Siae e Internet: Manlio Mallia al WaveCamp

Il 23 giugno 2007, al WaveCamp di Firenze ho registrato l’intervento di Manlio Mallia, responsabile dell’ufficio multimedialità della Siae, e parte della discussione che ne è seguita. Mi è piaciuta molto la disponibilità di Mallia e la sua apertura alla discussione e penso che la Siae farebbe bene a partecipare più spesso ai barcamp per illustrare la propria posizione e distinguerla da quella dei produttori fonografici. C’è infatti un equivoco di fondo e cioè che la Siae includa tutta l’industria musicale, mentre rappresenta solo gli autori e gli editori. Si sottovaluta, invece, il ruolo dei produttori fonografici, ossia di coloro che sono materialmente proprietari della registrazione della canzone.

Manlio Mallia. La Siae attualmente gestisce circa 900 contratti che riguardano l’utilizzo del patrimonio amministrato su Internet o sulle reti mobili. Negli anni scorsi questi contratti ci hanno portato circa 10 milioni di euro all’anno, che vengono per il 90% dalla telefonia mobile e in particolare dalle suonerie. Questo tipo di utilizzo non crea particolari problemi, perché si tratta di reti chiuse e ormai c’è una prassi consolidata con chi utilizza il materiale musicale. Il restante 10% riguarda Internet e viene quasi tutto da iTunes: anche in questo caso, fin quando trattiamo con grandi organizzazioni, non abbiamo mai avuto particolari problemi. Le aziende che vendono tracce via Internet corrispondo alla Siae l’8% del prezzo pagato dall’utente. Questo 8% soddisfa esclusivamente gli autori e gli editori. Poi, ci sono gli interessi ben più consistenti dei produttori fonografici, che non sono rappresentati dalla Siae. Questi ultimi hanno posto molti vincoli alla distruzione della musica in rete, come la compartimentazione territoriale, per cui in Italia non si può acquistare un brano in vendita su un sito in Francia. In questo gli autori non hanno voce in capitolo: anzi noi siamo generalmente abituati a concedere delle licenze globali.
Per quanto riguarda i rapporti con il web, nei giorni scorsi abbiamo incontrato una piccola delegazione dei creative commons italiani, con i quali abbiamo iniziato già da tempo un dialogo, soprattutto per quanto riguarda gli usi commerciali delle opere. Infatti, l’autore aderente ai creative commons che non è iscritto alla Siae, ha delle difficoltà a gestire le utilizzazioni commerciali: in primo luogo perché spesso non gli vengono comunicate, in secondo luogo perché – anche quando le scoprisse – difficilmente potrebbe difendersi in modo efficace.
Questo ci porta a sottolineare il ruolo della Siae: la nostra organizzazione permette al singolo di valorizzare la propria opera.
Il nostro sistema di licenze Internet è stato riconosciuto come uno dei più flessibili perché da un lato ha tenuto conto sin dall’inizio dell’utilizzo finanziato dalla pubblicità, che è quello che sembra che sia uno dei modelli di business più alla moda. Nel caso delle web radio, le abbiamo raggruppate in diverse tipologie in modo da commisurare la dimensione del compenso

Stefano Vitta. Penso che una critica che si possa fare alla Siae è quella di aver comunicato poco. Per esempio, recentemente io ho dovuto discutere con un utente della mia piattaforma di blogging che non poteva pubblicare sul blog gli mp3 rippati da un Cd che aveva acquistato legalmente, perché la licenza del Cd non glielo permetteva.
La Siae è saltata alla cronache per aver inflitto delle multe a siti che hanno pubblicato delle immagini di opere d’arte anche se avevano uno scopo didattico o di diffusione della conoscenza. Se non ho capito male, anche Wikipedia potrebbe essere vittima di questa azione.
Manlio Mallia. Ovviamente la Siae per i mezzi che ha non andrà mai appresso ai ragazzini che pubblicano dei file mp3 sul proprio blog. Quello che facciamo è trattare con i grandi come YouTube, con i quali siamo attualmente in trattativa. Cosa possiamo fare per informare i ragazzi? Il problema, a dire il vero, è che certe cose non le sanno neanche alcuni giudici che ignorano, per esempio, che i diritti d’autore sono indipendenti: c’è il diritto di esecuzione, di riproduzione dell’opera, di messa a disposizione del pubblico. Noi lo diciamo ovunque quali sono i vincoli di uso di un’opera, ma a chi non vuole sentire, c’è poco da dire. Per esempio, abbiamo realizzato dei video, che non erano terroristici come quelli della Fapav, ma contenevano dei messaggi positivi e che sono stati trasmessi nei cinema.
Per quanto riguarda la seconda domanda, si tratta di numerose opere di Kandinsky che erano state pubblicate in un sito didattico. Noi ce ne eravamo accorti grazie ai monitoraggi che facciamo, ma l’azione ci è stata sollecitata dagli eredi di Kandinsky, che hanno ritenuto che anche quelle piccole immagini potessero ledere i loro diritti. Noi abbiamo proposto una mediazione, ma la persona ha deciso di andare davanti al tribunale.

Elena Franco. Una ventina di anni fa, facevamo degli spettacolini durante i quali cantavamo delle canzoni famose e quindi eravamo costretti a pagare la Siae. A me, visto il contesto, sembra una cosa eccessiva. Ci sono stati dei cambiamenti?
Manlio Mallia. Voi siete incappati probabilmente in uno dei nostri agenti più solerti. Un problema di questo genere si potrebbe risolvere con un accordo con la Conferenza episcopale e invece non è stato mai affrontato, nonostante la Siae abbiamo rapporti con il Vaticano. Per esempio, c’è un problema con la musica sacra, che oggi è di scarsa qualità. E oggi c’è chi dice che questo avviene perché i compositori di musica sacra non ricevono alcun riconoscimento, contrariamente a quanto avviene in Germania. Purtroppo la Cei non è disponibile.
EF. Un altro problema riguarda le cover. Se io voglio far vedere che so cantare o suonare, è probabile che interpreti una canzone famosa. Che cosa accade se voglio mettere la registrazione su Internet?
MM. Noi abbiamo risolto questo problema con una tariffa di autopromozione, che costa 60 euro all’anno (Iva inclusa) e che permette di pubblicare 20 pezzi all’anno sul proprio sito.

Luca Conti. Non so se lei conosce Pandora: si tratta di un servizio che impara dai gusti degli utenti e suggerisce loro nuovi brani da ascoltare e che rischia di morire a causa di una nuova serie di licenze che sono troppo onerose. Allora, mi domando, perché tarpare le ali alle nuove forme di utilizzazione, che in futuro potrebbero invece diventare delle ricche fonti di reddito?
Qualche mese fa un dirigente della Siae ha detto al quotidiano La Stampa che sarebbe una cosa buona applicare una tassa a tutti i collegamenti Adsl per recuperare parte dei soldi che la Siae perde per la pirateria. Vorrei un commento su questa dichiarazione.
Manlio Mallia. Devo ricordare anche una volta che la Siae è solo uno degli interlocutori quando di parla di diritto d’autore: i produttori fonografici hanno un ruolo molto più consistente di noi, soprattutto perché fanno attività di lobby. Quella della tassa sui collegamenti Adsl è una delle ipotesi allo studio, ma assomiglia molto alla licenza globale francese, che consisteva in un forfait da pagare per poter usare i servizi peer to peer e che non è mai passata proprio per la contrarietà dei produttori fonografici. D’altro canto, sulle reti peer to peer non transita mica solo la musica: ci sono i telefilm americani che vengon scaricati da inglesi, canadesi e australiani.
Per quanto riguarda Pandora, io credo che lo streaming on demand sia l’unico sistema che abbia veramente un avvenire. In America, sono i produttori fonografici che si sono mossi contro Pandora, perché temono che il loro prodotto primario (che una volta era il disco e adesso è il file) venga ucciso da questi nuovi sistemi… [purtroppo qui finisce la cassetta!]

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By Nicola Mattina