Archivio mensile:giugno 2007

Giornalismo dell’innovazione e innovazione del giornalismo

Luca De Biase propone alcune interessanti osservazioni sul giornalismo dell’innovazione (prima e seconda puntata), evidenziando che:

Il problema centrale del giornalismo dell’innovazione è quello del metodo che consente di affinare in modo credibile e trasparente la capacità di interpretare i fatti come appartenenti al dominio dell’innovazione. Si può verificare una notizia ma non si può verificare che quella notizia riguardi un fenomeno innovativo: per sapere se una cosa è un’innovazione, in un certo senso, bisogna aspettare il futuro. Ma questo non è possibile. E allora qual è il metodo?

A proposito di metodo, Luca privilegia l’ipotesi per cui chi fa giornalismo dell’innovazione debba avere una sua struttura di ricerca per provare le novità che si presentano e per riuscire quindi a distinguere, mediante la partecipazione attiva, i fatti rilevanti da quelli che non lo sono. Concordo: solo sviluppando una competenza sui fatti innovativi di cui si deve scrivere è possibile evitare i tranelli degli addetti stampa o delle mode. Ovviamente ci riferiamo al giornalismo serio, non a quello prezzolato che caratterizza tanta stampa cosiddetta di settore.
Rileggendo i post di Luca, mi è venuto quasi istintivo invertire i termini e cominciare a pensare ai legami tra giornalismo dell’innovazione e l’innovazione nel giornalismo. A questo proposito, mi chiedo: quanto può beneficiare il primo dalla seconda? Senza tentare teorizzazioni in materie in cui sono solo un praticante, penso ai vari stadi del giornalismo partecipativo:

  • conversazioni. La fase più semplice del giornalismo partecipativo è l’ammissione che il lettore possa instaurare un colloquio con il giornalista commentando liberamente quanto il professionista ha scritto. Il commentatore, però, potrebbe essere una persona estremamente competente degli argomenti trattati dal cronista, potrebbe fungere da controllore e da ispiratore per nuove esplorazioni. Nella conversazione in forma di commento, il rapporto è asimmetrico: è il giornalista che fa da voce narrante, ma chi ascolta può avere un ruolo determinante.
  • blog embedding. Negli ultimi tempi, anche in Italia, i media tradizionali stanno aggregando blogger alle proprie pubblicazioni on line. Lo ha fatto anche Il Sole 24 Ore con il progetto Nova 100. Tuttavia non mi sembra che questa iniziativa vada consapevolmente nella direzione di aggregare competenze per fare giornalismo dell’innovazione, per esempio, contribuendo a creare una base di conoscenze necessaria a quel laboratorio di cui parla Luca. Si dovrebbe, inoltre, non limitarsi a “embeddare” blogger perché non è detto che le cose interessanti o rilevanti su un argomento possano essere scritte tutte in un luogo. Si dovrebbe aggregare nel vero senso della parola raccogliendo fonti ovunque esse siano. Qui però il giornalismo dell’innovazione si scontrerebbe con la concessionaria di pubblicità e con le licenze d’uso dei contenuti.
  • wiki journalism. In questo stadio, il lettore diventa giornalista contribuendo direttamente alla produzione della notizia. Nel giornalismo dell’innovazione è prassi comune chiedere contributi agli esperti: Nova 24, per esempio, lo fa regolarmente e il ruolo della redazione è anche quello di individuare le persone che hanno qualcosa di significativo da dire su un certo argomento. Con il giornalismo in forma di wiki, questa prassi potrebbe evolvere verso una dimensione più ampia.

Mi fermo qui (almeno per il momento) e attendo i vostri commenti.

Ps. Non mi sembra di aver ancora letto l’espressione blog embedding altrove, quindi potrei averla inventata io: se così fosse, la rilascio con una licenza creative commons ;-)

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Nòva24: intervista a Daniel Waterhouse

Questa settimana, l’intervista realizzata in collaborazione con Nova24 ha per protagonista Daniel Waterhouse, partner di 3i e responsabile della strategia per gli investimenti nell’area di internet e del web 2.0.

Nel blog di Nòva24 trovate la trascrizione dell’intervista in italiano. Mentre, nel mio blog inglese, Spiderlessweb, troverete a breve quella in inglese. Non dimenticate che è possibile aggiungere tag e commenti direttamente nel video :-)

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reCaptcha: un’idea da adottare

CAPTCHA significa completely automated public Turing tests to tell computers and humans apart e, in italiano, test di Turing pubblico e completamente automatizzato per distinguere i computer dagli umani. Più semplicemente, si tratta di un sistema anti-spam diventata popolare con i blog: si chiede all’utente che sta postando un commento di scrivere anche la combinazione di caratteri e numeri distorti che appaiono in un’immagine. Questa combinazione non è comprensibile per un computer e di conseguenza il bot che prova a inserire dello spam nei commenti di un blog si blocca. Viceversa, l’umano dovrebbe riuscire a capire cosa c’è scritto e quindi andare avanti.
Alla Carnegie Mellon University hanno calcolato che ogni giorno vengono risolti 60 milioni di Captcha generati casualmente per un totale di oltre 150 mila ore sprecate. E se invece potessimo impiegare queste ore per qualcosa di utile?
Attualmente sono in corso molti progetti di digitalizzazione di vecchi libri che, oltre a creare un’immagine elettronica dei documenti, prevedono anche il riconoscimento ottico dei caratteri. Il problema è che gli originali non sono sempre in buone condizioni e quindi i caratteri sono difficili da decodificare per i programmi di Ocr.

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I ricercatori dell’università americana hanno quindi pensato di utilizzare i Captcha per generare immagini che contengono, non più combinazioni casuali di caratteri, ma parole scansionate che il computer non è riuscito a comprendere. In questo modo, ogni volta che un utente posta un commento nel vostro blog, aiuta l’Internet Archive ad arricchire la propria biblioteca digitale.
Il progetto si chiama ReCaptcha e a me sembra un’idea utile e intelligente, quindi ho deciso di istallare il plug-in per WordPress nei miei due blog e invito tutti a fare lo stesso. Sarebbe bello se questa iniziativa fosse accolta dai gestori di piattaforme di blogging e dai gestori di netwrok di nano-publishing. Se decidete di aderire, lasciate un commento a questo post :-)

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Il mio PubCamp

E’ stato sicuramente un barcamp sui generis e, visto l’organizzatore, non avrebbe potuto essere diversamente: pochissime presentazioni (svolte solo a partire da metà pomeriggio), moltissime chiacchiere ai tavoli del pub Stammtisch Tavern (un nome impronunciabile), tante belle donne (passatemi l’apprezzamento maschilista), birra come se piovesse e qualche rutto. Ma andiamo con ordine…
Arriviamo intorno a mezzogiorno dopo la sessione mattutina del CarCamp: l’accoglienza è festosa e Maxime ha preparato per i partecipanti un kit che include al consueta maglietta e una serie di pubblicazioni turistiche su Chieti e l’Abruzzo (bravo!). La prima ora passa in saluti, baci e abbracci. Questa combriccola di blogger che si incontrano di tanto in tanto si sta affiatando sempre di più: peccato che manchino un po’ di blogger del centro Italia che avrebbero impiegato davvero poco a raggiungere la sede dell’evento.
Vista l’ora, decidiamo di mangiare e ci viene servito il risotto ai funghi porcini. Personalmente lo trovo un po’ deludente, ma io sono molto esigente in materia di risotti: è uno dei piatti preferiti e deve essere all’onda, con una mantecatura morbida e cremosa. Mi rifaccio con del pane spalmato di vari paté (fegato di coniglio, olive, radicchio): peccato che non ci siano i peperoncini ripieni di tonno, che sono i miei preferiti.
Siamo pronti per partire con le presentazioni, ma si rompe il microfono. Nell’attesa di averne uno nuovo, scambio quattro chiacchiere con un po’ di persone parlando di Second Life: fortunatamente non sono il solo a nutrire qualche dubbio sull’uso di interfacce tridimensionali.
Alle quattro e mezza, l’organizzazione recupera un nuovo microfono e possiamo procedere con le presentazioni: si parla di open source (è un tema sempre più popolare, fortunatamente), giornalismo, feed Rss, birra (come si fa e come si spilla) e poco più. Al termine delle sessioni, faccio due chiacchiere con Sergio Sarnari che, nelle ultime settimane, ha messo in piedi un aggregatore partendo da zero: una cosa sicuramente da approfondire.
Alle otto siamo pronti per rimetterci in macchina per la seconda sessione del CarCamp. E’ stata una giornata molto piacevole e il PubCamp è stato un barcamp sicuramente diverso da tutti gli altri a cui ho partecipato o parteciperò: il numero esiguo di presentazioni è stato ampiamente compensato dal divertente clima goliardico che ha caratterizzato l’evento. Nello zaino c’è la cassetta con il video ripreso oggi: speriamo di riuscire a montarlo in tempi ragionevoli ;-)

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Cronache dal CarCamp

Bastano poche persone per fare un barcamp: al CarCamp eravamo in tre… Io, Alessio Jacona e Gianluca Magalotti. Partenza da casa insieme ad Alessio, abbiamo acchiappato Gianluca a Ostia e poi via per l’Abruzzo. Nonostante il tragitto fosse di oltre due ore, hanno trovato spazio solo due interventi: chi conosce Alessio sa quanto parla. Gianluca parla di più!
Il CarCamp si è concluso con la soddisfazione dei partecipanti che hanno anche avuto l’opportunità di provare qualche brivido per l’impeccabile stile di guida del conducente ;-) Adesso inizia il PubCamp: la telecamera è già accesa :-)

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Nova24: intervista a Chris Messina

Da questa settimana, il blog di Nova24 ospita una serie di interviste video in inglese, che ho raccolto tra l’Inghilterra e l’Italia a partire da febbraio. Nel primo appuntamento ho parlato con Chris Messina, uno dei due inventori del fenomeno barcamp, di non-conferenze e di mircroformati.

Nel blog di Nova trovate la trascrizione dell’intervista in italiano. Mentre, nel mio blog inglese, Spiderlessweb, troverete a breve quella in inglese. Non dimenticate che è possibile aggiungere tag e commenti direttamente nel video :-)

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Nicola Mattina & Friends # 2

All’inizio di giugno c’è stato a Roma il Festival dell’innovazione, al quale hanno partecipato – tra gli altri – Richar Stallman e Bruce Perens. Dei vari panel in programma, sono riuscito a seguire solo una parte dell’incontro tra i due guru del software libero/aperto: prima nel bell’auditorium dell’Ara Pacis e poi all’aperto dove era stato istallato un maxi schermo… peccato che quando Stallman ha cominciato a sbraitare hanno spento tutto!
Alla fine della serata, mi sono divertito a registrare una puntata del Nicola Mattina & Friends con Frieda Brioschi, Alessio Jacona, Roberto Galoppini e Luca Sartoni. Buona visione :-)

Da oggi, metterò tutti i video su Viddler perché permette di: inserire commenti e tag ancorandoli alla timeline del video; scaricare il video nel formato originale.

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CarCamp il 23 giugno 2007

Organizzare un barcamp con una sola settimana di preavviso è avventato, provarci lo stesso giorno in cui si svolgono altri due barcamp nello stesso continente è ancora più azzardato, ma a me le cose facili non piacciono.
Ecco perché, anche se la cosa susciterà molte polemiche (vedi Maxime, Giovy o Gioxx), ho deciso di organizzare un nuovo barcamp proprio il 23 giugno 2007. Il nome dell’evento è CarCamp e si svolgerà nella mia macchina in due sessioni di due ore e mezza: la prima dalle 8 sulla tratta Roma Eur – Chieti; la seconda dalle 22 sulla tratta Chieti – Roma Eur. La location ha dei limiti per cui posso partecipare, oltre al sottoscritto, solo altri tre barcamper. Ovviamente è possibile aggiungere ulteriore spazio, qualora altri barcamper decidessero di unirsi all’evento conferendo la propria autovettura.
Non poteva mancare il wiki dell’evento
Accorrete numerosi ;-)

Le galline virtuali di Second Life

Sono iscritto a Second Life dall’inizio del 2005 (mi chiamo Nick Wallaby), ma non l’ho mai usato molto perché richiede un notevole periodo di apprendimento prima di riuscire a fare qualsiasi cosa. Anche chattare non è così immediato come dovrebbe essere e gestire il movimento è spesso estremamente frustrante. Insomma, a dispetto dei grandi entusiasmi che molti mostrano per l’argomento, nutro un certo scetticismo: troppo oneroso per il beneficio che offre.
L’altro giorno ero nel nuovo ufficio di Sketchin a Lugano e Leonora stava creando la sede della società su Second Life: allora mi sono messo vicino e ho sbirciato un po’ per capire qualcosa di più. Dopo pochi minuti sono arrivato alla conclusione che la creazione di oggetti e architettura non è cosa per me, però ho imparato un paio di cose che adesso mi aiutano a muovermi meglio.
Oggi ho deciso di dedicare un paio di ore allo studio dell’ambiente e, complice il libro uscito con La Repubblica, ho esplorato un po’ di luoghi virtuali. Alcune cose sono piuttosto intriganti soprattutto per via della architetture oniriche, anche se trovo un po’ paradossale costruire una casa per un avatar che non ha bisogni fisiologici; trovo anche paradossale il fatto che molti, pur costruendo edifici che non potrebbero esistere nella realtà, si ostinano a fare scale, porte, finestre, pavimenti e così di seguito.

galline_seed.jpg

Leonora sta anche collaborando al progetto di un’isola virtuale dedicata ai progetti non governativi (Humanitarian Life in Second Life). Attualmente sull’isola c’è un centro educativo a forma di uovo trasparente, un suk, un laghetto con tanto di barche, delle tende e un aia con delle galline virtuali. La cosa divertente è che è possibile acquistare degli oggetti virtuali che diventano delle donazioni reali. Per esempio, acquistando galline per un valore di 900 Linden Dollar (poco meno di quattro dollari americani) si dona una gallina reale a un villaggio del Ruanda.

Venture capital: Italia vs. Inghilterra

In Inghilterra, Saul Klein (partner di Index Ventures e VP di Skype) inaugura una serie di eventi informali aperti a imprenditori, sviluppatori e finanziatori per facilitare l’incontro tra idee e capitali (chat, network and grow, dice il sito). L’iniziativa si chiama Open Coffe e ha un bel social network di 986 membri (tra cui il sottoscritto) sparsi in giro per il mondo.
In Italia, un gruppo di aspiranti imprenditori si riunisce in consessi riservati per farsi raccontare le esperienze di imprenditori e manager di successo. Il gruppo si chiama NeTwo e le riunioni sono rigorosamente su invito (personalmente ho partecipato all’incontro in Yahoo!).
Sempre in Italia, un gruppo di imprenditori ben più stagionati e con dei curricula di tutto rispetto si riunisce in un convegno riservato (First Generation Network) per parlare con dei decisori pubblici (il ministro dell’innovazione, il presidente della Regione Sardegna) e verrebbe quasi da pensare che l’aspirazione sia quella di investire in capitale di rischio senza rischiare il capitale proprio ma attingendo a quale fondo pubblico. Ho provato a spedire un messaggio per partecipare a questo convegno a invito in qualità di imprenditore, ma non ho ricevuto alcuna risposta. Peccato, perché i relatori sono persona che hanno sicuramente qualcosa da insegnare e sarebbe utilissimo poter conversare, fare networking e crescere!
Insomma, in Italia il venture capital è quasi una cosa massonica. In Inghilterra, l’idea è che almeno il primo contatto può essere casuale e che élite hanno sempre e comunque bisogno di cooptare nuove risorse attingendo al di fuori del proprio mondo. Poi, il processo di selezione è molto duro e richiede numerosi passaggi e accertamenti ed è giusto che sia così. Però, a Londra, se volessi incontrare il partener di uno dei principali fondi di investimento, mi basterebbe andare da Starbucks. In Italia, devo prima riuscire a prendere un appuntamento.
La domanda sorge spontanea: quanti venture capital ci sono in Italia e quanti in Inghilterra? Quante start up di successo globale ci sono in Italia e quante in Inghilterra? Lo so: la domanda è retorica :-)

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Tra vanità e manie di persecuzione

Una delle cose che amo di più del mondo digitale in cui sono immerso è la sua ineludibile materialità: alla fine, dietro ai link e alle url ci sono degli umani, con tutto quello che ne consegue. Fortunatamente, spesso va assai bene e si incontrano persone gradevoli e garbate, che hanno cose interessanti da dire, che sono fortemente interessate ad ascoltare, che sono animate da curiosità e da un sincero spirito di condivisione. Quando va meno bene, le figure peggiori le fanno i vanitosi.
Non preoccupatevi! Non mi sto addentrando in una filippica sui difetti o sull’educazione degli altri. Sto, invece, mettendo le mani avanti, perché mi rendo conto che la vanità e la vanagloria che io posso vedere in alcuni miei interlocutori sono due caratteristiche che essi possono tranquillamente rintracciare nel sottoscritto. La cosa mi corruccia un po’ perché sono due tratti che a me risultano piuttosto sgradevoli e, visto che sono un vanitoso, vorrei essere percepito positivamente sempre e comunque da tutti ;-)
Fortunatamente la vanagloria risulta spesso comica e offre l’opportunità di farsi e di far fare qualche risata. Basti pensare alle manie di persecuzione che genera: il filtro antispam che si mangia i commenti diventa censura; il blogger che ti cita senza seguire tutte le regole del manuale di search engine optimization per garantirti un incremento del pagerank di Google è, nella migliore delle ipotesi, un ingrato; se perdi al blogstar death match è colpa dei tuoi amici che sono rincoglioniti; e così di seguito.
Insomma, non tutto il male viene per nuocere: i vanitosi si coprono così facilmente di ridicolo che diventa fin troppo semplice prenderli per i fondelli… Ebbene: mi raccomando non risparmiatemi e prendetemi pure in giro (o “dateme du’ pizze”, come si direbbe a Roma) se vedete che perdo di vista la realtà ;-) Grazie!

Bruce Perens: considerazioni sull’incontro con i blogger

L’incontro organizzato da Roberto Galoppini è venuto decisamente bene ed è stato molto interessante: bella la sede di Ernst & Young con un enorme tavolo da riunioni e vivaci i partecipanti. Oltre a me e Roberto, c’erano: Fabio Masetti, Alessio Jacona, Luca Sartoni, Tara Kelly, Roldano De Persio, Leo Sorge, Francesco Romeo, Andrea Martines e un altro blogger di cui non ricordo il nome (ma appena recupero la lista dei partecipanti, lo inserisco) Massimiliano. Inutile dire che avevo la telecamera e che ho ripreso quasi tutto; Roldano, invece, ha sicuramente riempito la memory card della sua macchina fotografica.
Bruce Perens è una persona molto cordiale e interessante da ascoltare: aiuta molto il fatto che parla lentamente e quindi non affatica troppo chi lo ascolta anche se non è madre lingua inglese. Tra le cose che ha detto, me ne sono rimaste impresse essenzialmente due: la prima riguarda le esperienze di adozione di applicazioni open source da parte di alcuni grandi banche americane come la Merril Lynch. Confesso che sono rimasto sorpreso, perché non mi aspettavo che un settore così conservatore si muovesse in questa direzione.
La seconda cosa che mi è rimasta impressa è stata la distinzione tra software differenziante e non differenziante. Il primo è quello che rende un’azienda unica rispetto ai suoi concorrenti: il sistema di raccomandazione di Amazon o il pagerank di Google. Questo software – dice Perens – deve essere proprietario, perché rappresenta un vantaggio e fa la differenza con i concorrenti. Tutto il resto, invece, dovrebbe essere condiviso e fatto circolare, per promuovere il suo miglioramento e ripartire l’investimento tra tutti coloro che lo usano. Questo software, infatti, è esclusivamente un costo, non è un investimento che produce un ritorno.
Di questa seconda categoria fanno parte web server, database, sistemi di posta elettronica, programmi di video scrittura o fogli di calcolo, ma anche tutti quelli applicativi che devono essere fortemente personalizzati e verticalizzati per essere usati dall’azienda. Penso, per esempio, ai mostri a tre teste come Sap, Siebel o Documentum, che – oltre ad avere degli esorbitanti costi di licenza – richiedono un numero impressionante di ore di sviluppo per produrre anche la più semplice applicazione.
Quello di Perens mi sembra un punto di vista assai condivisibile, anche se – perlomeno per quanto riguarda la mia modesta esperienza nel settore – vedo almeno due problemi. Il primo consiste nel fatto che eliminare i costi di licenza significa abbattere i budget e quindi diminuire la quantità di denaro oggetto di controllo e di contrattazione con i fornitori da parte dei dirigenti dell’It (e si sa che l’importanza di un manager è anche proporzionale al suo budget). Il secondo riguarda il fatto che adottare delle tecnologie libere od open source di fatto sposta parte della responsabilità sui malfunzionamenti del prodotto. Se compro un software che non funziona, infatti, posso sempre aprire un ticket con il fornitore e aspettare che venga risolto perché ho pagato una licenza. Non ho bisogno di farmi parte diligente del processo, cercare di risolvere il problema e magari condividere quello che ho imparato: devo solo alzare una bandierina e dire che non posso fare una cosa perché il software non funziona. Questo, almeno in teoria, non può accadere se uso delle applicazioni che, per loro natura, evolvono grazie al contributo di chi le usa.

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Lettera aperta ad Antonio Tombolini

Caro Antonio,
non so per quale motivo, ma ultimamente mi è capitata una cosa sgradevole: qualche tempo fa ho postato un commento nel tuo blog per quattro o cinque volte per chiederti lumi su una caratteristica dell’Iliad e non è mai apparso. Stasera ho postato un commento sulla questione dei seicento precari del call center di San Lorenzo che rischiamo di essere sostituiti da altrettanti precari rumeni e, guarda un po’, non è comparso. Eppure non conteneva turpiloqui o altro. Rispondeva solo al tuo inneggiare al precariato, che a me sembra un po’ fuori luogo:

Una cosa è essere precari per obbligo svolgendo un lavoro non professionalizzante e una cosa è scegliere di non avere un impiego fisso e fare, per esempio, l’artigiano o il libero professionista.
Non sono d’accordo con Gianluca che dice che non assumerebbe 600 persone: se sono la tua forza vendita, allora andrebbero assunte. Eppoi tutto questo stride un po’ con il sito che dice: “Incontri, riunioni, e soprattutto il Customer Care, certo. È qui il cuore del rapporto tra San Lorenzo, i suoi produttori e i suoi clienti…” Insomma sa un po’ di presa per i fondelli e detto questo il buon Tombolini (che scrive Risposta con la maiuscola come usa nell’aziendalese) censurerà il commento! Pace…

Devo dire che il tuo atteggiamento mi lascia assai perplesso, per cui non mi rimane che chiedertene conto pubblicamente. Scrivi quello che vuoi: io non ho mai censurato nessuno, al massimo ho messo degli asterischi al posto delle parolacce.
Nicola

Aggiornamento. Ricevo un’email di Antonio che mi dice che mai e poi mai avrebbe censurato i miei commenti e che si tratta di un problema con il filtro dello spam del blog. Se le cose stanno così, accolgo la risposta e ne sono contento. Allo stesso tempo chiedo scusa per una mia mancanza: quella di non aver prima scritto in privato per chiedere lumi. E’ stata una mancanza imperdonabile.

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Bruce Perens: quanti saremo?

Un veloce aggiornamento sull’incontro di venerdì mattina tra i blogger italiani e Bruce Perens, che Roberto Galoppini sta organizzando con il mio modesto supporto di comunicazione.
Per il momento dovremmo essere una ventina di persone, tra chi ha confermato sul wiki e chi ha invece dato la propria adesione su Upcoming. Qualcuno mi ha detto che verrà in chat o per telefono. Per avere un’idea più precisa dei numeri, chiederei a chi parteciperà di segnalare la propria presenza.
Ovviamente, ci si chiede quale sarà la sede. Roberto sta aspettando un ultimo ok prima di renderla pubblica: sarà sicuramente in pieno centro e molto facile da raggiungere con i mezzi. Domani mattina, dovremmo riuscire a pubblicare i dettagli nel wiki.

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Bruce Perens incontra i blogger italiani

Qualche tempo fa ho scritto un post sollecitando idee e suggerimenti su come promuovere l’open source in Italia: il tutto nasceva da una serie di chiacchierate con Roberto Galoppini, che di queste cose se ne intende.
Stasera, Roberto mi chiama per chiedermi di aiutarlo a organizzare un incontro tra Bruce Perens e i blogger italiani a Roma, venerdì 8 giugno 2007 mattina. Mi sembra che sia un’occasione da non perdere: io ci sarò sicuramente.
Non sapete chi è Perens? Semplice! La persona che ha definito (nel vero senso della parola) l’open source. Con lui vogliamo parlare di come dare l’avvio a un’azione di sensibilizzazione nei confronti del software open source che vada oltre i confini dei circoli ristretti come i Lug.
L’invito è rivolto a tutti i blogger, non solo a quelli che masticano pane e codice tutti i giorni. I dettagli sono su questo wiki meetperens.pbwiki.com: mi raccomando segnate il vostro nome se pensate di venire.
Infine: anche se non pensi di poter venire, segnala questo post o il wiki nel tuo blog. Grazie della collaborazione :-)

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Prodotti in prova

I relatori pubblici hanno cominciato a mandare prodotti in prova anche ai blogger italiani. Per esempio, Digital Pr spedisce un cellulare finlandese a Suzuki Maruti, che si spertica in una recensione che sarebbe il sogno di qualsiasi addetto all’ufficio stampa:

L’occhio vuole la sua parte e in effetti l’N95 è bello a vedersi … Si sente molto bene e fa sì che chi ti ascolta ti percepisca chiaramente quello che dici … La vera novità audio dell’N95 sono le casse stereo con effetto 3D … non mi sarei mai aspettato su un cellulare la possibilità di gestire il bilanciamento del bianco, gli ISO manuali (o automatici, per i pigri) e altri parametri che distinguono una “macchinetta” da una buona macchina digitale …

Troppo entusiasmo? Quanto basta per solleticare Samuele che scrive questa diverntete parodia :-)

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