedicato al primo Girl Geek Dinner Italia, parte quindi una collaborazione con Andrea Icardi, che si occupa di produzioni video per mestiere e che ho trovato grazie all’annuncio pubblicato un po’ di tempo fa proprio in questo blog. L’avvio della collaborazione ha richiesto un po’ di fine tuning, ma adesso il meccanismo si sta rodando e a breve mettere in linea una montagna di materiale.

Cosa c’è nel video dedicato al Girl Geek Dinner? Interviste, ovviamente :-) Ho fatto quattro chiacchiere con Amanda Lorenzani (ideatrice dell’incontro), Frieda Brioschi, Caterina Di Iorgi, Isabella Rega, Elisa Del Moro, Sara Rosso e l’impareggiabile Chiarula (al secolo Chiara Rivella) con il suo casco.
Ma non manca anche qualche presenza maschile: sono capitati nell’obiettivo Stefano Vitta, che si è lanciato in un ardita e inattesa citazione filosofica di Platone, e il mitico Lele Dainesi, che ho catturato mentre “piacioneggiava” con un gruppo di ignare fanciulle raccontando della sua Moleskine :-)
Mi spiace di due cose: di essere arrivato tardi e quindi di non aver potuto partecipare a tutta la parte di socializzazione che si è svolta prima di cena; di aver dovuto fare le riprese praticamente al buio. Ho dovuto buttare un po’ bel po’ di materiale perché non si vedeva niente: il posto era molto fighettoso, ma l’illuminazione era tutta a base di candeline e lumini votivi. Buon divertimento :-)

P.s. Scusate la sfrontatezza: a me fa piacere se chi ritiene che questo video sia interessante ne facesse l’embedd nel proprio blog. E’ piuttosto semplice: basta copiare e incollare questo pezzo di codice che trovate cliccando sulla voce Embed in questa pagina: http://www.vimeo.com/178165.

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Con De Biase in Isimm per parlare di web 2.0

Martedì ho partecipare come relatore a un incontro organizzato da Isimm, sui media sociali e il web 2.0. E’ stato un pomeriggio divertente e istruttivo sia per la qualità di chi ha parlato insieme a me, Luca De Biase (direttore di Nova 24), sia per la qualità di chi ha partecipato come spettatore giacché la platea è stata piuttosto interattiva e ha proposto numerosi spunti di riflessione.
Con Luca abbiamo improvvisato un bel dialogo sui social media affrontando alcuni dei macro-fenomeni che caratterizzano il cosiddetto web 2.0 e che io sintetizzo con tre termini: disintermediazione, rimediazione e automazione. Al dialogo si sono rapidamente uniti anche i partecipanti e la discussione ha virato decisamente verso la net neutrality e il rapporto tra democrazia e web. In sala c’erano persone dal mondo dei media, dall’università e dalla politica e i vari punti di vista hanno creato un puzzle di spunti di riflessione che ci avrebbe tranquillamente potuto far continuare sino a notte fonda. Grazie quindi a Robert Castrucci di Isimm per aver organizzato l’incontro e avermi dato l’occasione di duettare con Luca De Biase.
Ne parlano anche: Sapere Lavoro Luca De Biase, Gaetano Anzisi e Antonio Amendola, che tornato a casa ha inaugurato il suo blog :-)

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Web Show: indietro di due BarCamp

Ieri ho fatto un salto veloce all’OpenCamp. Giusto il tempo per: mangiare un paio di peperoncini con il tonno, formaggio con le vinaccie e biscottini vari offerti da San Lorenzo; fare due chiacchiere coi campeggiatori; ascoltare un intervento; registrare una mezz’oretta di video.
Andrea Martines mi ha fatto notare che sono indietro di due BarCamp con il Nicola Mattina Web Show, ma si sbaglia: devo finire di fare pure il video del Girl Geek Dinner. Allora stamattina ho confezionato al volo questo piccolo spot per tenere alta l’attesa. Grazie per la complicità ad Alessio Jacona, al chiarissimo professor Stefano Epifani e a Feba, che hanno pensato bene di alimentare il mio delirio di onnipotenza :-D

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Gli uffici stampa alla prese con i social media

E’ molto divertente il decalogo per uffici stampa junior (e non solo) di Gianluca Diegoli (Guida in dieci punti al rapporto con i blogger, per uffici stampa 1.0). La mia regola preferita è questa perché l’attenzione non è una cosa garantita e gratuita…

ricordate che non siete le nostre fonti di notizie preferite, che sono, nell’ordine: gli altri blog, i tag/feed di technorati, google news, alert, ecc. ecc. Quindi molta, molta auto-ironia vi sarà necessaria, sia nel formulare le richieste, sia per incassare le eventuali risposte ricevute.

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Cronache dal CitizenCamp

Il CitizenCamp si svolge a Casalecchio di Reno, organizzato da una valente ragazza pugliese, Antonella Napolitano, che ci racconta la sua esperienza di padrona di casa. Qui, in Emilia, si riuniscono i cittadini della parte abitata della rete, come ci fa notare Sergio Maistrello: qui le persone possono mettersi in gioco senza mediatori dicendo la propria opinione. Non si fa pregare Robin Good, con la solita tuta mimetica, che invita a non essere sempre politically correct: maglio dire tutto quello che vi passa per la testa anche se può risultare scomodo. E tanto comodi alla fine non si sta nella parte più declive della coda, dove vi farà scivolare l’arguto Mantellini e dove coabitano piccolissime nicchie, stipate una vicina all’altra. In una di queste troveranno posto gli auspici di Marzia Vaccari, esperta di gender digital divide.

La cosa certa è che con tutti questi contenuti riversati continuamente nella rete, si pone un problema di information overload. Gaspar Torriero non sembra però particolarmente preoccupato e si affida al potere delle reti sociali, nelle cui maglie – sostiene – rimangono incagliate le notizie su cui vale la pena soffermarsi.
Certe notizie, d’altro canto, non fanno molto piacere ai cittadini. Come la predereste se decidessero di costruire un impianto inquinante proprio vicino casa vostra? Sicuramente male e Gianluca Diegoli vi direbbe che avete una sindrome Nimby. Non è grave, ma meglio reagire, informarsi, schedare, conoscere. Vi aiuta Vittorio Albino che con Open Polis ha censito oltre 140.000 (dicasi centoquarantamila) decisori pubblici. La novità è che adesso li potete tenere sott’occhio davvero: sapere quello che dicono e quello che fanno, quanto guadagnano, che cariche ricoprono e se hanno conti in sospeso con la giustizia.
A Casalecchio di Reno si partecipa, soprattutto grazie al progetto Città dei Cittadini organizzato dal comune e dall’associazione Micromacchina. Certo è che ci vorrebbe un po’ più di interesse anche per la blogosfera. Fortunatamente Matteo evangelliza, perché – tenetelo bene a mente – ci è cittadini sempre: la rete permette solo di esserlo un po’ di più :-)

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PassPack: si lavora anche a Pasqua

Tara e Francesco hanno lavorato anche a Pasqua, mettendo on line una nuova funzionalità per PassPack. Si tratta delle disposable login, ossia della possibilità di creare una login temporanea per accedere all’account di PassPack.
A che serve? Molto semplice: fin quando usate il vostro computer, dovreste essere sicuri che nessuno ha istallato del software “malizioso” in grado di catturare tutto ciò che state digitando o di memorizzare a vostra insaputa i dati inseriti nelle form. Lo stesso non vale quando usate un computer in un Internet point.
Allora, se sapete di dover accedere al vostro account PassPack da un computer che non è il vostro, potete creare una login temporanea e stabilire per quanto tempo sarà valida. Una volta usata entro il tempo prefissato, la login non servirà più a nulla e quindi avrete una garanzia in più che nessuno può accedere ai vostri dati tranne voi.

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PassPack sta facendo molti passi avanti e ha conquistato molta reputazione soprattutto grazie agli sforzi di evangelizzazione di Tara, che è infaticabile nel promuoverlo e nel partecipare a tutti i siti in cui se ne parla (leggete la raccolta di bookmark su del.icio.us).
Ovviamente, ci fa sempre piacere sapere cosa ne pensate e avere i vostri suggerimenti su come potremmo migliorarlo. Non siate timidi ;-)

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Web Show: potrebbe interessare uno sponsor?

Fino a oggi ho pubblicato cinque puntate del Nicola Mattina Web Show utilizzando sia Google Video che Libero Video e nel mio piccolo sono molto contento dei risultati, anche se realizzare un video è assai più oneroso che scrivere un post. Per risolvere il problema della post-produzione, ho deciso di avvalermi della collaborazione di un montatore e, grazie alle persone che hanno risposto all’annuncio pubblicato in questo blog, ho appena iniziato una collaborazione con un professionista.
Ovviamente passare dalla produzione amatoriale a qualcosa di più organizzato ha un costo, per cui mi chiedo se il Nicola Mattina Web Show possa avere un qualche interesse per uno sponsor. A questo scopo, penso abbia senso considerare quante visualizzazioni hanno totalizzato le varie puntate:

Google Libero
Puntata 1 27.02 302
Puntata 2 08.03 21 114
Puntata 3 16.03 309 266
Puntata 4 26.03 127
Puntata 5 29.03 440

Certo non sono numeri eclatanti e sicuramente si può fare di più. Per esempio, si potrebbe distribuire il materiale su molte più piattaforme di condivisione: non c’è alcun motivo di tenerle solo Google o su Libero. Però non ne farei solo una questione di quantità perché non stiamo parlando di televisione. Non so se qualcuno abbia già fatto delle riflessioni o degli studi sull’argomento, ma non credo di dire una bestialità affermando che i 1.579 utenti che hanno visto per intero lo show (a cui si aggiungono i 19 che lo hanno scaricato da Google) gli hanno dedicato attenzione.
Concludo appellandomi all’intelligenza collettiva: c’è qualcuno che ne sa più di me e che può aiutarmi a capire se il web show può autosostenersi economicamente?

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Elastic cerca talenti che sanno di valere

Qualche giorno fa ho pubblicato un annuncio di lavoro che ha ricevuto qualche risposta e una, fondamentale, domanda: “che cosa significa quanto pensate di valere?” Chi me lo ha chiesto, di fatto, ha pensato che fosse un modo un po’ creativo per dire: “cercasi giovani consapevoli del fatto di non valere nulla dal punto di vista del lavoro perché non hanno esperienza e che accettino quindi di essere pagati nulla o poco”.
Non è così e vale sicuramente la pena fornire qualche indicazione in più, perché mi rendo conto che l’approccio può apparire fuorviante. Recentemente ho letto una bella autobiografia di Ricardo Semler (Senza gerarchie al lavoro), che racconta come l’imprenditore brasiliano abbia stravolto molte pratiche manageriali consolidate, partendo da un assunto molto semplice e basato sul buon senso: le persone che lavorano per me sono responsabili, hanno delle famiglie e partecipano alla vita civile, non ha senso che io li tratti come degli idioti controllando tutto quello che fanno.
In un processo durato diversi anni, Semler è riuscito ad applicare questo principio in modo molto esteso alla sua azienda, responsabilizzando sempre di più i propri collaboratori ed eliminando molti livelli della gerarchia aziendale. D’altro canto, se una persona non ha bisogno di essere controllata e comandata, gran parte di quadri e dirigenti servono a poco. E badate bene, non si tratta di una società di consulenza manageriale, ma di un’impresa che produce macchinari per biscottifici, impianti industriali di raffreddamento e così di seguito.
In uno dei passaggi più interessanti del libro, Semler pensa che i dipendenti possano decidere il proprio stipendio e, per fare un esperimento, invita la propria segretaria a determinare il suo compenso per l’anno successivo chiedendole: “Quanto ti serve per sentirti ricompensata in modo adeguato, tanto da non volere cercare un altro lavoro?” Dopo qualche giorno la segretaria ritorna dal capo e gli chiede uno stipendio solo lievemente superiore a quello che percepiva al momento.
Io sono d’accordo con Semler: tutti noi siamo in grado di rispondere alla domanda “quanto vali”, o meglio “quanto vuoi guadagnare”, in modo pragmatico e ragionevole. Dal mio punto di vista la questione dipende essenzialmente da tre fattori:

  • quanto mi serve per essere ragionevolmente soddisfatto economicamente (quindi non per essere felice come se aveste vinto al superenalotto ;-) )
  • quanto viene valutato dal mercato quello che so fare: per determinarlo, basta chiedere in giro alle persone che secondo voi hanno più o meno la vostra esperienza e che fanno un lavoro analogo a quello cui aspirate. Senza considerare, che da qualche parte su Internet ci saranno tabelle e confronti di ogni genere.
  • quanto ritengo utile o importante per la mia formazione o per la mia carriera andare a lavorare per una certa azienda o in un certo contesto.

A questo punto, qualcuno tra di voi si sta chiedendo: ma perché questo qui la fa tanto complicata e non mi dice che è disposto a offrire una certa cifra? Per tre motivi molto semplici:

  • perché il risultato non cambia: se l’offerta del datore di lavoro è troppo bassa potrebbe essere accettata solo per convenienza momentanea; invece, se la richieste è considerata esosa sarà accolta solo per colmare una necessità momentanea. In entrambi i casi è un fidanzamento non destinato a durare perché non è molto vantaggioso (almeno dal punto di vista strettamente economico) per nessuno dei due;
  • perché io credo che le persone che lavorano con me si devono assumere la responsabilità delle proprie scelte e non vedo come possano farlo se non sono in grado neanche di determinare in modo ragionevole quale dovrebbe essere il proprio compenso;
  • perché cerco delle persone intelligenti, che accettano le sfide e il confronto e sono pronte a sostenere la propria posizione. Elastic è una struttura piccola piccola: il feeling è un aspetto fondamentale. Noi non possiamo offrire le sicurezze, i percorsi e l’inerzia delle grandi aziende, quelle dove ti siedi comodo comodo e sposti un pezzo di carta ogni tanto. Dobbiamo essere ragionevolmente sicuri che chi lavora con noi si faccia parte diligente del proprio lavoro, sia in grado di sbrigarsela da solo, trovi soluzioni brillanti a problemi difficili, si impegni per far crescere i clienti, sia disposto a fare economie se e quando sarà necessario.

Vi sembra troppo arzigogolato? Beh, nessuno pretende che sia semplice, ma se pensate che sia troppo complicato o che vi siano dei tranelli, allora vuol dire che non ci dobbiamo fidanzare. E così sia :-)

P.s. Ho ricevuto email da parte di persone che hanno ben oltre i requisiti professionali che io immagino: persone con esperienza e curricula di tutto rispetto. Ne sono molto lusingato: a molti non ho ancora risposto, non certo per mancanza di interesse, ma perché voglio essere sicuro di dare delle risposte sensate. Grazie :-)

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Attenzione: le miglia Alitalia scadono alla fine del 2007

C’è stato un periodo infausto della mia vita in cui per un anno ho preso un aereo tutte le settimane per andare a Milano a lavorare in trasferta. Ci si trovava la mattina presto del lunedì o del martedì a Fiumicino con tanti altri pendolari di lusso per la partenza e poi il giovedì o il venerdì a Linate per il ritorno. Alcuni di loro sembravano contenti di andare avanti e indietro: probabilmente facevano parte di quella schiera di quadri e manager che sono sempre indaffarati e non hanno mai tempo perché passano da una riunione inutile a un’altra riunione inutile. Io lo trovavo deprimente, perché molte delle cose che andava a fare a Milano avrei potuto farle anche a Roma (ad eccezione delle riunioni ovviamente).
I biglietti li pagava l’azienda a prezzo pieno acquistandoli da Alitalia (una cifra scandalosa) e quindi si accumulavano miglia e miglia molto velocemente. Per questo motivo, all’epoca sottoscrissi il programma Mille Miglia e anche una carta di credito di American Express con il brand di Alitalia. Uno dei grandi vantaggi era che le miglia non scadevano: nel corso degli anni ne ho accumulate quasi 150.000 anche grazie al fatto che ogni spesa fatta con l’American Express genera un numero equivalente di miglia e io cerco di pagare sempre tutto con carta di credito.

Mille Miglia Alitalia: attenti alla scadenza

Adesso Alitalia ha deciso di cambiare politica per cui alla fine del 2007, le miglia scadranno (vedi: Open Skies). L’intenzione della compagnia è evidente: evitare di far viaggiare gratis i clienti fedeli. La conclusione è evidente:

  • leggete con cura le email che vi manda Alitalia perché ci sono dei tranelli;
  • ricordatevi di spendere tutte le miglia perché scadono;
  • se avete l’American Express di Alitalia fatevene dare una semplice.

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La rete è democratica

Io vado spesso in libreria alla ricerca di serendipidità e recentemente mi sono imbattuto in un bel libro di Guastavo Zagrebelsky (Imparare democrazia). L’autore propone un decalogo per invitare alla “riflessione su contenuti minimi necessari all’ethos democratico”. Ebbene, leggendoli, mi sono fatto l’idea che i media sociali permettono oggi di sperimentare davvero questo ethos e non perché – banalmente – facilitano la partecipazione, ma perché sono strutturalmente democratici. Ripercorro i primi cinque punti di Zagrebelsky, aggiungendo qualche notazione personale.

La democrazia è relativistica, non assolutistica. Essa, come istituzione d’insieme e come potere che da essa promana, non ha fedi o valori assoluti da difendere, a eccezioni di quelli sui quali essa stessa si basa: nei confronti dei principi democratici, la pratica democratica non può essere relativistica.

La Rete è relativistica, essa non ha applicazioni da difendere, a eccezione degli standard condivisi sui quali si basa: i media sociali non esisterebbero se tutti non usassimo lo stesso gruppi di protocolli per trasferire informazioni da un capo all’altro.

La democrazia è fondata sugli individui, non sulla massa. Come Tocqueville aveva antiveduto [...] la massificazione della società tramite l’uguaglianza e la spersonalizzazione dei suoi membri è un pericolo mortale per la democrazia, aprendo la strada alla tirannide.

La Rete è fondata sui individui connessi tra di loro in configurazioni infinite. Ciascun individuo partecipa liberamente a comunità che sono diversissime tra loro e che, per la loro numerosità e liquidità, non potranno mai diventare massa.

La democrazia è discussione, ragionare insieme. [...] Chi, come coloro che si ritengono superiori agli altri, odia i discorsi e il confronto delle idee alla persuasione preferisce la sopraffazione.

La Rete è un unico grande ambiente di discussione e conversazione, in cui nuove idee emergono e si affermano grazie alla collaborazione di molti. La blogosfera, i wiki, i network sociali sono l’esempio concreto dell’attitudine dei cittadini della Rete a confrontarsi per costruire cose nuove.

La democrazia è basata sull’uguaglianza; insidiata mortalmente dal privilegio. L’uguaglianza non è l’omologazione [...] Questa uguaglianza come omologazione è una condizione sociale e culturale, che deve essere combattuta dai singoli, affermando il proprio diritto all’originalità rispetto alla massa. L’uguaglianza come contrario del privilegio è essenzialmente isonomia.

La Rete è e deve rimanere neutrale. L’intelligenza è agli estremi, nell’originalità di ciascun nodo rispetto a tutti gli altri. E’ solo assicurando l’isonomia, la vigenza delle stesse regole per tutti coloro che si connettono, che la Rete offre un vantaggio a tutti coloro che la usano. In questo essa è diversa dai media di massa che – a dispetto del nome – non possono che produrre vantaggi solo per pochi.

Aggiungete le vostre riflessioni? L’argomento mi sembra affascinante e c’è sicuramente chi padroneggia queste cose meglio di me :-)

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Nero bifamiliare: in lizza per la prima

Mi piace l’idea di MovieMax di promuovere il film Nero Bifamiliare con un blog e di invitare 20 blogger alla prima del film la settimana prossima all’Adriano a Roma. Bene, vediamo, un po’ se riusciamo ad essere tra i “fortunati”, ma solo a patto che mi facciano portare la telecamerina e mi concedano qualche chiacchiera (non pretendo un’intervista, quelle le lascio a Mollica).
Riuscirà il nostro eroe ad aggiudicarsi un biglietto per la prima di Nero Bifamiliare?

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Voglio il cellulare pandemico

Quando ho deciso di lanciarmi nel videoblogging, ho sottratto la videocamera che avevo regalato a Patrizia, comprato un cavalletto, il grandangolo, i microfoni e uno zaino capiente. Adesso vado in giro come uno sherpa nepalese e intimidisco le persone con tutto l’armamentario che mi porto appresso. Come faccio a non darmi del cretino di fronte a questo video girato da Luca Conti con un cellulare?

Lancio un appello ai signori di Nokia senza alcun pudore: voglio lo stesso cellulare che avete dato al pandemico :-)
E comunque: Bravo Luca, mi sembra un ottimo inizio come videoblogger ;-)

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RitaliaCamp: qualche impressione

Il RitaliaCamp è un esperimento nell’esperimento: lo potremmo vedere come una non-conferenza organizzata per stimolare e raccogliere le indicazioni della comunità di Ritalia su come andare avanti con un non-progetto :-)
A caldo è difficile dire quali siano queste indicazioni: vedremo nei prossimi giorni di cosa discuterà chi ha partecipato all’evento milanese e chi lo ha seguito da casa grazie alle cronache dei blogger o alle video cronache di Robin Good (Video interviste live da Ritalia).
Provo a proporre qualche riflessione, partendo da quello che ho ascoltato. Ho visto un pezzo dell’intervento di Marco Ottolini, che è stato project director di Italia.it dall’ottobre del 2005 al febbraio del 2007. Mi sarei aspettato qualche indicazione sulle scelte che hanno portato a un risultato così mediocre, invece ho assistito a una lezione su come si dovrebbe fare un portale per promuovere il turismo. Sono rimasto piuttosto perplesso e devo dire che trovo semplicemente stupida l’idea che lo Stato si metta a vendere pacchetti turistici on line.
Durante l’intervento di Ottolini, per altro continuamente interrotto, la sala era gremita di gente. Molti se ne sono invece andati quando ha preso la parola Gianfranco Previtera, vice president di Ibm per i rapporti con la pubblica amministrazione. Il manager sembrava un po’ sorpreso dal continuo aprirsi della porta per la gente che abbandonava l’aula e dal rumore che proveniva dal corridoio. Ciononostante è andato avanti con nonchalance, ribadendo più volte che Ibm è disponibile ad ascoltare e che sicuramente si può valutare l’inserimento di funzionalità sociali o web 2.0 accanto al prodotto esistente. Complessivamente Previtera se l’è cavata abbastanza bene ed era prevedibile: in fin dei conti un gruppetto di geek non è una platea così difficile da gestire per uno scafato. Sicuramente era più preoccupata l’accompagnatrice dell’agenzia di relazioni pubbliche, che scrutava in giro pronta a sventare gli agguati al suo prezioso cliente.
A Privitera ho fatto una domanda su cui ha sorvolato, ma forse non mi sono espresso bene per cui la ribadisco articolandola meglio. Per quanto ne so io, i bandi di gara si suddividono in due grandi categorie: le licitazioni private e gli appalti concorsi. Nei primi, l’amministrazione che appalta sviluppa un progetto e chiede alle aziende esclusivamente una quotazione economica; la gara viene quindi assegnata sulla base del prezzo e di una serie di parametri legati alle caratteristiche dei concorrenti. Nei secondi, l’amministrazione “invita i prestatori selezionati a presentare una proposta avente un contenuto non esclusivamente economico ma anche e, soprattutto, progettuale” (cfr. sito di Formez). L’aggiudicazione avviene quindi valutando principalmente la maggiore o minore validità del progetto.
E’ ovvio che il ruolo del fornitore cambia molto: nel primo caso si può sostenere una posizione passiva nei confronti di specifiche che vengono fornite dal committente, mentre nel secondo no. Sarei pronto a scommettere che Ibm si è aggiudicata Italia.it con un appalto concorso (non sono riuscito a trovare il testo del bando: chi più bravo di me?). Se così fosse non si può – neanche in camera caritatis! – dare la croce addosso al Governo, perché il progetto non l’ha fatto la pubblica amministrazione.
In verità a me sembra che il progetto non l’abbia fatto nessuno. Italia.it infatti manca totalmente di strategia e si presenta come un collage approssimativo di materiale di repertorio (De Agostini e Michelin) e servizi rabberciati (provate a usare la ricerca degli aerei e fatemi sapere se sono contemplate altre compagnie oltre ad Alitalia).
Va detto che le carenze progettuali sono state riconosciute, ma – anche se con mezzi termini e frasi dette a metà – alla fine sono state spedite all’indirizzo del Governo. Quest’ultimo, però, non ha partecipato al RitaliaCamp (almeno non palesemente, ma pare che Zocchi abbia mandato qualcuno in incognito: rumors che non sono in grado di verificare). Ibm, per lo meno, ha mostrato le due pallucce di cui parlava il sottoscritto in un commento a un post pubblicato sul sito di Ritalia (I contenuti: uno status) e questo fa onore alle persone che hanno preso parte alla conversazione.
In serata mi è capitato di incontrare Previtera a Linate e abbiamo scambiato qualche altra chiacchiera un po’ più rilassata. Abbiamo discusso del fatto che le aziende non sono attrezzate per conversare e sono spiazzate dal non riuscire a governare le relazioni come desidererebbero. Il controllo, infatti, è una promessa che chi si occupa di comunicazione è sempre meno in grado di mantenere: giornalisti, fornitori e collaboratori sono prevedibili e rassicuranti perché si muovono in contesti circoscritti e con regole ben delineate. Chi usa i media sociali con consapevolezza, invece, non è così prevedibili e tende a cambiare continuamente le regole sperimentando strade nuove e individuando nuove configurazioni.
Nel mondo dei media sociali, la comunicazione persuasiva cede il passo alla conversazione. Questo passaggio mette in crisi l’azienda, che è abituata a comunicare a qualcuno, invece che a comunicare con qualcuno, e – allo stesso tempo – la obbliga a mettersi in discussione. D’altro canto, non c’è alcun motivo per supporre che chi dialoga sia necessariamente compiacente come spesso accade con giornalisti, collaboratori o fornitori.
Allora ben venga la disponibilità di Ibm, ma non si facciano sconti, perché ognuno ha il suo ruolo e se ne deve assumere la responsabilità. Adesso che abbiamo dato un nome e cognome alla trimurti Ibm-Its-Tiscover, sarebbe utile cominciare a condividere. Il wiki di Ritalia è modificabile da tutti, quindi io mi aspetto che Ibm crei una sezione con tutta la documentazione che ha a disposizione. Il mio obiettivo non è fare le pulci a quanto è stato fatto finora, ma avere una base comune di conoscenza sulla quale costruire una nuova versione di Italia.it. E’ sempre meglio guardare avanti e pensare a come costruire qualcosa di nuovo piuttosto che dedicarsi a smantellare qualcosa che non funziona: la fatica è la stessa!

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