Archivio mensile:maggio 2007

Campagna per una aggregatore politicamente corretto

Vorrei rendere pubblica anche io la quota rosa del mio aggregatore: ho censito ben 17 blog scritti interamente o in gran parte da femmine. A questi andrebbero aggiunti quelli collettivi che concedono occasionalmente e graziosamente spazio al sesso debole.
1. 24 fotogrammi in 4 parole
2. Barbablog
3. BeanBol
4. Beginnig with I
5. Blog Castaspell
6. Catepol
7. Chiarula
8. Horsepigcow
9. Io sono senza aggettivi
10. Maestrini per Caso
11. Mondi sotterranei
12. Ms. Adventure in Italy
13. Placida signora
14. Tempo da perdere
15. Vassar storie(s)
16. Web Twitcher
17. Xaaraan

Update:
18. Simply my blog (pensavo di averlo, invece era Twitter)
19. Pensieri inclinati (aka Frieda Brioschi) (mancava solo perché ignoravo la Url)

Nel mio aggregatore ci sono 248 feed e quindi la percentuale è decisamente minoritaria (neanche il 7%). E’ chiaro che sono un maschilista, ma prometto che farò degli sforzi per redimermi: mandatemi pure la vostra Url e una foto in bikini per farvi aggregare :-)

Advice. In my intentions, this is an ironical post…

Update. Altri blogroll politicamente corretti:

Tutta vanità… solo vanità :-)

Fa sempre una strana impressione rivedersi in video e devo dire che preferisco decisamente riprendere piuttosto che essere ripreso. Ad ogni modo, visto che Caterina è stata così carina da farmi un paio di domande a cui – ahimé – ho risposto malamente, ecco il video pubblicato in Web 2.0 del network di Blogosfere:

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PassPack: strade diverse

L’avventura di PassPack è iniziata nel dicembre dell’anno scorso insieme con Francesco Sullo e Tara Kelly: siamo partiti con la voglia di approfondire il tema della gestione dell’identità online. Abbiamo approcciato la questione pragmaticamente, realizzando un servizio che permette di gestire le password senza troppi fronzoli. Francesco ha speso molto tempo a raffinare la tecnologia, mentre Tara è stata infaticabile nell’opera di costruzione della user experience e di evangelizzazione. Personalmente, ho portato l’idea prima a Parigi a LeWeb e poi a Londra al Future of Web Applications per iniziare a capire quali erano le possibilità di trovare un venture capital o un business angel.
In questi mesi, PassPack ha raggiunto dei traguardi interessanti e ha ricevuto moltissime buone recensioni soprattutto all’estero (il fatto che sia solo in inglese, lo rende probabilmente meno apprezzato in Italia). Man mano che cresceva, però, ci siamo accorti di avere una visione molto diversa sul futuro del servizio: a me piace l’idea di offrire alle persone degli strumenti che permettano loro di gestire la propria identità alla luce del sole; Tara e Francesco intendono perseguire una strada che privilegia la riservatezza e lo storage criptato. Quando siamo partiti, non ero consapevole fino in fondo della direzione che avrebbe potuto prendere PassPack: avevo bisogno di costruire un’esperienza per capirlo. Questa esperienza mi fa propendere decisamente verso l’identity management supportato da standard come Open Id.
Con Francesco e Tara abbiamo deciso di comune accordo di imboccare due vie diverse. Ovviamente continuerò ad usare PassPack e continuerò a consigliarlo a chi mi chiede come gestire le proprie password. E quindi, continuerete a vedere il banner del servizio nella colonna di destra. A Francesco e Tara un grande in bocca al lupo con l’augurio che possano sviluppare con successo la loro visione della gestione delle identità online.

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Progettare per il passaparola

Joshua Porter, nel suo blog Bokardo, offre alcuni suggerimenti su come disegnare un servizio web in modo che incorpori funzionalità che facilitino il passaparola (How to Design for Word-of-Mouth). Brevemente:

  1. Trova qualcuno che sia entusiasta del tuo prodotto. Può sembrare banale, ma se nessuno si entusiasma per quello che fai, allora tutto il resto è inutile: ci vuole sempre molta umiltà e un sano realismo per capire i limiti di quello che vogliamo proporre.
  2. Fornisci al mittente gli strumenti per condividere la passione. Non è detto che l’invio di un messaggio di posta elettronica sia il modo giusto per alimentare il passa parola. Nel caso di HotMail, per esempio, si è trattato di un messaggio in calcio ad ogni messaggio spedito tramite il servizio. Nel caso di YouTube della possibilità di includere il video nel proprio blog. E così di seguito.
  3. Assicurati che chi riceve il messaggio capisca cosa è stato condiviso. Chi riceve il messaggio, generalmente, sta facendo altro e non è detto che sia disposto a prestare grande attenzione a quello che riceve. Quindi è necessario essere diretti e precisi soprattutto se si chiede al ricevente di compiere un’azione, come effettuare una registrazione.
  4. Convinci il ricevente che c’è un vantaggio anche per lui. Fare leva sulla convenienza del destinatario a fare una cosa è generalmente più efficace che non affidarsi a esortazioni generiche.
  5. Offri al ricevente un modo per agire. Spesso le pagine di un sito non sono pensate per chi è stato invitato. Invece è molto utile che vi sia una continuità tra il messaggio e la pagina su cui si fa atterrare l’utente la prima volta che visita il sito.
  6. Offri un valore immediato subito dopo la sottoscrizione. Invece di chiedere subito molte informazioni personali, è più utile mostrare all’utente cosa può fare in quanto utente registrato: se c’è qualcosa di valore, allora ottenere tutte le informazioni necessarie non sarà certo un problema.
  7. Offri un motivo per ritornare. Un servizio dovrebbe avere un valore intrinseco che porta l’utente a ritornare a usarlo anche dopo la prima volta. Però sta diventando sempre più importante l’aspetto sociale, per cui molti utenti tornano per incontrare i propri amici, colleghi di lavoro o familiari.
  8. Offri un motivo per condivide con altri. Torniamo al primo punto: fai in modo che i tuoi utenti si appassionino tanto da voler condividere il servizio con altri.

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Cercasi programmatore php per progetto Drupal

Abbiamo bisogno di un giovane sviluppatore freelance per un mese a tempo pieno. Deve avere almeno 3 anni di esperienza di programmazione a oggetti e almeno 1 anno di esperienza su php. Inoltre deve conoscere ambienti in tecnologia Lamp e avere una discreta conoscenza di Sql. Il progetto prevede l’uso di Drupal, quindi la conoscenza del framework è (come dicono quelli bravi a fare il recruiting) titolo preferenziale ;-)
La sede di lavoro è Roma, anche se Elastic non ha ancora un ufficio funzionante (mamma Telecom sta estraendo il rame per fabbricare il cavo). Il compenso è commisurato all’esperienza. L’inizio delle attività è immediato, anzi retroattivo :-)
Fatevi avanti, baldi giovani :-)

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Lele Dainesi lavora per Cisco

La cosa che mi è piaciuta di più dell’aperitivo di Cisco è stata la sensazione di scampagnata tra amici… quasi da BarCamp: c’era una parte consistente del mio aggregatore ed è stato divertente scambiare un po’ di chiacchiere in modo disordinato e creativo. Anche l’aperitivo non era male, per quanto io non ami molto i posti trendy e fighettosi: per una volta mi piacerebbe andare a un “ape” (come dicono a Milano) in un posto in cui ti facciano godere con del serio finger food. Chiacchiere attorno al web 2.0 e cibo gourmet sarebbe un abbinamento grandioso :-)
Che cosa ha detto Stefano Venturi? Non un granché, a dire il vero. Fortunatamente, ha evitato il pitch commerciale, ma non ha resistito a portarsi appresso il proiettore. Ha fatto una chiacchierata parlando innanzitutto di reti intelligenti e di telelavoro. E poi ha dato il grande annuncio: Lele Dainesi è ora il blogger ufficiale di Cisco. Bravo Lele: complimenti per il tuo successo personale e per l’entusiasmo con cui fai le cose.
Sull’evento ho due osservazioni. La prima riguarda il formato: ha senso invitare dei blogger a incontrare l’amministratore delegato? Non sarebbe forse meglio invitarli a incontrare l’azienda? Magari portarli nella sede, organizzare un evento tipo BarCamp, ossia un momento di scambio in cui partecipano le persone e non solo un portavoce che parla per tutti. L’aperitivo con la chiacchierata del capo non offre grandi occasioni di confronto su temi reali e finisce che il dovere di ospitalità del padrone di casa, lo obbliga a saltare da un gruppetto di persone all’altro dedicando poca attenzione a tutti. C’è da dire che Venturi è bravo ed è una persona gradevole e interessante.
Oltre all’amministratore delegato, c’erano altri rappresentanti di Cisco, ma erano difficilmente individuabili: personalmente ho scambiato due chiacchiere con il responsabile del business development, ma non aveva con sé neanche un biglietto da visita. Sono consapevole che un aperitivo non è un congresso, ma almeno un’etichetta adesiva con il nome aiuterebbe la socializzazione in tutti e due i sensi. Inoltre, alcuni tra i blogger invitati erano tecnici. Penso che avrebbero parlato volentieri con i tecnici di Cisco scambiandosi opinioni sul merito del proprio lavoro. In altri termini, anche un aperitivo può essere l’occasione per avviare un dialogo, ma sarebbe più utile fare in modo che questo possa continuare anche dopo. Questo dovrebbe fare il neo chief blogging officer di Cisco: facilitare l’innesco di conversazioni tra le persone che lavorano nella sua azienda con chi è interessato a interloquire su temi rilevanti per entrambi.
Vedremo cosa accadrà in futuro: la mossa di Venturi è lungimirante, ma impegnativa, perché è una promessa e crea delle aspettative. In bocca al lupo, Lele :-)

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ZenaCamp: il video

Ecco, finalmente, il mio video dello ZenaCamp: questa volta nulla di serio, ma un giro divertente tra i tanti blogger che hanno partecipato all’evento.

Compaiono ben 23 persone (o personaggi o personalità?): Matteo Balocco, Giovanni Barbieri, Andrea Beggi, Elisa Bortolani, Lele Dainesi, Stefano Epifani, Estrellita, Marco Formento, Ferdinando Giordano, Alessio Jacona, Sergio Maistrello, Luca Mascaro, Matteo Marchelli, Andrea Martines, Fabio Masetti, Alberto Mucignat, Davide Salerno, Luca Sartoni, Cristiano Siri, Antonino Sofi, Tommaso Sorchiotti, Tambu , Paolo Valdemarin.
L’invito è sempre lo stesso: se il video vi piace, allora fatelo circolare un po’ embeddandolo nel vostro blog. Se non vi piace, fatemelo sapere comunque, che imparare cose nuove fa sempre bene.
Due note di produzione: questo video è stato montato da Aurelia Longo; la musica è di Deborah Dalton, si chiama Brother’s Keeper ed è rilasciata con una licenza creative commons.

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Crimen sollicitationis: dinamiche virali

Sulla scorta dei commenti al post che proponeva alcune riflessioni sulla popolarità del documentario della Bbc sui crimini sessuali e il Vaticano, ho fatto alcuni approfondimenti sulle dinamiche di diffusione del meme (laddove per meme si intende “un’unità di informazione che è in grado di replicarsi da una mente o un supporto simbolico di memoria – per esempio un libro – ad un’altra mente o supporto”).
Il documentario della Bbc è andato in onda in Inghilterra nell’ottobre del 2006 e ha prodotto, almeno nella blogosfera italiana, pochissimi post di commento. Del crimen sollicitationis esistono alcune menzioni anche in precedenza, ma si tratta sicuramente di un argomento per pochi intimi.
Il 12 maggio si svolge il Family Day e Vauro produce la sua vignetta che abbina i preti alla pedofilia. Il 14 maggio, Libero News riprende e pubblica (Alibi bendetto per i pedofili) in home page un post del 4 maggio di Bispensiero, il sito che ha sottotitolato il video.

libero_home_news.png

Da qui, per quello che sono riuscito a vedere finora, parte la crescita delle citazioni nella blogosfera. la notizia arriva su alcuni siti che ne aumentano ulteriormente l’amplificazione, tra cui quello di Beppe Grillo e La Repubblica. Questa è la frequenza con cui appaiono i termini crimen+sollicitationis su Technorati dal 14 al 19 maggio 2007.

crimessollicitationis_technorati.png

In questo momento sto rivedendo Anno Zero su RaiSat Extra: finora, Santoro accenna al documentario in modo assai vago, parlando dei beni immobiliari del Vaticano, quindi non penso che abbia avuto un ruolo nell’amplificare la diffusione della notizia online. Vedremo cosa accade la prossima settimana: sono curioso di sapere se il meme riuscirà a replicarsi ancora oppure se verrà si perderà nel disinteresse.

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Come cambia l’agenda setting

Di agenda setting abbiamo già parlato in passato (agenda setting: la frontiera del giornalismo partecipativo), dicendo che si tratta del fenomeno per cui “i mass media sono (o, volendo essere più cauti, sembrano) in grado di ispirare il dibattito pubblico, suggerendo quali sono gli argomenti di cui vale la pena discutere o meno.”
Al Family Day del 12 maggio, Berlusconi è arrivato in piazza San Giovanni con Il Manifesto, mostrando la discutibile vignetta di Vauro (moglie: “Ci saranno un sacco di preti”, marito: “Dici che è meglio se lasciamo a casa i bambini?”). Della vignetta si è discusso: frasi di condanna da una parte; difesa del diritto di satira dall’altra. Niente di nuovo sotto al sole!
La novità sta nel fatto che, a seguito della discussione, qualcuno ha riscoperto un documentario della Bbc del 2006, in cui si parla di una serie di casi di pedofilia, avvenuti negli Stati Uniti e in Irlanda, i cui i colpevoli erano preti. Il filmato non si occupa tanto dei fatti di cronaca, quanto di un documento emesso all’inizio degli anni sessanta da joseph Ratzinger – il crimen sollicitationis (in inglese) – che fissa le regole che devono seguire i membri del clero per i reati sessuali commessi da altri membri del clero.

Il video, ovviamente, non è mai andato in onda in Italia: non è pensabile, infatti, che la nostra televisione trasmetta un documentario in cui si dice esplicitamente che l’attuale papa ha imposto ai preti di tenere il segreto riguardo a questi reati, invece di denunciarli alle autorità. Quando l’ho vista per la prima volta, segnalata su del.icio.us di Maestrini per caso, la versione con i sottotitoli in italiano – disponibile su Google Video – contava appena qualche migliaio di visualizzazioni. Il meme ha cominciato a circolare ed è arrivato fino a un hub, ossia il sito di Beppe Grillo, che ha dedicato alla questione un lungo post con la trascrizione di alcuni passi salienti.
Dal blog di Beppe Grillo, la questione è ritornata sui media main stream ed è quindi La Repubblica a pubblicare un articolo sull’argomento, senza proporre l’embed del video, per evitare le azioni legali di una società che, nel frattempo, ne ha acquistato i diritti. Oggi il video, guardato quasi 108.000 volte, è stato spedito per posta elettronica 1.700 ed è stato incluso in oltre 1.600 pagine web: gli embed ne determineranno un’ulteriore – virale – circolazione tra gli utenti della rete.

Statistiche sulle visualizzazioni del video della Bbc dedicato alla Chiesa e alla pedofilia

Partiamo quindi dalla volontà di influenzare l’agenda della giornata con un’operazione tipica del leader del centro destra: “i comunisti dipingono noi cattolici come pedofili”. La cosa, però, non si spegne nei (controllabili e prevedibili) media main stream, come in altre occasioni, ma prosegue nella Rete, dove la notizia cambia di tono e diventa: “attenzione, il Vaticano protegge i pedofili”. Il meme comincia a circolare velocemente e non può essere controllato né soffocato: diventa a sua volta notizia, tanto che viene ripreso da uno dei principali quotidiani del paese. Questa volta, però, non si tratta di una vignetta di discutibile gusto, ma di un documentario di un’autorevole televisione e di una voce di Wikipedia, tramite la quale è possibile scaricare il documento con cui il Vaticano prescrive il comportamento (assai più discutibile di una vignetta) da seguire in caso di reati sessuali commessi da preti.
Ne parla anche Luca Conti su Pandemia (Pedofili nella chiesa: Internet cambia l’agenda dei media).

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Master: nuova ipotesi di lavoro

La notte e i commenti portano consiglio. Domenico Nardone (uno degli studenti che sta partecipando al progetto BlogLab) scrive:

il tema della comunicazione d’impresa in tutte le sue declinazione “tradizionali” è un argomento sentito e risentito mille volte e quindi iniziare un master trovandosi di fronte subito un rigido modulo che tratta questo argomento è… poco simpatico

Sono d’accordo: lungi da me l’idea di progettare un master in cui si propongono le stesse cose che si dicono in un corso universitario di comunicazione. Grazie ai commenti che sono arrivati finora e a una chattata con il responsabile dei corsi dell’azienda che ospiterà il master, ho quasi radicalmente cambiato idea sull’impostazione del corso: penso, infatti, che l’approccio con due percorsi paralleli non sia molto produttivo. Provo, invece, a sviluppare una narrazione diversa.

La parte abitata della rete. Niente teoria: partiamo dall’esperienza e andiamo alla scoperta delle persone, delle idee e degli strumenti che danno forma alla parte abitata della rete. Gli studenti devono mettere le mani sulle cose: creare e alimentare un blog, partecipare a wikipedia, inscriversi ai social network, girare video da mettere online, aggregare e leggere decine di fonti. La prima parte del master è un laboratorio intervallato da contributi seminariali di persone che non si occupano di comunicazione d’impresa. Sarebbe auspicabile avere contributi anche dall’estero o connessioni con studenti che stanno studiando argomenti simili: penso a al progetto Digital Ethnography della Kansas University.

Clinica per agorafobici. Quando gli studenti avranno imparato a partecipare ai social media e a condividere la loro conoscenza, allora si potrà iniziare a parlare di chi della Rete farebbe volentieri a meno. Ci occuperemo di comunicazione d’impresa con l’obiettivo di capire quale può essere il ruolo dei media sociali e come curare le paure dei comunicatori. Partiremo dalla comunicazione interna, usciremo dall’azienda passando per le relazioni pubbliche e approderemo alla comunicazione di marketing.

Aspetto il vostro contributo per continuare a raffinare l’idea :-)

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Master: partiamo dalla comunicazione interna

Robert Castrucci propone due osservazioni interessanti al mio precedente post (Master in Social media per la comunicazione d’impresa): la prima riguarda l’articolazione in moduli; la seconda l’importanza della comunicazione organizzativa.
In merito all’andamento del programma del master, finora ho immaginato essenzialmente due percorsi paralleli: la comunicazione da un lato e i social media dall’altro. Devo ancora capire dove i due percorsi possano intrecciarsi, perché non vorrei cadere nell’errore di separare le due cose e sostenere la tesi: da un parte c’è il vecchio e dall’altra c’è il nuovo che avanza. Innanzitutto vorrei che il corso fosse fortemente ancorato alla realtà perché i ragazzi faranno uno stage in aziende e dovrebbero essere in grado di individuare le opportunità per inserire i social media (laddove sono utili o necessari ovviamente) in pratiche consolidate. In secondo luogo, è inevitabile che più approcci convivano e quindi che, nella maggior parte dei casi, sia necessario lavorare con flessibilità passando dalla tradizione all’innovazione e tornando indietro.
In merito alla comunicazione interna, mi sono abituato a considerarla una specie di parente povero della comunicazione d’impresa. Palleggiata tra la divisione del personale e le relazioni esterne, nella maggior parte delle aziende ha un ruolo marginale e di facciata. Newsletter, eventi aziendali, intranet sono costruite con un approccio top down e hanno poco a che vedere con la collaborazione, la condivisione di conoscenza. Forse il percorso sulla comunicazione potrebbe, per una volta, partire dalla comunicazione interna, invece che da quella di marketing. Potrebbe, in altri termini, partire dall’azienda e procedere progressivamente verso l’esterno.
Che ne dite?

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Master in Social media per la comunicazione d’impresa

Professori e aspiranti docenti in ascolto ho bisogno di aiuto per un progetto che mi sta molto a cuore. Una grande azienda che si occupa di risorse umane e che sta lanciando un programma di master, mi ha chiesto di creare un corso che riguardi i social media e la comunicazione di impresa. Ho accettato con entusiasmo – non posso perdere l’occasione per salire in cattedra ;-) – e, visto l’argomento, vorrei essere sociale sin dall’inizio, costruendo il programma di modo collaborativo.
Inizio con questo post un primo round per proporvi alcune idee e raccogliere i contributi di chi vorrà partecipare con l’augurio che il master che sto mettendo in piedi sia i primo che non ha bisogno di un comitato scientifico composto di saggi e nomi altisonanti.
Innanzitutto alcune informazioni pratiche: il corso dovrebbe durare 1.000 ore di cui la metà in aula e il resto in grandi aziende; il numero di partecipanti non dovrebbe superare i 25; la sede di svolgimento è Roma.
Per quanto riguarda i contenuti, occorre circoscrivere i due temi del corso, ossia la comunicazione di impresa, da una parte, e i social media, dall’altra. L’operazione non è banale in entrambi i casi.
E’ abbastanza comune che i corsi sulla comunicazione abbinino questo argomento al marketing. E’ una scelta che non mi piace molto, perché trovo che i due argomenti – per quanto complementari – siano troppo diversi per essere trattati insieme in un master. Intendendo escludere il marketing, possiamo concentrare la nostra attenzione sulle tre aree della comunicazione d’impresa, ossia:

  • comunicazione di marketing, che si rivolge ai clienti effettivi e potenziali con l’obiettivo di stabilire relazioni durature e di incrementare la loro propensione all’acquisto. In quest’area rientrano le politiche della marca, la pubblicità, le promozioni e così di seguito;
  • relazioni pubbliche, che si rivolgono all’opinione pubblica in generale e, più in particolare, ai portatori di interesse, agli opinion leader e ai pubblici influenti con l’obiettivo di influenzarli e creare benevolenza. Affrontare i temi legati alle relazioni con i media, l’organizzazione degli eventi e la gestione della crisi, mentre eviterei gli argomenti più specialistici come la comunicazione finanziaria e la lobby;
  • comunicazione interna (o organizzativa), che si rivolge ai dipendenti e a tutti i collaboratori dell’impresa con l’obiettivo di aumentare e consolidare il loro senso di appartenenza e di coinvolgimento.

La distinzione è solo questione di comodo: oggi la comunicazione non può che essere integrata e quindi le tre aree devono essere trattate con tre facce della stessa medaglia.
I social media sono un po’ più difficili da inquadrare perché non esiste una tradizione didattica consolidata che li riguarda. In prima battuta, direi che i temi da trattare potrebbero essere i seguenti:

  • teoria dei nuovi media, in cui proporre un excursus dei contributi teorici più interessanti come Manovich, Bolter e Castells.
  • strumenti. E’ necessario analizzare nel dettaglio i singoli strumenti: social networking, blog, wiki, social bookmarking, instant messaging, crowd powered media e così di seguito. Vanno anche contemplati gli strumenti per il monitoraggio. Forse questo approfondimento potrebbe essere l’oggetto di un laboratorio anche se non vorrei avere una divisione netta tra teoria e pratica;
  • gestione delle comunità. Gran parte dei progetti che riguardano i social media comportano l’interazione o la creazione di community;
  • governo dei social media. I social media comportano una perdita di controllo e un ampliamento dei punti di contatto tra organizzazione i suoi pubblici. In questo senso, chi si occupa di comunicazione dovrebbe essere in grado di implementare dei processi di governance in funzione della specificità dell’organizzazione;
  • user experience. Chi si occupa di comunicazione dovrebbe essere in grado di progettare o di partecipare a un gruppo che progetta la user experience degli artefatti che entrano in campo quando si fa comunicazione tramite la Rete;
  • tecnologie per la persuasione. Sembra interessante un approfondimento su come è possibile utilizzare un computer in un processo persuasivo.
  • Accanto alle due aree tematiche, sarebbe anche opportuno prevedere un’area dedicata alle competenze di base. Nei corsi di relazioni pubbliche, generalmente, ci si occupa di scrittura e comunicazione interpersonale. A me sembra anche importante un discorso sulla didattica, perché penso che il comunicatore del futuro dovrà essere in grado di formare i membri dell’organizzazione affinché ciascuno sia in grado di diventare portavoce ed evangelista.
    Per il momento mi fermo qui. Mi dite cosa ne pensate lasciando un commento? Grazie :-)

    P.s. Allego un paper di Toni Muzi Falconi sulla Comunicazione d’impresa che mi sembra molto interessante: Comunicazione d’impresa: verso un linguaggio comune?

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    Ancora brogli elettorali

    Ormai quello dei brogli elettorali è diventato un leitmotiv: anche Leoluca Orlando se ne dichiara vittima dopo la sconfitta a Palermo. E, così riporta il Corriere della sera, dichiara: «Abbiamo verificato – aggiungono dal comitato elettorale – l’esistenza di parecchie schede fotocopia nelle urne votate. In una stessa sezione il 25% nella schede riporta il nome dello stesso candidato scritto con la stessa mano e con una matita copiativa non fornita al seggio».
    Se non ricordo male, ogni seggio elettorale è presidiato dalle forze dell’ordine. Mi domando per quale motivo, nel momento in cui qualcuno ha la certezza che si stia compiendo un broglio, non le faccia intervenire immediatamente e non sporga denuncia. Si tratta di un reato penale!
    Agitarsi dopo le elezioni gridando alla congiura non è accettabile e chiedere al ministro di annullare le elezioni è semplicemente un’operazione demagogica e priva di sostanza. Questo continuo mettere in discussione la correttezza delle procedure con cui il popolo sovrano delega un gruppo di rappresentanti ad amministrare una collettività è pericoloso: non si può mettere sempre in discussione il meccanismo su cui si basa la nostra democrazia.

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    Family Day: perché non sono d’accordo

    Ieri sono stato al Family Day per lavoro e ho vissuto l’esperienza con disagio per due motivi.
    Il primo riguarda il fatto che non sono cattolico: diffido, infatti, di qualsiasi verità rivelata, perché le verità rivelate hanno il brutto difetto di dover essere interpretate dagli uomini e questi ultimi hanno il brutto vizio di far passare le loro interpretazioni per verità. Inoltre, pretendere di essere nel vero, permette di collocare il resto del mondo nel falso, nel deprecabile o tra i nemici. Chi possiede la verità perché l’ha ricevuta in dono, senza bisogno di ulteriori dimostrazioni o discussioni, può sostenere tutto e il contrario di tutto secondo le proprie convenienze. E da questo punto di vista la chiesa cattolica è maestra.
    Il Family Day è stato un evento a cui hanno partecipato innanzitutto le aree più radicali e meno tolleranti dei cattolici, almeno a giudicare dagli striscioni: i neocatecumenali, la gioventù ardente mariana e così di seguito. Le persone che si sono riunite a San Giovanni pensano che debba esistere un solo modello di famiglia, quella che deriva dal matrimonio cattolico, riconosciuto dalla legislazione di uno Stato. A me sembra che questa posizione, oltre ad essere anacronistica, non sia compatibile con quella di uno Stato che si proclama laico.
    Il secondo motivo di disagio riguarda il fatto che l’evento è stato di fatto una dimostrazione di forza a cui sono stati chiamati ad officiare politici (di destra e di sinistra) più o meno vicini al Vaticano. La dimostrazione è riuscita, anche se il milione di partecipanti non è realistico e sono molto più propenso a credere alle cifre fornite dalla questura (non più di trecentomila persone). Ho molti dubbi sul fatto che uno Stato laico possa ancora permettersi delle ingerenze così forti della chiesa cattolica: volenti o nolenti, stiamo diventando ogni giorno di più una società multi-etnica e dovremmo coltivare la tolleranza e l’apprezzamento della diversità, invece che l’intransigenza e la chiusura. Ma per farlo dovremmo essere disposti a riconoscere che la verità può stare altrove.

    Update. Segnalo qualche post che ho letto sull’argomento…
    Stefano Tripi, Libertà di manifestare
    Gaetano Quagliariello, Piazza Navona, San Giovanni: lo scisma laico
    Dangerous intersection, Barack Obama on the role of religion in politics

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    David Orban: il linguaggio di Second Life

    Il 31 marzo 2007 si è svolto a Milano il primo incontro pubblico di Ritalia, un progetto collaborativo nato in reazione alla messa on line del, brutto e costoso, sito voluto dal Governo per promuovere l’Italia. In quell’occasione, David Orban, uno dei promotori dell’iniziativa, ha tenuto un intervento che si è svolto contemporaneamente sia nell’aula della Bicocca dove si trovava materialmente che nel mondo virtuale di Second Life.

    Durante una piacevole chiacchierata, partendo dalla promozione territoriale, siamo arrivati a immaginare quale sarà il linguaggio che parleranno gli abitanti dei metaversi e di come torneremo a raccontarci storie attorno al fuoco.
    Ribadisco l’invito che faccio di solito: se vi piace il mio video, potete fare l’embed nel vostro blog andanto in questa pagina di Google Video o in quest’altra pagina di Vimeo e prelevando il codice da copiare e incollare nel post. Non dimenticate di segnalarmelo, altrimenti non vi posso ringraziare :-)

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    Sfogo contro le banche

    Finora non ho mai avuto bisogno di servizi bancari che non fossero il deposito di soldi miei su un conto corrente, prestazione che le banche italiane fanno pagare come se si trattasse di una cortesia.
    Ho avviamo la mia attività professionale facendo affidamento unicamente sulle mie capacità economiche. In due anni ho dimostrato di riuscire a crescere in modo consistente, tanto da poter avviare un’attività imprenditoriale che si rivolge ad aziende di grandi dimensioni e pubbliche amministrazioni centrali.
    Anche non avendone bisogno in questo momento, ho deciso di richiedere un servizio che prima o poi mi servirà: un anticipo fatture per il 20% del mio fatturato. L’ho chiesto alla mia banca, il Banco di Sicilia, di cui cui sono correntista da oltre dieci anni con una storia impeccabile. La nuova direttrice, una signora trasandata e con la mano sudaticcia, mi ha risposto che non sapeva se poteva concedermelo perché l’azienda è nuova e lei non aveva nessuna autonomia in merito. Allora l’ho chiesto ad altre due banche: ho cercato degli interlocutori a cui potessi essere presentato da qualcuno che testimoniasse la mia affidabilità, ho avuto un approccio franco e aperto, ho descritto il mio business, i miei clienti e le prospettive commerciali senza millantare credito.
    Belle discussioni e bei colloqui: tanti complimenti e una grande apertura… fino a quando non si arriva a parlare delle condizioni contrattuali. Dopo aver discusso di tassi e altre amenità, tutti aggiungono una postilla: poi avremmo bisogno della dichiarazione dei redditi di tutti i soci e di una fidejussione da parte di quelli che hanno degli immobili… sa com’è voi siete un’azienda giovane, “non c’è un fatturato che parla da solo”.
    A me sembra un discorso imbecille, anche perché non sto chiedendo un prestito per intraprendere una nuova attività o sto proponendo di entrare nel capitale di rischio: sto chiedendo un anticipo fatture che ho emesso a fronte di ordini. Lo trovo irritante, perché vuol dire che – nonostante i miei sforzi – non sono riuscito a risultare credibile e affidabile. Allora mi chiedo: ma che devo fare di più? Come faccio a fidarmi di una banca che non mi concede un minimo di credito neanche quando tengo il conto corrente in attivo? Come faccio a sapere che direttore di turno non mi mollerà se effettivamente dovessi avere bisogno di un supporto finanziario in futuro?
    Forse dovrei presentare un progetto per scalare una compagnia telefonica con soldi non miei e senza alcuna garanzia con l’obiettivo di smantellarla, metterla sul lastrico e poi venderla a un’altra banca. Forse, in questo caso, mi concederebbero del credito :-)
    Secondo voi dove sbaglio?

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    Internet Book Shop: piccola lezione di usabilità

    Un paio di giorni fa decido di acquistare dei Cd da Ibs: con compiacimento trovo tutto quello che cerco, lo metto nel carrello e mi predispongo all’acquisto. Il sistema mi presenta la form in cui mettere la carta di credito: inserisco i dati e ottengo un errore, inserisco nuovamente i dati e ottengo un errore, cambio carta di credito e ripeto l’operazione ma niente. Continuo a ricevere lo stesso messaggio di errore: “Attenzione. Il numero di carta non è corretto.”

    ibs_cartadicredito.png

    Spazientito, mando un messaggio per segnalare il problema, ma ricevo una risposta in cui mi dicono: “le confermo che i dati inseriti sono errati”. Questo l’avevo capito da solo. Ancora più spazientito, rispondo all’email dettagliando il problema, ma mi torna indietro un messaggio di errore. Allora rivado sul sito e compilo nuovamente la form. Anche in questo caso ricevo una risposta che mi aiuta poco:

    mi scuso per non aver capito subito il problema. Ho inoltrato la richiesta ai nostri tecnici e quanto prima ci daranno un riscontro in merito. Rimaniamoa sua disposizione e porgiamo cordiali saluti,

    La persona che mi ha risposto continua a non capire qual è il mio problema, ma ha girato l’email ai tecnici che non mi potranno aiutare, semplicemente perché non dipende da loro.
    Tra quelli che stanno leggendo questo post, infatti, qualcuno si sarà accorto che ho sbagliato a compilare la form, invertendo il numero con il nome. Qualcuno starà dicendo tra sé e sé che sono un i pirla e per certi versi ha ragione.
    Tuttavia, non posso non notare che la form è congegnata male almeno per i seguenti motivi:

    • credo che il 99% delle form in cui si inseriscono i dati delle carte di credito richiedono prima il numero della carta e poi il nome: questo crea un automatismo per cui quasi non leggiamo più le etichette. Non c’è nessun motivo per cambiare quest’ordine;
    • il messaggio di errore è un alert javascript che non fornisce alcuna indicazione su quale sia esattamente il campo errato e su quale potrebbe essere la soluzione. Trovo abbastanza incredibile che nel 2007 si usino ancora degli alert di questo tipo per segnalare gli errori. Mai sentito parlare di contingency design?

    In conclusione: è vero io sono stato distratto, ma il sito e il customer care non mi hanno dato nessuna indicazione utile su come risolvere il problema. Alla fine ho completato l’acquisto su Ibs unicamente perché non sono riuscito a trovare altrove i Cd che ho ordinato!

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    BlogLab: pronti, partenza… via!

    Il progetto BlogLab, promosso da Stefano Epifani e Antonio Sofi, è ufficialmente partito con l’abbinamento tra studenti e fellow. Io seguirò Web A-Ziende e La farfalla spietata. Il primo si occupa di corporate blogging e si presenta così:

    L’intento è quello di osservare il modo in cui le aziende si servono della rete per interagire con i pubblici, con particolare riferimento al Corporate Blog, strumento che sto analizzando per la tesi di laurea. Saranno affrontati fatti d’attualità, arricchiti da confronti col passato. Non mancheranno riferimenti alla vita quotidiana, soprattutto ad un progetto al quale sto partecipando e che comporta la realizzazione di un centro commerciale online (capo permettendo..!).

    Il secondo, invece si occupa di corporate social responsability e si presenta così:

    Farfalla…perché?!Affascinato da concetti quali: sostenibilità, responsabilità sociale d’impresa e blogosfera, non potevo non venire a contatto con il “potere nascosto” di questo piccolo insetto, caratteristico dei sistemi complessi non lineari, ossia determinati da incalcolabili variabili, come quelli elencati.
    Siamo un po’ tutti farfalle spietate, spesso solo parzialmente consapevoli di questo, ma letali. Ad interessarmi, sono, in particolare le relazioni tra sostenibilità (tanto per cominciare) e sinergie emerse tra blog e CSR (corporate social responsibility- responsabilità sociale d’impresa).

    I post che leggo sono di buona qualità: più riflessivo e strutturato il primo; più istintivo e spontaneo il secondo. Estremamente interessanti entrambi gli argomenti: questi blog professori di oggi mica sono come quelli con le ragnatele che sono toccati a me ;-)

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