Archivio mensile:luglio 2007

Leandro Agrò: Vita e morte di Second Life

La settimana scorsa, Nova 24 ha ospitato un mio breve commento sull’approccio delle aziende a Second Life (ne ho pubblicato una versione in inglese su Spiderlessweb: Second Life and its business colonisers). In sintesi, ho scritto che le aziende che hanno inaugurato una presenza nel metaverso, l’hanno fatto adottando dei modelli che non possono funzionare. Ieri, Leandro Agrò, che non avrei dubbio a considerare un maitre à penser quando si parla di mondi virtuali e interfacce utente, ha pubblicato un interessante video di 20 minuti in cui propone, ovviamente meglio di me e in modo più approfondito, delle considerazioni analoghe. Da vedere:

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Quando il Wiimote incontra Second Life

Uno dei problemi degli ambienti tridimensionali sta nel fatto che gli strumenti più diffusi per interagire con un computer sono pensati per il mondo bidimensionale del desktop. Non è un caso che, da quando si è cominciato a parlare di realtà virtuale, siano state sperimentate altre interfacce, che però non hanno mai trovato grande diffusione (guanti, caschi, occhiali e altri oggetti più o meno riusciti).
Il Wiimote è probabilmente il primo device “human-centric” e infatti viene utilizzato dalle persone senza particolare difficoltà o imbarazzo, perché non c’è bisogno di pensare a come usarlo: è una racchetta, un guantone da box, una mazza da golf e così di seguito.
Ovviamente, c’è chi ha pensato di usare il Wiimote come interfaccia per Second Life. Questo video è molto interessante:

Ulteriori informazioni su Wired (Wii + Second Life = New Training Simulator) e Wikinomics (Wii Meets Second Life).

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Piergiorgio Odifreddi, Perché non possiamo essere cristiani

Nonostante condivida sostanzialmente la posizione di Piergiorgio Odifreddi, trovo che il suo libro Perché non possiamo essere cristiani sia piuttosto noioso: l’autore, infatti, si dilunga in decine di citazioni e precisazioni che – alla lunga – appaiono un fastidioso esercizio di esibizionismo. A ciò si aggiunga il tono ironico, che in alcuni passaggi diventa palesemente sarcastico, che poco si addice alla trattazione dell’argomento (basti pensare che il primo capitolo si intitola “cristiani e cretini”).
Però, lo ripeto, il sottoscritto concorda con la tesi dell’autore: non si può essere cristiani e meno che mai cattolici. Almeno per quattro motivi. Il primo, di ordine generale, riguarda l’esistenza di un dio, che non può essere dimostrata né negata: l’unica posizione ragionevole mi sembra quella dell’agnosticismo. Il secondo riguarda Cristo e le storie fantastiche che lo riguardano: chi è cristiano le deve credere tutte come vere, dalla nascita da una vergine, ai vari miracoli fino alla resurrezione. Il terzo riguarda il cattolicesimo, come caso particolare del cristianesimo. Qui, alle narrazioni fantastiche su Cristo, si aggiungono ulteriori cose che occorre credere. Come ha detto il cardinale Ratzinger nel 1998, le dottrine che la chiesa cattolica impone ai suoi fedeli sono almeno le seguenti (il brano è tratto dal libro di Odifreddi):

I diversi dogmi cristologici e mariani; la dottrina dell’istituzione dei sacramenti da parte di Cristo e la loro efficacia quanto alla grazia; la dottrina della presenza reale e sostanziale di Cristo nell’eucarestia e la natura sacrificale della celebrazione eucaristica; la fondazione della chiesa per volontà di Cristo; la dottrina sul primato e sull’infallibilità del romano pontefice; la dottrina sull’esistenza del peccato originale; la dottrina sull’immortalità dell’anima spirituale e sulla retribuzione immediata dopo la morte; l’assenza di errori nei testi sacri ispirati; la dottrina circa la grave immoralità dell’uccisione diretta e volontaria di un essere umano innocente.

Infine, il quarto e, forse, più importante motivo: la chiesa cattolica propone un’etica inaccettabile sotto molti punti di vista e ne propone un’applicazione fin troppo flessibile che la fa diventare una copertina che si può tirare nelle direzioni che fanno più comodo.
Si pensi alle inflessibili posizioni in merito ad aborto e fecondazioni assistite a cui non corrisponde un analogo rigore quando si parla di guerre che, in certe circostanze, sono invece ammesse. Senza considerare, a titolo di mero esempio, che lo Stato Città del Vaticano ha applicato la pena di morte fino al pontificato di Pio IX, nell’ottocento; tale pena è stata abolita nel 1969 e cancellata completamente solo nel 2001. Ma il comandamento sta lì dall’antico testamento e dice: non uccidere.
Inoltre, sono eticamente inaccettabili: la discriminazione sistematica delle donne (a partire dalla loro generazione in quanto costola di un uomo per arrivare all’esclusione dal sacerdozio), la considerazione del sesso come peccato o l’omofobia, tanto per citare gli argomenti che vengono usati più frequentemente. A questi io vorrei aggiungere un tema, che mi sembra sottovalutato: la differente dignità di cui godono genitori e figli. Sia nel vecchio che nel nuovo testamento, i primi sono spesso carnefici e i secondi vittime: Dio manda il figlio a morire sulla croce e chiede ad Abramo di sacrificare Isacco, il figliol prodigo è riammesso nella casa del padre solo dopo un atto di sottomissione. Insomma, il cristianesimo non ama i figli e spesso il sacrifica o li mortifica in nome di presunti obiettivi educativi o purificatori.
Questa idea ha ispirato secoli di pedagogia nera, quella pedagogia che usa la mortificazione fino alle botte come sistema di educazione e il rispetto dovuto ai genitori senza bisogno di reciprocità come valore: lo racconta molto meglio di quanto possa fare io Alice Miller nei suoi libri.
Bene, a me questi sembrano motivi sufficienti per non essere cristiani e meno che mai cattolici. E’ preferibile cercare un dialogo con dio – ammesso che esista – per conto proprio piuttosto che affidarsi alla mediazione di questi discutibili ermeneuti della parola divina.

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Telecom Italia: la cabina telefonica in Second Life

Oggi Nova 24 ospita una mia breve riflessione sulla popolarità di Second Life tra le aziende italiane. Ho scritto sulla carta che mi sembra abbastanza inutile costruire in un metaverso edifici che assomigliano in tutto e per tutto a quelli del mondo reale. Ho anche scritto che gli attuali numeri di Second Life (poco più di 24.000 utenti italiani attivi nel corso del mese di maggio), non giustificano un investimento che vada oltre la ricerca e sviluppo.
Vorrei aggiungere qualche considerazione sulla presenza di Telecom Italia e sulle sue cinque isole inaugurate in occasione del Second Life Pride che si è tenuto a Pistoia il 18 luglio. L’ufficio stampa dell’azienda mi ha gentilmente fatto avere il press kit, da cui cito:

A partire dal prossimo 18 Luglio Telecom Italia con i brand Alice e TIM entra in Second Life collegando per la prima volta a livello mondiale la comunità virtuale al mondo reale con il servizio telefonico e successivamente con l’e-mail e l’instant messaging gratuiti [...]
Il servizio telefonico, al quale si aggiungeranno successivamente l’instant messaging e l’e-mail, sarà reso disponibile ai membri della comunità virtuale (avatar) sulle isole Alice e TIM attraverso il “First Life Communicator”, un’applicazione innovativa sviluppata appositamente dai laboratori di ricerca Telecom Italia Lab. Il servizio, a regime, consentirà agli avatar di effettuare telefonate tra loro, inviare sms, e-mail e utilizzare l’instant messenger collegandosi con il mondo reale ma mantenendo la propria identità virtuale.

I toni gloriosi del comunicato mi fanno un po’ sorridere e alcune frasi vanno bene giusto per quei giornalisti che non sono mai entrati nel metaverso. E sospetto che anche gli addetti stampa di Telecom non sappiano bene di cosa stanno parlando. Ma andiamo con ordine:

Punto 1. “Collegare la comunità virtuale al mondo reale”. La comunità virtuale è fatta di persone e i loro avatar esistono in quanto le persone sono collegate al gioco. Quando l’utente chiude il programma che gli permette di accedere a Second Life, il suo avatar non esiste, se non come voce in un elenco. Quindi, il metaverso non è autonomo, non costituisce un mondo vero e proprio e gli avatar hanno bisogno dei loro burattinai. Second Life è un ambiente in cui una comunità di persone si incontra e socializza, così come accade su tanti altri social network bidimensionali. Non si capisce per quale motivo, un’azienda dovrebbe affacciarsi al mondo dei social network partendo da quello più piccolo e più complesso da utilizzare. Prima di arrivare a Second Life, che ha senza dubbio il suo fascino e stuzzica l’immaginario di molti, sarebbe meglio se le aziende decidessero di partecipare a Dada, Facebook e alle tante altre community dove si incontrano gli utenti. Così non dovrebbero concentrarsi sull’architettura di un inutile palazzo e potrebbero pensare alla gestione delle relazioni.

Punto 2. “Il servizio telefonico… sarà reso disponibile… attraverso il First life communicator”. La Linden sta già testando l’introduzione della voce dentro Second Life. Al di là delle questioni tecniche, la presenza dell’audio suggerisce una riflessione legata alla sua utilità od opportunità. Se consideriamo la dimensione ludica e di intrattenimento, l’uso della voce potrebbe essere indesiderabile perché porta nel gioco una dimensione della vita reale. Senza la voce, quando scrivo in inglese e lo uso come lingua franca, non c’è alcun indizio sulla mia provenienza geografica, sulla mia età o sul mio sesso. Con la voce, Second Life perde una parte della sua dimensione onirica e questo potrebbe non piacere agli utenti che frequentano il metaverso per evadere dalla vita di tutti i giorni.
Viceversa, la voce potrebbe essere molto utile se decidessimo di usare Second Life come ambiente per svolgere delle attività: per esempio, organizzare delle riunioni. In questo caso, la tridimensionalità potrebbe aggiungere informazioni utili rispetto a una teleconferenza o a una videoconferenza, come mostrano gli esperimenti del Sociable Media Group del Mit.

Punto 3. “Un telefonino TIM virtuale”. In realtà, non può trattarsi di un telefonino. In world, l’audio può essere riprodotto in streaming solo all’interno di un’isola, quindi il first life communicator funziona unicamente sulle isole di Telecom Italia. E’ ancorato a un luogo e non a una persona. Se è così non si tratta di un telefonino, ma di una cabina telefonica: prevedo che non funzionerà proprio come quelle che sono rimaste nella real life ;-)

Nota. A pagina 5 di Nova 24 di oggi ci sono altri due interessanti articoli di Federico Ferrazza e Luca Tremolada, che insieme al mio, disegnano un bel quadro critico di Second Life.

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Blogstar Death Match: un duro colpo per il mio ego!

Non me ne ero proprio accorto e, vista la data non mi meraviglia: l’11 luglio si è consumata la mia sconfitta per merito di Jtheo al Blogstar Death Match. Potrei anche dire: ingloriosa sconfitta :-) E non poteva essere diversamente: 10 a 46 per Matteo, ovvero 10 persone che hanno deciso di far perire Matteo contro 46 che hanno optato per la mia dipartita.
Colgo l’occasione per biasimare quei rimbambiti dei miei amici che, a causa della veneranda età, della scarsa usabilità del sito e degli impegni di lavoro, hanno affossato il sottoscritto invece del suo concorrente. Costui – fortunato lui – può contare sulla partecipazione di menti fresche e con tanto tempo da perdere ;-)
A proposito questa è la scheda… non è vero che sono very old… sono degli anni settanta io :-)
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Il mio wavecamp: un raccontino fotografico

Partiamo con Gianluca Magalotti da Roma alla volta di Firenze per partecipare al WaveCamp: dopo varie fermate per soddisfare il fabbisogno di nicotina di Gianluca arriviamo in un luogo arso dal sole con una temperatura che sfiora i 40 grandi e la totale assenza di vento.
Con spirito di abnegazione, ci registriamo e recuperiamo i nostri gadget: maglietta, spillette, voucher per accedere gratuitamente a Fon, chiavetta Usb e così di seguito. C’è il solito giro di socializzazione, ma visto che tutti grondano di sudore questa volta la circospezione nel contatto fisico è d’obbligo.
Ho portato con me la telecamera come al solito, ma fa troppo caldo per costruire una puntata, allora decido di registrare gli interventi che mi interessano personalmente di più: Luca Mascaro (users on social networks), Manlio Mallia e Leonardo Chiariglione (peccato che quest’ultimo sia stato interrotto sul più bello per via dell’inizio delle attività canore sul palco principale). Ascolto anche il talk di Stefano Quintarelli, ma non tiro fuori la telecamera perché so che non ama essere videoripreso. Ovviamente non sono il solo munito di apparecchi video: ci sono i professionisti di intoscana.it che hanno portato apparecchiature per migliaia di euro, Robin Good con il suo zaino autocostruito sempre più ricco di gadget e molta gente con apparecchi fotografici più o meno impegnativi. Pseudotecnico è sicuramente quello che ce l’ha più lungo… è così lungo che lo deve tenere appeso al collo!

Elena arriva accompagnata dal suo cavaliere, che – a dispetto delle sue previsioni – sembra apprezzare l’ambiente, probabilmente per la presenza dei tanti gadget elettronici sparsi in giro. Arriva anche Alessio Jacona, che per paura di prendere freddo (Firenze è comunque a nord di Roma) si è messo la felpetta con le maniche lunghe.

Si mangia un panino al bar, si fanno le solite chiacchiere: ci intratteniamo soprattutto con Luca Mascaro e Andreas Zumthor per pianificare le attività che stiamo facendo insieme.

Commentiamo la mise sexy di Feba che ci regala una vertiginosa minigonna con tanto di tacco alto e braccialettino alla caviglia.

Poi, quando finalmente ha cominciato a rinfrescare e arriva la folla per il concerto, io e Gianluca ci rimettiamo in macchina per tornare a Roma. Insomma: con un clima più mite sarebbe stato un barcamp più piacevole, ma valeva comunque la pena esserci :-)

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Papà 2.0

Ludovica ha una settimana e passa le sue giornate placidamente tra la culla e la tetta. In questo assomiglia molto a sua sorella: anche lei è sempre stata molto tranquilla. C’è da dire che Patrizia ha deciso in entrambi i casi di assecondare i ritmi delle bimbe. Nessun orario prefissato per la pappa o per la nanna o per la cacca. Nessun tempo prestabilito per la poppata che – nel caso di Beatrice – poteva durare anche ore: da quanto ci hanno spiegato le ostetriche, soprattutto all’inizio, la suzione serve per stimolare la produzione di latte e quindi non sembra avere molto senso limitarne la durata. Certo, l’impegno per la mamma è totale e non c’è spazio per fare altro, però mi sembra ancora più difficile spiegare a un neonato che esistono degli orari e che non può avere fame (e di conseguenza non ha senso che pianga) nell’intervallo tra un poppata e l’altra.
Nei primi mesi di vita di un bambino, il ruolo del padre è assolutamente ancillare: il suo compito di fatto è fornire un supporto logistico, occupandosi del cambio di pannolino e di poco altro. C’è, però, una sostanziale differenza tra la prima e la seconda figlia. Alla prima gravidanza si è molto concentrati sulla novità legata alla gestione della gravidanza stessa: nel corso dei nove mesi si fanno analisi su analisi, si indaga e si esplora. Ogni passaggio è una novità e porta con sé ansie e preoccupazioni. Quando finalmente arriva la creatura, c’è la gestione del senso di inadeguatezza di fronte a una responsabilità così importante: un bambino dipende in tutto e per tutto dai genitori, dal benessere fisico a quello psicologico. Poi, pian pianino, ci si rende conto che si può fare: si impara a decodificare il pianto e a distinguere il richiamo a sirena che annuncia la fame dai lamenti che denunciano il mal di pancia o il fastidio per la cacca nel pannolino. L’esperienza rassicura e rende meno ansiosi.
Quando arriva la seconda figlia, i problemi sono altri. La gestione del neonato non è più un problema perché la routine è già nota e le competenze sono state acquisite. La novità è rappresentata dal confronto tra le sorelle. Durante la gravidanza, Beatrice ha sostanzialmente ignorato la questione, anche se – man mano che la pancia cresceva – le abbiamo spiegato che presto sarebbe arrivata una sorellina e che la mamma sarebbe dovuta andare dal dottore per qualche giorno. Poi, è arrivato il momento e mamma e papà sono scomparsi per un’intera giornata: deve essere un momento angosciante per una bimba di poco più di due anni, nonostante tutte le rassicurazioni.
Il giorno dopo, Beatrice era arrabbiatissima, voleva stare solo con la nonna e faceva tantissimi capricci. Ho letto su una rivista di pediatria che i capricci hanno una ragione apparente (l’altalena, un gelato) e una ragione reale (bisogno di essere rassicurati sull’affetto dei genitori, necessità di scoprire quali sono i limiti e così di seguito). Quindi concentrarsi sul capriccio in sé soddisfacendolo o negandolo serve a poco: se un bambino che si rifiuta categoricamente di fare una cosa sta comunicando un disagio, allora tanto vale prendere il toro per le corna cercando di parlare del problema vero.
Immagino l’obiezione: ma cosa vuoi che capisca un bambino di due anni? Me lo dicono in tanti, soprattutto i miei amici che mi sfottono perché dicono che io ho la pretesa di spiegare cose che un bambino non può capire. Sarà, ma tentare di spiegare mi sembra meglio di ignorare o, peggio, di intimidire e sculacciare (c’è sempre qualcuno che cerca di convincermi del valore pedagogico delle botte: mazze e panelle fanno i figli belli, si dice al sud).
Dicono che i primogeniti siano gelosi dei fratelli più piccoli, ma mi sembra una facile banalizzazione: personalmente, mi sono fatto l’idea che sono terrorizzati dal perdere l’amore dei genitori e soprattutto della madre. Il problema non sarebbe quindi la quantità di tempo che mamma e papà dedicano alla nuova arrivata, ma il motivo di questa presenza indesiderata: che bisogno c’è di un altro bambino? Deve dipendere dal fatto che ho fatto qualcosa di male e quindi mamma e papà mi stanno abbandonando e non mi vogliono più bene! Ecco, io penso che nella testa di Beatrice siano passati dei pensieri di questo genere, magari non in questa forma, ma la sostanza deve essere stata questa. Tanto che quando le ho chiesto esplicitamente se aveva paura che io non le volessi più bene, mi ha risposto semplicemente “sì”. E lo stesso ha fatto con la madre.
Se quello che sto dicendo ha un senso (e non rappresenta il delirio di un padre in ansia da prestazione), allora mi sembra di capire che la paura dell’abbandono si ripresenta in modo ricorrente e che, quindi, è necessario fugarla in modo esplicito e ripetutamente. Per esempio, Beatrice ha tentato di sostituirsi a Ludovica in più di un’occasione, salendo nella carrozzina o chiedendo di prendere il latte della mamma ed è, ovviamente, molto infastidita dalla quantità di tempo che Patrizia dedica all’allattamento della piccola. Quando viene rassicurata si rasserena, ma poi ripete il comportamento alla ricerca di una nuova rassicurazione.
A questo punto mi fermo: il senso di questo post è raccontare un’esperienza per condividerla e chiedere lumi a chi ci è già passato ;-) Attendo commenti e suggerimenti…

Preti Pedofili, Google AdSense e il Corriere della Sera

L’arcidiocesi di Los Angeles si è accordata per un indennizzo di 660 milioni di dollari a favore di oltre 500 vittime di pedofilia da parte di preti cattolici. Ieri, sul Corriere della Sera online, appare un trafiletto corredati dai soliti annunci di Google:

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Forse di fronte a certe parole chiave, Google dovrebbe semplicemente astenersi dal mostrare annunci pubblicitari. Quelli abbinati ai preti pedofili sono grotteschi.
Oggi, il Corriere della Sera di carta dedica due pagine alla notizia, ma gli articoli in questione non sono ancora comparsi online (e probabilmente non compariranno). Allora, mi sembra opportuno riportare alcuni dati significativi per tutti coloro che continuano a sostenere che quello dei preti pedofili è una faccenda che riguarda singoli episodi isolati. Cito dall’articolo di Ennio Carretto a pagina 11:

Il caso di Los Angeles è il più clamoroso, l’arcidiocesi aveva già pagato 114 milioni di dollari ad altre vittime: sommati ai 660 milioni concordati l’altro ieri fanno 774 milioni, un triste primato. Ma il caso è uno dei tanto delle diocesi americane, dove in 50 anni centinaia di sacerdoti si sono macchiati di colpe infami nei confronti di migliaia di innocenti. La diocesi di Boston ha risarcito 157 milioni di dollari alle vittime, quella di Portland 129 milioni, quella della contea di Orange in California 100 milioni e quella di Covington nel Kentucky 85 milioni. Secondo le stime del New York Times sono complessivamente oltre 1 miliardo e mezzo di dollari, una cifra enorme ma destinata ad aumentare: il Vaticano, precisa il giornale, non contribuisce ad alcun risarcimento. [...]
Qualche anno fa, la chiesa cattolica americana ha fatto un penoso esame di coscienza. Ha interrogato le sue 202 diocesi ricevendo risposta da 195. Ne ha tratto il seguente quadro. Dal 1950 al 2002 inclusi, circa 4 mila religiosi, il 4% del totale, vennero accusati di molestie sessuali, in genere a danno dei bambini. Il 75% delle accuse fu presentato dal 1960 al 1984, dopo diminuirono nettamente. Ne furono oggetto i preti più anziani, ordinati prima del 1979, il 68% dei casi: di quelli ordinati più tardi venne accusato l’11%. Stando al rapporto, la quasi totalità delle diocesi ne restò colpita, il 95%, e oltre la metà delle comunità religiose, il 60%. Dei sacerdoti denunciati, il 29% fu sospeso, il 29% punito con altri provvedimenti, uno su dieci scagionato.
A quanto ammontano le vittime vere o presunte? Il rapporto parlò di 10.667 persone tra minori e adulti, ma la cifra venne ritenuta bassa. Da allora, le polemiche non si sono mai assopite, anzi si sono estese alle altre chiese americane, dove ebbero luogo drammi assai simili, sembra peraltro su scala minore. E hanno finito per investire la società americana, dove la lotta contro la pedofilia si sta facendo spietata.

Questo il quadretto per gli Stati Uniti: non mi sembra proprio che si possa parlare di casi isolati. Sembra più una pandemia!

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E’ nata Ludovica

ludovica_01.jpg E’ nata Ludovica: il 10 luglio 2007 alle 20:33. Per gli amanti delle statistiche neonatali, alla nascita pesava 2,050 Kg ed era lunga 49 cm. Ci sarebbero da raccontare tante cose: alcune le ho scritte via twitter man mano che accadevano: lafra è stata così carina di raccogliere i cinguettii in un post (Il bello di Twitter: cronistoria di una nascita).
Mai avrei pensato di cinguettare la nascita di mia figlia e se me lo avessero detto in anticipo avrei sorriso con aria di sufficienza. Invece, mai dire mai! Ci devo ancora pensare un po’ su, ma immagino che la decisione sia legata, da un lato, al bisogno di esorcizzare la preoccupazione che qualcosa vada storto e, dall’altro, alla voglia di condividere un evento importante. D’altro canto, usa attaccare un fiocco (rosa!) alla porta per condividere la nascita con il proprio vicinato: il problema è quando il vicinato è rappresentato anche da persone con cui non hai un legame di prossimità fisica.
Quando avrò le idee più chiare, ne parlerò ancora: per il momento ringrazio di cuore chi mi ha scritto via Twitter o Facebook o Sms o posta elettronica o tramite un post nel suo blog :-)

Bloglab, la comunicazione d’impresa e i nuovi media

Il 14 aprile 2007 si è svolto a Roma, l’Open Camp, a cui ho partecipato solo in parte e di cui non sono riuscito a catturare un numero significativo di frammenti che mi permettessero di produrre un video-racconto. Però a margine dell’evento, ho fatto due chiacchiere con Stefano Epifani, Luca Sartoni, Alessio Jacona e Francesca Cavecchia.

Abbiamo parlato del progetto Bloglab, che sta giungendo al termine e a cui ho partecipato come fellow. E poi di media di massa, di comunicazione d’imprea e nuovi media, corporate blogging e molto altro ancora. Dieci minuti di conversazione che vi invito a guardare, embeddare e commentare direttamente nel video.

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Tintarella virtuale

Non credo abbia molto senso prendere il sole in un mondo virtuale soprattutto dentro a un solarium, eppure qualcuno ha pensato bene di fare non solo i lettini con le lampade, ma anche l’idromassaggio. Il piccolo centro estetico si trova sull’isola di un grande centro congressi che può essere noleggiato per pochi dollari linden alla settimana (almeno così mi è sembrato di capire).

Solarium 1/3

Quella dell’affitto potrebbe essere un’alternativa al comprare un’isola per fare un evento ogni tanto: almeno non si ha il problema di dover costruire qualcosa e si evitano i soliti edifici improbabili. A proposito: oggi sono stato anche sull’isola di Italiani Europei dove hanno edificato una sorta di imponente maniero. Mi sembra che interpreti molto bene lo spirito dei politici di oggi: arroccati nel castello a difendere i propri privilegi.

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Corporate social responsability: bufale?

I due giovani studenti del progetto BlogLab che mi sono toccati in sorte non scrivono tanto, ma leggo sempre delle cose interessanti. Per esempio, Farfalla Spietata tocca un punto interessante legato alla corporate social responsability di Apple. L’azienda, che in questi giorni sta avendo un grande successo con il suo cellulare da titillare, non brilla per ecologismo: anzi secondo Greenpeace merita una bella insufficienza. Eppure, la meletta si sta dando da fare e – come era prevedibile – nel suo sito ha messo su anche una bella sezione dedicata all’ambiente.
Farfalla Spietata fa notare che c’è un’incongruenza tra i dati pubblicati oggi nel sito americano e quelli che si trovano memorizzati nell’Internet Archive (leggete il suo post per avere tutti i link: la Apple delude…). E non solo: anche nell’attuale versione ci sono delle discrepanze perché nella pagina principale della sezione dedicata all’ambiente si parla di 34 milioni di libbre, mentre in quella specifica dedicata al riciclaggio la cifra scende a 21 milioni di libbre. Ops!
Questa porzione di immagine è tratta dalla pagine principale dedicata all’ambiente:
apple_recycling_01.gif

Questa invece da quella dedicata al riciclaggio:
apple_recycling_02.gif

Però non dobbiamo dimenticare che l’inquinamento è questione globale, quindi anche le politiche di difesa dell’ambiente dovrebbero esserlo. Come si comporta il sito italiano di Apple in merito? Com’era prevedibile, i relatori pubblici italiani hanno ridotto i testi americani e convertito i dati in eccesso per cui 21 milioni di libbre diventa 9500 tonnellate invece di 9.450.
Insomma, l’impressione è che Apple stia dando un po’ i numeri: potrebbe esserci scritto qualsiasi cosa e anche il suo contrario. Ma quando si parla di Csr è un’abitudine abbastanza diffusa, perché per lo più la responsabilità sociale delle imprese è una palla inventata da chi si occupa di comunicazione. Per esempio, qualche tempo fa ho perso un po’ di tempo a capire l’atteggiamento di Disney nei confronti dello sfruttamento del lavoro minorile: trovate il risultato nel mio blog inglese (Disney: the “devil” is in the tech-detail…). Tante chiacchiere per dire che Disney opera legalmente: peccato che la legalità e l’etica siano due cose diverse. Lo sa bene il produttore di giocattoli che è una delle tante aziende che usano i bambini nel terzo mondo per produrre cose per i bambini nel primo mondo: tant’è vero che ha pubblicato tutti i documenti che riguardano questo argomento non come pagine web, ma come immagini in modo che non potessero essere indicizzati dai motori di ricerca.

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Backstage

Non ho resistito a fare un piccolo backstage del servizio fotografico che io, Patrizia e Beatrice ci siamo regalati il 2 luglio per immortalare l’arrivo di Ludovica…

Il set è quello dell’atelier fotografico di Rovereto di Paolo Aldi e della sua compagna Lia. Paolo è l’autore anche della foto bifronte della testata e di molte altre che riguardano la famiglia Mattina :-)

Attenti agli operatori mobili

Leggo con divertimento il post di Mafe sulle sue disavventure con gli operatori mobili e la capisco (Mi venda quell’abbonamento). L’atteggiamento di costoro nei confronti dei propri clienti è semplicemente oltraggioso ed è tutto merito di questo stramaledetto oligopolio nonché dei cartelli tariffari. Io ho sempre la sensazione di essere truffato da questi signori: non c’è mai una tariffa semplice e pulita. C’è sempre un’offerta eccezionale, ma che puoi usare se stai in piedi su una gamba sola in mezzo alla tormenta e guai a mettere giù l’altra gamba, altrimenti te la tagliano!
In questi giorni stiamo valutando l’acquisto di alcune connect card per Elastic e Gianluca si è messo diligentemente a confrontare le varie offerte, arrivando alle conclusioni che leggete in questo post: Tariffe Dati Mobili. Beh, è inquietante: se guardate il grafico dei costi vi rendete conto di quanto siano pericolose le offerte di Tim e Vodafone. Arrivare da 100 euro a 1.000 è un attimo: basta scaricare un video in streaming! Anche Tre è pericolosa, perché nel grafico non è rappresentato il traffico in roaming e, quando si esce di città, andare in roaming se si usa Tre è quasi automatico.

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Gardacamp: un barcamp ad agosto in Trentino?

Ad agosto sarò in Trentino e precisamente a Riva del Garda. Beh, forse potrebbe essere una buona occasione per organizzare un barcamp: lo si potrebbe fare nella stessa Riva del Garda o a Rovereto o in qualche altro centro come Arco. Ho scoperto che l’area a nord del lago di Garda è ricca di posti che ben si prestano all’organizzazione di una un-conference.
C’è qualche trentino in ascolto interessato al tema, oppure qualche blogger in vacanza che non riesce a stare lontano da queste cose? Intanto ho predisposto la canonica pagina nel wiki del barcamp e ho chiamato l’evento Gardacamp. Vediamo cosa accade :-)

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Evenz.it: messo nell’aggregatore

Dice Alberto Mucignat: più minimale di così non si può. E così deve essere: minimale! Per le cose complicate c’è Upcoming, che – nonostante gli entusiasmi di Luca Conti – proprio non mi piace, con quella sua interfaccia caotica: mica bisogna fare una community per qualsiasi cosa e diventare friends di tutto il mondo se ci interessa partecipare a un convegno o a un seminario.
Quindi: mettete Evenz.it nell’aggregatore come ho fatto io e segnalate i vostri eventi. Potrebbe tornarvi utile un visita al sito Microformats.org per saperne un po’ di più dello standard hCalendar e al mio blog inglese, dove trovate un intervista a Chris Messina che ne parla.

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