Archivio mensile:settembre 2007

Indigeni digitali

Qualche giorno fa è nato un gruppo su Facebook che si chiama Indigeni digitali e che si presenta così:

Il gruppo di chi vive da sempre il digitale in tutti i suoi aspetti: crea le nuove applicazioni, partecipa attivamente alla conversazione in Rete, diffida di un certo peloso marketing online, non si occupa di divulgare la conoscenza anche agli analogici perchè sono grandi abbastanza per sapersi arrangiare ma li aiuta se questi manifestano interesse.

Stasera il gruppo aveva 121 membri, tra cui molti di quelli che partecipano ai barcamp con assiduità. Di questo gruppo sono orgogliosamente Generale dell’armata dei parapalle, titolo assegnatomi direttamente dal fondatore :-) Chi non ha un account Facebook, può dare un occhio al blog pubblico del gruppo: Lifesharing. Adesso, andiamo oltre la polemica e costruiamo un progetto…

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Internet e la democrazia

Un altro video sul rapporto tra politica e Internet: questa volta i protagonisti sono Davide Corridore (vice presidente del Consiglio comunale di Milano) e Marco Roccetti (professore dell’Università di Bologna). La platea è quella del seminario Il Pd che vorrei che si è svolto il 15 settembre a Piacenza in occasione del Festival delle Idee (l’evento di partenza della campagna elettorale di Enrico Letta per le primarie del Partito democratico).

Nel video, Roccetti si pone la domanda: “Le tecnologie della Rete aumentano lo spazio di democrazia o piuttosto non inducono dei fenomeni per i quali lo spazio di democrazia può essere ridotto?” E risponde sostanzialmente in modo negativo, dal momento che potersi esprimere liberamente non significa necessariamente essere ascoltati. Ho trascritto alcuni dei passaggi: il motivo sta nel come è “strutturato il web … noi tutti sappiamo che una pagina è tanto più popolare quanti più endorsment (voti) ha avuto da altre persone che vivono sul web … questo sembra un meccanismo assolutamente democratico, ma qui c’è un problema fisico antropico: se ognuno di noi produce miliardi di informazioni, è anche vero che ognuno di noi ha una capacità inversamente proporzionale di ascoltare … ci viene quindi in aiuto il motore di ricerca, che ci presenta quelle informazioni che sono state considerate dalla gente più popolari … oibò qui sta il problema … in realtà la maniera con cui questo strumento lavora induce un fenomeno di distorsione per cui vengono presentate solamente le informazioni che sono considerate più popolari … ma se io vedo solo quello che è popolare, mi accoderò a quell’idea e così facendo la renderò ancora più popolare … insomma questa meccanismo partendo da un’architettura aperta può produrre un effetto distorsivo non democratico … è dimostrato che se si è a tre link di distanza dai 100/150 siti più popolari per un certo tema, la probabilità di quella voce di essere ascoltata è zero …”
L’intervento del professore bolognese si presta a molte osservazioni. Per esempio, me ne vengono in mente due:

  • non è l’architettura di Internet che fa si che una pagina sia più popolare se riceve molti voti (o meglio link in ingresso), ma è il meccanismo che applica Google per calcolare la sua rilevanza rispetto a una ricerca. Yahoo! ne applica un altro e Msn altri ancora. E’ vero che oggi Google fa la parte del leone, ma la Rete ci ha anche insegnato che la sostituzione di un motore di ricerca con un altro è questione di pochi anni (qualcuno si ricorda di Altavista, Lycos o Excite? Esistono ancora, ma possono certo essere paragonati con i motori di ricerca più popolari);
  • sarà pur vero che molti di noi producono informazioni (non tutti, ovviamente), ma la maggior parte dei contenuti messi on line poco hanno a che vedere con la formazione di opinioni. Sicuramente non si possono ascrivere a questa categoria le fotografie dei bambini o i video goliardici.

Dopo Roccetti, Corritore parla di digital divide. Tema sacrosanto, ma non dimentichiamo la net neutrality per favore. Penso che sia inevitabile che la banda larga arrivi (via cavo o via etere) a tutti, ma dobbiamo essere sicuri che arrivi in modo neutrale e che non accada come con le rete radiomobili, in cui i gestori decidono cosa può fare e vedere l’utente: questo sarebbe un divide molto più grave della mancanza di banda larga.

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Le primarie del Partito democratico e Internet

Elena Zannoni (blogger e politico) e Antonio Sofi (blogger, professore e spin doc) propongono alcune riflessioni sull’uso di Internet in occasione delle primarie del Partito Democratico. Il video è stato registrato durante il RomagnaCamp che si è tenuto a Marina Romea (RA) dal 7 al 9 settembre 2007.

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Beppe Grillo: come lo neutralizzeranno

La storia è piena di tanti pseudo-rivoluzionari neutralizzati o cooptati dal potere e di pochi rivoluzionari che hanno cambiato il mondo. In Italia, tra i primi mi vengono subito in mente Masaniello e Cola di Rienzo. E a questa categoria ascriverei anche il guitto genovese, anche se oggi – fortunatamente – ci si limita a protestare pacificamente in piazza.
Dice qualcuno che è stato un errore assoldare Grillo per lo spettacolo di chiusura della Festa dell’Unità di Bologna. E invece è una grande idea, soprattutto alla luce del V-Day: ovviamente l’ingaggio è precedente alla manifestazione dell’8 settembre, ma questo mostra solo la grande lungimiranza degli ex-comunisti. L’errore l’ha fatto Grillo ad accettare, ma si sa che un comico deve pur guadagnare la sua pagnottella e a qualche decina di migliaia di euro per un paio di ore di comizio non si può certo dire di no.
Quello che Grillo dimentica, però, è che la voglia delle gente di protestare non dura all’infinito: tanto vale accogliere la protesta, portarla dentro casa e governarla, offire dei bei momenti catartici di sfogo. Così gli ex-comunisti neutralizzeranno il genovese: pagandolo per fare i suoi show!

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Festival delle idee: il secondo giorno

Secondo giorno al Festival delle idee di Piacenza. Era possibile partecipare ai tre forum che sono iniziati ieri (libertà, mobilità e natalità) oppure ai quattro seminari su Sud, Nord, Europa e partito democratico.
Ho deciso di partecipare per un paio di ore al seminario Il Pd che vorrei e ho video-registrato parte degli interventi. Ne ho tratto le seguenti indicazioni:

  • praticamente tutti i partecipanti si sono lamentati del fatto che questo partito nasca eleggendo prima il segretario e poi stabilendo che tipo di partito deve essere. La logica avrebbe voluto che si decidesse prima in che direzione andare e poi si scegliesse il leader in grado di andarci;
  • gli oratori provenienti dal territorio (ho ascoltato rappresentanti della Lombardia, della Sardegna e del Trentino) hanno lamentato l’invadenza delle direzioni centrali e l’approccio settario di chi (se non ho capito male l’imputato principale era il Ds) non sta promuovendo la mescolanza tra schieramenti a livello locale;
  • non ci sono più argomenti di destra e di sinistra e non esiste più un’identità univoca delle persone. Al contrario, gli individui si aggregano temporaneamente in funzione di interessi e obiettivi, che cambiano di volta in volta.

I miei due cent (purtroppo non sono riuscito a fare un intervento per mancanza di tempo). Mi piace quando si parla di wiki-partito. Qualcuno ha detto che in fin dei conti è una tautologia, perché un partito dovrebbe essere partecipazione per definizione. Ma, andando oltre questo aspetto, c’è da dire che un wiki non è semplice partecipazione: è condivisione e creazione di valore che è messo a disposizione non solo di chi vi partecipa attivamente, ma anche di tutti gli altri. A me sembra che oggi i partiti siano soprattutto fonte di valore per chi li gestisce e che il più delle volte costoro aspirino alla partecipazione degli altri solo quando c’è da montare i gazebo o applaudire il leader.
Inoltre, il wiki-partito dovrebbe avere dei sistemi di controllo e verifica che oggi non esistono. Se è vero che ogni voto preso vale 10 euro nel corso di una legislatura, che fine fanno questi soldi? Non mi sembra i bilanci vengano pubblicati nei siti delle formazioni. Oppure, volando un po’ più alto, quando si prende l’impegno di perseguire certi obiettivi, si può cercare di individuare dei sistemi per misurare la coerenza delle azioni alle mete?

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Festival delle idee: il primo giorno

Ci vogliono quattro ore e mezza per arrivare da Roma a Piacenza: la giornata è piacevolmente calda e il cielo è limpido. A piazza dei cavalli, sotto uno scenografico porticato, i volontari del comitato accolgono i partecipanti per la due giorni che segna la partenza della campagna elettorale di Enrico Letta. Telecamera e cavalletto in mano, inizio a fare qualche ripresa: sono curioso, perché sono tantissimi anni che non partecipo più a un evento politico. Quelli che mi ricordo risalgono alla fine degli anni ottanta, forse un congresso del partito socialista.
Il centro di Piacenza è bello, pulito e ordinato: molto lontano dal caos disordinato di Roma. Uolter non è stato un buon sindaco: la qualità della vita nel mio quartiere è decisamente diminuita negli ultimi dieci anni. Uolter preferisce scrivere romanzi e organizzare feste: non che si tratti di cose di poca importanza, ma a me piacerebbe che a Villa Pamphili ci fossero dei giochi per le mie bambine e invece c’è solo uno scivolo rotto e due altalene sgangherate.
Ma torniamo a Piacenza: alle quattro iniziano i forum e io scelgo di partecipare a quello sulla libertà. Ha ragione Letta quando dice che ci si dovrebbe riappropriare di questa parola a sinistra, basti pensare alla tradizione del socialismo liberale. Alle sei si chiudono i lavori del forum e il teatro si prepara ad accogliere la presentazione del libro (ormai per candidarsi bisogna scrivere almeno un pamphlet): In questo momento sta nascendo un bambino.
Confesso che inizialmente non avevo molto capito questa storia della natalità, ma mentre Letta, Soru e Bersani ne parlavano l’argomento mi è diventato più chiaro. Se ho capito bene: un paese che cresce e che evolve è necessariamente un paese che fa figli e invece in Italia di neonati ne nascono pochissimi; fare politica pensando ai bambini che nascono oggi, ci aiuta ad abbandonare una visione troppo striminzita della politica.
Sarà che Beatrice ha poco più di due anni e Ludovica poco più di due mesi, ma l’approccio mi sembra assai condivisibile. La discussione è gradevole e interessante. Forse sono io che frequento poco la politica in questi ultimi tempi, ma quello che ho sentito stasera mi è sembrato di taglio diverso rispetto al solito: non mi ha fatto l’effetto deja-vu di una puntata di Porta a Porta.
Alla fine mi sembra un po’ strano di essere d’accordo con un cattolico. Vediamo come andrà domani :-)

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Beppe Grillo: si può fare meglio?

Stamattina ho avuto uno scambio di battute con Filippo Ronco in merito al mio post su Beppe Grillo e il VDay. Lui, appoggiando l’idea di Grillo, sostiene che un condannato non possa essere eletto tout-court; io sostengo che se qualcuno è stato condannato, ha scontato la pena e non è stato interdetto dai pubblici uffici, può continuare a godere dei diritti che gli concede l’ordinamento, incluso il diritto di candidarsi a rappresentare altri cittadini. D’altro canto, la pena dovrebbe avere lo scopo di riabilitare il reo, permettendogli di ritornare a essere cittadino a tutti gli effetti. A questo punto deve essere l’elettore a decidere se la persona è degna o meno. Lo stesso elettore potrebbe astenersi dal votare un partito che candida persone che considera non degne e che saranno sicuramente elette, perché collocate tra le prime posizioni di una lista che non ammette preferenze.
Per alcuni reati, esiste la pena accessorio dell’interdizione dai pubblici uffici. Se non ho cercato male, l’articolo 28 del codice penale stabilisce che:

L’interdizione dai pubblici uffici è perpetua o temporanea.
L’interdizione perpetua dai pubblici uffici, salvo che dalla legge sia altrimenti disposto, priva il condannato:
1) del diritto di elettorato o di eleggibilità in qualsiasi comizio elettorale, e di ogni altro diritto politico;

L’interdizione temporanea priva il condannato della capacità di acquistare o di esercitare o di godere, durante l’interdizione, i predetti diritti, uffici, servizi, qualità, gradi, titoli e onorificenze.
Essa non può avere una durata inferiore a un anno, né superiore a cinque.

Il successivo articolo 29, stabilisce quali sono i casi in cui si applica l’interdizione:

La condanna all’ergastolo e la condanna alla reclusione per un tempo non inferiore a cinque anni importano l’interdizione perpetua del condannato dai pubblici uffici; e la condanna alla reclusione per un tempo non inferiore a tre anni importa l’interdizione dai pubblici uffici per la durata di anni cinque.
La dichiarazione di abitualità o di professionalità nel delitto, ovvero di tendenza a delinquere, importa l’interdizione perpetua dai pubblici uffici.

Bene! Se è vero che esiste già un istituto che riguarda l’ineleggibilità di un condannato, allora occorrerebbe lavorare su questo istituto e individuare come ampliarlo o modificarlo per renderlo più rigido. Per esempio, la proposta di Grillo prevede l’assimilazione della sentenza per patteggiamento a quella per condanna (cosa che attualmente non è) e questa da sola potrebbe bastare perché comporterebbe l’applicazione delle pene accessorie, ossia della interdizione dai pubblici uffici. A questo punto, l’interdizione sarebbe commisurata alla gravità della pena, che mi sembra molto più equo dell’interdizione perpetua tout-court.
Forse mettere tutte queste cose in un wiki e discuterne per arrivare, con il supporto tecnico di giuristi (Filippo lo è!) e la partecipazione di politici (ce ne sarà pure qualcuno rispettabile) e cittadini, a un progetto condiviso sarebbe un progetto interessante. E senza la presenza del Masaniello di turno, che – la storia insegna – non è destinato a durare o a produrre risultati concreti, se non l’agitazione del popolo.

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Festival delle Idee: i blogger sono invitati

Come ho scritto in un precedente post, ho suggerito al comitato elettorale di Enrico Letta di cercare di coinvolgere attivamente la blogosfera all’inaugurazione della campagna elettorale che si terrà a Piacenza il 14 e 15 settembre. L’evento, il Festival delle Idee, vedrà la partecipazione di moltissime persone (la previsione è 2.000) e si svolgerà in varie luoghi della città (vedi la Google Map).
In questa occasione non c’era modo di organizzare un incontro ad hoc con i blogger, allora ho chiesto e ottenuto che a loro fosse garantita una connessione a Internet: chi ha un blog può quindi accedere alla sala stampa presso l’Auditorium di Sant’Ilario.
Perché un blogger dovrebbe partecipare al Festival delle Idee? Certamente non per aumentare la visibilità di Enrico Letta: per quanto possa essere popolare, un blog non può competere con i media di massa e di Beppe Grillo ne basta e avanza uno. Come ho già scritto, chi usa la Rete per condividere e partecipare dovrebbe partecipare a un evento politico per capire, per riflettere, per suggerire, per proporre, per insegnare.
Portare la cultura della Rete nei luoghi dove si fa e si parla di politica è dal mio punto di vista un buon modo per cercare di innovare un settore sempre di più arroccato. Sarebbe bello se in occasioni come il Festival delle Idee si aprissero tanti portatili e la gente documentasse, tenesse traccia, elaborasse, producesse nuove idee. Proprio come accade nei barcamp e nelle tantissime conversazioni che si svolgono nella parte abitata della Rete.
Questo è il motivo principale per cui vado a Piacenza questo fine settimana con la mia telecamera. Per raccontare un pezzo di politica dal mio punto di vista e per condividere questa esperienza affinché diventi il pezzo di una riflessione più ampia sul rapporto tra i cittadini e i propri rappresentanti. Riflessione che non si può certo esaurire con le sterili boutade di Beppe Grillo.
Ulteriori informazioni sugli strumenti messi a disposizione dall’organizzazione del Festival delle Idee a Piacenza, si trovano sul wiki del comitato di Enrico Letta.
Voi che ne pensate? Mi aiutate a fare un ragionamento costruttivo e propositivo? Che cosa si può poratre con efficacia dalla Rete verso la politica per migliorarla? O dobbiamo parlare sempre e solo di tecnolofilia?

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Beppe Grillo e il VDay

Non posso evitare di mettere nel piatto i miei due cent sulla questione del V-Day. Si è scritto molto e si discute di qualunquismo e populismo, se Grillo sia un blogger o meno, se quello sia il popolo della Rete e così di seguito. Il comico genovese e altri con lui sostengono che questo è un nuovo modo di fare politica, ma a me non sembra proprio. Non c’è nulla di nuovo nel portare la gente in piazza soprattutto se l’obiettivo è lo sfogo collettivo. Lo sanno bene i sindacati che ogni tanto organizzano una bella manifestazione più o meno imponente e l’ha imparato finanche il Vaticano che ha portato in piazza qualche centinaio di migliaia di cattolici intransigenti e settari in occasione del Family Day.
Le manifestazioni sono esibizioni di forza e basta. Grillo ha dimostrato di essere in grado di portare in piazza molte migliaia di persone cavalcando il senso di frustrazione di chi non si sente più rappresentato dal modo attuale di fare politica. Invece di imbarcare la gente sui torpedoni si è affidato al passaparola, usando la dimensione virale della Rete. Grillo fa di Internet lo stesso uso che aspira a farne un uomo di marketing: uno spazio per ottenere visibilità a bassa costo spostando l’onere della distribuzione di informazioni sulle persone.
Il problema è che questo modello non è sostenibile per due motivi: a) la rete messa in piedi da Grillo è a stella e senza il suo centro di gravità è destinata a disfarsi; b) oltre la protesta non c’è alcun meccanismo che promuova progettualità e creazione.
La rete dei vaffanculisti assomiglia a quella mostrata in questa figura:
Immagine 12.png
Invece, una rete resiliente assomiglia a quella della figura seguente:
Immagine 22.png
C’è un centro e una periferia, ma il numero di connessioni fa si che il venir meno di un nodo non produce la morte dell’intero sistema.
In merito al secondo punto, i vaffanculisti hanno firmato in massa una proposta di legge di iniziativa popolare. Questa legge cadrà quasi sicuramente nel nulla. Essa sarà messa in discussione perché le proposte di legge di iniziativa popolare devono obbligatoriamente essere inserite all’ordine del giorno di uno (se hanno raccolto 50.000 firme) o due (se hanno raccolto 100.000 firme) rami del Parlamento. Ma chi sosterrà la discussione in aula? Chi le promuoverà? Chi farà attività di lobby?
La proposta di legge sarà bocciata e allora Grillo avrà un’altra occasione per fare una bella manifestazione di piazza dichiarando che questo è un modo nuovo di fare politica.

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Un intervento di Marco Roccetti

Alla fine di agosto sono stato in Trentino per partecipare a VeDrò, un thinktank di quarantenni sul futuro dell’Italia. L’evento è durato due giorni e si è chiuso con una plenaria durante la quale Gianni Minoli e Marco Roccetti hanno affrontato il tema dei vecchi e dei nuovi media. In un post su questo blog, ho criticato duramente entrambi gli interventi: il primo era a mio avviso anacronistico, il secondo superficiale. Mantengo senza riserve il giudizio sull’intervento di Minoli, ma ammorbidisco quello sull’intervento di Roccetti, che qualche giorno fa mi ha scritto una lunga email che pubblico integralmente di seguito. Ritornerò sull’argomento con calma. Nel frattempo, vi invito a leggere come risposta interlocutoria questo mio breve scritto sui media sociali: I media sociali sull’orlo del caos.

Caro Nicola,
sono Marco Roccetti e mi piacerebbe approfittare dell’accoglienza del tuo blog per provare a replicare alla severa recensione che hai fatto del mio intervento a Drò sugli egoismi delle moderne tecnologie
dell’informazione. Ovviamente, replico perché ci tengo a spiegarmi meglio (forse a Drò non l’ho fatto), non certo perché mi ritenga offeso dalla tua recensione che anzi ritengo rispettabilissima.
Prima di iniziare, però, vorrei fugare la tua preoccupazione di esserti imbattuto in un moralista il quale, conoscendo cosa sia bene e giusto, si perita di girare il mondo per rivelare le verità assolute che possiede. Non è ovviamente vero. Sono solo un oscuro ricercatore universitario che da più di vent’anni si occupa di informatica, del web e delle tecnologie
correlate, tutto qui. Detto ancora più semplice, studio di informatica; trovo, quando mi riesce, qualche soluzione buonina a qualche problema tecnico, la pubblico su riviste del settore, la presento ai convegni scientifici, e ovviamente realizzo programmi e sistemi (una veloce ricerca su Google te lo confermerà).
Dunque, pur essendo in qualche senso un tecno-fanatico, una mezza cosa dal mondo della ricerca, credo di averla imparata ed è questa: se quando cerchi soluzioni a problemi più o meno complicati, ometti di esercitare continuamente una funzione di critica, non solo su ciò che fanno gli altri, ma soprattutto su quello che stai facendo tu, per quanto te ne sia innamorato, ecco in quel preciso momento ti stai infilando nella tipica situazione dalla quale non esce nulla di innovativo.
L’idea che presentavo a Drò parte proprio da uno stimolo di questo genere, ed in particolare da una critica/considerazione che Tim O’Reilly (uno dei leader ideologici del Web 2.0, nonché inventore del termine stesso) esprime in un suo scritto rispetto al celeberrimo concetto di architettura di partecipazione, concetto sul quale tutte le applicazioni della seconda ondata del Web (siano esse Wikipedia, craiglist, youtube, o cos’altro ti piaccia) sono fondate. Te la riporto pari-pari, quotandolo:

The architecture of the internet, and the World Wide Web, as well as of open source software projects like Linux, Apache, and Perl, is such that users pursuing their own “selfish” interests build collective value as an automatic by product.

Capito il concetto che sta alla base di tutte le applicazioni che t’appassionano? Il valore collettivo che si determina da ognuna di queste applicazioni si ottiene come sottoprodotto delle attività egoistiche condotte da ogni singolo individuo che vi partecipa! (E i primi a intuirlo e a farlo fruttare sono stati proprio i mitici inventori di Google, pensa infatti a come funziona l’algoritmo PageRank che ne è la base).
Ora, quindi, da informatico non mi sottrarrò certo al rito di pronunciamento del mantra che giustamente vuole Internet rappresentata come l’invenzione epocale che ha permesso l’esplosione della velocità e la contrazione dell’ampiezza e della distanza con cui si può accedere all’informazione. E nemmeno disconoscerò il fatto che il Web 2.0 ha fatto il resto, rendendo i dati indipendenti da chi li ha generati e dunque usufruibili per creare una quantità incredibile di nuovi servizi integrati. Nemmeno negherò l’archetipo che vuole che Internet sia quello strumento capace di creare nuovi spazi di libertà, fare emerge nuove strutture sociali, dando voce a qualunque opinione, consentendoci di farci risparmiare tempo e denaro, di assisterci nei nostri investimenti, scelte, perfino cure mediche e rapporti interpersonali. Neppure, infine, starò qui ad annoiare ricordando che c’è anche chi muove a queste nostre amate tecnologie le oramai tante volte ripetute accuse riguardanti le più
svariate questioni: dalla sicurezza alla chiusura verso le categorie sociali più svantaggiate, dalla pedo/pornografia al fenomeno della chiusura interna tra gruppi di utenti omogenei (cyberbalkanization), etc
No proprio no! Per quanto tutto quanto detto nel paragrafo precedente sia probabilmente vero, io ed altri nel mondo tentiamo di andare oltre, e proviamo a cogliere la sfida insita nelle parole di O’Reilly.
Ovvero, prendendo atto che quasi tutto l’enorme potenziale tecnologico e di intelligenza collettiva a disposizione sul Web viene dissipato in sacche di egoismo (e non sto usando questo termine in senso moralistico, ma letterale; forse ti piacerebbe di più il termine di egocasting che molti miei colleghi utilizzano a proposito) con scarsa utilità pratica per il resto della società, e che il motore portante del successo di tutte queste iniziative si trova sempre in motivazioni di carattere egocentrico (ancora nessun intento moralistico), quali guadagno monetario, autocelebrazione, svago/intrattenimento… Ecco preso atto di tutto ciò, l’idea che raccontavo a Drò era che è tecnologicamente possibile sfruttare l’uso che noi tutti facciamo delle applicazioni selfish del Web raccogliendone le “scorie” da queste prodotte (e.g., banda o memoria non utilizzata, informazioni generate, profili utente, tags…) da re-impiegare in applicazioni di utilità sociale.
Non so se ho spiegato bene il punto: tu, io, chiunque altro continuiamo, senza nessun tipo di impedimento o censura, a usare le applicazioni che più ci piacciono o servono, ma contemporaneamente una parte del valore collettivo generato da queste attività, e altrimenti inutilizzato, oltre che a dare una qualche forma di soddisfazione a noi stessi, e detto tra parentesi ad arricchire Brin e Page o chi per loro, ritorna in circolo per essere restituito, almeno parzialmente, ad un impiego pubblico, comune e, lasciami finalmente usare il termine, altruistico.
Questo nuovo paradigma altruistico di utilizzo della tecnologia potrebbe creare le condizioni per cui, paradossalmente, il traffico cittadino aiuti i pedoni, le persone che fanno jogging siano di supporto ad anziani colpiti da malore, il cittadino curioso fornisca strumenti per aiutare i mezzi di soccorso, e gli autoveicoli aiutino a controllare lo smog cittadino. Tutti esempi che ho discusso su a Drò ma che evidentemente nulla hanno detto alla tua sensibilità (la colpa e’ sicuramente la mia perché non sono stato efficace nella presentazione).
In definitiva, e chiudo, l’idea che stiamo portando avanti è che è possibile sfruttare le potenzialità di Internet e delle tecnologie ad esse correlate al fine di accrescere la solidarietà sociale e favorire la costituzione di una nuova, altruistica Società dell’Informazione. I vantaggi derivanti dalla diffusione epidemica dell’informazione potrebbero finalmente divenire facilmente accessibili a chiunque e fornire utilità sociale alla comunità intera.
E’ possibile ovvero, ispirati al paradigma del nuovo Web, creare servizi ed applicazioni altruistiche, in cui le risorse e le informazioni disseminate in rete possano essere utilizzate per scopi a carattere sociale proprio grazie alla loro diffusione variegata in contesti diversi.
E tutto ciò senza rompere le scatole a nessuno, semplicemente facendo sì che il singolo uso della tecnologia per raggiungere i propri obiettivi (uso che bisogna salvaguardare e che non critico assolutamente) venga re-indirizzato da uno strato di gestione e diffusione delle informazioni collettive, facendo emergere una finalità altruistica.
Tutto ciò ti pare scontato e superficiale? Ripensaci, va la’.
Saluti
Marco Roccetti

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Il mio RomagnaCamp

Partenza alle 7,30 da Roma alla volta di Ravenna: verso Terni incrocio un gruppo di mongolfiere che si sono appena alzate in volo, poi i suggestivi paesaggi dell’Umbria e infine la pianura. Arrivo a Marina Romea rispettando la tabella di marcia e, con la provvidenziale assistenza telefonica di Feba, mi presento al RomagnaCamp giusto in tempo per mangiare.
Mi siedo al tavolo con Paolo, Massimo, Alessio e Magda: facciamo due chiacchiere, trangugio un piatto di tortellini, osservo divertito il gruppo di geek con computer, macchine fotografiche e altre diavolerie tecnologiche che convive per un giorno con i bagnanti del BocaBarranca. Noi siamo quelli dei computer :-)
Questo è anche il barcamp dei bambini: ci sono quelli di Sergio, Cristian e Federico (e sicuramente dimentico qualcuno). Mi spiace non essere venuto con la mia famiglia, ma il viaggio da Roma è lungo e i giorni troppo pochi…
Ascolto gli interventi a spizzichi e bocconi: Delymyth parla di Irc, Luca ripropone il suo interessante talk su Dada, Livia presenta Intruders Tv, Tara spiega le transazioni di fiducia. Io propongo la mia definizione di medium sociale e si discute un po’. Come ha scritto anche Samuele, gli italiani hanno difficoltà a stare seduti ad ascoltare una conferenza e gran parte dell’evento si concentra in una serie di conversazioni informali attorno ai tavoli: dobbiamo trovare una via latina al barcamp :-)
Al tramonto il gruppo dei fotografi (Samuele, Palmasco, Pseudotecnico, Sofi, DelyMith) mi coinvolge in una passeggiata sulla spiaggia: si scatta a ripetizione, inerpicandosi per gli scogli. Li invidio un po’ soprattutto quanto rivedo le foto che condividono su Flickr: pochi eventi hanno servizi fotografici così curati e raffinati.
E viene sera! Il personale smonta tutto e prepara per la cena. Alcuni barcamper tornano in albergo per darsi una rinfrescata, altri cominciano ad occupare il tavolo: io sono con Emanuele, Chicco di sale, Rossella, Livia, Amanda (che è venuta apposta da Londra), Giovy, Fabio… In men che non si dica, almeno la metà delle persone sedute al tavolo riaccende i portatili: effettivamente siamo proprio quelli dei computer ;-)
La pizza è buona, la compagnia ottima: io mi aggiro per i tavoli a fare qualche altra ripresa: cerco di intervistare qualcuno che non conosco mentre Jtheo gioca con Cesare e Tiziano chiacchiera con Orientalia. Chiamo Patrizia e faccio una passeggiata in spiaggia: a Roma è stata una giornata un po’ pesante e lei è stanchissima…
Domenica mattina, mi sveglio alle nove, faccio colazione e torno al BocaBarranca. C’è già qualcuno con il computer acceso che cerca post sul RomagnaCamp. Mentre Elena, munita di cuffiette, non si sposta dal suo portatile, qualcuno accende la Wii: faccio a pugni con Rossella e le prendo di santa ragione! Sulla spiaggia, Luca in kimono, fa una lezione di arti marziali. A mezzogiorno mi rimetto in macchina con Francesco e Tara e facciamo un carcamp su privacy e password management fino a Roma.
Grazie a Luca, Elena, Feba e Gioxx: siete stati bravissimi :-)

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RomagnaCamp: post collaborativo

Attorno al tavolo in attesa che arrivino le pizze, quasi tutti hanno un computer acceso: l’occasione giusta per un post collaborativo :-)

No, dico…Nicola non sa cosa scrivere e passa il PowerBook a tutti i commensali…
Troppo facile scrivere i post i così…
Se non altro per tutte le riprese che ha fatto oggi si merita almeno qualche riga originale…
Ma come riassumere questa giornata? Non credo sia una cosa fattibile a stomaco vuoto…
Meglio ordinare la cena e sperare che certi Camp vengano organizzati più spesso…

Più spesso e più lunghi… anzi facciamo proprio un BarCamp permanente… alle volte mi chiedo come mai i BarCamp abbiano così successo in Italia… sarà che siamo così minoranza che per non sentirci troppo pochi dobbiamo stare vicini?

Ma… il vosto errore è stato passare questo portatile a me, che chiaramente non potrò esimermi dall’ammorbarvi con le solite tematiche Web 2.0 che ben conoscono i poveri sventurati che mi leggono quotidianamente…. ma anche no, e potrei invece propinarvi il solito pippone sulla deriva dei BarCamp italiani… ma anche no… perchè alla fine il RomagnaCamp è stato fantastico (anche grazie alla mia vicina di tavolo, che in questo momento mi sta facendo piedino).

In questo momento non posso parlare , mi sto nascondendo dietro un cespuglio , sotto una pioggia di proiettili in enemy territory .

Ah Nicola, il RomagnaCamp m’ha pigliato un sacco bè…….l’estate sta finendo ed un altro BarCamp se ne va…sto diventato grande e questo non mi va…… :-)
In spiaggia gli ombrelloni spariscono di già, è il solito rituale lo sai che non mi va… ah ah ah, non ho resistito alla tentazione di continuare il ritornello…. (Samuele)

Ps. A parte Samuele che ha preteso il link per concedere la sua opera :-D chi ha scritto i pezzi del post?

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RomagnaCamp: l’arrivo

Primo post veloce dal RomagnaCamp. Sono state necessarie quasi cinque ore di macchina per arrivare, ma – a quanto pare – ne valeva proprio la pena: c’è tanta gente e l’ambiente è pieno di entusiasmo.
Come sempre, tante macchine fotografiche bellissime e tanti fotografi impegnati a immortalare l’evento. Ho appena mangiato un boccone e devo ancora capire com’è l’agenda del pomeriggio. Tra mezz’ora tocca a me: se qualcuno si addormenta posso sempre dare la colpa all’abbiocco post prandiale :-)

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Enrico Letta invita i blogger a Piacenza

In questa campagna elettorale per le primarie del Partito Democratico abbiamo cominciato ad assistere a un uso meno timido della rete. Ma diciamoci la verità: sono tentativi poco convinti e poco convincenti. Chi fa politica per professione, infatti, continua a costruire il proprio successo sul territorio mediante una rete più o meno capillare di referenti locali: la mia impressione è che si tratti di un mondo piccolo, chiuso e autoreferenziale (altro che la blogosfera).
Parlando con le persone del Comitato Enrico Letta, li ho convinti a invitare i blogger all’evento di apertura della campagna elettorale che si svolgerà a Piacenza il 14 e 15 settembre e garantendo loro un accredito stampa in modo da poter usare una connessione a Internet.
Che senso ha che un blogger partecipi a un evento politico? Le mie risposte sono due:

  • per raccontare la politica da un punto di vista diverso. Io leggo i media con una certa frequenza e… leggo sempre le stesse cose: i professionisti dell’informazione politica fanno parte di quello stesso circuito autoreferenziale dei politici di professione. Cominciamo a raccontare la politica dal punto di vista dei cittadini. Mi aspetto una narrazione fresca, spontanea, personale, storie che vanno oltre gli stereotipi di un buon articolo (cosa, dove, quando, come, perché). Mi auguro che una massa non organizzata di individui sia in grado di spostare l’agenda, indicando le proprie priorità. Lo può fare direttamente senza passare per i sondaggisti.
  • per contaminare la politica di professione. E’ ovvio che i comitati elettorali pensano di usare i blogger come amplificatori, esattamente come fanno con i media. Ma questo è un obiettivo micragnoso e privo di fantasia. Immaginiamo invece il contrario: pensiamo al fatto che chi usa la rete attivamente creando contenuti e idee può contaminare la politica dal basso. Ho sentito Letta usare la parola wiki-partito: io penso che abbia intuito una potenzialità ma ho i miei dubbi che abbia mai scritto una sola riga in un wiki, o un commento in un blog. Allora occorre partecipare, spiegare e coinvolgere, per evitare che una promettente intuizioni vada in direzioni non produttive e si spenga nel nulla.

Concludo questo lungo post con un po’ di dettagli organizzativi. Il primo passo è cominciare a dichiarare la propria disponibilità. Per farlo è sufficiente segnare il proprio nome, blog e un indirizzo post elettronica in questa pagina: http://enricoletta.wikispaces.com/piacenza_blogger (di questo wiki parallelo al sito ufficiale del candidato, parlerò in un altro post).
L’evento di svolgerà in varie location nel centro di Piacenza a partire da venerdì pomeriggio e per tutta la giornata di sabato. I dettagli saranno pubblicati presto nel sito di Enrico Letta. Vi ringrazio se vorrete continuare a offrire commenti e suggerimenti su come avvicinare la politica alla blogosfera e a estendere questo invito: la partecipazione è aperta a tutti e non c’è un numero chiuso.

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RomagnaCamp: pronti, partenza, via

Pronto per il RomagnaCamp anche se in configurazione ridotta rispetto alle previsioni: Patrizia e le bimbe infatti rimarranno a Roma e io mi fermerò solo sabato e domenica mattina per qualche ora.
All’irrinunciabile evento illustrerò il frutto delle mie fatiche estive: tra una passeggiata lungolago con le bimbe e l’altra, infatti, ho iniziato a strutturare un discorso organico attorno ai media sociali con l’obiettivo di sintetizzare le caratteristiche salienti di questo fenomeno. La presunzione non mi manca e quindi mi sono avventurato anche in una definizione. Condivido in anticipo un articolo di poche cartelle dal titolo I media sociali sull’orlo del caos e rimango in attesa di vostri feedback e commenti. Gli stessi argomenti saranno oggetto della mia presentazione sabato e spero animeranno una bella discussione.

Scarica l’articolo in formato pdf: Nicola Mattina – Media Sociali.pdf

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Mattel e Fisher Price: giocattoli al piombo

La Mattel annuncia il terzo ingente ritiro di giocattoli a causa delle vernici al piombo, che – se ingerite dai bambini – possono provocare danni cerebrali (dal Corriere della Sera). Il colosso americano ha ritirato complessivamente oltre 20 milioni di pezzi in tutto il mondo. Si tratta di un’azienda irresponsabile che:

  • per risparmiare produce in Cina utilizzando mano d’opera a basso costo che lavora spesso e volentieri in condizioni inaccettabili;
  • mette a rischio la salute dei bambini che usano i giocattoli perché non controlla in modo efficace i propri fornitori
  • Sono due motivi più che sufficienti per non acquistare mai i prodotti della Mattel ed evitare, più in generale, tutti i prodotti made in China, soprattutto se devono essere usati dalle mie figlie.

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    Siae e Internet: Manlio Mallia al WaveCamp

    Il 23 giugno 2007, al WaveCamp di Firenze ho registrato l’intervento di Manlio Mallia, responsabile dell’ufficio multimedialità della Siae, e parte della discussione che ne è seguita. Mi è piaciuta molto la disponibilità di Mallia e la sua apertura alla discussione e penso che la Siae farebbe bene a partecipare più spesso ai barcamp per illustrare la propria posizione e distinguerla da quella dei produttori fonografici. C’è infatti un equivoco di fondo e cioè che la Siae includa tutta l’industria musicale, mentre rappresenta solo gli autori e gli editori. Si sottovaluta, invece, il ruolo dei produttori fonografici, ossia di coloro che sono materialmente proprietari della registrazione della canzone.

    Manlio Mallia. La Siae attualmente gestisce circa 900 contratti che riguardano l’utilizzo del patrimonio amministrato su Internet o sulle reti mobili. Negli anni scorsi questi contratti ci hanno portato circa 10 milioni di euro all’anno, che vengono per il 90% dalla telefonia mobile e in particolare dalle suonerie. Questo tipo di utilizzo non crea particolari problemi, perché si tratta di reti chiuse e ormai c’è una prassi consolidata con chi utilizza il materiale musicale. Il restante 10% riguarda Internet e viene quasi tutto da iTunes: anche in questo caso, fin quando trattiamo con grandi organizzazioni, non abbiamo mai avuto particolari problemi. Le aziende che vendono tracce via Internet corrispondo alla Siae l’8% del prezzo pagato dall’utente. Questo 8% soddisfa esclusivamente gli autori e gli editori. Poi, ci sono gli interessi ben più consistenti dei produttori fonografici, che non sono rappresentati dalla Siae. Questi ultimi hanno posto molti vincoli alla distruzione della musica in rete, come la compartimentazione territoriale, per cui in Italia non si può acquistare un brano in vendita su un sito in Francia. In questo gli autori non hanno voce in capitolo: anzi noi siamo generalmente abituati a concedere delle licenze globali.
    Per quanto riguarda i rapporti con il web, nei giorni scorsi abbiamo incontrato una piccola delegazione dei creative commons italiani, con i quali abbiamo iniziato già da tempo un dialogo, soprattutto per quanto riguarda gli usi commerciali delle opere. Infatti, l’autore aderente ai creative commons che non è iscritto alla Siae, ha delle difficoltà a gestire le utilizzazioni commerciali: in primo luogo perché spesso non gli vengono comunicate, in secondo luogo perché – anche quando le scoprisse – difficilmente potrebbe difendersi in modo efficace.
    Questo ci porta a sottolineare il ruolo della Siae: la nostra organizzazione permette al singolo di valorizzare la propria opera.
    Il nostro sistema di licenze Internet è stato riconosciuto come uno dei più flessibili perché da un lato ha tenuto conto sin dall’inizio dell’utilizzo finanziato dalla pubblicità, che è quello che sembra che sia uno dei modelli di business più alla moda. Nel caso delle web radio, le abbiamo raggruppate in diverse tipologie in modo da commisurare la dimensione del compenso

    Stefano Vitta. Penso che una critica che si possa fare alla Siae è quella di aver comunicato poco. Per esempio, recentemente io ho dovuto discutere con un utente della mia piattaforma di blogging che non poteva pubblicare sul blog gli mp3 rippati da un Cd che aveva acquistato legalmente, perché la licenza del Cd non glielo permetteva.
    La Siae è saltata alla cronache per aver inflitto delle multe a siti che hanno pubblicato delle immagini di opere d’arte anche se avevano uno scopo didattico o di diffusione della conoscenza. Se non ho capito male, anche Wikipedia potrebbe essere vittima di questa azione.
    Manlio Mallia. Ovviamente la Siae per i mezzi che ha non andrà mai appresso ai ragazzini che pubblicano dei file mp3 sul proprio blog. Quello che facciamo è trattare con i grandi come YouTube, con i quali siamo attualmente in trattativa. Cosa possiamo fare per informare i ragazzi? Il problema, a dire il vero, è che certe cose non le sanno neanche alcuni giudici che ignorano, per esempio, che i diritti d’autore sono indipendenti: c’è il diritto di esecuzione, di riproduzione dell’opera, di messa a disposizione del pubblico. Noi lo diciamo ovunque quali sono i vincoli di uso di un’opera, ma a chi non vuole sentire, c’è poco da dire. Per esempio, abbiamo realizzato dei video, che non erano terroristici come quelli della Fapav, ma contenevano dei messaggi positivi e che sono stati trasmessi nei cinema.
    Per quanto riguarda la seconda domanda, si tratta di numerose opere di Kandinsky che erano state pubblicate in un sito didattico. Noi ce ne eravamo accorti grazie ai monitoraggi che facciamo, ma l’azione ci è stata sollecitata dagli eredi di Kandinsky, che hanno ritenuto che anche quelle piccole immagini potessero ledere i loro diritti. Noi abbiamo proposto una mediazione, ma la persona ha deciso di andare davanti al tribunale.

    Elena Franco. Una ventina di anni fa, facevamo degli spettacolini durante i quali cantavamo delle canzoni famose e quindi eravamo costretti a pagare la Siae. A me, visto il contesto, sembra una cosa eccessiva. Ci sono stati dei cambiamenti?
    Manlio Mallia. Voi siete incappati probabilmente in uno dei nostri agenti più solerti. Un problema di questo genere si potrebbe risolvere con un accordo con la Conferenza episcopale e invece non è stato mai affrontato, nonostante la Siae abbiamo rapporti con il Vaticano. Per esempio, c’è un problema con la musica sacra, che oggi è di scarsa qualità. E oggi c’è chi dice che questo avviene perché i compositori di musica sacra non ricevono alcun riconoscimento, contrariamente a quanto avviene in Germania. Purtroppo la Cei non è disponibile.
    EF. Un altro problema riguarda le cover. Se io voglio far vedere che so cantare o suonare, è probabile che interpreti una canzone famosa. Che cosa accade se voglio mettere la registrazione su Internet?
    MM. Noi abbiamo risolto questo problema con una tariffa di autopromozione, che costa 60 euro all’anno (Iva inclusa) e che permette di pubblicare 20 pezzi all’anno sul proprio sito.

    Luca Conti. Non so se lei conosce Pandora: si tratta di un servizio che impara dai gusti degli utenti e suggerisce loro nuovi brani da ascoltare e che rischia di morire a causa di una nuova serie di licenze che sono troppo onerose. Allora, mi domando, perché tarpare le ali alle nuove forme di utilizzazione, che in futuro potrebbero invece diventare delle ricche fonti di reddito?
    Qualche mese fa un dirigente della Siae ha detto al quotidiano La Stampa che sarebbe una cosa buona applicare una tassa a tutti i collegamenti Adsl per recuperare parte dei soldi che la Siae perde per la pirateria. Vorrei un commento su questa dichiarazione.
    Manlio Mallia. Devo ricordare anche una volta che la Siae è solo uno degli interlocutori quando di parla di diritto d’autore: i produttori fonografici hanno un ruolo molto più consistente di noi, soprattutto perché fanno attività di lobby. Quella della tassa sui collegamenti Adsl è una delle ipotesi allo studio, ma assomiglia molto alla licenza globale francese, che consisteva in un forfait da pagare per poter usare i servizi peer to peer e che non è mai passata proprio per la contrarietà dei produttori fonografici. D’altro canto, sulle reti peer to peer non transita mica solo la musica: ci sono i telefilm americani che vengon scaricati da inglesi, canadesi e australiani.
    Per quanto riguarda Pandora, io credo che lo streaming on demand sia l’unico sistema che abbia veramente un avvenire. In America, sono i produttori fonografici che si sono mossi contro Pandora, perché temono che il loro prodotto primario (che una volta era il disco e adesso è il file) venga ucciso da questi nuovi sistemi… [purtroppo qui finisce la cassetta!]

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