Archivio mensile:maggio 2008

Fondazione Daje: due pensierini e un appello

E’ stata una serata divertente animata Diego e dal prof. Sofi in veste di spalla (tipo Totò e Peppino). E’ stata anche una serata interessante perché abbiamo visto degli inediti che meriterebbero di essere pubblicati. Seduto sul divanetto dei diversamente ggiovani mi sono venuti dei pensierini:

Primo pensierino
La Fodazione Daje ha senso in quanto parodia delle tante fondazioni che aggregano denari e potere attorno a uomini politici. Una fondazione dal basso, infatti, è un ossimoro, perché le fondazioni sono per definizione enti verticistici, chiusi e basati su un patrimonio. Se si vuole far partecipare la gente si fa un’associazione.

Secondo pensierino
Secondo me non c’è bisogno di fare un programma o di prendere delle posizioni su temi specifici. Sarebbe, invece, il caso di parlare di metodo, ossia di come agevolare la partecipazione delle persone, di come ficcare la politica nella fanga. La mia personale idea è che occorra ricostruire degli spazi pubblici di discussione, perché questi spazi oggi sono negati dai media di massa, che agiscono come sistema di propaganda della politica invece di svolgere il ruolo di quarto potere. Insomma, occorre far emergere un quinto potere e l’unico modo che mi viene in mente è attraverso i media sociali.

Un appello
Il terzo pensierino è un appello: Diego, pubblica il video della visita di Veltroni e Rutelli al mercato, pliiis :-) La scena è la seguente: arriva Rutelli con il codazzo di telecamere e giornalisti dattilografi e si crea subito un imprevisto. Una signora malata di tumore con tanto di mascherina si para davanti al candidato e comincia a raccontare le sue disgrazie. Rutelli la ascolta a malapena, ma non può far finta di niente e allora chiama il fido scudiero e gli dice: “Fabrizio, segna!”. Fabrizio scrive sul taccuino e il pupone scappa dal mercato per togliersi dalla situazione imbarazzante. Ogni volta che qualcuno si avvicina, Rutelli richiama il suo Sancho Panza: “Fabrizio, segna!”
Una sintesi perfetta del rapporto tra il politico e il popolo: da un lato l’elettore che chiede solo ed esclusivamente cose che lo riguardano personalmente; da un lato il politico che segna. Non si discute di nulla.
Ma il video è anche una sintesi perfetta del rapporto tra politica e informazione: si va al mercato non perché è importante andare in mezzo alle persone, ma per farsi riprendere da telecamere e dare l’opportunità a qualche dattilografo travestito da giornalista di scrivere un pezzo compiacente.

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Alitalia: cialtroni!

Devo prenotare un volo:
1. Vado sul sito di Alitalia
2. Trovo la combinazione a un prezzo ragionevole
3. Un miuto dopo clicco su prenota e mi dice che il volo non è più disponibile
4. Il sito mi dice che c’è una chat per l’assistenza online
5. Apro il sito di Airone mentre insulto l’operatore in chat
6. Compro il biglietto con Airone e risparmio 50 euro

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Current.Tv: i miei due centesimi

Blogosfere mi ha fatto una breve intervista al margine dell’evento in cui Al Gore ha presentato l’edizione italiana di Current.Tv:

Nel video, dico che Current potrebbe favorire la produzione di quei contenuti che mancano su YouTube, dove i video più visti alla fine sono solo tette e spezzoni di trasmissioni televisive. Il fatto che Current promuova in televisione video prodotti dagli utenti dovrebbe teoricamente incoraggiare la qualità. Staremo a vedere: io mi auguro di vedere quei reportage che la maggior parte dei professionisti dell’informazione non ha più il coraggio di fare.
Oggi, la versione italiana diretta da Tommaso Tessarolo è ancora molto immatura: certo ha solo pochi giorni di vita e quindi le si può perdonare tutto. L’augurio è che – in omaggio al target di ggiovani – non diventi una sorta di videomusic che trasmette piccoli documentari sul nulla. Questo tradirebbe la premessa teorica con cui viene presentato il progetto da Al Gore nel suo libro L’assalto alla ragione. E renderebbe del tutto superflui i discorsi sull’indipendenza.

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Spazio pubblico digitale

Giovedì scorso, Nova 24 ha ospitato un mio commento sulla vicenda dei redditi messi online dall’agenzia delle entrate. Per chi se lo fosse perso:

L’Agenzia delle entrate mette online i redditi degli italiani e molti si indignano: evidentemente non sanno che i propri redditi sono già pubblici e che chiunque può conoscere quanto guadagna il proprio vicino di casa recandosi al suo comune di residenza. Il Codacons minaccia cause miliardarie. Beppe Grillo, che nel 2005 ha dichiarato oltre quattro milioni di euro, va ben oltre e con la solita veemenza accusa l’agenzia di agire su ispirazione delle mafie, invitando i suoi sostenitori a scrivere al futuro ministro dell’economia “perché ristabilisca le regole della convivenza civile e blocchi l’accesso a chiunque di dati sensibili privati”.
Peccato che i redditi non siano né un dato privato né un dato sensibile, come si affanna a spiegare in questi giorni il professor Stefano Rodotà, interpellato più volte da telegiornali e quotidiani. I redditi, piaccia o meno, sono un dato pubblico in quanto su di essi si calcolano le tasse, che rappresentano la contribuzione economica dei cittadini alla cosa comune.
Tuttavia, pubblico non significa necessariamente disponibile nello spazio pubblico. Come molti altri dati, infatti, i redditi sono accessibili solo attraverso una procedura burocratica scoraggiante. La conseguenza è che i redditi realmente pubblici sono solo quelli attorno ai quali un giornalista ha deciso di costruire un articolo di colore.
La cosa cambia radicalmente se il dato diventa facilmente accessibile perché c’è uno strumento come Internet che azzera i costi di distribuzione delle informazioni. La conseguenza è che la messa online porta il dato pubblico nello spazio pubblico.
In questo passaggio c’è un salto di qualità. In una democrazia, lo spazio pubblico è un luogo simbolico fondamentale: lì, infatti, si esercitano le libertà civili e il governo dovrebbe rispondere delle proprie azioni dinanzi al popolo. In Italia, l’agenzia delle entrate, inconsapevolmente, è andata oltre: ha fornito ai cittadini – anche se per breve tempo – uno strumento per valutare la probità di altri cittadini. In un periodo in cui l’evasione è additata come una delle cause della rilevante pressione fiscale nel nostro paese, dovrebbe essere una decisione da plaudire.
Finalmente abbiamo una tecnologia che ci permette di riversare nello spazio pubblico informazioni che, finora, nonostante il loro status, sono rimaste di fatto private. La digitalizzazione della pubblica amministrazione, che nasce più prosaicamente come strumento di semplificazione ed efficienza, ha come conseguenza una ridefinizione della sfera pubblica, che trova nella dimensione digitale la possibilità di creare una nuova agorà.
D’altro canto, la diffusione dei redditi attraverso le reti peer-to-peer, in barba alla decisione dell’agenzia delle entrate di sospenderne la pubblicazione, rende evidente che, una volta nella sfera pubblica digitale, le informazioni saranno oggetto di manipolazione sociale: verranno aggregate e rielaborate per ottenere nuove informazioni e saranno oggetto di conversazione.
Auspicabilmente, diventeranno materia prima per alimentare quel mercato delle idee, che invece la televisione sopisce o addirittura nega. In questo senso, ancora una volta, occorre plaudire la decisione dell’agenzia delle entrate, perché fornisce carburante per la partecipazione a un dibattito (quello sulle tasse) che altrimenti si svolgerebbe solamente nei salotti televisivi dove il cittadino, invece di essere partecipante informato e attivo, sarebbe solo spettatore disciplinato.
Basta fare una piccola ricerca con Technorati o Google Blogsearch per constatare l’impennata di post che contengono la parola chiave “redditi”. Qualcuno storce il naso e punta il dito contro la qualità della conversazione che si sta svolgendo nella blogosfera e negli altri luoghi di aggregazione digitali. E’ senz’altro vero che c’è tanta approssimazione e poco approfondimento e che in molti si preoccupano solo di soddisfare i proprio voyerismo. Però ci sono anche atteggiamenti maturi e consapevoli di cittadini che nello spazio pubblico digitale si confrontano e, parafrasando Al Gore, fanno di Internet “una piattaforma per perseguire la verità”.

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zdizoro

Eravamo io, zoro, svaroschi, vincos, webgol e un navigatore che non riusciva a collegarsi al satellite. Sarà per questo che da Roma a Pesaro siamo passati per Udine, la tundra friulana, Salisburgo, Riccione e abbiamo sfiorato un ordigno inesploso nella periferia di Belgrado :-) Almeno così scriveva zoro dal mio account di twitter tra le 07:42 e le 10:58, quando più o meno siamo arrivati a destinazione.
Il ragazzo, che ha sempre fatto un po’ sostenuto con twitter, alla fine s’è appassionato. Gli ci voleva giusto una spintarella, un incoraggiamento… un dajeeee :-)
E così, senza distrarsi troppo dalle conversazioni dal basso (che Granieri è pregno e non ti puoi perdere una sola parola), uno va su twitter, clicca su join e mette come user z_oro.
Fondo nero, foto presa da Matrix e si cerca di scrivere qualcosa di credibile insieme con vincos. Perché fare un fake mica è facile, bisogna calarsi nella parte, dire le cose giuste al momento giusto.
E mano a mano che vai avanti ti chiedi come reagirà il protagonista del falso. Sarà contento, magari un po’ lusingato, co’ tutti i cani randagi, cammelli e re magi che lo followano? Oppure prenderà l’account e lo strapperà, stamperà i twitter e ci si pulirà il culo? E invece no, perché zoro non è fatto così :-)
E allora daje e ricorda che la vertigine non è paura di bloggare ma voglia di twittare… me fido de teeeee :-D

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I redditi nello spazio pubblico

Sulla questione dei redditi pubblicati sul sito dell’agenzia delle entrate si sono dette molte cose. Si discute di privacy, opportunità, criminalità, trasparenza e via dicendo. A me sembra che la questione stia tutta nella differenza tra ciò che è pubblico tout-court e ciò che è pubblicato e quindi appartiene allo spazio pubblico.
I redditi sono pubblici, come ci ricordano Stefano Rodotà (intervistato da Repubblica) e Roberto Dadda nel sul blog (Privacy???), ma per averli occorre andare al comune di residenza del dichiarante, identificarsi e fare richiesta. Insomma, come molti altri dati pubblici, sono accessibili solo se uno è molto motivato. Alla fine, i redditi pubblicati sono solo quelli delle persone famose, perché qualche giornalista si prende la briga di stilare una classifica e scrivere un pezzo di colore.
La cosa cambia se il dato diventa facilmente accessibile perché c’è uno strumento come Internet che azzera i costi di distribuzione delle informazioni. La conseguenza è che la messa online permette di portare il dato pubblico nello spazio pubblico, cosa che prima non era. C’è un salto di qualità, perché lo spazio pubblico, oltre a essere “il luogo ove chiunque ha il diritto di circolare”, è anche il “luogo simbolico delle libertà civili: libertà di manifestazione, di parola, d’espressione”.
La pubblicità, nel senso di ampia diffusione delle informazioni e degli argomenti di dibattito, deve essere “intesa come dimensione costitutiva dello spazio pubblico e come principio di controllo del potere politico perché l’opinione pubblica diventa visibile solo attraverso la sua pubblicizzazione”.
Sembra quindi che Internet permetta di dare un senso nuovo al concetto di dato pubblico e all’idea di spazio pubblico. La questione è interessante e merita approfondimento. Per il momento mi sembra certa una sola cosa: finora molti dati sono stati dichiarati pubblici semplicemente perché si aveva la certezza che non sarebbero mai entrati nella sfera pubblica.

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