Archivio mensile:maggio 2009

Identità dei talenti: tra innovazione e cervelli in fuga

Al Festival dell’economia di Trento seguo un dibattito sui talenti. Ci si chiede quali siano il ruolo e le competenze che il sistema economico mondiale in questo periodo di crisi affida alle nuove generazioni di talenti? E quali sono le responsabilità dei sistemi politici ed economici nei paesi OCSE che vogliono valorizzare le nuove generazioni e coltivare creatività e innovazione?

Dice Irene Tinagli che non è vero che i talenti vanno all’estero solo per uno stipendio fisso. Ci vanno anche (o forse soprattutto) perché si possono mettere alla prova, perché possono essere misurati per quello che valgono e perché trovano degli ambienti favorevoli. In questo contesto, non bastano gli incentivi fiscali per far tornare la gente in Italia, ma ci vuole ben altro.

Le rispondono vari ricercatori dalla sala in diverse battute, tutti più o meno sostenendo che il riconoscimento economico è un fattore sostanziale e che, di fatto, quando si ritiene che qualcosa valga allora lo si paga e viceversa. Ovviamente sono vere tutte e due le posizioni: d’altro canto non possiamo ignorare i miserabili compensi per i ricercatori italiani e la totale mancanza di meritocrazia delle nostre accademie.

Luca De Biase, invece, introduce il tema dell’importanza delle reti sociali come fattore abilitante per l’individuazione dei talenti, giacché essi sono legittimati dal riconoscimento da parte degli altri: connettersi permette di esprimersi e di essere riconosciuto. In questa prospettiva, i territori dovrebbero avere la capacità di alimentare reti: questo è senza dubbio quello che accade in posti come la Silicon Valley oppure il New England. O, mutatis mutandis, è quello che accade nei luoghi dove si sono creati i distretti industriali (area in cui l’Italia ha sicuramente qualcosa da insegnare).

Per quel poco che conosco dell’argomento, posso dire che ci sono fondamentalmente due fattori che permettono ai talenti di emergere e di produrre ricchezza: da un lato, la meritocrazia e, dall’altro, una rete di opportunità. 

Experience Camp 2009: ci siamo quasi

Mancano ormai pochissimi giorni all’ExperienceCamp organizzato da Elastic, Sketchin e Social Media Lab allo Iulm di Milano il 21 maggio 2009.

Oggi abbiamo fatto il punto della situazione e abbiamo consolidato il programma della giornata. Iniziamo alle 10 con una sessione plenaria in cui spiegheremo come funziona la giornata e ci sarà un panel in cui si affronteranno due temi: a) come si comunica il ruolo dell’esperto di user experience al cliente; b) perché è importante parlare di design per il social web, mobilità e playful UX.

Da quando organizzo barcamp, mi sono posto l’obiettivo di coinvolgere persone che non sono mai state a una non-conferenza. Anche per l’ExperienceCamp, grazie a Stefano Mizzella, abbiamo fatto uno sforzo per coinvolgere la struttura che ci ospita e in particolare gli studenti del Social Media Lab. E’ molto probabile che la maggior parte delle persone che saranno all’evento non si conoscano tra di loro. Abbiamo quindi deciso di facilitare la socializzazione con una tecnica comune nelle grandi conferenze: il tagging fisico. A ognuno dei partecipanti saranno consegnate delle etichette e le persone si potranno taggare a vicenda: generalmente questo fornisce spunti di conversazione e facilita le discussioni tra i partecipanti. Avremo quindi una pausa pranzo molto lunga che in realtà sarà tutta imperniata sulla tessitura di relazioni.

Alle 14:00 riprenderemo i lavori con le sessioni parallele. Abbiamo molti talk annunciati da molti relatori pigri che non aggiornano il wiki ;-) Questo nonostante abbiamo avuto l’ardire di organizzare il barcamp nel bel mezzo della settimana…

Intervista a Suw Charman

Dopo molto tempo rientro nel mio account su Viddler e mi accorgo che ho molti video pronti che non ho mai pubblicato. Comincio quindi renderli pubblici, perché – anche se alcuni di essi sono stati registrati alla fine del 2007 – sono ancora di attualità. Il primo è un’intervista a Suw Charman:

Debora Serracchiani travolta da Facebook

Marco Massarotto propone alcune considerazioni partendo dalla sidebar di Facebook di Debora Serracchiani, che mostra 2.358 richieste di amicizia non accettate, 248 inviti ad eventi senza risposta e la mancata partecipazione a 1.257 gruppi.

Dice Marco:

… il risultato è che un politico, anche solo emergente e con un seguito limitato, rischia di non farcela a gestire la sua immagine in prima persona. Ma il senso del web è proprio questo: il dialogo diretto. E quindi?
Far rispondere un segretario non si può, sarebbe (giustamente) un piccolo scandalo. Anche se certe funzioni in realtà un Personal Assistant potrebbe assolverle. Si aprono quindi due scenari.
Fino a dove un politico sui social media può “farsi sostituire”?
I Social Network possono paradossalmente tornare a diventare strumenti di comunicazione di massa (one to many)?

Penso che sia molto difficile che un personaggio pubblico possa gestire la propria immagine in prima persona e non sono tanto convinto che il senso del web sia solo il dialogo diretto tout-court, anche perché non si può parlare con migliaia (decine di migliaia) di persone.

Se accettiamo l’idea che un politico debba essere connesso con tutti gli elettori (inclusi quelli potenziali) allora stiamo proponendo un modello di rete hub & spoke in cui esiste un punto centrale connesso con tutti gli altri. Se ci muoviamo in questo contesto, ignoriamo il potenziale che nasce dai legami tra tutti i nodi della rete.

Se, invece, adottiamo come paradigma di riferimento quello delle reti centro/periferia, dobbiamo arrivare alla conclusione che il politico è uno dei nodi, che non deve essere necessariamente collegato con tutti gli altri nodi del network. Anzi, la cosa importante è fare in modo che la rete sia fittamente intessuta: tanto maggiore sarà il numero dei legami tra i nodi, e tanto più efficiente sarà distribuzione della comunicazione.

Volendo estremizzare il ragionamento, potremmo aggiungere che non è affatto necessario che il politico sia un nodo del network: il politico dovrebbe invece rappresentare un punto focale, ma la rete dovrebbe funzionare autonomamente. Questo è il modello adottato dalla campagna elettorale di Obama. Se ci riferiamo a Facebook, non esiste un profilo di Barack Obama, ma una page. Se ci riferiamo a My.BO non esiste un utente Barack Obama, ma gli utenti sono incoraggiati a fare network tra di loro e a scambiarsi informazioni e messaggi.

Concludo: è probabile che si tratti di una questione di scala. Se si tratta di un politico locale, allora può anche esserci un contatto diretto tra le persone. Se si tratta di un politico che insiste su un elettorato ampio, non è plausibile che il dialogo sia diretto e non c’è alcun motivo per cui la relazione con gli elettori non possa essere gestita dai membri dello staff. Basta che si presentino con nome e cognome, come hanno fatto David Plouffe e tanti altri del comitato elettorale di Obama.

Elezioni 2009: chi votare?

Mi domando chi votare alla prossime elezioni europee: questa volta ho deciso di dedicare un po’ di tempo alla valutazione dei vari candidati, seguendo la campagna elettorale. Io sono residente a Roma, quindi voto nella circoscrizione dell’Italia centrale. Finora ho sempre votato a sinistra e ritengo che continuerò a farlo perché non condivido l’approccio alla politica del Popolo delle Libertà. Come ho avuto modo di dire in più di un’occasione, idealmente sono un socialista liberale e questo pone un problema perché di fatto non esiste un partito significativo che mi rappresenti. Escludendo di votare comunista, prenderei in considerazione il Partito Democratico e l’Italia dei valori. Poiché alle europee, fortunatamente, esistono ancora le preferenze, posso avere il privilegio di scegliere. Nella lista del PD ci sono le seguenti persone:

  1. David Sassoli, sito, wikipedia, news
  2. Leonardo Domenici, sito, wikipedia, news
  3. Silvia Costa, sito, wikipedia, news
  4. Catiuscia Marini, sito, wikipedia, news
  5. Palmiro Ucchielli, sito, wikipedia, news
  6. Monica Giuntini, sito, wikipedia, news
  7. Giampiero Cioffredi, sito, news
  8. Luisa Laurelli, sito, news
  9. Francesco De Angelis, sito, news
  10. Alessandra Sensini, sito, wikipedia, news
  11. Roberto Gualtieri, sito, news
  12. Guido Milana, sito, news
  13. Gabriele Mori, news
  14. Franco Vaccari, sito, news

L’Italia dei Valori candida più o meno sempre la stessa gente in tutta Italia (qui gli elenchi). Questo approccio proprio non mi piace, perché mettere gli stessi candidati in tutte le liste, di fatto equivale ad annullare le preferenze. Di conseguenza non voterò per l’Italia dei valori.

Blue State Digital diventa consulente del Partito Democratico

Il Partito Democratico ha assoldato Blue State Digital, la web agency che ha costruito la campagna di comunicazione online di Barack Obama. In questi giorni, Ben Self (fondatore dell’azienda) è a Roma per consigliare i vertici del Pd e oggi ha parlato pubblicamente in un tavola rotonda cui hanno partecipato Paolo Gentiloni (coordinatore della comunicazione) e Francesco Verducci (responsabile della comunicazione online). L’incontro mi ha rallegrato e mi ha preoccupato allo stesso tempo. Mi ha rallegrato perché ho trovate molte conferme alla mia lettura sulle caratteristiche salienti della campagna e ho imparato delle cose che non sapevo. Mi ha preoccupato, perché prevedo che quello che ha reso grande la campagna di Obama negli Stati Uniti non troverà applicazione in Italia.

Innanzitutto i numeri che sono oggettivamente impressionanti. Importantissimi i video: ne sono stati prodotti 1.800 che hanno generato 15 milioni di unique views per un totale di 14 milioni di ore di visualizzazione. Il video più popolare (a more perfect union) è stato visualizzato oltre sei milioni di volte e gli utenti che lo hanno visto online sono più della somma degli spettatori che lo hanno visto su Nbc, Cnn e Fox. La fruizione ondemand è di fondamentale importanza e non è assolutamente vero che gli utenti sono disposti a guardare solo filmati di pochi minuti.
La campagna di Obama non è solo video online: uno degli aspetti più sottovalutati è infatti l’uso che ne è stato fatto come strumento di organizzazione del volontariato. Su 180 milioni di elettori registrati, sono state raggiunte 68 milioni di persone e stabiliti 220 milioni di contatti diretti (per telefono o bussando alla porta).
I dati sul fund raising invece già li conoscevo: 770 milioni di dollari, di cui i 2/3 raccolti in rete e donati da 3,2 milioni di sostenitori.

Ovviamente, la domanda che sorge spontanea è: come si fa a coinvolgere tutte queste persone. La risposta di Ben Self è lapalissiana: rendendo molto semplice l’adesione e utilizzando massicciamente la posta elettronica.

Self ha dato molta enfasi alla raccolta fondi e al significato simbolico che ha la donazione in quanto impegno concreto per una causa. L’idea è che quando qualcuno offre dei soldi per sostenere un progetto, si rende di fatto disponibile a fare anche altre cose. E’ un vero e proprio investimento, non solo materiale, ma soprattutto emotivo. Nella sessione di domande e risposte ho proposto la seguente riflessione: in Italia, il sistema dei partiti viene copiosamente finanziato dai soldi pubblici e quindi è ragionevole pensare che l’elettore medio sia assai poco disponibile a contribuire economicamente con lo stesso slancio dell’elettore americano. A ciò si aggiunga la cattiva immagine di cui godono in generale i nostri politici. Allora ero curioso di sapere se Blue State Digital pensava che il non poter ricorrere alla leva del fund raising compromettesse anche l’efficacia degli altri strumenti e diminuisse sensibilmente la capacità di coinvolgere attivamente l’elettore. La risposta mi è sembrata un po’ elusiva: si possono fare tante altre cose oltre a chiedere soldi e poi il Pd ha un grande potenziale. Replica ovvia, compiacente verso il cliente, ma non soddisfacente.

Interessante l’uso della tecnica dell’accoppiamento, una modalità di raccolta di denaro abbastanza comune che si basa su questo messaggio: “abbiamo un donatore molto ricco che è disposto a mettere tre dollari se tu doni un dollaro entro una certa data”. L’innovazione introdotta durante la campagna di Obama è stata accoppiare donatore con donatore alla pari, quindi il messaggio diventa: “Mister X, che ha già donato in passato, è disposto a fare un’ulteriore donazione di 10 dollari se anche tu donerai la stessa cifra”. Ulteriore accorgimento: i due donatori non si conoscono e vivono in due stati differenti. Questo ovviamente si può fare solo con Internet ed è una trovata geniale perché lavora sulla creazione di legami deboli: oltre a favorire la raccolta di denaro contribuisce a tessere il social network facendolo diventare più resiliente.

La mobilitazione sul territorio è probabilmente un’altra area di attività che non può essere applicata tal quale in Italia, soprattutto per via della mancanza di dati. Non credo, infatti, che nel nostro paese esistano dei data base degli elettori così ricchi di informazioni come negli Stati Uniti. Di conseguenza mi sembra assai improbabile che si riesca a fornire a un volontario la lista di potenziali elettori da contattare nel suo vicinato.

Insomma, ho l’impressione che le due principali frecce nella faretra del comitato elettorale di Obama in Italia sarebbe spuntate e andrebbero sostanzialmente riprogettate. Per carità, capiamoci, non voglio fare l’elettore medio della sinistra che si lamenta tanto per il gusto di lamentarsi. Però, non si può non considerare il diverso contesto in cui ci si muove e non vorrei che alla fine, Gentiloni & Co. – di fronte alla difficoltà di usare la raccolta di fondi come strumento di coinvolgimento e di supportare l’attivismo dei volontari con strumenti operativi – si concentrino sui video sperando nel miracolo. Sarebbe la strada più semplice, meno rischiosa e meno impegnativa dal punto di vista organizzativo. Ma sarebbe anche quella che non porta molto lontano.

La Porta della Bellezza di Librino

Oggi avrei voluto essere a Librino per l’inaugurazione della Porta della Bellezza, un fantastico progetto ideato da Antonio Presti, una persona eccezionale :-)
Simone De Stefano di 40xCatania è lì e sta condividendo alcune immagini via Twitter. Sembra proprio che ci sia una incredibile quantità di gente:

Cito da La Periferica, mensile di informazione e cultura distribuito gratuitamente a Catania nei quartieri Librino, Pigno, Zia Lisa, San Giorgio, Villaggio Sant’Agata:

“La Porta della Bellezza” è composta da quindici opere monumentali di artisti nazionali e consiste in 9000 forme di terracotta. Le opere abbinate ad altrettanti testi poetici, saranno applicate lungo 500 metri di un muro di cemento (3 km) che attraversa il quartiere. L’insieme delle opere si ispira alla tematica della “Grande Madre”.
Il progetto si è potuto realizzare grazie alla partecipazione delle 9 scuole elementari e medie e degli oratori del quartiere, che accolgono 10.000 allievi. Gli artisti ed i poeti hanno infatti lavorato per più di due anni direttamente nelle scuole con 2000 bambini. Le forme di terracotta sono state modellate e firmate dagli alunni, divenuti così “giovani autori”, con lo scopo di renderli protagonisti di un percorso artistico-etico che cambierà la storia e l’identità del quartiere.

ExperienceCamp2009 e il lungo weekend di Internet di Milano

Manca meno di una settimana all’ExperienceCamp di Milano e tutto procede allegramente: siamo in attesa delle magliette e stiamo preparando le ultime cose.
Come al solito è assai utile sapere chi parteciperà e soprattutto chi ha intenzione di parlare. Questo per organizzare l’accoglienza al meglio e cercare di non scontentare nessuno :-)
Trovate tutte le notizie nel blog e sul wiki dell’evento, che viene costantemente alimentato dagli studenti del del Social Media Lab (grazie per il prezioso contributo e grazie a Stefano per averli coinvolti.

Colgo l’occasione per ricordare che il 22 e 23 maggio a Milano ci sarà un altro barcamp, il WordCamp, dedicato al blogging e organizzato sotto l’egida di WordPress. Il primo giorno è un vero e proprio convegno durante il quale esperti di media sociali (molti dei quali hanno un blog o sono blogger, scegliete voi) parleranno di vari aspetti della comunicazione e del marketing online. Sabato 23 invece c’è il vero e proprio barcamp

E se ciò non bastasse, il 21 sera Marco Montemagno si cimenterà nella pericolosissima impresa di intrattenere centinaia di donne per il Women@InternetShow. Che qualche geek girl porti l’attrezzatura per il video streaming :-)

Mi chiedo perché non organizziamo anche in Italia una Internet week. Non sarebbe male come idea :-)

Marchiori e László alla Fiera del Libro

Chi avrà la fortuna di essere a Torino alla Fiera del Libro il 18 maggio non deve perdere l’incontro conclusivo del ciclo Quale futuro? promosso dall’Assessorato Università Ricerca Innovazione e Internazionalizzazione della Regione Piemonte.

Si parlerà di Caos con Massimo Marchiori, matematico e informatico, creatore del concetto di iperinformazione e del motore HyperSearch su cui si basa Google, ed Ervin László, filosofo della scienza e della teoria dei sistemi, che ha insegnato in varie università negli Usa, in Europa e in Estremo Oriente.

Fiera del Libro di Torino
Padiglione V
Arena dello spazio Bookstock
Lunedì 18 maggio alle ore 19.00
info

Certo che se ci fosse una registrazione video o addirittura uno streaming, io sarei molto contento di assistere da remoto :-)

Venice Sessions: diario breve

Come sempre io non sono molto bravo a trarre delle conclusioni a caldo: ho bisogno di ripensare un po’ alle cose e di avvicinarmi al succo per cerchi concentrici. Quindi, di questa Venice Session per il momento dirò tre cose.

1. Belle chiacchiere
La parte più divertente e interessante di tutte le conferenze sono i momenti conviviali e le chiacchiere, tanto che quasi rincresce di dover impiegare tanto tempo ad ascoltare passivamente degli interventi. Da questa sessione, mi porto a casa tante belle conversazioni. Ho avuto il piacere di conoscere Maria Grazia Mattei, con cui abbiamo discusso di guru e spero proprio che riuscirà a portare qualcuno dei suoi fantastici ospiti anche nella capitale. E’ stato veramente divertente passeggiare per piazza San Marco parlando di sistemi complessi adattativi con Massimo Marchiori. Oggi, tornando verso Roma, mi ha stupito la curiosità di Monique Veaute, che sembrava sinceramente interessata alle cose che potevo mostrarle sul mio computer.

2. Atmosfera rilassata
Ieri sera eravamo a cena tutti insieme e c’era anche Franco Bernabè, che però – verso le undici – è andato via. E’ stato impressionante vedere come l’atmosfera si sia immediatamente rilassata. Mi chiedo se effettivamente l’amministratore delegato di Telecom Italia sia una persona così formale e sussiegosa, oppure se si inneschi una sorta di riflesso condizionato e di timore reverenziale. Certo è che Bernabè è molto selettivo nel dedicare la propria attenzione alle persone e non si perde in chiacchiere con nessuno salvo che con le sue prime linee e con gli ospiti di riguardo. Per il resto è sempre cortese, ma questo è tutto.

3. Baricco, un intellettuale dell’ottocento
Ho già scritto che non amo particolarmente Baricco nel ruolo dell’intellettuale, lo preferisco in quello del romanziere. Però noto che molte persone che io stimo e considero lo apprezzano e lo stimano: quando questo accade è sempre opportuno nutrire dei dubbi sulle proprie posizioni. Ci ho pensato e ripensato, ma non sono riuscito a cambiare opinione per il seguente motivo: Baricco è il prototipo dell’intellettuale dell’ottocento, quello che intratteneva la borghesia nei salotti delle città dove si sviluppava la seconda rivoluzione industriale. Il suo problema è che è capitato nel secolo sbagliato. Quegli intellettuali non possono più esistere almeno per due motivi: a) la conoscenza ha cambiato natura ed è sempre di meno basata sulla contemplazione dei monumenti del passato; b) nel frattempo si sono sviluppate le scienze sociali, che nell’ottocento muovevano i primi passi.

4. Ma alla fine che cos’è arte?
Dice Luca De Biase: “oggi tecnologi (Mit) e organizzatori di iniziative artistiche (Biennale), tra gli altri, parlano di come vedono cose che non ci sono e le realizzano, pensando o non pensando alle conseguenze, materiali e culturali, delle loro opere.”
Non sono convintissimo che curatori, artisti e scienziati abbiamo dato molte risposte su questo tema: la discussione anzi si è un po’ avviluppata in discorsi autoreferenziali. Su questo tema tornerò quando saranno messi online i video. Nel frattempo, copio e incolla una bella discussione che è nata su Friendfeed:

#vs3 in questa discussione sulla capacità dell’arte di disegnare il futuro, manca totalmente un riferimento alle cosiddette arti minori: penso al cinema e ai fumetti… Si parla solo di musei di arte contemporanea…

Patrizia Polito. ti prego, altrimenti attiri le (giuste) rimostranze di qualcuno. Il cinema non è un’arte minore è la settima arte. Per i fumetti non saprei :-)

Stefano Mizzella. cinema e fumetto sono allo stesso livello, e nessuna delle due è un’arte “minore”! ;-)

Federico Fasce. poi magari si potrebbe anche iniziare a parlare del medium del ventunesimo secolo (i videogame) che spesso possono essere considerati forme d’arte (e che per inciso stanno ispirando non poco certa arte contemporanea). E la street art?
Tra l’altro la stessa locuzione “arte minore” va contro il mio personale concetto di arte. E credevo che il fumetto fosse stato sdoganato già ai tempi di Haring e Litchestein

Alberto D’Ottavi. calma, calma… :) qui si dice “arte” per dire “arte contemporanea”, laddove questo è il dominio della riflessione artistica, prima che di ogni altra cosa. il tema è ovviamente la biennale, ambito nel quale credo abbiamo raccolto qualche segnale di novità interessante

Andrea Martines. @federico beh, che c’entra: dire che Lichtenstein ha sdoganato i fumetti è come dire che Duchamp ha sdoganato il ciclismo!

Stefano Mizzella. @Andrea con tutto il rispetto, ma il paragone non regge. Il ready made di Duchamp ha valenza in sé al di là di ogni linguaggio o forma espressiva, proprio perché è di per sé negazione di ogni linguaggio. Se la metti così Duchamp oltre alle biciclette ha sdoganato anche gli urinatoi! :D

Maurizio Goetz. alla faccia delle arti minori. Oramai nessuno più considera il cimena un’ arte minore

Patrizia Polito. ancora una volta credo ci sia in giro ancora troppo stereotipo, comodo, invero, ma dal sapore vetusto. Non voglio arrivare a dire che tutto sia arte perchè anche questo non è corretto ma ogni concetto e forma espressiva evolve con il suo tempo.

Andrea Martines. @stefano anfatti! :-)

el_sime. Litchestein ha sdoganato il fumetto quanto i camuni hanno sdoganato la street art

Stefano Mizzella. prendete Daniel Hirst o Banksy, due tra i più quotati artisti contemporanei, e ditemi a quali “arti” fanno riferimento…è scontato che l’arte contemporanea (proprio in quanto tale) non è legibbile con gli stessi strumenti interpretativi dell’arte tradizionale…
perdonate il refuso, naturalmente intendevo #Damien Hirst

Patrizia Polito. @federico. mi incuriosice molto il discorso del medium e del videogame

Maurizio Goetz. Il dibattito sull’arte è senza soluzione, ci sono da sempre più scuole di pensiero, accettiamo quindi che ci sono più modi di intenderla, siamo nell’era della complessità, non dobbiamo scegliere, dobbiamo accettare.

Nicola Mattina. concordo sul discorso delle arti minori… è che mi ero immedesimato nel mood della giornata, dove i curatori hanno fatto vedere come esempi di arte soprattutto cose concettuali complicatissime, dai vetri rotti ai porcili.

Federico Fasce. Beh, è opinione comune tra chi si occupa di game studies (e credo sia ormai una teoria dimostrata) che i videogame siano il mezzo espressivo che connota questo secolo. E molti di essi, che magari rimangono nella cerchia degli appassionati, possono essere considerati forme d’arte. Un libro molto interessante a proposito dell’espressività del mezzo è “Persuasive Games” di Ian Boghost, ma di letteratura se ne trova davvero parecchia ormai (anche se raramente in italiano)

Federico Fasce. Per esempio: guardate i giochi fatti da Molleindustria. Si comprende benissimo, da prodotti simili, il potere espressivo del medium.

fabrizio (biccio) ulisse. non vi posso lasciare un momento da soli…

Maurizio Goetz. l’arte è liquida

Mucio. si, ma è anche un medium che richiede molta più attività da parte di chi ne fruisce, quindi finché non vivremo giornate di 48 ore o non dovremo più lavorare saremo costretti a giocare poco e a considerarla un’arte minore… Molto più facile un fumetto o un cinema

Stefano Mizzella. @Mucio perdonami ma non capisco la tua precisazione: perché mai dovremmo “emarginare” una forma artistica basandoci sull’impegno della fruizione? Sai quanto ci si mette a leggere L’uomo senza qualità di Musil rispetto a leggere un fumetto? Quindi la letteratura è da scartare? :D

michele ficara. ma chi decide cosa è arte? e cosa è minore?

Maurizio Goetz. il relativismo dell’arte ;)

Stefano Mizzella. @Michele: è semplice, cos’è arte viene stabilito dalla comunità degli artisti, era così con l’arte classica ed è così con l’arte contemporanea

Maurizio Goetz. solo che oggi che cos’è arte lo co-stabiliscono i fruitori

La Rejna. @Stefano (aggiungerei anche anche da curatori e critici :)

Nicola Mattina. secondo l’Amadasi l’arte è icona.

Andrea Martines. @stefano: se l’impegno della fruizione non ne pregiudica l’importanza, l’arte del XXII sec. potrebbe essere fare gli anelli di fumo su saturno! Sai che l’arte del giurassico era graffitare il retro delle zanne di dinosauro vivo? :-)

Maurizio Goetz. esistono due concetti di arte. Nella concezione occidentale arte ovvero ars ha la stessa radice di artificiale ovvero un percorso per cercare di ricreare la realtà, prima fisica e poi anche sul piano astratto, nel mondo orientale, nell’antico aramaico arte si dice amanut che ha la stessa desinenza di emuna fede, l’arte ebraica, quella araba e quella asiatica partono da un’introspezione dell’anima. Mi scuso per la semplificazione, ma in 160 caratteri non posso fare di meglio

Stefano Mizzella. @Andrea mi sembra un po’ forzato! :D L’arte, come qualsiasi altro linguaggio, è parte di uno spirito del tempo (Zeitgeist) e lo spirito del tempo in cui una precisa forma d’arte si colloca ne modella forma, contenuto e fruizione, tutto qui.

Andrea Martines. @maurizio: stai platonizzando troppo il significato di ars, che era invece in origine legato all’abilità, artigiano e non artista (e così rimane fino a Kant, o almeno a Baumgarten)

Maurizio Goetz. si ma mi è congeniale per la dicotomia arte nella cultura occidentale e in quella orientale. Dall’arte moderna poi il concetto di abilità si è perso tornando ad una dimensione concettuale

Mucio. @Stefano Mizzella a me sembra che un videogioco spesso richieda un impegno mentale superiore a leggere un libro, per questo spesso devo privarmene o rinunciarci perché non ho tempo. Posso leggere anche una pagina o venti righe di Musil in metro, non posso giocare però venti secondi a GTA, non ha molto senso

Stefano Mizzella. @Mucio: ok, però tempo a disposizione e impegno mentale non sono la stessa cosa: se continuiamo a dire che un fumetto lo posso leggere anche sulla tazza del cesso (cosa peraltro vera) di certo non contribuiamo a legittima questo linguaggio. Pensa che il mio professore di cinema ripeteva sempre che il fumetto andava considerato un “audiovisivo” alla pari del cinema o della tv, proprio per il fatto che la lettura del fumetto implica un processo di immaginazione così elevato da colmare anche gli stimoli sensoriali apparentemente assenti e poi cmq mi rendo conto che generalizzare a questi livelli serve a poco: “un libro” e “un videogioco” (quale libro, quale videogico?) non sono esemplificativi di niente…

Federico Fasce. Non entro nemmeno nel terreno della diatriba “videogioco arte o meno”. Dicevo solo che: a) l’intrattenimento digitale è la forma espressiva di questo secolo e b) in virtù di questo il videogioco, in alcuni casi (per ora secondo me sporadici) è una forma d’arte a tutti gli effetti. Riguardo al tempo di fruizione, è palesemente un falso problema. Non tutti i videogiochi durano sessanta ore, e per coglierne il valore artistico non è determinante giocarli per intero. Ma la pianto qui che il discorso è troppo complesso.

Mucio. credo si possa fare una distinzione, un libro o un fumetto richiede impegno cognitivo maggiore rispetto ad un film, alla tv o al teatro. Ma un videogioco, una chat, una partita di pallone (giocata) richiedono anche un impegno intellettivo. Non so se sono chiaro e i termini usati sono un po’ imprecisi, ma non mi hanno mai fatto scrivere la tesi di laurea che volevo fare ;)

Maurizio Goetz. se fossi una carogna obbligherei la persona che ha fatto l’affermazione a definire il concetto di minore, attendendolo al varco ;)

Stefano Mizzella. @Mucio sorry, non riesco ad essere d’accordo! @Maurizio concordo, ma secondo me è tutta colpa di Nicola Mattina! :D

Maurizio Goetz. allora obblighiamo Nicola Mattina ;)

Mucio. Tu non credi che un videogioco richieda un impegno più attivo di leggere?

Maurizio Goetz. Che c’entra l’impegno? Questa discussione è impegnativa, ma non è arte ;)

Mucio. Maurizio, sarà un’arte minore visto che non sarà mai mainstream

Stefano Mizzella. @Mucio perdonami, ma è inutile discutere a un livello tale di astrazione: mi concedi che leggere li libro delle barzellette di totti è più leggero che giocare a residence evil? :D

Federico Fasce. Mucio, quindi un’arte di primo piano (tolto che continuo a non accettare il termine arte minore) deve essere mainstream? Interessante. E dal mio punto di vista non condivisibile (che oltretutto: cosa c’è di più mainstream dei videogame?)

Mucio. guarda che io sto dicendo proprio quello

Maurizio Goetz. se posso cogliere invece la parte che condivido è l’arte come capacità di interpretare il futuro, l’ho già affermato più volte che ritengo gli artisti persone con una sensibilità in grado di cogliere sfumature che altri non sono in grado di vedere

La Rejna. nell’artista io vedo anche la capacità di saper stimolare aspetti del *sensibile* (inteso nel senso più ampio del termine, quindi anche negativamente)

Mucio. Be’ anche l’oreficeria è un’arte, ma non è considerata tra le arti maggiori. Per me il problema del videogioco è che ancora ha bisogno di altre forme espressive per essere sdoganato nei luoghi della cultura alta. Personalmente poi, ho letto fumetti che mi hanno lasciato qualcosa, ma non ho mai trovato videogiochi che mi abbiano lasciato qualcosa più che del divertimento, proprio come dei giochi.
Anzi, se qualcuno pensa che ci siano dei videogiochi capolavori, come un Watchman o un Grande male, scrivesse qualche nome

La Rejna. però Mucio non trovi che l’oreficeria anche ad altissimi livelli sia più assimilabile all’artigianato o al design? :)

Mucio. magari alla scultura, vedi Cellini

La Rejna. (uhm, rimango con il mio dubbio :)

Mucio. anche il designer ha bisogno di falegnami, così come l’orafo, una volta chi disegnava i gioielli se li faceva nella sua bottega, con attrezzi e apprendisti, come facevano i pittori, ora chi crea gioielli spesso li disegna, poi sono gli artigiani specializzati a realizzarli

La Rejna. infatti il designer a mio avviso non è un artista :)

Federico Fasce. Per dire, Braid secondo me è un ottimo esempio di espressione artistica. Se ti dico il perché lo svilisco, è l’esperienza in sé e gli spunti di riflessione che provoca a farmelo dire. Ora Mucio mi dirà che per lui non ha nulla di artistico e ognuno di noi rimarrà sulla sua posizione. Parte del problema è che la visione dell’arte è personale. Parte è da ascrivere al fatto che qua non si può articolare molto.

Mucio. da qui non riesco a vedere nemmeno uno screenshot, che il proxy mi blocca tutto :| Comunque una cosa importante per me è che ciò che leggo, guardo, gioco, deve comunicarmi qualcosa. I giochi di molleindustria lo fanno e ne colgo il messaggio, ma sono davvero un’eccezione, nella mia esperienza personale. Un Civilization, un Wipeout o un Patapon non mi sembrano voler comunicare nulla, ma magari sono giochi vecchi e i nuovi lanciano dei messaggi in più, magari qualcuno dal giappone

Federico Fasce. Ma infatti io non ho detto che i videogiochi sono *tutti* arte. Santa pazienza. Sono un mezzo espressivo. Come un pennello e una tela.

Mucio. ma su quello siamo d’accordo tutti :P

Federico Fasce. Mucio, non per dire, ma è quello che sostengo dal primo commento in avanti, eh.

Patrizia Filippetti. pensiamo a rivalutare alcuni settori importanti come il cinema ed il fumetto ….molto si potrebbe fare anhe coinvolgendo figure appartenenti al web che ne pensate?

Giorgio Jannis. è divertente

Minibarcamp a Roma: 5 minuti, 20 slide

Il 22 maggio a Roma c’è il Techgarage, la startup competition organizzata da dPixel insieme con la Luiss. L’evento si svolge solo la mattina, quindi – poiché Telecom Italia è sponsor dell’evento – abbiamo deciso di organizzare un minibarcamp Working Capital nel pomeriggio.
Ci siamo fatti dare un’aula e qualche ora di tempo che sfrutteremo così: alle 14:30 c’è un breve panel e poi proseguiamo con un mini-presentazioni da cinque minuti sul modello dell’Ignite o del Pecha-Kucha.

La cosa bella è che abbiamo messo online le informazioni da qualche giorno e abbiamo già ben sei presentazioni prenotate, tutte molto promettenti. Possiamo arrivare fino a una quindicina di talk, per cui se volete cimentarvi con la mini-presentazione (20 slide che scorrono ogni 15 secondi per un totale di 5 minuti di presentazione), affrettatevi a iscrivervi.

Non volete parlare, ma volete comunque partecipare: se ce lo fate sapere in anticipo, ci fare un grande favore perché al momento abbiamo un’aula da 100 posti, che non sono poi tanti :-) Il link per l’iscrizione semplice è lo stesso.

Fatemi sapere… Per me è la prima volta con un format di presentazione così stringente: sono molto curioso di vedere cosa ne verrà fuori. Ovviamente, tutte le presentazioni saranno riprese in video e saranno messe online su YouTube dal grande Biccio :-D

Ventesimo congresso Aip ad Assisi

Ieri sono stato ad Assisi al ventesimo congresso dell’Associazione Informatici Professionisti, dove ho moderato un panel cui hanno partecipato Gigi Cogo, Massimo Mantellini, Mafe De Baggis e Luca Mascaro. Personalmente mi sono divertito e sono stato molto bene: mi è dispiaciuto non poter partecipare alla cena serale a base di norcinerie ;-)
La registrazione dell’evento dovrebbe essere sul canale di Mogulus. Immagino che nei prossimi giorni, i vari interventi verranno isolati e messi online per la visualizzazione on demand.

Experience Camp 2009: sono aperte le danze

L’anno scorso sono dovuto arrivare fino a Lugano per partecipare all’experiencecamp organizzato da Luca Mascaro e le fanciulle di Sketchin. Quest’anno ho convinto Luca che era il caso di farlo a Milano e sono riuscito a coinvolgere Stefano Mizzella che ha risposto entusiasticamente. Conclusione? L’experiencecamp2009 diventa più grande e interessante :-)

L’appuntamento è per il 21 maggio 2009 allo < href="http://www.iulm.it/">Iulm con la partecipazione degli studenti del Social Media Lab, che stanno già lavorando alacremente e animano il blog del progetto.

Change management: un pensierino che necessita approfondimento

Dice Wikipedia che il change management è “un approccio strutturato al cambiamento negli individui, nei gruppi, nelle organizzazioni e nelle società che rende possibile (e/o pilota) la transizione da un assetto corrente ad un futuro assetto desiderato.”
Nelle aziende, il change management è visto come un’attività straordinaria, da mettere in campo in caso di eventi eccezionali: si assoldano consulenti specializzati, si rivedono le missioni aziendali, si mettono in piedi dei comitati di controllo e così di seguito.
Credo, invece, che – oggi come oggi – il change management meriti di diventare una funziona aziendale di primo livello con un direttore a diretto riporto dell’amministratore delegato. Infatti, le mutazioni che richiedono un adattamento radicale dell’azienda stanno diventando sempre più veloci. Pensiamo al mondo dei media su carta: ieri Warren Buffet ha detto che non ci investirebbe più un dollaro perché non hanno un modello di business sostenibile (vedi qui). Quanti lo avrebbero detto cinque anni fa? Pensiamo alla Microsoft che, quest’anno per la prima volta, non è cresciuta e che sta faticosamente convertendosi da azienda che produceva e inscatolava software ad azienda che produce servizi online e vende pubblicità. Pensiamo a Ibm che nel giro di pochissimi anni è passata da azienda che produceva hardware a società di consulenza.
Ognuno di questi passaggi richiede un cambiamento di paradigma organizzativo che deve essere eseguito velocemente, pena la morte dell’azienda. La gestione di questo cambiamento non può essere un’attività eccezionale svolta da consulenti esterni, ma deve diventare un’attività sistematica: le organizzazioni vanno progettate per essere resilienti più che resistenti.
Voi cosa ne pensate? Mi date qualche contributo? Quale può essere il ruolo dei media sociali?

Tiscali e il codice di migrazione

Ospito un post scritto dal mio amico Flavio, in cui si racconta delle strategie messe in atto da Tiscali per evitare di perdere un cliente.

L’AGCOM con la delibera n. 274/07/CONS ha richiesto agli operatori di definire un codice di migrazione che individua la linea telefonica e/o la linea adsl allo scopo di cambiare il fornitore del servizio senza perdere il numero di telefono e senza subire interruzioni nei servizi. Tale codice deve essere reperibile immediatamente all’utente (è ammissibile 1 giorno di ritardo). Le modalità di fruizione devono almeno essere: sito internet del gestore, IVR, fattura e CC.
La delibera è in vigore dal 26 maggio 2008 e considerata a regime non oltre 6 mesi dal 26 maggio 2008

Questa è la teoria.Andiamo sul pratico ;-) .

Sfortunatamente ho pensato di cambiare gestore per usufruire delle consuete offerte pasquali. Con molta serenità ho chiamato il 130 di Tiscali per entrare in possesso del codice.
Effettuo la chiamata dal mio cellulare e dopo un rapida attesa (come stile Tiscali) mi risponde l’operatrice che, dopo un breve preambolo, mi dice che la richiesta deve essere effettuata mediante raccomandata e che la risposta sarà fornita entro 15 giorni. Ovviamente sbotto ma mi chiude la telefonata brutalmente.

L’esperienza professionale nei Crm di diversi operatori mi ha insegnato a riprovare per trovare un operatore meno “clever” e quindi richiamo. Questa volta la versione è la stessa ma via fax.

Decido di procastinare al giorno successivo. Terza chiamata: attesa più lunga. La risposta in questo caso è “non posso fornire il codice perché deve chiamare dalla sua linea telefonica fissa, altrimenti non posso generare il codice. Comunque le verrà inviato via mail dopo 15 giorni.”

Non mi arrendo, arrivo a casa impugno il cordless e chiamo ancora. Quarta chiamata: 10 minuti di attesa. Operatrice: bla bla bla, lei non è l’intestario della linea! (ammetto di essere stato poco elegante nella risposta). Risulta essere una donna! Il mio cognome può indurre in errori ma conoscendo i dati del Crm di Tiscali (ci ho lavorato), le faccio notare che esiste sia il codice fiscale che il sesso nella schermata che sta osservando. Nulla. Faccio inoltre notare che non rispettano la delibera (il codice non è sull’ecare, non è sulla fattura, non esiste l’IVR). Nulla. Minaccio la denucia all’AGCOM. Nulla. Le chiedo ulteriori lumi. Chiusa la chiamata.

Con la pressione sistolica a 2345 chiamo l’AGCOM, che prende la segnalazione e che mi dice che sembra strano visto che su questo tema hanno avuto poche segnalazioni. Consiglio alcuni link su questo tema: basta googolare codice di migrazione.

Telefonate successive: il 130 non mi risponde da 3 giorni. Finale ad oggi sono un soddisfatto cliente Tiscali.

Considerazioni:
- l’AGCOM ha capito che creava un ostacolo agli utenti?
- l’AGCOM si preoccupa di monitorare cosa accade?
- Gli operatori delel telecomunicazioni possono bypassare le legislazioni impunemente?

A titolo di cronaca il codice è ricavabile e quindi basta usare Google :-)

Principi Attivi Camp

Kublai organizza un camp dedicato a tutti i partecipanti alla manifestazione Principi Attivi. L’evento è articolato in due momenti: la mattina c’è un open space; il pomeriggio una serie di seminari e la borsa dei progetti.

Se sei pugliese e vuoi saperne di più, dai un occhio al sito di Principi Attivi Camp :-)

P.s. Sono molto curioso di sapere come funzionano le open space, perché ne ho sentito parlare ma non ho mai avuto modo di partecipare a una di queste manifestazioni. Fatemi sapere…

Librino: la Porta della Bellezza

Oggi, prima di partire da Catania per Roma, sono andato a Librino a trovare Antonio Presti e vedere come procedevano i lavori della Porta della Bellezza. Vi confesso che mi sono emozionato: c’era un gruppo di bambini che aveva partecipato alla realizzazione che si facevano le foto davanti alle loro opere. E mi sono innamorato ancora di più di questo progetto :-)

L’opera verrà inaugurata il 15 maggio: spero di poterci andare. Nel frattempo, mi piacerebbe organizzare qualcosa per sostenere il progetto a distanza. Credo che già parlarne sia importante: che ne dite se lanciassimo un’iniziativa tipo “1.000 blogger per Librino”? Secondo voi li troviamo 1.000 blogger che hanno voglia di scrivere un post sulla Porta della Bellezza? Io spererei proprio di si :-)