Archivio mensile:dicembre 2007

Avvisi ai naviganti

Per gli uber-geek nottambuli, stanotte – più o meno alle 2:30 – potrete ascoltare una mia intervista sul corporate blogging che andrà su Radio Due. Grazie a Mario Bellina e allo staff di Versione Beta per l’ospitalità :-)

Per chi era al PiùBlogCamp, il tenutario di questo blog – dopo aver registrato un’ora di interviste e chiacchiere – si è perso la videocassetta e chiede scusa a chi è stato così paziente da concedersi alla telecamera :-/

Buon anno a tutti :-)

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Fon a Trastevere

Nel 2003, ho trascorso un mese a Palo Alto e una delle cose che mi piaceva di più era poter studiare e lavorare in qualsiasi bar o libreria del centro. Quando mi capita di andare a Londra, è sempre piuttosto facile trovare uno Starbucks dove accendere il laptop e controllare la posta. Recentemente, ho impiegato oltre un’ora alla ricerca di un accesso wi-fi a pagamento nel centro di Roma e alla fine ho dovuto rinunciare.
Oggi mi arriva un comunicato stampa da Stefano Vitta che annuncia che Fon coprirà tutta l’area di Trastevere: gli auguro di riuscire, perché non mi dispiacerebbe affatto lavorare per qualche ora seduto a uno dei bar di piazza Santa Maria in Trastevere ;-)

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Banche e clienti: poca trasparenza

Non amo le banche: tutte quelle di cui sono stato correntista mi hanno fornito un basso livello di servizio, non mi hanno mai fatto guadagnare alcuna apprezzabile cifra e mi hanno riempito di costi nascosti. Paradossalmente, la banca di cui ho maggiore considerazione è Banco Posta, ma non è un vero e proprio istituto di credito. Sarà forse per il fatto che dalle Poste non ci si aspetta un granché, che alla fine un servizio svolto in modo anche un po’ naive diventa apprezzabile per la sua umanità: se dall’impiegato medio dell’ufficio postale non mi aspetto grandi prestazioni, allo stesso tempo non devo temere grandi fregature.
Oggi è estremamente difficile confrontare le offerte dei singoli istituti di credito e non è di fatto possibile cambiare conto corrente senza doversi sobbarcare il disagio di trasferire prima bollette, carte di credito e altro. Senza contare la frenesia da fusioni e acquisizioni, per cui da un momento all’altro ti puoi ritrovare ad essere correntista di una banca di cui non avresti mai e poi mai desiderato di diventare cliente.
Detto ciò, mi sembra interessante l’iniziativa della Commissione e del Parlamento europei a cui sta lavorando Gianni Pittella, che è stato incaricato di preparare una risoluzione sul tema del rapporto tra banche e clienti.

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Corporate blogging: parte 3

Eccoci arrivati al terzo e ultimo post sul corporate blogging. In questa puntata parleremo di internal blog, employee blog e di product management blog.

7. Internal blog
I blog interni all’azienda possono avere molti scopi diversi: per esempio, possono essere usati da gruppi di lavoro come diario per la gestione dei progetti, oppure da individui per rendere più comprensibile agli altri la propria identità personale e professionale. Un’azienda che permette ai propri dipendenti di avere un blog individuale riconosce implicitamente che un’organizzazione è fatta innanzitutto di persone. Non è un passaggio scontato: l’individualità e il merito personale non sono sempre valori che vengono coltivati, anzi. In molte grandi aziende, soprattutto quelle che hanno una cultura verticistica oppure che operano in mercati fortemente regolamentati e poco dinamici, può essere molto più importante l’appartenenza a una cordata che non la capacità di fare. In questi contesti, essere riconoscibili e rendere palese il fatto di essere dei leader informali (coloro a cui gli altri si rivolgono quando hanno dei problemi) può risultare controproducente. Come si dice: vola basso e schiva il sasso!
Invece, le organizzazioni che fanno della valorizzazione delle competenze e della condivisione della conoscenza un fattore cruciale per sopravvivere in un mercato fortemente competitivo, non dovrebbero avere particolari turbe a permettere ai propri dipendenti di aprire dei blog interni sia individuali che di gruppo.
A mio modo di vedere, infine, l’internal blogging dovrebbe essere propedeutico all’employee blog: lo si può infatti considerare una palestra di conversazione, utile a far familiarizzare le persone con lo scambio informale di opinioni. Certo, all’interno dell’azienda è difficile che si creino dei conflitti o che vi siano fenomeni di trolling; ciò non di meno questo rimane un prezioso allenamento in vista di essere catapultati nel mondo vero, quello in cui c’è anche gente che non ama le cose che fai e non si fa problemi a dirtelo.

8. Employee blog
Uno dei totem della comunicazione d’impresa è il cosiddetto one company one voice: l’azienda ha una sola voce e si presenta al mondo come un monolite. Purtroppo, questo approccio sembra essere assai poco perseguibile quando si ha a che fare con i media sociali. Questi ultimi, infatti, sono basati su una struttura reticolare: una ragnatela che connette un numero assai vasto di nodi che hanno una propria personalità. In questo contesto, la comunicazione non può che essere individuale, perché ciascun nodo con cui l’azienda si connette è diverso da tutti gli altri.
L’aspirazione a comunicare con una sola voce diventa di fatto impraticabile, se non addirittura controproducente. Nel mondo dei media sociali, chi si occupa di comunicazione non può far finta che i suoi interlocutori siano tutti uguali e – inevitabilmente – non può gestire le relazioni con ognuno di essi. Ammettere che i propri impiegati abbiano un blog di fatto significa ampliare lo spettro di competenze dei relatori pubblici. Essi non possono più governare le relazioni per conto di altri, ma devono fare in modo che i nodi interni all’organizzazione si connettano in prima persona alla propria rete di stakeholder fornendo loro gli strumenti e le conoscenze per gestire tali relazioni. Come dire: non più giocatori, ma allenatori.
Tuttavia, il vantaggio di avere una rete di persone che mostra il proprio attaccamento all’azienda e la propria passione ripaga del rischio che alcuni blogger possano andare sopra le righe. Basta pensare a Robert Scoble.

9. Product management blog
Il product managemet blog rappresenta probabilmente l’uso più sofisticato e aperto di corporate blogging: si tratta di coinvolgere gli utenti nel processo di costruzione del prodotto o del servizio. Anche in questo caso non è affatto un passaggio banale: il problema principale è probabilmente rappresentato dalla tutela della proprietà intellettuale. Abbiamo due estremi: da un lato, per esempio, Apple che risponde alle lettere di suggerimento con una diffida per paura che qualcuno possa avanzare delle pretese dall’azienda. Dall’altro le start-up come PassPack che usano i propri blog per sopperire alla cronica mancanza di denaro da allocare in ricerca e sviluppo.
In questo contesto, i product management blog dovrebbero avere un approccio open source: ha senso condividere tutto quello che non rappresenta elemento distintivo brevettabile, mentre è conveniente condividere e rendere aperto tutto quello che può essere replicato senza danno per l’azienda.

Il discorso sul corporate blogging non si esaurisce certo in tre post e mi rendo conto che quanto ho scritto finora può rappresentare il canovaccio per un ragionamento più approfondito e per una ricerca. Spero di avere il tempo di metterla in piedi :-)

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Naked Conversation: cronaca di una giornata

Con il seminario Naked Conversation, è la terza volta che parlo agli associati Ferpi di media sociali e in tutte e tre le occasioni ho avuto la fortuna di avere una platea di professionisti e studenti piuttosto vispa e curiosa di capirne di più. Il primo seminario l’ho fatto insieme a Toni Muzi Falconi e Italo Vignoli. Poi c’è stato un incontro a microfoni spenti organizzato dalla splendida Ketty Tabakov. E infine, l’appuntamento del 22 novembre.
Ho cercato di articolare la giornata in modo che, accanto alla teoria, ci fossero dei casi di studio e una parte molto pratica. Durante il preludio filosofico ho illustrato le caratteristiche salienti dei media sociali (digitalità, rete neutrali, sistemi complessi) e ho proposto un tour che iniziava dal social shopping (Amazon) per arrivare ai metaversi. Di seguito le slide che hanno fatto da canovaccio alla navigazione tra i vari siti presi ad esempio:

Dopo questa carrellata, ho lasciato la parola a Giuseppe Currà, responsabile dell’ufficio stampa di Vodafone, che ha introdotto il tema degli effetti dei media sociali sulla professione di relatore pubblico mostrando il caso dell’Sms vocale, un servizio che l’azienda ha dovuto ritirare dal mercato per colpa di una cattiva comunicazione. Vodafone fa monitoraggio dei media sociali (blog, forum, newsgroup) e interviene in modo diretto e trasparente quando ci sono post che contengono notizie non corrette. E’ ancora un approccio difensivo, perché corregge e cerca di contrastare la viralità delle catene di sant’Antonio, ma ascoltare è sicuramente il primo passo da compiere. Sono curioso di vedere le evoluzioni.
Dopo Giuseppe, Vincenzo Cosenza, responsabile della sede romana di Digital Pr, ha parlato delle best practice di Microsoft: da Channel 9 a Scoble, passando per Channel 8, Channel 10, TechNet Edge e Mix. Nell’azienda di Bill Gates, oltre 2.500 dipendenti hanno un blog (circa 20 in Italia):

Il pomeriggio è stato improntato alla praticità. L’obiettivo era fornire ai partecipanti delle linee guida per effettuare il monitoraggio della blogosfera, individuare gli interlocutori rilevanti, e costruire una relazione:

Mafe De Baggis, consulente e fondatrice di Daimon, ha presentato l’ultimo caso di studio della giornata: Sperling & Kupfer. L’editore ha deciso di ridisegnare il sito mettendo in evidenza i blog degli autori invece dell’ultimo libro: si tratta di una scelta intelligente, perché supera il dogma del sito istituzionale come punto di destinazione. Se, come in questo caso, l’obiettivo è creare un contatto tra lettore e autore, non ha alcun senso tenere l’utente/cliente sul sito istituzionale: è meglio trasferirlo nel luogo dove può incontrare l’oggetto dei suoi desideri. Il sito di un’azienda, in altri termini, ha una funzione di servizio e non è un prodotto editoriale che deve generare pageview per ospitare la maggior quantità possibile di pubblicità.
E’ stata una giornata piacevole e la cosa che mi è sembrata più positiva riguarda il fatto che tutti i partecipanti si sono mostrati molto interattivi, facendo un gran numero di domande… cosa che, sicuramente, impedisce ai docenti di annoiarsi :-)

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Mind the Bridge

Roberto Galoppini mi segnala Mind the Bridge, un’iniziativa promossa da Marco Marinucci, che – come recita la biografia – di giorno fa il dirigente in Google.
Mind the Bridge permetterà a sette aspiranti imprenditori di presentare il proprio business plan a venture capitalist e business angel della Silicon Valley, ma occorre affrettarsi un po’, perché la scadenza per presentare la documentazione è il 21 dicembre 2007.

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Netwo incontra gli operatori mobili: sfida all’Ok Corral

L’incontro di Netwo questa volta è con gli operatori mobili e si svolge a Roma, presso degli uffici di Confindustria in via Barberini. La sala è dominata da un grande tavolo, manca la connessione a Internet e fa un gran caldo. Fortuna che la compagnia è gradevole, come sempre. Dei quattro, sono venuti solo Tre e Wind, mentre Tim e Vodafone hanno snobbato l’appuntamento: onore al merito per aver deciso di partecipare e per la grande disponibilità all’ascolto e al dialogo. Di seguito una breve cronaca della parte di giornata a cui ho preso parte.

11:30. Lorenzo Viscanti introduce il gruppo Netwo e propone l’agenda: ci si occuperà di reti, apparecchi, applicazioni e operatori mobili virtuali.

11:40. Parte il giro di presentazioni: Lorenzo Viscanti, Wikio; Dario Denni, segretario generale dell’Aiip; Elizabeth Anne Mikulis, responsabile dei rapporti con gli operatori mobili di Yahoo!; Francesco Romeo, business development del portale Libero; Luca Mascaro, fondatore di Sketch-in ed esperto di user experience; Marco Martemucci, imprenditore e fondatore di Dixero; David Casalini, responsabile delle community web e mobile di Zero9; Stefano Vitta, country manager di Fon; Andrey Golum, esperto di social network, fondatore di Milanin e community manager di Spock.com; Alessandro Morelli, si occupa di Mvno; Alex, Wikio; Ivan, Nimboo; Filippo Boscarino, responsabile dei rapporti con i content provider per i-Mode di Wind; Alessadro Galetto, product development manager dei terminali di Tre; Tommaso Sorchiotti, docente di comunicazione e consulente; Alfredo Morresi, programmatore; Luca Mearelli, informatico e co-fondatore di CableWorks; Marco Casartelli, rappresentante di Vipera. Nel pomeriggio arriverà anche Nevio Boscariol di Wind.

12:00. Alessandro Galetto (Tre). Possiamo dire che i trend principali negli apparecchi sono: l’introduzione di terminali fashion come quelli di Dolce e Gabbana; la sofisticazione tecnologica, con l’evoluzione dei terminali verso dei veri e proprio computer multimediali; la scomparsa della schermata idle, che viene invece conquistata dalle applicazioni, come nel caso dell’iPhone.
I sistemi operativi stanno divenendo sempre più evoluti ed è molto interessante stare a guardare cosa accadrà con Android, anche se si possono nutrire dei dubbi sul fatto che abbia molte Api, che tendono ad essere essere pesanti e poco stabili. Almeno, finora è stato così, il futuro potrebbe portare delle smentite.
Ad ogni modo, il terminale nel prossimo futuro deve diventare un ecosistema. E’ necessario avere dei browser migliori: quelli di default sono piuttosto modesti, ma sono la scelta obbligata nel momento in cui – per esempio – i link provengono da un sms. Occorre integrare le applicazioni, perché oggi non si parlano tra di loro, e dobbiamo aprire gli oggetti. Il punto di partenza, probabilmente, è rappresentato dall’ampliamento della rubrica telefonica, perché: è il punto da cui generano la maggior parte degli eventi fatturabili per l’operatore; è il social network dell’utente.

12:30. la discussione tocca molti temi. I ne sollevo alcuni. Il primo: la mia impressione è che gli operatori mobili soffrano di una visione molto limitata puntando unicamente allo sfruttamento del giardino recintato che si sono accaparrati. D’altro canto, l’espressione “chi possiede la Sim possiede il cliente” è tornata più volte. Personalmente lo considero un errore notevole: la sim è un oggetto tecnologico e come tale è destinato all’obsolescenza e a essere sostituito da altro: pensare che l’unico modo per fidelizzare il cliente sia tramite la Sim significa muoversi in modo difensivo e solo in un’ottica di breve periodo.
Il secondo: per quanto riguarda le applicazioni, è difficile pensare la rubrica come il punto di partenza del social networking se non si rende persistente l’identità digitale dell’utente: su Internet, per esempio, il mio profilo su Facebook rimane vivo e può ricevere messaggi, anche quando io non sono collegato alla Rete. In questo senso, lo Skypephone rappresenta un’innovazione che – assai probabilmente – va molto al di là delle intenzioni di Tre: penso, infatti, che sia la prima volta che un cellulare permette di rendere palese il link con i miei contatti. Sarebbe interessante capire se e come si può monetizzare questa persistenza.

15:40. Dario Denni (Aiip). Gli operatori mobili virtuali avrebbero già potuto essere una realtà se non ci fossero state le resistenze degli operatori mobili sul mercato. Questi ultimi, infatti, hanno paura che i nuovi entrati cannibalizzino i clienti esistenti.
Oggi, in Italia, i Mnvo non sono operatori mobili a tutti gli effetti, perché il quadro regolamentare italiano non contempla un’offerta wholesale basata sul costo di produzione e non obbliga gli operatori che hanno una rete a fornire un ventaglio completo di opzioni. Gli attuali operatori mobili sono il frutto di un procedimento da parte della Antitrust italiana e sono di fatto dei rivenditori, che non hanno reali possibilità di competere con chi gli fornisce l’accesso alla rete.

16:00. Alessandro Morelli. Occorre lavorare sulle nicchie, perché il mass market di fatto non esiste più e quello che rimane è concentrato solo ed esclusivamente su una competizione basata sui prezzi. Ci sono sicuramente delle opportunità se, per esempio, ci si concentra su dei segmenti di mercato come l’etnico, sui servizi a valore aggiunto, oppure sull’abbassamento del churn rate (alcuni operatori raggiungono il 20% di abbandoni). Anche se gli operatori offrono una revenue sharing che va dal 10% al 30%, ci sono senza dubbi le opportunità per fare impresa in questo settore.

Purtroppo alle 16:30, obtorto collo, devo lasciare il workshop. E’ stata una giornata interessante e ricca di spunti di riflessione: la prevedibile sfida all’Ok Corral alla fine non c’è stata, anche perché i “cattivi” non erano poi così cattivi ; -) Le pistole sono rimaste sul tavolo: Tre e Wind, dal mio punto di vista, hanno fatto una bella figura, il che dimostra – caso mai ce ne fosse bisogno – che quando a comunicare non sono i professionisti il risultato è assai migliore.

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