Archivio mensile:febbraio 2009

A proposito di telemarketing: Vodafone all’attacco… e anche Tim

In questo periodo, gli operatori mobili stanno diventando un po’ aggressivi: qualche tempo fa mi ha chiamato Tre per propormi degli upgrade al contratto telefonico aziendale (abbiamo un contratto per tre linee più una data card). Questa settimana Vodafone tenterà di strapparmi a Tre: domani mi vengono a trovare, vediamo un po’ che offerta mi fanno.
La cosa divertente è il modo con cui questi televenditori si presentano: salve sono la signora Pinca Pallina e poi fanno un giro lungo per dirti una cosa semplice. Tu rimani li a cercare di capire (magari è un cliente che ha deciso di pagarti una fattura e ti vuole comunicare l’evento). Quando capisco di cosa si tratta, io taglio corto: “mi dica per che società mi chiama e cosa mi vuole vendere”. A quel punto parte un altro panegirico in cui ti si presenta una meravigliosa offerta. Anche in questo caso io taglio corto: “senta io ho il contratto tal dei tali di Tre che mi costa un tot al mese: se lei mi fa spendere di meno, mi da il cellulare che dico io e mi paga le penali, ne possiamo parlare. Altrimenti le faccio perdere tempo”.
Questa di Vodafone dice che si può fare: vediamo un po’ se non mi ha raccontato una palla tanto per segnare l’appuntamento.

UPDATE. Stamattina ha chiamato anche Tim, ma non ci ho parlato io… vediamo che cosa propongono :-)

Sottoscrivo la lettere aperta a Franceschini

Andrea Camilleri, Paolo Flores d’Arcais, Stefano Rodotà e Umberto Veronesi firmano una lettera aperta al neo segretario del Partito democratico in cui spiegano perché non si può lasciare liberi i parlamentari del Pd di votare quel testo di legge sulla fine della vita:

Abbiamo letto che il suo partito sarebbe comunque orientato a dare ai suoi parlamentari “libertà di coscienza” al momento del voto. Ci sembra che tale atteggiamento sia frutto di un fraintendimento molto grave.
Se venisse presentato un disegno di legge che stabilisce la religione cattolica come religione di Stato, proibisce il culto ai protestanti valdesi e obbliga gli ebrei a battezzare i propri figli, sarebbe pensabile – per un partito politico che prenda sul serio la Costituzione – lasciare i propri parlamentari liberi di “votare secondo coscienza”, a favore, contro, astenendosi? O non sarebbe un elementare dovere, vincolante, opporsi a una legge tanto liberticida?
La legge ora in discussione sulle volontà di fine vita è, se possibile, ancora più liberticida (e disumana) di quella sopra evocata. Non costringe al battesimo forzato, costringe al sondino forzato, al respiratore forzato, a qualsiasi accanimento che prolunghi artificialmente una vita che, per la persona che la vive, non è più vita ma solo tortura. Peggiore quindi della morte.
In ogni caso la libertà di coscienza del parlamentare non può essere invocata per violare e cancellare la libertà di coscienza delle persone.

Suggerisco di leggere tutto il testo sul sito di MicroMega: Lettera aperta all’onorevole Franceschini.

AgileCamp2009: i video

L’AgileCamp2009 si è tenuto il 17 gennaio a Lugano presso la sede di Sketchin. A distanza di oltre un mese sono finalmente riuscito a preparare tutti i video degli interventi. Li ho divisi in due categorie: per informatici, per comuni mortali… Enjoy ;-)

Per informatici:

Per comuni mortali:

Atac censura Current

Current ha pianificato una campagna di affissioni nelle metropolitane di Milano e Roma. Ancora non abbiamo visto il visual, ma i manifesti sono stati ampliamenti descritti. Per esempio, da Enrico Sola (azienda trasporti emotivi):

I visual della campagna di Current promuovono due inchieste non banali.
La prima è sul rapporto tra la Chiesa e il crimine organizzato e si intitola “Cosa succede quando la camorra entra in chiesa?” e il relativo manifesto raffigura una bibbia crivellata di colpi di arma da fuoco.
La seconda video-inchiesta, rappresentata sul manifesto da un mitra a stelle e strisce e una mazzetta di dollari, è altrettanto “scomoda”, visto che si intitola “Gli Stati Uniti stanno finanziando i terroristi?” e parla dei curiosi rapporti tra gli States e le forze paraterroristiche anti-Iran.

La notizie è che Atac non ha accettato la pubblicità, con la seguente motivazione:

Tale decisione trova fondamento nel difficile momento che la cittadinanza di Roma sta vivendo riguardo alla percezione della sicurezza personale e sociale, in considerazione del quale Atac non può che coadiuvare l’Amministrazione comunale nell’evitare qualunque elemento che possa ulteriormente aumentare tale disagio.

Concordo con chi considera questa motivazione inaccettabile, anche perché non c’è alcun legame tra le inchieste di Current e la cosiddetta emergenza sicurezza, che viene addebitata dalla destra ai romeni e all’immigrazione clandestina. Si tratta di una decisione censoria e Current la sta ovviamente e giustamente utilizzando per farsi ancora più pubblicità: magari la cosa era stata messa in conto e auspicata. Non sarebbe la prima volta.

Tuttavia, senza entrare ulteriormente nel merito della questione Current vs. Atac, non è accettabile che Atac rifiuti una campagna pubblicitaria con una motivazione palesemente censoria. Personalmente esorterei Current a chiedere il parere dell’Istituto di autodisciplina pubblicitaria e ad adire le vie legali. Non si può lanciare il sasso e nascondere la mano.

Ulteriori informazioni sul sito di Current (Roma censura le affissioni di Current), di Livia (Roma censura Current) e di Giovanni (Roma censura Current).

UPDATE. Tommaso pubblica le immagini incriminate (Current: ecco le immagini). Tutto qua? Ma chi c’è finito all’Atac? Torquemada? Qui siamo al ridicolo!

La costruzione sociale della tecnologia

Riporto un brano tratto da Le metafore del computer di Davide Bennato, che parla della costruzione sociale della tecnologia.

Molteplici sono le teorie che partono dal presupposto che la società giochi un ruolo molto importante nella messa a punto della tecnologia, ma senza dubbio la più famosa è la teoria della costruzione sociale della tecnologia (Social Construction of Technology – SCOT).
Secondo l’approccio SCOT una tecnologia non assume una forma compiuta in maniera lineare, ma tante forme quanti sono i gruppi sociali che partecipano al dibattito creatosi attorno a essa. Le fasi con cui una tecnologia viene ideata, sviluppata e diffusa sono essenzialmente tre.
a) La fase della flessibilità interpretativa (interpretative flexibility), ovvero una funzione ben specifica viene a essere incorporata – da un inventore, da un’impresa, da un gruppo di ricerca – in un artefatto, la cui forma non è definitiva, ma è anzi destinata a subire profondi cambiamenti.
b) Con la seconda fase entrano in scena i gruppi sociali pertinenti (relevant social groups) che si arrogano il diritto – per vari motivi – di influenzare la forma che ha assunto l’artefatto. In questa fase solitamente si viene a creare un pubblico dibattito su quale sia la forma migliore che l’artefatto debba assumere, dove migliore non vuol dire solo tecnologicamente ottimale, ma anche socialmente accettato.
c) Quando i vari gruppi sociali coinvolti in questo dibattito cominciano a essere d’accordo su quale sia la forma ottimale, si viene a creare un meccanismo di chiusura (closure mechanism) che ha lo scopo di definire una volta per tutte l’artefatto. Tale meccanismo procede attraverso differenti gradi di stabilizzazione finché l’artefatto risultante non viene più a essere considerato un problema.

Se pensiamo al microblogging e al life streaming, possiamo apprezzare il processo, che parte probabilmente dall’uso telegrafico che alcuni facevano o fanno dei blog, prosegue con la creazione di un artefatto digitale che è Twitter, si articola in tanti rivoli che interpretano quanto proposto da Ewans e soci (da Jaiku fino ai messaggi di stato di Facebook e degli instant messager). La comunità degli early adopter inizia a usare gli strumenti e a creare delle pratiche. Si pensi, per esempio, ai reply su Twitter che vengono adottati abbastanza omogeneamente da tutti gli utenti e trasformano il microblogging in una sorta di chat asincrona.
In alcune comunità prende piede la pratica del Re-Tweet molto usata tra i geek della Silicon Valley ma praticamente sconosciuta in Italia. E così di seguito: sono sicuro che se dessimo un’occhiata alle varie pratiche sociali che si sono sviluppate attorno a Twitter, ne troveremmo una grandissima varietà con rilevanti connotazioni geografiche.
Tutte queste pratiche hanno un impatto sul divenire della tecnologia e ne producono nuove interpretazioni: alcune di queste si consolideranno e diventeranno mainstream, altre sono destinate a dimanere di nicchia, altre ancora si estingueranno.

Pd: cercasi becchino

Concordo con l’analisi di Fabio Bistoncini, che – in merito al voto in Sardegna e alle dimissioni di Veltroni – dice:

Proprio l’altro giorno abbiamo avuto, proprio per la nostra attività professionale, l’opportunità di cogliere alcune confidenze di uno dei tanti big del PD.
Che sottolineava che il voto sardo avrebbe rappresentato lo spartiacque dell’avventura veltroniana. Non le elezioni europee come obiettavamo noi, ma proprio l’esito di un voto che interessa poco meno di un milione e mezzo di elettori (e mi scusino i nostri lettori sardi).
Con queste premesse è evidente che in discussione non è solo Veltroni, ma l’intero progetto di PD.
La candidatura Bersani NON è e non può essere una soluzione.
Sbaglierò (ancora una volta?!?) ma l’impressione è che Bersani possa rappresentare l’autorevole exit strategy dal progetto PD.
Un PD in realtà spostato a sinistra, che abbandona la “vocazione maggioritaria” veltroniana e che si propone di stringere alleanze con il centro (UDC+eventuali fuoriusciti dallo stesso PD) e con i rimasugli dell’estrema sinistra. Un PD molto più vicino ai DS: in grado di raccogliere il 20-25% di consensi elettorali ed essere così il perno di un’alleanza di centro sinistra.
Un film che mi pare di avere già visto.
Diverso sarebbe arrivare ad un congresso straordinario in tempi brevi che prenda atto dell’egemonia politica berlusconiana per i prossimi 4 anni e che si attrezzi, con un cambio generazionale senza precedenti, a ricostruire un rapporto con un elettorato smarrito e confuso.
Quattro anni insomma per ricostruire l’opposizione, dando per scontate alcune sconfitte elettorali e, soprattutto un progetto politico.
I laburisti in Inghilterra impiegarono molto di più. Ma alla fine della loro “traversata nel deserto” riuscirono ad offrire un progetto, una visione della società, credibile e serio.
Perché mai in Italia abbiamo sempre l’odiosa ambizione di esser diversi, di poter sempre percorrere delle scorciatoie????

Sono pessimista :-(

Nova 24: Niente paura! C’è l’hacker

Qualche settimana fa ho avuto il piacere di partecipare alla conferenza Dld organizzata da Burda a Monaco di Baviera: molti interventi interessanti tra cui quello di Pekka Himanen, autore di Etica Hacker. Confesso che fino ad allora non avevo letto il libro, che ho recuperato al volo al mio ritorno (anzi devo ringraziare Luca per avermi segnalato l’intervento del filosofo finlandese).

Oggi Nova 24 ospita un mio articolo, che sintetizza e mette insieme il talk di Himanen con il panel sulla crisi economica (video). Un accostamento un po’ ardito, ma ogni tanto bisogna osare ;-) Buona lettura.

Niente paura! c’è l’hacker
Passione, libertà e creatività. Ma anche la fiducia nel rapporto con gli altri.

Ci sono frasi che segnano passaggi storici e che rimangono nella memoria collettiva dei popoli. Nel 1932, insediandosi alla Casa Bianca, Roosevelt esortava gli americani a risollevarsi dalla grande depressione ricordando loro che “l’unica cosa di cui aver paura è proprio la paura – quel terrore senza nome, senza ragione e senza giustificazione che paralizza i necessari sforzi a convertire la ritirata in avanzata”. Nel 2009, Barack Obama ha parafrasato il suo predecessore. Insieme con lui, molti altri leader insistono sulla necessità di abbandonare il timore del futuro come condizione individuale necessaria ad affrontare e superare una difficilissima recessione economica.
Segno dei tempi. Tanto che anche alla DLD Conference, organizzata dall’editore Burda a Monaco, il tema è comparso più di una volta e in modo trasversale. Ne hanno parlato, per esempio, Viviane Reding – Commissario europeo per la società dell’informazione – e gli altri partecipanti a uno dei panel principali dedicato alla crisi economica. Oppure Pekka Himanen – filosofo finlandese autore di Etica Hacker – in un bell’intervento dedicato alla creatività.
I due discorsi sono collegati molto più di quanto possa sembrare a prima vista. Da un lato, infatti, mettere da parte il timore per il futuro e avere il coraggio di innovare con fiducia è uno degli elementi considerati cruciali per uscire dalla crisi. Dall’altro, secondo Himanen, il processo creativo non può avvenire se c’è paura e manca la fiducia tra le persone che vi devono prendere parte. Per uscire dalla crisi ci vuole innovazione e per innovare è necessaria la ricerca di soluzioni creative: risorse economiche e umane si possono sbloccare solo grazie alla fiducia.
Dovremmo chiederci, però, se meno paura e più fiducia siano sufficienti a superare una crisi che viene considerata strutturale sotto molti punti di vista. Non mi riferisco tanto al fatto che, al termine di questo processo, il sistema finanziario e alcuni settori industriali avranno un nuovo assetto (già oggi sono uscite di scena le banche di investimento e si annunciano sostanziali fenomeni di concentrazione nel settore automobilistico). Si ha l’impressione che questa crisi possa segnare il tramonto di una finanza che ha adottato un’etica che favorisce la creazione di ricchezza artificiale, non basata sul lavoro e l’economia, ma su una serie di giochi di prestigio. E’ una direzione auspicata da molti e, probabilmente, è l’unica direzione plausibile.
L’etica (fallimentare) del trucchetto contabile deve essere contrapposta a un’etica del lavoro: nell’epoca industriale, Weber la descrisse come filiazione dell’etica protestante; nell’era dell’informazione, Himanen la racconta nella sua nuova dimensione legata alla cultura hacker.
L’etica haker ha sette valori fondamentali. Il primo è la passione, vale a dire un’occupazione intrinsecamente interessante che stimola la persona facendola divertire mentre la mette in pratica. Il secondo è la libertà: gli hacker organizzano la loro vita non seguendo gli schemi di una giornata lavorativa routinaria e costantemente ottimizzata, ma in termini di flusso dinamico tra il lavoro creativo e le altre passioni della vita.
Gli hacker, inoltre, non vedono il denaro come valore di per sé, ma motivano la propria attività con gli obiettivi del valore sociale (terzo) e dell’apertura (quarto): le passioni si realizzano insieme agli altri creando qualcosa di valore per la comunità. Dice Himanen: “anche se gran parte dello sviluppo tecnologico della nostra età dell’informazione è stato raggiunto all’interno di un contesto capitalista tradizionale e di progetti governativi, una parte significativa di esso – compresi i simboli della nostra era, la Rete e il personal computer – non esisterebbero senza quegli haker che hanno condiviso con altri le loro creazioni”.
Il quinto valore fondamentale è l’attività, intesa come perseguimento attivo della propria passione e il rifiuto dell’accettazione passiva di stili di vita imposti da altri. Il sesto è la responsabilità, che significa essenzialmente preoccuparsi per gli altri e per le conseguenze nel lungo periodo della network society.
Il settimo e ultimo valore è la creatività, vale a dire “l’uso immaginativo delle proprie capacità, il continuo sorprendente superarsi e il donare al mondo un nuovo contributo che abbia un valore reale”.
Siamo tornati alla creatività: seguendo Pekka Himanen, l’abbiamo inserita in un contesto che non è più quello descritto da Weber e neanche quello velleitario ed effimero tracciato da una finanza senza economia. E’, invece, una creatività che costruisce valore, che può essere condiviso e che crea una ricchezza fatta non solo di numeri, finanza e prodotto interno lordo. Essa prende le mosse da uno spirito del tempo che, abbandonando la paura, guarda con fiducia a un futuro costruito attraverso il rapporto con gli altri, anche quando sono diversi da noi.

Appunti sull’economia dei media (tre)

Terza puntata dei miei appunti sull’economia dei media. Nelle prime due ho parlato della supply chain dei media tradizionali e del sistema di contenuti che possono occupare il tempo che le persone dedicano all’informazione e all’intrattenimento. In merito a quest’ultimo punto vale la pena aggiungere un paio di considerazioni.

La prima riguarda l’informazione politica: non è passato inosservato il fatto che Barack Obama stia bypassando i media tradizionali rivolgendosi agli elettori direttamente sia con messaggi video che con email a chi ne ha sostenuto la campagna elettorale. Non entro nella discussione sul confine tra propaganda e informazione e sugli effetti che questa disintermediazione possa avere sulla formazione dell’opinione pubblica. In questa sede mi preme sottolineare che gli spazi più pregiati dei media (la prima pagina di un quotidiano, il telegiornale) sono occupati in gran parte dall’informazione politica e che quest’ultima – oltre ad avere un valore civile – ha anche un valore economico. Infatti, da un lato, essa rappresenta un contenuto in grado di catturare l’attenzione dell’audience e, dall’altro, il modo in cui viene confezionata e trasmessa influenza l’andamento della stessa economia.
Disintermediare l’informazione politica ha effetti rilevanti sia su un piano micro-economico che macro-economico.

La seconda considerazione riguarda il multitasking: soprattutto i più giovani (i cosiddetti nativi digitali) difficilmente usano un solo medium alla volta. Guardano la televisione, mentre chattano con il computer, oppure ascoltano della musica mentre spediscono un sms e così di seguito. Io stesso, che ormai tanto giovane non sono, difficilmente guardo la televisione e basta: come minimo ho tra le mani il cellulare e do un’occhiata all’aggregatore o leggo la posta elettronica, salvo che non ci sia un film che riesce a monopolizzare la mia attenzione.
Inoltre, è completamente cambiata la socialità nella fruizione dei prodotti mediali. Se, fino a ieri, tutta la famiglia si sedeva sul divano per guardare il varietà della sera. Oggi, è molto più interessante condividere la visione con i propri amici via Internet: è accaduto, per esempio, in occasione della cerimonia di insediamento di Barack Obama quando Cnn e Facebook hanno unito le forze affiancando i due servizi:

cnn_facebook.png

Un esperimento che avrebbe potuto fare anche Microsoft con Messenger Tv, che permette di guardare la televisione commentando quello che si vede via instant messaging.

Appunti sull’economia dei media (due)

Proseguo il discorso sull’economia dei media, che ho intrapreso nel post precedente, occupandomi dell’attenzione, ossia del tempo che le persone decidono o possono dedicare al consumo di contenuti (informazioni o intrattenimento). Il discorso può essere affrontato da vari punti di vista. Per esempio, la varietà di contenuti disponibili.

Siamo abituati a considerare come contenuti sono quelli prodotti da professionisti dell’informazione o dell’intrattenimento. Nel mondo dei media tradizionali è sicuramente così, per il semplice fatto che i costi di produzione e distribuzione inibiscono l’accesso di altri attori al sistema. Negli ultimi anni, invece, si è parlato molto di user generated content mettendo in evidenza soprattutto le conseguenze commerciali del passaparola alimentato da recensioni amatoriali e dai racconti che i consumatori fanno delle proprie esperienze usando prodotti e servizi. Queste informazioni, prodotte senza scopi di lucro e distribuite in forum, blog o siti di e-commerce sono entrate in diretta concorrenza con i contenuti creati dall’editoria specializzata, che un po’ si è trasferita su Internet e un po’ agonizza in edicola.
Tuttavia il discorso è più ampio. Non si tratta solamente di sostituire una fonte informativa con un’altra (l’articolo di un giornalista con un thread in un forum o un post in un blog), ma di riconoscere il fatto che ci sono almeno due nuove tipologie di contenuti che vanno a occupare degli spazi di attenzione delle persone: quelli generati dalle macchine e gli oggetti mediali che vengono scambiati lungo le relazioni nei social network.

Le macchine producono informazioni: l’esempio più immediato è, ovviamente, un qualsiasi motore di ricerca. Le liste prodotte da Google, Yahoo! o Msn non sono il prodotto dell’elaborazione concettuale di un umano, ma il risultato di un calcolo. Si tratta di un trend destinato a crescere grazie al consolidamento della tendenza di mettere a disposizione l’accesso via Api a dati grezzi. Lo ha fatto la Bbc in Gran Bretagna con il progetto Backstage, lo sta facendo il New York Times, lo farà sempre di più l’amministrazione Obama e – prima o poi – ci arriveremo anche in Italia. Senza considerare il mondo di oggetti connessi a Internet (la cosiddetta Internet of things).

Le persone producono e si scambiano oggetti mediali: le foto di una cena tra amici, il proprio status, un video divertente, messaggi di solidarietà e così di seguito. Nulla che abbia interesse al di fuori di un ristretto gruppo sociale, ma che finisce inevitabilmente per cannibalizzare il monte ore che un individuo può dedicare alle informazioni e all’intrattenimento. In altri termini, invece di guardare la televisione o un video su YouTube, posso impiegare lo stesso tempo a guardare il video di mio nipote che mio cognato ha appena caricato su Facebook e che condivide solo con i suoi “friend”.

Una giornata ha sempre 24 ore e il tempo è una risorsa scarsa. Nell’epoca dei media di massa, l’accesso a questa risorsa era molto più semplice: assodato che alle nove di sera, un certo numero di persone si sarebbe seduta sul divano di casa per guardare la Tv, il problema era avere il contenuto che permettesse di conquistare l’attenzione del maggior numero possibile di individui. La competizione era aperta solamente a chi aveva sufficienti risorse da investire nel possesso dell’infrastruttura di produzione e distribuzione e potere adeguato a influire sul quadro regolamentare.

Nel mondo dei media sociali, l’oligopolio dei contenuti sta progressivamente scomparendo in favore di una concorrenza in cui notizie e spettacoli prodotti professionalmente competono con oggetti mediali che hanno poche o nessuna possibilità di essere monetizzati.

UPDATE. Sugli stessi temi, oggi, Luca De Biase e Giuseppe Granieri si esprimono molto meglio del sottoscritto. Da leggere: L’evoluzione del giornalismo e Strategia dell’attenzione.

Ci vorrebbe l’antibufala

Durante le primarie e le presidenziali, lo staff di Obama ha realizzato un sito ad hoc, Fight the Smears, con l’obiettivo di confutare con i fatti le calunnie che circolavano in campagna elettorale su di lui e la sua famiglia. Che poi sarebbe la versione figa con tanto di aquile del nostrano servizio antibufala di Paolo Attivissimo.
Ha ragione Sergio: ce ne sarebbe un gran bisogno anche in Italia e non solo per l’articolo 50-bis.

Appunti sull’economia dei media (uno)

L’economia dei media è un’area di studio di grande interesse per chi si occupa di media sociali. Da un lato, infatti, c’è l’analisi dell’impatto della Rete sul business dei media di massa (giornali, radio, televisione, cinema); dall’altro, ci sono i modelli di business emergenti che sono possibili solo grazie a Internet.
In questo periodo sto analizzando un po’ di letteratura sull’argomento. Testi come Introduzione all’economia dei media di Gillian Doyle affrontano la materia quasi esclusivamente dal punto di vista del media di massa, descrivendo il funzionamento di televisione, radio, stampa e della raccolta pubblicitaria. Internet viene affrontato nel ruolo di nuovo canale di distribuzione e, quindi, viene interpretato alla luce dello stesso modello concettuale usato per spiegare i giornali e i network televisivi. La conseguenza è che se ne evidenziano le minacce, mentre si lasciano largamente inesplorate le opportunità. E’ utile ripercorrere i modelli che vengono usati per studiare l’economia dei media, per il semplice motivo che c’è un industria che li usa ancora come riferimento.

Partiamo dicendo che le imprese mediali spesso vendono le loro merci contemporaneamente in due diversi e distinti tipi di mercati. Le due merci sono il contenuto e l’audience. Il primo serve per attrarre il pubblico, quindi l’accesso ad esso viene confezionato, prezzato e venduto agli inserzionisti pubblicitari.

Il contenuto ha delle caratteristiche peculiari. Infatti, esso è: a) un bene culturale e quindi il suo valore è connesso all’informazione o ai messaggi che veicola; b) un bene pubblico, in quanto non viene esaurito o distrutto con l’atto del consumo e può essere riproposto molte volte a un numero sempre più grande di consumatori.

La supply chain dei media tradizionali è concettualmente molto semplice e consiste in produzione, confezionamento e distribuzione. Nella fase di produzione, troviamo tutti coloro che creano il contenuto: registi, scrittori, giornalisti, musicisti, società di produzione e così di seguito. Nel confezionamento troviamo gli editori che svolgono varie attività che vanno dalla costruzione del prodotto, alla gestione dei rapporti con i consumatori (pensiamo alla gestione degli abbonamenti per l’editoria cartacea e la televisione a pagamento). Infine, la distribuzione, che cambia in funzione del supporto mediale utilizzato e che spesso e volentieri è controllata dagli stessi editori.

E’ facile notare che, nei media di massa, tutti e tre i passaggi della supply chain sono caratterizzati da costi strutturali molto alti e da scarsità di risorse (per esempio, lo spettro radiotelevisivo). Se a questi fattori sommiamo che il mercato dei media è fortemente regolamentato e che spesso la catena del valore è fortemente integrata a valle o a monte, non possiamo che concludere che si tratta di un mercato caratterizzato da una bassissima concorrenza.

Ma le cose stanno cambiando molto molto velocemente, per un motivo fin troppo banale: la produzione, il confezionamento e la distribuzione di contenuti sono fortemente condizionati dalla tecnologia. E il passaggio al digitale ha abbattuto drasticamente i costi, aumentando in modo consistente la disponibilità di risorse. In altri termini, le barriere di ingresso per chi desidera produrre, confezionare e distribuire contenuti sono diventate talmente basse che il mercato dei media sta velocemente passando dall’oligopolio alla concorrenza. In questo nuovo contesto, un numero crescente di attori compete (a vario titolo) per l’unica risorsa che è rimasta scarsa: l’attenzione.

Eluana Englaro dal punto di vista di Berlusconi

Il breve post di Giglioli di stamattina (Bingo) sintetizza bene la questione Englaro dal punto di vista di Berlusconi:

Fino a mercoledì scorso Berlusconi “non aveva un’idea sul caso Englaro”.
Poi l’idea gli è venuta.
E consiste in:

  • spaccare il Pd (che voterà in ordine sparso, per il sì, per il no, per l’astensione, per la fuga dall’aula)
  • spaccare (per la prima volta) anche l’Idv (i capigruppo voteranno sì, Di Pietro no)
  • farsi passare per il difensore della vita, quello che ha cercato di salvare Eluana, mentre gli altri sono degli assassini, Napolitano in testa.
  • gettare le basi di un cambiamento della Costituzione – questa Costituzione assassina – per avvicinarsi a un presidenzialismo di tipo putiniano, in cui lui accumulerà tutti i poteri per i prossimi dieci anni.

Bingo.

David Weinberger: amministrazione di sistema

Il numero in edicola di Nova 24 è dedicato all’innovazione digitale nella gestione pubblica e si apre con un bell’articolo di David Weinberger, di cui vale la pena riportare alcuni passaggi:

Per molte funzioni di e-government, comunque, il Governo difficilmente è un buon provider, per tre ragioni. In primo luogo nessuna organizzazione riesce a offrire tutti i servizi adeguati online. Molte aziende hanno cercato di costruire social network o fornire contatti online o creare cluster informativi, senza grandi successi. La maggior parte ha registrato fallimenti. Il Governo non può fare molto meglio. Se il Governo avesse tentato di fare Facebook o MySpace, probabilmente avrebbe fallito.
In secondo luogo, al di là della mera probabilità, i Governi non sono molto bravi nel mettere a punto software. Tendono a essere lenti e cauti, frenati dalla volontà di non registrare fallimenti in pubblico. Ma la possibilità di fallire, fare aggiustamenti e riprovare è uno dei vantaggi competitivi di Internet [...].
In terzo luogo i Governi non si adattano allo spirito di Internet. Tendono a partire da una visione tradizionale di ruoli e bisogni tradizionali, elaborando soluzioni tradizionali che vengono poi attuate sulla rete. Chi, per esempio, potrebbe creare un sito per creare francobolli personalizzati: Amazon.com, eBay o il Governo nazionale? [...]
Molte funzioni di egovernment possono quindi arrivare da qualsiasi parte ma non dal Governo. Molti servizi non possono che arrivare dal pubblico perché riguardano l’automazione dei processi interni o richiedono l’accesso a informazioni o servizi protetti. Ma ce ne sono molti altri che non dovrebbero essere forniti dal Governo.

Giuliano da Empoli, Obama. La politica nell’era di Facebook

Ieri mi è capitato per le mani Obama. La politica nell’era di Facebook di Giuliano da Empoli. Libricino complessivamente piacevole, che si legge in un paio di ore. L’analisi non è certo delle più approfondite, ma contiene alcuni spunti interessanti sul ruolo simbolico di Barack Obama, come portavoce delle élite economiche della Silicon Valley, della generazione dei Millenial e del sogno americano.
Meno felice il capitolo dedicato alla Rete (eppure il titolo del libro farebbe pensare a un testo centrato proprio suo ruolo di Internet) che contiene alcune considerazioni fin troppo sommarie e superficiali. Dice da Empoli:

Il fatto è che il mondo dei blog è una realtà spietata. Basta un passo falso e la rete ti si rivolta contro con violenza inaudita. I blogger non hanno rispetto per nessuno. Sono ignoranti e maleducati. Soprattutto, non sopportano di essere censurati o manipolati. Chi si mette nelle loro mani lo fa a suo rischio e pericolo.
Per questo, gli uomini politici non si fidano di Internet. E’ un mezzo troppo imprevedibile e poco controllabile. Chi si lancia in una campagna elettorale, tradizionalmente, fa grossi sforzi per mantenere il controllo del messaggio. Non vuole correre rischi: gli imprevisti devono essere ridotti al minimo. La rete, invece, si nutre di gaffe di passi falsi. Ogni blogger è una potenziale mina vagante che può decidere all’improvviso di rivoltarsi contro la mano che lo accarezza. E perfino quando sono dalla tua parte, non è detto che sia sempre un vantaggio. Per un packridge47 che produce un video geniale ce ne sono altri cento capaci di mettere in imbarazzo il candidato con la loro volgarità, il loro estremismo, la loro profonda e irrimediabile stupidità.

Fa meglio quando cita un libro che avrebbe dovuto leggere con maggiore cura, ossia Economia della felicità di Luca De Biase:

La materia prima del Web 2.0 sono le relazioni tra le persone: se il consumatore dei media tradizionali era passivo e l’internauta di prima generazione doveva, tutt’al più, accontentarsi do inviare una mail al webmaster, l’ultima generazione di navigatori è interamente proiettata nella dimensione della partecipazione. Si tratta innanzitutto di esprimersi: le proprie idee, i propri sogni, la propria identità.

Ma il giovane da Empoli rimane complessivamente scettico nei confronti della Rete. Come tanti intellettuali, o presunti tali, non riesce a scendere dal piedistallo su cui è salito. E’ un peccato perché il racconto che fa delle primarie americane mi sembra complessivamente buono, ma si ferma proprio dove emerge quel po’ di saccenza di chi – facendo parte di una élite – guarda al mondo delle persone normali con un po’ di distaccata sufficienza.