Tre gli argomenti trattati questa settimana nel blog del Club dei media sociali:
“Twitter 101”: il microblogging spiegato alle aziende. Sin dalla fondazione di Twitter nel 2006 uno degli argomenti più discussi in rete è stato il modello di business con cui il management intendesse monetizzare l’ampia base di utenti in crescita continua che il servizio di microblogging può attualmente vantare…
Crowdsourcing e localizzazione: l’esperienza di Facebook. Il crowdsourcing è uno dei modelli di produzione del valore più comuni sulla rete e, grazie ai social network e ai nuovi strumenti oggi disponibili, si sta ormai diffondendo in molti settori diversi.
Ad agosto il Club dei media sociali va in ferie. Ci vediamo il primo di settembre
A partire da luglio, il blog del Club dei media sociali ha iniziato a prendere vita con l’obiettivo di diventare il punto di riferimento italiano sulle applicazioni commerciali dei media sociali. Ecco i primi cinque post:
Ovviamente, il blog è aperto al contributo degli esperti italiani di comunicazione, marketing, nuovi media e di tutte quelle discipline in cui i social media hanno un impatto più o meno determinante.
Sabato sono stato al barcamp di Palazzo Vecchio, organizzato da Giuliano da Empoli – neoassessore alla cultura del comune di Firenze – come primo atto pubblico del suo mandato. La giornata si è svolta nel Salone dei Cinquecento. Basta questo a plaudire all’iniziativa:
quel salone infatti fu voluto da Girolamo Savonarola per riunire il maggior consiglio, formato da cinquecento cittadini, il cui obiettivo era distribuire il potere decisionale sulla popolazione;
il barcamp porta con se una cultura della condivisione del sapere, delle sorgenti aperte, del creative commons, della neutralità delle reti che ha prodotto Internet e in pochi decenni ha profondamente cambiato il modo con cui guardiamo il mondo.
Basta questo a rendere superflue le polemiche sulle sbavature della mattina, che è stata un po’ caotica per la presenza di un po’ di persone che erano venute più per vedere e farsi vedere che non per partecipare. La prossima volta, l’organizzazione – ricca di questa prima esperienza – sarà più consapevole di cosa significa costruire un evento che richiede una certa quota di caoticità per riuscire
Ciò che importa è che, come dice Luca:
Intanto abbiamo visto un gesto. Il gesto di una politica che vuole cambiare il mondo. E per farlo ascolta e partecipa al fermento di idee che le persone aperte alla condivisione sanno raccontare.
Al barcamp di Palazzo Vecchio ha partecipato anche Ludovica, qui ritratta da Luca Sartoni:
Progettare correttamente la segnaletica significa aiutare le persone a comprenderne i contenuti senza doverne prima decifrare la struttura: a Firenze non ci sono riusciti.
Alla stazione di Firenze Santa Maria Novella, i tabelloni elettromeccanici in testa ai binari sono stati sostituiti da questi cartelloni digitali posti tra un binario e l’altro. A me sembrano illeggibili almeno per i seguenti motivi:
contrariamente a quelli elettromeccanici, questi monitor riflettono la luce del sole in quanto sono protetti da una vetro;
sarebbe stato molto più logico disporre il monitor in orizzontale invece che in verticale, invece occorre soffermarsi a decodificare le scritte per capire che l’immagine è divisa in due e che la parte superiore in giallo si riferisce al binario sulla sinistra mentre quella in grigio al binario sulla destra;
sarebbe molto meglio se le informazioni relative alle fermate (quella finale e quelle intermedie) fossero raggruppate insieme, invece la destinazione è scritta in alto e le fermate scorrono sotto il numero del treno;
normalmente l’eventuale ritardo di un treno o di un aereo viene indicato con un numero accanto all’orario di partenza. In questo tabellone, invece, l’indicazione si trova accanto alla sigla del treno;
la freccia si rivolge verso il basso e indica un punto sulla piazzola, invece del treno. Sembra una stupidaggine, ma si è immediatamente portati a spostare lo sguardo nella direzione indicata, mentre se il monitor fosse disposto in orizzontale non ci sarebbe bisogno di alcuna freccia;
la schermata nell’immagine si alterna con altre due schermate. Una con il (brutto) logo dell’alta velocità, l’altra con il numero del binario, sicché se non si legge tutto il cartello non si riesce a capire a cosa si riferisca un numero e a cosa l’altro (senza considerare che il numero del binario è stampato sul totem e quindi questa informazione, oltre a essere fuorviante, è anche ridondante).
Insomma, io prenderei il designer che ha “progettato” questi cartelli e gli darei volentieri un paio di calci nel sedere, rimandandolo a scuola (al primo anno, ovviamente).
Scrive Mario Calabresi nel suo ultimo libro La fortuna non esiste che sua nonna è nata in Via Pier Carlo Boggio 134 a Torino in condizioni fortunose: venuta alla luce prematura e data per morta, fu salvata da un ostinato medico che – nel 1915 – improvvisò un’incubatrice con la bambagia. Di sua nonna, Calabresi ricorda questa frase: “ho vissuto 94 anni, ma alla fine l’unica lezione che mi porto dentro è che non bisogna mollare mai. Mai arrendersi: bisogna essere curiosi, ambiziosi e artefici del proprio destino”.
L’altro ieri, sempre a Torino, sempre in via Pier Carlo Boggio, ma questa volta al numero 59, Mario Calabresi ha partecipato al panel del Working Capital Camp di Torino e ha raccontato come supera gli ostacoli che incontra quotidianamente come direttore della Stampa per introdurre delle innovazioni nel quotidiano. Muovendosi con leggerezza, velocemente e senza arrendersi, facendo accadere le cose grazie alla sua determinazione. Perché, come scrive in un altro passaggio del suo libro citando Seneca: “non esiste la fortuna, esiste il momento in cui il talento incontra l’occasione”
Domani vado con Patrizia e Ludovica al barcamp di Palazzo Vecchio a Firenze, organizzato da Giuliano da Empoli, neo assessore alla cultura del comune. Sono sorpreso della quantità di iscritti che l’evento è riuscito a raccogliere in una sola settimana: mentre scrivo siamo a 260. Per non parlare del numero di interventi.
Non posso che fare i miei complimenti a Giuliano per aver deciso di inaugurare il suo mandato così: è sempre un ottimo segnale quando la politica si mette ad ascoltare
Oggi, Nova24 pubblica un mio breve articolo che parla del rapporto tra le metafore offerte dai social network e la loro longevità. Si tratta di riflessioni che nascono dalle chiacchiere che sto facendo in questo periodo con Davide Bennato. Eccolo, per chi si fosse perso il cartaceo (corredato di link):
Una delle cose che colpisce di più dei siti di social networking è la velocità con cui si affermano e cadono in declino, tanto che è legittimo chiedersi se esistano degli indicatori che aiutino a valutarne la “speranza di vita”. Alcune piattaforme, infatti, sembrano essere più longeve e resistenti ai cambianti di altre: Linkedin e MySpace, per esempio, sono nate entrambe a metà del 2003. Eppure, mentre Linkedin continua a crescere e affermarsi, tanto che a intervalli regolari si parla di una sua quotazione in borsa, MySpace ha recentemente annunciato che sta per licenziare un quarto dei dipendenti. Analogamente, i siti che hanno aperto la strada alle reti sociali online, come Friendster, sono ormai sconosciuti ai più, mentre Facebook e Twitter continuano la loro inarrestabile ascesa.
La questione della longevità dei siti di social networking non è di secondaria importanza, giacché un’azienda che viene valutata cifre che superano il miliardo di dollari dovrebbe dimostrare non solo di poter produrre un fatturato compatibile con la scommessa che stanno facendo i venture capital, ma anche di avere un modello sostenibile nel tempo.
Il tema della longevità può essere affrontato da molti punti di vista, tra cui quello dell’analisi sociologica. Danah Boyd, social media researcher di Microsoft, sostiene che un sito di social networking è tale quando gli utenti possono: a) costruire un profilo pubblico e semi-pubblico attraverso cui instaurare relazioni; b) usare la piattaforma per articolare liste di contatti con cui condividere una connessione; c) condividere con altri i propri personali contatti. Queste sono le funzionalità di base di una qualsiasi piattaforma di social networking, ma non bastano: infatti, ciò che distingue una piattaforma dall’altra è la dimensione metaforica.
La metafora fondamentale che giustifica l’esistenza di un sito di social networking è quella di luogo, ossia di uno spazio in cui le persone possono incontrarsi e le cui peculiarità modellano le strategie di relazione sociale tra gli individui. Ogni sito di social networking esprime un particolare tipo di metafora che rimanda a degli specifici spazi sociali: queste caratteristiche aiutano gli utenti a orientarsi all’interno delle numerose possibilità di comunicazione che le piattaforme mettono a disposizione, riuscendo così a guidare nell’uso delle diverse applicazioni (chat, mail interna, messaggistica istantanea e via dicendo).
In questo contesto, la metafora diventa un elemento che aiuta ad analizzare la stabilità di un social network rispetto al tempo. Infatti, come sostiene Davide Bennato dell’Università di Catania: “nel corso della nostra vita, viviamo gli spazi fisici come spazi sociali con determinate caratteristiche. Per esempio, la cameretta è uno spazio in cui l’adolescente costruisce la propria identità, l’ufficio è uno spazio sociale in cui si perfezionano gli elementi relativi all’identità lavorativa e professionale, mentre il caffè è uno spazio sociale in cui costruire e gestire relazioni lungo tutto l’arco della nostra vita.”
Immaginando MySpace come una cameretta, si può sostenere che i limiti di questa metafora permettono di comprendere, almeno in parte, perché il sito non riesce più a far crescere e fidelizzare i propri utenti. Allo stesso tempo, appare più prevedibile la decisa accelerazione nella diffusione del caffè Facebook tra le fasce di età superiori ai 35 anni nonché la stabilità dell’ufficio Linkedin, che sembra essere il social network di gran lunga più promettente in termini di continuità di business.
Ci sarebbe molto da aggiungere, ma avevo a disposizione solo 3.500 battute. Per approfondire un po’ la questione, vi consiglio di investire una ventina di minuti del vostro tempo per guardare questo intervento di Davide:
Giuliano Da Empoli, neo assessore alla cultura del Comune di Firenze, ha pensato di iniziare la sua attività con un barcamp a Palazzo Vecchio.
Ho appena messo in piedi la pagina nel wiki e parlato con l’organizzazione: mi sembra una bella idea e io ci andrò, anche se il preavviso è veramente minimo. Ne parla anche Luca De Biase nel suo blog.
Gli ultimi mesi sono stati caratterizzati da un susseguirsi di iniziative legislative apparentemente estemporanee e dettate dalla fantasia dei singoli parlamentari ma collegate tra loro da una linea di continuità: la volontà della politica di soffocare ogni giorno di più la Rete come strumento di diffusione e di condivisione libera dell’informazione e del sapere.
Le disposizioni contenute nel Decreto Alfano sulle intercettazioni rientrano all’interno di questa offensiva.
Il cosiddetto “obbligo di rettifica“ imposto al gestore di qualsiasi sito informatico (dai blog ai social network come Facebook e Twitter fino a …. ) appare chiaramente come un pretesto, un alibi. I suoi effetti infatti – in termini di burocratizzazione della Rete, di complessità di gestione dell’obbligo in questione, di sanzioni pesantissime per gli utenti – rendono il decreto una nuova legge ammazza-internet.
Rispetto ai tentativi precedenti questo è perfino più insidioso e furbesco, perché anziché censurare direttamente i siti e i blog li mette in condizione di non pubblicare più o di pubblicare molto meno, con una norma che si nasconde dietro una falsa apparenza di responsabilizzazione ma che in realtà ha lo scopo di rendere la vita impossibile a blogger e utenti di siti di condivisione.
I blogger sono già oggi del tutto responsabili, in termini penali, di eventuali reati di ingiuria, diffamazione o altro: non c’è alcun bisogno di introdurre sanzioni insostenibili per i “citizen journalist“ se questi non aderiscono alla tortuosa e burocratica imposizione prevista nel Decreto Alfano.
La pluralità dell’informazione, non importa se via internet, sui giornali, attraverso le radio o le tv o qualsiasi altro mezzo, costituisce uno dei diritti fondamentali dell’uomo e del cittadino e, probabilmente, quello al quale sono più direttamente connesse la libertà e la democrazia.
Con il Decreto Alfano siamo di fronte a un attacco alla libertà di di tutti i media, dal grande giornale al più piccolo blog. Per questo chiediamo ai blog e ai siti italiani di fare una giornata di silenzio, con un logo che ne spiega le ragioni, nel giorno in cui anche i giornali e le tv tacciono. E’ un segnale di tutti quelli che fanno comunicazione che, insieme, dicono al potere: “Non vogliamo farci imbavagliare”.
Invitiamo quindi tutti i cittadini che hanno un blog o un sito a pubblicare il 14 luglio prossimo questo logo e a tenerlo esposto per l’intera giornata, con un link a questo manifesto.
Una delle cose che mi fa più irritare, quando leggo l’aggregatore è il fatto che il feed Rss del Corriere della Sera è pieno di errori: clicchi su una notizia e ti porta a un’altra notizia. Per esempio, il titolo nello screenshot parla di una truffa a due turisti giapponesi, ma il link conduce a un articolo sul disastro di Viareggio.
Questo senza considerare che il feed Rss non riporta neanche un misero abstract dell’articolo. Possibile che i sottoscrittori al feed del Corriere.it siano talmente pochi da far ritenere a chi gestisce il sito inutile correggere gli errori? Non ci credo!