Archivio mensile:marzo 2009

Venice sessions: prime impressioni

Alle Venice Sessions di Telecom Italia si è parla di storie. Cito dal sito del progetto:

La narrazione è il nuovo codice universale – dalla sfera più umanistica, sembra diffondersi progressivamente ovunque. Come un filmato “virale” ha contagiato territori diversi del sapere, da quello pragmatico dell’impresa, alla sfera dell’arte, dalla filosofia alla scienza e al web. Cercheremo in questa Session di capire come. E perché.

Sullo storytelling si possono dire molte cose: dipende dal punto di vista da cui guardi l’argomento. E’ un argomento difficile perché tutti abbiamo esperienza di narrazione giacché essa è parte integrante della nostra vita: è il modo con cui diamo un senso alle cose che facciamo, con cui analizziamo il passato e guardiamo al futuro. Siamo esseri narranti. Addirittura, ci ammaliamo a causa e guariamo grazie al modo con cui narriamo e diamo senso alle nostre esperienze.
Tutti possiamo dire qualcosa sul raccontare storie, ma non è detto che quello che abbiamo da dire getti una luce nuova o diversa sull’argomento, dal momento che esso è per molti versi “ovvio” ossia “di immediata comprensione”.

In questo contesto, ho particolarmente apprezzato l’intervento di Maurizio Ferraris che – citando Deridda – ha proposto una considerazione che a me è sembrata illuminante (“nulla di sociale esiste fuori del testo”) e ha proseguito proponendo una definizione di oggetto sociale (“gli oggetti sociali sono atti sociali (tali che avvengano almeno tra due persone) caratterizzati dal fatto di essere iscritti, su un documento, in un file di computer, o anche semplicemente nella testa delle persone”) fino ad arrivare alla formulazione di una teoria della documentalità. Il tutto è raccontato in questo articolo: mi sembra che ci siano molti spunti di riflessione e mi riservo di approfondire la questione.

Il secondo intervento che mi è sembrato degno di nota è stato quello di Goffredo Haus (prontamente soprannominato dr. house), che ha presentato (anzi raccontato) un sistema per “collegare e sincronizzare tutti gli elementi di rappresentazione ed esecuzione di un brano musicale” e gestirli a video in una infinità di combinazioni (vedi questo articolo per maggiori informazioni). Il player del dr. house permette di andare oltre il mixing della musica: si tratta di veri e propri mash-up. Mi chiedo cosa si potrebbe fare andando oltre la musica: per esempio, applicando il concetto allo sport.

Confesso di non aver seguito tutto con la stessa attenzione, quindi è possibile che mi sia perso altri interventi interessanti. Invece posso dire tranquillamente che Baricco ha confermato di essere una persona irritante: semplicemente non ho capito che cosa ha detto. Così come non avevo capito il discorso sui selvaggi di genio. Intuisco solo un leitmotiv: un grido di dolore perché non ci sono più gli intellettuali, perché il mondo è tutto una barbarie. Insomma, non ci sono più le mezze stagioni e si stava meglio quando si stava peggio senza che considerare che sono sempre i migliori quelli che se ne vanno :-D

Una piccola nota conclusiva. Una cosa che forse non si è detta oggi è che le narrazioni del futuro saranno sempre di più narrazioni collettive che nascono dal basso, per il semplice motivo che i media di massa saranno sempre meno in grado di distribuire una visione omogenea del mondo creata dalle élite. Di questo si potrebbe tenere conto anche nel format delle Venice Sessions, rendendolo più partecipativo e imprevedibile. Magari sperimentando meccanismi tipo le open space technology. My 2 cents ;-)

Ne parlano anche Salvatore Aranzulla, Vittorio Pasteris, Massimo Mantellini, Luca Conti, Gigi Tagliapietra e, ovviamente, Luca De Biase.

Libero arbitrio

Mi piace molto questo post di Elena Zannoni, Della libertà di scelta, che dice:

Tuttavia, il passaggio che mi sono persa è questo: da quando la Chiesa ha abbandonato l’idea che le persone possano non far peccato per Fede e ha intrapreso quella di impedire di far peccato per legge? Se una libera scelta, che non nuoce a nessuno, viene definita per legge, dove sta la libertà primaria dell’uomo?
Ecco, io, se fossi Cattolica, vorrei che la Chiesa si fidasse di me, e sapesse che se ho scelto di aderire a questa religione la rispetterò. Mentre poichè non lo sono, vorrei che la Chiesa rispettasse me. E mi lasciasse vivere e morire in pace, a seconda delle mie possibili fortune o sfortune.

Danone parla ai bertucciani Reloaded

Di Danone ho già parlato in un precedente post (e non sono stato il solo, ovviamente). Pochi minuti fa, l’amico Stefano mi segnala che ha appena messo online questo divertente video:

Stefano ha fatto una cosa semplicissima: ha preso il testo del forum e lo ha dato in pasto a OddCast: il risultato è surreale. Da vedere :-)

Working Capital Barcamp Catania: progressi :-)

Organizzare un barcamp a distanza non è certo una cosa banale, soprattutto quanto hai a che fare con la burocrazia universitaria che ignora le email (almeno abbiamo dato un senso al fax… funziona ancora!).
Ad ogni modo, il Working Capital Camp Catania (29 aprile 2009) sta prendendo progressivamente forma. Sarà articolato in due momenti: una plenaria cui parteciperanno Franco Bernabè e Ivan Lobello seguita da due (o tre) sessioni in parallelo che andranno avanti dalla tarda mattinata fino alla sera.

Al momento abbiamo una lista di 15 interventi (leggi la lista) e spazio per ospitare un’altra decina di talk. Se qualcuno vuole presentare un progetto o proporre un argomento di discussione, può iscriversi all’evento usando la form in questa pagina: iscriviti al barcamp di Catania.

Anche la lista degli iscritti continua a crescere giorno dopo giorno. Oggi, si sono aggiunti anche Luca Sartoni e Francesco Fullone dalla Romagna: saranno gli unici blogger non catanesi (o non siciliani)?

Per agevolare la procedura, contrariamente a quello che accade normalmente in un barcamp, abbiamo deciso di non usare il wiki per le iscrizioni. Quindi anche la semplice iscrizione, può avvenire tramite la form.

Due note:

  • come tutti gli eventi che si basano sull’aggregazione di una comunità di persone che condividono interessi, è di fondamentale importanza per la riuscita dell’evento che i membri di questa comunità ne parlino. Grazie a chi scriverà un post sul Working Capital Camp Catania.
  • Il 2 e 3 aprile sarò a Catania per procedere con la logistica dell’evento. Si organizza qualcosa?

Magazine Ferpi: come cambiano le Rp al tempo di Internet

Il nuovo numero del Magazine Ferpi contiene una ricca carrellata di articoli dedicati a come cambia la professione di relatore pubblico a causa dell’avvento dei media sociali. Oltre a un pezzo del sottoscritto (One company, many voices), ci sono interventi di Italo Vignoli (Le relazioni pubbliche nell’era dei social media), Enrico Grazzini (La nuova sfida è preoccuparsi), Simona e Pietro Battistella (La presenza in rete di un’organizzazione è sempre più diffusa, è questa una delle sfide più difficili), Marco Massarotto (Internet Pr: cambiano strumenti e linguaggi), Michele Ficara Manganelli (Le organizzazioni devono imparare a conversare con i pubblici), Vincenzo Cosenza (Blog, forum, social media: l’opinione si forma online), Diego Blasi (La verà novità: le persone al centro). Praticamente non manca nessuno ;-)
Un numero tutto da leggere: Magazine Ferpi n. 56 marzo 2009

Shampoo ai blogger

Marco Massimo Cavazzini sintetizza bene il senso dell’ultima campagna promossa da Promodigital e Buzzparadise:

Però dai, diciamocelo, che posso dire di uno shampoo antiforfora che è fatto con lo Zinco Piritione? Che succederà alla mia testa quando il buon Zinco Piritione avrà preso possesso del mio cuoio capelluto? Allora tutti ad iscriversi alla fan page su Facebook dello Zinco Piritione, che in 9 lavaggi promette di fare piazza pulita.

Barilla cerca un project manager

Confesso di essermi perso l’intervento di Pepe Moder al ParmaWorkCamp, ma oggi ho trovato le slide (in pdf) nel suo blog: si tratta di 20 suggerimenti per chi vuole sostenere un colloquio. Tutto piuttosto condivisibile, soprattutto gli ultimi due consigli.
A Pepe, però, mi permetto di dare un consiglio anche io: se stai cercando qualcuno, cerca di scrivere un annuncio comprensibile ;-)
L’ultima slide della presentazione, infatti, contiene proprio una annuncio di lavoro… Ma andiamo per punti, anzi per bullet:

Barilla G&R Fratelli S.p.A. sta cercando un Senior Digital Project Manager per l’area Digital all’interno dell’Unità Group Communication & External Relations.

Barilla cerca un project manager con media esperienza (più avanti si dice che deve avere almeno cinque anni di esperienza in posizione analoghe) da inserire nel gruppo di lavoro che si occupa dei siti che è collocato nella funzione aziendale Comunicazione e relazioni esterne. E fin qui era facile.

La persona che inseriremo si occuperà dell’organizzazione del lavoro operativo dei progetti relativi alla Business Unit Meal Solutions, agendo come interfaccia strategica e operativa tra il cliente interno, la Web Agency e l’IT. Nello specifico, assisterà il lavoro della Web Agency per tutta la realizzazione, indirizzando le attività nel rispetto del concept approvato; solleverà il cliente interno dalle problematiche di interfaccia diretta con la Web Agency, recependo le sue istanze e le modifiche operative e traducendole in deliverables per la Web Agency; definirà e dirigerà le attività tattiche, occupandosi della loro realizzazione in collaborazione con la Web Agency.

La persona si occupa dei progetti della business unit Meal Solution, che dovrebbero essere i sughi pronti. Il nostro uomo si occuperà di fare l’interfaccia “strategica e operativa” ed è evidente che la parola strategica è stata buttata lì per rendere la cosa più sexy. A occhi e croce, dovrebbe funzionare così: quelli che fanno i sughi precotti (il cliente interno) hanno creato un nuovo sugo e lo devono promuovere anche online, quindi si rivolgono all’area digital e concordano il da farsi, coinvolgendo un’agenzia esterna che farà materialmente il progetto e il lavoro. Una volta scelto il progetto, è necessario implementarlo, ma quelli della business unit non ne vogliono sapere, quindi il project manager deve incaricarsi di gestire tutti i rapporti con la web agency e con l’area tecnica dell’azienda che dovrà provvedere all’esercizio del sito. E’ un ruolo un po’ rognoso, si fa da parafulmine a tutti e soprattutto non ci si deve mai dimenticare di mettere in copia conoscenza mezza azienda ;-) .

Gli verrà chiesto, inoltre, di partecipare proattivamente e con contributi fattivi alla definizione strategica di progetto.

La parola strategia viene spesso usata a sproposito. Una persona con cinque anni di esperienza in un ruolo non fa le strategie, per un motivo molto semplice: le strategie le fanno i generali. Questo annuncio, invece, riguarda un tenente (ragionevolmente inquadrato a livello impiegatizio, difficilmente come quadro).

Per questa posizione, sono richiesti laurea o diploma, oltre a un’esperienza almeno quinquennale in posizioni analoghe, maturata in Web Agency e/o aziende strutturate di grandi dimensioni.

Leggasi: il titolo di studio non è un titolo preferenziale per accedere alla posizione, ma conta solamente l’esperienza in un’azienda di grandi dimensioni. Lavorare in un’organizzazione complessa richiede l’accettazione di molti compromessi: selezionare persone che hanno già avuto un’esperienza in strutture analoghe minimizza il rischio di trovarsi senza risorsa dopo pochi mesi.

La persona che verrà inserita dovrà avere una conoscenza sostanziale di project management, grafica Web e linguaggi di programmazione Internet, oltre a un’ottima conoscenza delle architetture di rete.

Questa frase chiarisce definitivamente che si tratta di un ruolo sostanzialmente operativo e assai poco strategico. Serve qualcuno che abbia competenze tecniche precise anche se a me non è mai capitato di avere a che fare con un tecnico il sui senso estetico raggiungesse il quoziente minimo necessario per permettergli anche solo di aprire Photoshop o con un web designer che avesse delle competenze tecniche decenti.

E richiesta, infine, una forte predisposizione al lavoro di squadra e la capacità di gestire risorse junior nelle fasi operative di lavoro.

Una nota sulla “predisposizione al lavoro di squadra”: non mi è mai capitato di leggere un curriculum o di esaminare un candidato che non dichiarasse di avere una grande predisposizione al lavoro di squadra. C’è un solo modo per appurarlo: fare un percorso strutturato di selezione, o con il supporto di test, oppure con il supporto di simulazioni.

Concludo: la mia è solo un’interpretazione, sicuramente viziata dalle mie esperienze in aziende più o meno grandi come dipendente e come consulente. Mi piacerebbe sapere da Pepe Moder quanto sono lontano dalla verità :-)

Ada Lovelace Day

Qualche tempo fa Suw Charman mi ha invitato ad aderire a un pledge (una promessa), che diceva:

“I will publish a blog post on Tuesday 24th March about a woman in technology whom I admire but only if 1,000 other people will do the same.” (Suw Charman)

Dedico questo post alle mie cuginette Alessandra e Giulia. La prima è ormai trasferita stabilmente negli Stati Uniti e dirige un gruppo di ricerca a Berkeley (il Lanzara Research Group). La seconda, invece, si occupa di nanotubi e fa avanti e indietro tra l’Italia e Palo Alto.

Social media agency: ha senso?

La presentazione di Gianluca al ParmaWorkCamp mi offre l’opportunità di proporre qualche riflessione. Innanzitutto, date un’occhiata alla presentazione:

Nelle aziende ci sono funzioni che usano società di consulenza per svolgere attività che le aiutano a raggiungere i propri obiettivi. Ciascuna di queste funzioni impiega un set di conoscenze e pratiche più o meno codificate (le stesse che vengono insegnate in università, scuole e accademie).
Nell’ambito della comunicazione d’impresa vengono normalmente individuate tre aree, la comunicazione di prodotto, le relazioni pubbliche e la comunicazione interna, che in ogni organizzazione trovano collocazioni diverse. Ognuna di queste aree utilizza i media per raggiungere i propri obiettivi e, ovviamente, non potrebbe essere diversamente.
In questo contesto, oggi, ciascuna di esse ha individuato una “sua” social media agency, con la conseguenza che attualmente si stanno facendo molte sperimentazioni, adottando punti di vista diversi e partendo da linguaggi differenti tra di loro.
Per esempio, nell’area delle relazioni pubbliche vanno molto i monitoraggi dei media sociali e gli incontri con blogger, gestori di forum e altre persone ritenute a qualche titolo influenti. Si tratta di estensioni di attività tradizionali (la rassegna stampa e i press brief). Se guardiamo alla comunicazione di prodotto (advertising, promozioni, direct marketing e via dicendo) è tutto un fiorire di viralità e passaparola.
In questa fase storica, non ha senso parlare di social media agency tout-court semplicemente perché gli approcci dipendono ancora moltissimo dal linguaggio che usa l’interlocutore aziendale. La cosa certa è che oggi molti di questi esperimenti mostrano i limiti della banale trasposizione dei modelli che valgono per i media di massa o – generalizzando – per l’economia dei prodotti di massa. In quest’ultimo senso, essi mostrano anche che in alcune circostanze è desiderabile (se non necessario) ripensare sia i modelli organizzativi che quelli di business. Con tutta evidenza, l’impatto dipende dal settore che prendiamo in considerazione: poco o nulla importante se fai tondini, mediamente importante se fai biscotti o yogurt, piuttosto importante se fai prodotti elettronici, molto importante se fai software, devastante se fai l’editore.
Allo stesso tempo, mi sembra di poter dire che gli esperimenti più interessanti e promettenti si hanno quando non si agisce sulle funzioni di staff dell’azienda (la comunicazione è una di queste), ma su quelle che riguardano il business vero e proprio. Per esempio, Dell e Starbucks mostrano che le persone sono interessate a partecipare al product management, mentre Danone mostra che non si eccitano particolarmente a discettare di fermenti lattici. Vedremo cosa accadrà a Barilla con il suo mulino che vorrei, perché non è detto che i prodotti da forno si prestino bene a ingaggiare i consumatori come i computer o i locali pubblici.
La cosa che, in questa fase dell’evoluzione dei media sociali, proprio non si deve fare è quella di continuare a lamentarsi perché quelli che stanno nelle aziende ottusamente non comprendono le grandissime potenzialità della conversazione. Non si può certo pretendere che esse si lancino tutte entusiasticamente a sperimentare nuove pratiche di comunicazione: gli innovatori e gli early adopter rappresentano solo una piccola percentuale del totale.

Cloud Forum 2009

Luca Sartoni sta esplorando la coda lunga dei social network in maniera intelligente e con il suo Romagna Business Club organizza un evento dedicato al cloud computing per la piccola e media impresa.

L’appuntamento è per Sabato 4 Aprile 2009 alle 14.00 presso la CNA di Forlì (via Pelacano, 29 – 47100 Forlì) e ci saranno Simone Brunozzi, Web Services Evangelist Europa di Amazon.com, e Federico Feroldi di Cloudify.

Se siete da quelle parti, non perdere l’occasione di partecipare: iscrivetevi all’evento!

Ancora su Davide Rossi

L’amico Fabio Bistoncini propone alcune riflessioni sulla recente questione del ddl Carlucci, scritto (o forse solo ispirato) da Davide Rossi, presidente di Univideo. Lo fa con due lunghi post:

  1. I blogger italiani – la rete – Davide Rossi – Carlucci (l’antefatto)
  2. I blogger italiani – la rete – Davide Rossi – Carlucci (i nostri commenti)

I due post meritano anche per il fatto che la società di Fabio Bistoncini, FB Associati, assiste Univideo proprio per le attività di lobby e advocacy. Senza considerare che Fabio frequenta il tema della tutela della proprietà intellettuale da quando lo conosco (correva l’anno 1994 e io avevo ancora tutti i capelli in testa).

Fabio mi tira le orecchie per il tono del post che ho dedicato all’ormai celebre discorso di Davide Rossi alla Camera dei deputati. Per alcuni versi ha ragione e gliela riconosco: d’altro canto ho fatto ammenda nei commenti. Ciò detto, propongo alcune riflessioni su quanto scrive Fabio.

I contenuti del discorso di Davide Rossi
Dice Fabio che il discorso è stato estrapolato dal contesto e quindi la provocazione da sola non può essere giudicata fino in fondo. Online, esistono tutti gli interventi della giornata. Li trovate su You Tube. Mi sono preso la briga di fare una playlist di tutto il panel moderato da Stefano Quintarelli:

Ho ascoltato molti degli interventi di questo panel e qualcuno del panel precedente (il programma completo è sul sito dell’Istituto per le politiche dell’innovazione). Sinceramente, non mi sembra che – una volta messo in contesto – l’intervento di Rossi cambi più di tanto.

Attacco alle persone e ai contenuti
Dice Fabio che è un espediente furbo quello di attaccare la persona invece del contenuto. Che mi sembra sia proprio quello che fa Davide Rossi con la sua filippica sugli errori di greco di De Martin: mai fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te ;-)
Ad ogni modo, vi suggerisco di dare un occhio all’intervento di De Martin, perché mi sembra una posizione estremamente condivisibile:

Secondo me, l’intervento di De Martin risponde perfettamente ai commenti di Fabio :-)

Danone: perché così non funziona

Mi era sfuggita l’escursione 2.0 di Danone assistita da Promodigital. Ne ho letto da Gianluca e da Supercazzola e la trovo molto divertente: adesso sto guardano i video di Delymith.
Devo dire che i video mi sembrano quasi grotteschi: sembra una presentazione alla forza vendita. Appare anche evidente che quello che può funzionare con uno spot televisivo in cui in trenta secondi o meno si associa un brand a un’idea, non funziona quando questa idea la vai ad argomentare.
Inoltre ha ragione Gianluca quando dice che uno conversa dei fatti suoi, delle cose che sono importanti per la sua vita, ma uno yogurt difficilmente diventa un oggetto di conversazione. In questo contesto entrare in un forum e dichiarare di essere disponibile a rispondere su un prodotto lascia il tempo che trova: fin troppo facile diventare vittime di prese in giro. E difficilmente le faq messe a punto dalle relazioni esterne possono essere utili: il rischio è quello di fare la figura del testimone di geova o – volendo attualizzare – del bot.
Se veramente la marca fosse interessata alla salute dei suoi consumatori, se ne dovrebbe occupare andando a presidiare con esperti (e non con persone prese dalle agenzie di comunicazione) luoghi diversi da un forum che si chiama Bertucce. Dovrebbe parlare di stili di vita salutari e mostrare competenza in quest’area e non inserirsi in una conversazione per parlare di se stessa e basta.
Ciò detto, vorrei comunicare alla Danone che qualsiasi yogurt io mangi (generalmente scelgo Vipiteno o Mila, a volte Muller, solo ed esclusivamente sulla base del gusto) vado di corpo che è una bellezza a prescindere da qualche magico principio attivo. Mi dicono che è proprio lo yogurt che fa questo effetto, a prescindere!
Tuttavia, credo che lo yogurt della Danone abbia qualche altra qualità magica, ma a dire il vero non è che uno si può ricordare tutte le puttanate che si inventano quelli del marketing per vendere un semplice, banale, yogurt.

Traumi d’infanzia

Estasi culinarie non è riuscito a coinvolgermi più di tanto: anche se la scrittura di Muriel Barbery ha sicuramente delle finezze, la trama risulta complessivamente piatta e scontata. Un famoso critico gastronomico, sul letto di morte, va alla ricerca del sapore “definitivo” che – alla fine – non proviene da una raffinata prelibatezza preparata da un cuoco di chiara fama, ma da una busta di bignè di Carrefour. Insomma, quello che il protagonista cerca è un semplice sapore dell’infanzia.
Nulla di particolarmente coinvolgente, quindi, in questo romanzo, ma un passaggio merita di essere citato (probabilmente perché mi ricorda la mia di infanzia). A raccontare è la figlia del protagonista:

Lui assaggiò un bignè, fece una smorfia, spinse indietro il piatto e ci osservò. Senza guardarlo, sentivo che alla mia destra Jean stava facendo una fatica terribile a deglutire; io invece rimandavo il momento in cui ne avrei preso un altro boccone, e stupidamente lo guardavo impietrita mentre ci fissava.
“Ti piace?”, mi chiese con la sua voce roca.
Panico e smarrimento. Vicino a me Jean ansimava piano. Mi feci violenza.
“Sì” dissi con un debole borbottio.
“Perché?” proseguì facendosi sempre più brusco, anche se mi ero accorta che dentro quegli occhi, che per la prima volta in tanti anni mi scrutavano davvero, c’era un scintilla nuova, inedita, come un impalpabile pulviscolo di aspettativa, di speranza, inconcepibile, angosciosa e paralizzante perché da tempo ero abituata al fatto che lui non si aspettava nulla da me.
“Be’… perché è buono?” mi arrischiai curvando le spalle.
Avevo perso. Quante volte da allora sono riandata col pensiero – e con le immagini – a quell’episodio lacerante, a quel momento in cui qualcosa sarebbe potuto cambiare, in cui l’aridità della mia infanzia priva di padre avrebbe potuto tramutarsi in un amore nuovo, radioso… Sullo schermo doloroso dei miei desideri delusi i secondi sfilano al rallentatore: la domanda, la risposta, l’attesa, poi l’annientamento. Il bagliore dei suoi occhi si spegne rapido così come si era acceso. Lui si volta disgustato, paga e io me ne torno di nuovo nella prigione della sua indifferenza.

Cretinismo al quadrato

Univideo è l’associazione “che rappresenta il settore dell’Home Entertainment in Italia e raggruppa al suo interno le principali aziende attive nell’Industria dell’audiovisivo. Attualmente le imprese che aderiscono all’Associazione sono 66; un comparto pari a oltre il 90% del mercato totale, vettore di un indotto nazionale di dimensioni significative con funzioni industriali, creative e distributive in grado di coinvolgere circa 17.000 addetti occupati.”

Il presidente di questa associazione si chiama Davide Rossi e se io fossi l’amministratore di una della 66 aziende rappresentate da questo signore ne chiederei la rimozione immediata dall’incarico. Raramente, infatti, mi è capitato di sentire un simile cumulo di idiozie:

Mi meraviglia molto Stefano Quintarelli, che si limita a una blanda protesta. Non ricordo invece il nome del panzone signore barbuto accanto a Davide Rossi, che annuisce compiaciuto per tutto il tempo.

ADDENDUM. Luca De Biase esprime una posizione molto più pacata e ragionata della mia che vale la pena di leggere: Cose che non servono all’umanità

PR Digitali: cambiare sì, ma come?

Ieri sera ho avuto il piacere di essere ospite della delegazione milanese delle Ferpi per un incontro dal titolo PR Digitali: cambiare sì, ma come?. Con me, hanno intrattenuto la folta platea di oltre 80 persone, Gianni Catalfamo (European Director Social Media di Pleon) ed Enzo Mazza (presidente di Fimi).
L’incontro è stata ottimamente organizzato dall’amico Sergio Vazzoler di Mr Associati e dallo staff della Ferpi presso la Casa del Pane al Casello Ovest di Porta Venezia.
Mi accorgo che c’è sempre maggiore attenzione verso questo tema da parte dei professionisti: evidentemente è difficile immaginare di sottrarsi al confronto con i media sociali, soprattutto se si lavora in settori merceologici in cui gli interlocutori principali sono i giovani della net generation (quelli nati dopo il 1980).
Allo stesso tempo c’è grande spaesamento e difficoltà a capire dove andare a parare: la maggior parte dei relatori pubblici con cui mi capita di interloquire ha poca o nessuna esperienza di strumenti come i blog o i social network e una cultura professionale che non li aiuta ad andare verso i media sociali.
Possiamo dire che i relatori pubblici sono oggi nella situazione in cui si sono trovate le case discografiche dieci anni fa: faticano a capire come sta cambiano lo scenario e questo li mette in una posizione di grande fragilità. Infatti, l’atteggiamento generale è per lo più difensivo: alcune agenzie stanno timidamente affrontando la questione dell’ascolto con sistemi di monitoraggio del web più o meno sofisticati e tanto lavoro manuale (di professionisti della comunicazione, in pochi casi illuminati, di stagisti mandati allo sbaraglio, nella maggioranza dei casi).
Sono pochissime le esperienze di azioni pro-attive e, spesso, si tratta di estensioni delle attività di relazioni pubbliche tradizionali. Penso, per esempio, agli incontri con i blogger, che si muovono nella scia delle cose che fa normalmente un ufficio stampa. Insomma, si cerca di tenere fermi dei paletti, dei punti di riferimento, evitando di andare in mare aperto.
In questo contesto, molte attività di comunicazione sui social media sono guidate dal marketing ed eseguite da consulenti che vengono dal mondo dell’advertising. E, infatti, è tutto un fiorire di video virali, passaparola, guerrilla marketing e altre amenità. Però il futuro della comunicazione d’impresa non si può ridurre ai video virali e al passaparola alimentato artificialmente e ad attività che sono al confine con lo spam.
C’è una grande opportunità per i relatori e un grande rischio: l’opportunità è quella di candidarsi a guidare l’adozione dei media sociali nelle organizzazioni; il rischio è quello di arroccarsi su posizioni obsolete, esattamente come hanno fatto le case discografiche fino ad oggi. Con il risultato che i budget di comunicazione che verranno inevitabilmente sottratti all’advertising finiranno a finanziare dubbie operazioni di guerriglieri, contagiatori e “passaparolieri” ;-)