Archivio mensile:agosto 2009

FBxRP: 2. Il web in tempo reale

Sintesi del secondo capitolo del mio Manuale di Facebook per relatori pubblici. Si parla delle dinamiche del web in tempo reale e del funzionamento della homepage.

2. Il web in tempo reale
Tim Berners-Lee, inventore del web, ha detto: “Il web è più un’innovazione sociale che un’innovazione tecnica. L’ho progettato perché avesse una ricaduta sociale, perché aiutasse le persone a collaborare, e non come un giocattolo tecnologico. Il fine ultimo del web è migliorare la nostra esistenza reticolare nel mondo. Di solito noi ci agglutiniamo in famiglie, associazioni e aziende. Ci fidiamo a distanza e sospettiamo appena voltato l’angolo.”
Con la diffusione dei social network, a partire da Friendster nel 199X, passando per Orkut, Hi5, MySpace, Live, fino ad arrivare a Facebook, l’unità di misura di Internet sta diventando sempre di meno la pagina web con le informazioni che essa contiene e sempre di più la persona con la sua rete di relazioni. Non deve stupire, quindi, se oggi l’enfasi è tutta sulle dinamiche della conversazione, giacché questa è la principale modalità attraverso cui avvengono gli scambi tra gli essere umani. Noi conversiamo continuamente: ci svegliamo e salutiamo la nostra compagna e i nostri figli, ci intratteniamo a fare due chiacchiere con il barista mentre prendiamo il caffè, colloquiamo con i nostri colleghi e via dicendo. Oggi stiamo forgiando nuovi modi di scambiare informazioni con i nostri pari.
A cavallo del 2000, è emersa una forma di conversazione imperniata sull’uso dei blog: è lenta, asincrona e richiede anche una certa quantità di tempo per essere gestita. Occorre scrivere un post, avere degli strumenti come un aggregatore che permettano di seguire quello che dicono altre persone e via dicendo. La conversazione che avviene attraverso i blog, in realtà, è frammentata nei commenti e richiede impegno e motivazione.
Strumenti come Twitter, Friendfeed e adesso Facebook hanno spostato la conversazione aggregandola in un flusso, che rimane asincrono, ma che è molto più semplice da seguire. La conseguenza è che ciò che i blogger hanno iniziato a fare alla fine del secolo scorso, con il web in tempo reale è diventato alla portata di tutti.

2.1. La homepage e lo stream
Le considerazioni sul web in tempo reale sono necessarie per comprendere meglio la pagina che vediamo quando accediamo al sito. Facebook la chiama semplicemente Homepage ed è quasi interamente occupata dallo stream di notizie, lo strumento che ci permette di dialogare in tempo reale con amici e soggetti rappresentati nei profili pubblici. La dinamica del dialogo è molto semplice: ogni volta che pubblichiamo qualcosa nella nostra bacheca, questo contenuto viene distribuito nel flusso di notizie di tutti i nostri amici. Ovviamente, la stessa cosa accade, quando da amministratore di un profilo pubblico aggiungo un contenuto nella bacheca del profilo.

2.2. Le notifiche
Probabilmente uno dei fattori che ha decretato il successo di Facebook rispetto alle alternative è stato l’assillante sistema di notifiche: soprattutto all’inizio, quando si cominciano a muovere i primi passi nell’ambiente, fa anche piacere avere un sistema che ti avverte quando qualcuno vuole collegarsi con te o ha fatto determinate attività. E’ un meccanismo che ti porta a visitare il sito con continuità, fin quando consultarlo non diventa una vera e propria abitudine. A quel punto è probabile che Facebook sia diventato la tua homepage.

2.3. Una piccola ricerca empirica
Purtroppo, Facebook è molto avida di notizie sul suo social network e quindi non è dato sapere quanti amici, in media, abbia ciascun utente, quando sia il tempo che le persone dedicato all’interazione con altre persone e cosa si scambi (messaggi, link, fotografie, video e via dicendo). Nelle pagine che seguono proponiamo, invece, i risultati di una piccola indagine che abbiamo condotto con XX utenti del social network e che racconta come essi usano Facebook per interagire con i propri amici e con le organizzazioni di cui sono fan.

Questo post fa parte di una serie:

  1. Facebook: manuale per relatori pubblici
  2. FBxRP: prima parte
  3. FBxRP: 1. Il modello Facebook

FBxRP: 1. Il modello Facebook

Inizio la scrittura vera e propria del libro Manuale di Facebook per relatori pubblici delineando molto sinteticamente i contenuti di ogni singolo capitolo con l’obiettivo di avere un documento di una ventina di pagine da cui partire per lo sviluppo vero e proprio del testo. Di seguito il primo capitolo:

1. Il modello di Facebook
Facebook è un ambiente molto più complesso di quello che sembra a prima vista, soprattutto quando lo si approccia con obiettivi di business e di comunicazione invece che con la semplice aspettativa di essere in un luogo dove è possibile coltivare relazioni sociali.
In questo contesto, è necessario proporre un modello concettuale di Facebook, che aiuti la comprensione del social network e guidi nella sua interpretazione come ambiente in cui realizzare delle attività di comunicazione e di governo delle relazioni. Di seguito proponiamo una panoramica del funzionamento di Facebook: torneremo su molti degli argomenti trattati qui brevemente nei successivi capitoli.

1.1. Le persone al centro
L’unità di misura di Facebook è l’utente, intenso come essere umano con un’età superiore ai 13 anni. Tutta l’architettura del social network ruota attorno a questo principio, tanto che i termini d’uso del servizio vietano espressamente che ci siano utenti finti con nomi di fantasia oppure che un utente possa essere una persona giuridica. Tenendo a mente questo assunto, diventa più facile comprendere il perché di certe scelte, che altrimenti apparirebbero bizzarre.
Ogni utente ha un profilo personale con la sua stessa identità e può amministrare una o più pagine (dette anche profili pubblici). La differenza sostanziale tra il profilo personale personale e quello pubblico è che il primo deve essere usato per la vita privata, mentre il secondo è inteso esclusivamente per gli affari.
A ciascun profilo è associata una rete di contatti: nel caso del profilo personale si chiamano friend o amici, mentre nel caso del profilo pubblico si chiamano fan. Recentemente è stata introdotta una categoria di utenti che non ha un profilo personale ma che può amministrare dei profili pubblici: tali utenti vengono detti – con un’infelice scelta di termini – business profile.
Inoltre, Facebook mette a disposizione degli utenti delle applicazioni che essi posso condividere per compiere attività specifiche: scambiarsi foto e video, farsi dei regali, giocare e così di seguito.

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Utenti, profili personali, profili pubblici, applicazioni e relazioni sono i mattoncini che permettono di costruire tutto il resto. Vediamoli più da vicino.

1.2. Il profilo personale
Ogni utente (salvo quelli che scelgono di essere business) ha un profilo personale che lo rappresenta. L’accesso a questo profilo può essere pubblico oppure ristretto a cerchie più o meno ampie di altri utenti. In esso appaiono molte delle attività che compiamo dentro Facebook, organizzate in schede. Quella mostrata automaticamente contiene la bacheca; poi c’è la scheda con le info e a seguire tutte le altre che fanno capo alle applicazioni che abbiamo deciso di utilizzare (foto, video e così di seguito).

1.3. Il profilo pubblico
Un utente può essere amministratore di uno o più profili pubblici, ossia di pagine che rappresentano un prodotto, un’azienda, un’istituzione oppure un personaggio pubblico. I profili pubblici nascono nel 2007 con il nome di Pagina e, nella versione italiana, sono tuttora indicati con questo nome. Secondo le condizioni di uso di Facebook rappresentano l’unico modo con cui è possibile fare promozione commerciale nel social network. A essi sarà quindi dedicato molto spazio nel prosieguo di questo libro: vedremo come progettarli, come costruire un piano editoriale, come arricchirli con applicazioni e via dicendo. Ne vedremo, ovviamente, anche i moltissimi limiti.

1.4. Le applicazioni
Ogni utente può istallare e usare una serie di applicazioni che gli permettono di interagire con gli altri utenti in vari modi: scambiare foto e video, organizzare gruppi, partecipare a cause e via di seguito. Alcune di queste applicazioni sono istallate di default e quindi sono disponibili per tutti gli utenti; altre, invece, devono essere istallate deliberatamente. In altri termini, se ho intenzione di scambiare delle fotografie o dei video, non devo chiedere agli altri utenti di istallare un’applicazione ad hoc perché le applicazioni Foto e Video sono già disponibili a tutti gli utenti al momento dell’iscrizione. Se invece, voglio coinvolgere altre persone in una raccolta fondi usando l’applicazione Causes, allora dovrò prima chiedere loro di istallarla.

1.5. Le relazioni
La maggior parte delle persone che si inscrive a Facebook, lo fa perché ci sono già degli amici che frequentano la piattaforma: la metafora dei social network non è più quella dei grandi archivi dove posso trovare qualsiasi tipo di informazione, ma quella del luogo in cui mi relaziono con altri individui. All’interno di Facebook, esistono due tipi di relazioni e quindi si può essere amici quando ci si collega con un altro profilo personale, oppure si diventa fan di un profilo pubblico. Sebbene i processi con cui si diventa amici e fan siano diversi, il risultato finale è simile: stabilire una relazione con un’altra entità significa introdurre questa entità nel proprio flusso di notizie.

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  1. Facebook: manuale per relatori pubblici
  2. FBxRP: prima parte

FBxRP: prima parte

Inizio con questo post un trattamento sintetico degli argomenti che intendo affrontare del mio Manuale di Facebook per relatori pubblici. Una prima parte del libro deve essere dedicata al funzionamento del social network: ovviamente l’intenzione non è quella di rifare l’help, ma di illustrare e contestualizzare le principali funzionalità della piattaforma. Questa parte potrebbe articolarsi in 6 capitoli:

  1. Il modello Facebook. Occorre spiegare la piattaforma andando oltre la semplice descrizione delle funzionalità: in questo capitolo sarà presentato un modello concettuale del social network che ci guiderà nel resto del libro.
  2. Il web in tempo reale. Gran parte dell’interazione tra gli utenti avviene attraverso il flusso di notizie (lo stream) che aggrega le attività di amici e soggetti rappresentati nelle pagine. Spiegherò come funziona e qual è il concetto che sta alla base (il web in tempo reale); cerco di fare una piccola ricerca su come gli utenti interagiscono con il proprio stream.
  3. Sistemi operativi online. Gran parte dell’attività sociale avviene attraverso le applicazioni e di fatto Facebook si presenta come un vero e proprio sistema operativo online. Passo in rassegna le applicazioni che sono istallate automaticamente e alcuni applicazioni notevoli (es. Causes e uno dei giochi delle fattorie).
  4. Questioni di riservatezza. La privacy è un problema molto sensibile soprattutto nel momento in cui Facebook sta cercando di portare i contenuti verso una dimensione pubblica. Affronto le questioni di principio, racconto delle polemiche e spiego il funzionamento delle impostazioni.
  5. Facebook attraverso i numeri. Le statistiche su Facebook sono poche e frammentarie: cerco di sistematizzare i numeri e di incrociarli con altre rilevazioni di carattere più generale.
  6. Hands on: la nascita. Penso di aggiungere degli inserti in cui spiego per filo e per segno come si fanno le cose. Il primo inserto riguarda la creazione di un account e una ricognizione dei concetti espressi nella prima parte.

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  1. Facebook: manuale per relatori pubblici

Facebook: manuale per relatori pubblici

Cominciano ad apparire in Italia i primi volumi che si propongo di spiegare alle aziende come usare Facebook per la comunicazione o – più genericamente – per fare affari. Luca Conti ha appena pubblicato Fare business con Facebook, mentre Vincenzo Cosenza ha tradotto un testo La bibbia del marketing su Facebook di InsideFacebook. Il primo l’ho già letto, il secondo invece l’ho acquistato e sto aspettando di riceverlo per email. Cercando su Ibs, ci sono una decina di titoli in cui il nome del social network compare nel titolo, ma si tratta di manuali introduttivi e di testi di costume. Quindi, al momento, il testo di Luca e la traduzione di Vincenzo sembrano gli unici due manuali “business oriented” disponibili in italiano.
C’è bisogno di un terzo volume sullo stesso argomento? Sicuramente no, se l’obiettivo è spiegare come funziona Facebook e mostrare cosa si può fare in termini di comunicazione e di business. Da questo punto di vista Fare business con Facebook è un’ottima introduzione e sono sicuro che anche La bibbia del marketing con Facebook non sia da meno.
Quello di cui personalmente sento la mancanza, invece, è un un manuale tecnico che spieghi ai relatori pubblici: cosa fare e perché, dall’ascolto alla fase attiva di governo di un sistema di relazioni; come essere di supporto e raccordo alle altre aree aziendali (il marketing, il customer care e così di seguito); quanto investire e come valutare il ritorno sugli investimenti.
Affronto questo progetto avendo in testa che:

  1. non ho alcuna voglia di farne un’impresa solitaria e devo dire che mi sembra sempre più strano che chi scrive libri sui social media lo faccia senza mai parlarne pubblicamente nella fase di realizzazione. Il mio testo vedrà la luce attraverso questo blog e mi auguro che ci sia qualcuno che avrà la voglia di discuterne qui e negli altri luoghi della Rete che solitamente frequento;
  2. nel 2009, non trovo particolarmente utile pubblicare un libro con editore tradizionale: molti esempi dimostrano che lasciando che sia liberamente scaricabile da Internet si ottiene una circolazione molto maggiore. Allo stesso tempo, non mi piace l’idea che ci sia qualcuno che mi imponga di scrivere 300 pagine quando per spiegare una cosa ne bastano 50 o 100;
  3. non mi aspetto alcun guadagno e, d’altro canto, anche pubblicando un manuale con un editore tradizionale guadagnerei al massimo poche migliaia di euro, che comunque non basterebbero a remunerare il mio sforzo. Di conseguenza, quando questo libro sarà pronto, potrete scaricarlo liberamente e se vi piacerà potrete fare una donazione a un’associazione che mi sta molto a cuore e che si chiama aiutare i bambini.

Ciò detto, mi metto all’opera con il prossimo posto in cui cercherò di delineare un indice.

Facebook: tecnica degli avatar

Creare un avatar su Facebook non è banale soprattutto quando si deve utilizzare il marchio di un’azienda o di un progetto. Le complicazioni, ovviamente, nascono dal fatto che i signori di Facebook si ostinano a far accadere delle cose automagicamente invece di lasciar scegliere gli utenti. Le considerazioni seguenti si riferiscono ai profili pubblici, ma possono essere applicate tranquillamente anche a quelli privati, poiché – almeno da questo punto di vista – le differenze sono assai poche.

Facebook usa la stessa immagine per l’illustrazione principale del profilo (la foto grande) e per l’avatar che compare come iconcina in giro per il sito (detta miniatura).

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Il problema è che questa seconda immagine è un derivato della prima e non è possibile controllare il fattore di scala. L’avatar viene ritagliato prendendo un’una porzione dell’immagine principale e riducendola alla dimensione di 50 x 50 pixel, come mostra l’immagine seguente:

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La cosa divertente è che questa porzione cambia in funzione della dimensione dell’immagine di partenza e sinceramente non ho capito come viene fatto il calcolo (se qualcuno più bravo di me si vuole cimentare, sarei felice di saperlo). Empiricamente sono arrivato alla conclusione che se si usa un’immagine grande (per esempio 200 x 600) allora la porzione da ritagliare è di circa 160×160 pixel.

Facciamo un esperimento utilizzando un logo un po’ ostico: quello di Working Capital, un progetto che sto seguendo per conto di Telecom Italia. La difficoltà sta nel fatto che quando viene molto rimpicciolito, il logo diventa di difficile lettura: occorre quindi immaginarne una versione che possa essere usata in piccolo. Possiamo procedere cercando di cogliere due piccioni con una fava: da un lato prepariamo un loghetto ad hoc (per esempio la W su fondo nero); dall’altro costruiamo un vero e proprio banner in cui inseriamo gli elementi di corporate identity (per esempio, prendiamo la foto di uno degli eventi del tour di Working Capital). Otterremo questo risultato:

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A questo punto, possiamo caricare l’immagine e ricavare la miniatura:

  1. clicchiamo sull’immagine del profilo e clicchiamo su cambia immagine, quindi scegliamo carica un’immagine, scegliamo il file dal nostro computer e uplodiamolo;
  2. clicchiamo nuovamente sull’immagine del profilo, clicchiamo su cambia immagine e quindi su modifica miniatura;
  3. facciamo un po’ di pan andando a trovare la W e quindi salviamo il tutto.

Il risultato è che l’immagine principale e la miniatura sono coordinate e siamo riusciti a ottenere un controllo decente del risultato (ovviamente se al posto mio ci fosse stato un grafico, anche l’estetica ne avrebbe giovato ;-) ).

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(Nota. Ho caricato tutte le immagini nel mio profilo pubblico di Facebook che uso solamente per fare delle prove e sperimentare delle tecniche… quindi già adesso, tutte le immagini non ci sono più).

Un processo analogo al nostro è stato, per esempio, fatto da Fiat. Qualcuno mi aiuta a generalizzare un po’ il processo? Ci sono altre considerazioni da fare?

Facebook: esperimenti con i link

Le considerazioni di Jackob Nielsen sull’usabilità dei tweet, mi hanno sollecitato qualche riflessione su come portare un contenuto da un medium all’altro. Premetto che, in linea di principio, sono contrario a far rimbalzare tout-court i contenuti da un social network all’altro, perché questa strada non tiene in alcun conto delle peculiarità dei singoli strumenti (e qui ci sarebbe da citare il sempre verde McLuhan).
Il discorso di Nielsen riguarda Twitter ed è condivisibilissimo: l’eliminazione di qualsiasi parola non necessaria a comunicare il messaggio è una pratica che dovrebbe essere estesa anche oltre il microblogging ;-) Su questo tema non aggiungo altro.

Prendiamo, invece, in considerazione un altro esempio illustrato in questa immagine:

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Si tratta della bacheca del mio profilo pubblico, dove di tanto in tanto faccio degli esperimenti. La bacheca di Facebook è molto più strutturata di Twitter e formatta il contenuto; in questo senso è possibile pubblicare un semplice testo (completo di link), un link, un evento, una foto o un video (tratti dal vostro archivio di contenuti che condividete tramite lo stesso Facebook). Descrivo l’immagine partendo dal basso (ossia dallo status più vecchio):

  1. Ho riportato il link a un post del mio blog che parla del RomagnaCamp. Nel corpo del messaggio ho scritto “/ Bookmark” e poi ho aggiunto la Url. Facebook si è preoccupato di recuperare il titolo e i primi 160 caratteri (circa).
  2. Ho scritto il testo nel corpo del messaggio e aggiunto manualmente il link breve.
  3. Ho aggiunto un breve sommario di 160 caratteri in testa al post in modo da controllare il contenuto che viene preso automaticamente da Facebook.

Prendiamo in considerazione i due messaggi che riguardano il RomagnaCamp. Quale dei due è preferibile? La risposta, ovviamente, è: dipende. Se volete segnalare un contenuto e quindi state pubblicando un bookmark allora l’esempio 3 è probabilmente preferibile perché è più strutturato e leggibile (ovviamente è meglio se riuscite a controllare anche il testo che viene recuperato in automatico da Facebook come nell’esempio 1). Se invece, volete invitare a un’azione che non sia solamente visitare una pagina che avete segnalato, allora credo che sia meglio lavorare un po’ di più sul testo e optare per la soluzione 2.

L’immagine seguente, infine, mostra un link in cui abbiamo fatto due cose: a) abbiamo inserito il sommario in testa al post; b) abbiamo aggiunto una fotografia. Questo secondo accorgimento dovrebbe rendere più visibile la segnalazione nel news stream dei fan.

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Un’ultima breve nota (su questo argomento tornerò in seguito). Quando si pubblica nella bacheca di un profilo pubblico, i contenuti appaiono automaticamente nelle homapage di tutti gli utenti, quindi il risultato finale di cui dobbiamo preoccuparci è il seguente:

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Questa immagine mostra come appare il link che ho pubblicato nel mio profilo pubblico, quando lo guardo dalla mia homepage di Facebook. E’ un contenuto inserito in uno stream molto eterogeneo di cose, in cui molte persone stanno segnalando video, immagini e tante altre cose. Insomma, è un messaggio immerso nel rumore, tanto rumore. E allo stesso tempo, è un contenuto effimero: dura pochissimo ed è destinato a scendere velocemente verso il fondo della pagina scomparendo in meno che non si dica.

Diciamoci la verità: Facebook dal punto di vista della comunicazione è semplicemente un incubo venuto a molestare i sogni di noi poveri relatori pubblici. La stessa idea di fare comunicazione inserendosi nello flusso di chiacchiere delle persone è mooooolto discutibile.

RomagnaCamp: facciamo un Ignite?

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La settimana prossima c’è il RomagnaCamp, organizzato dall’ottimo Luca Sartoni. Io ci sarò e – insieme con Luca – abbiamo pensato di mettere in piedi una beta del primo Ignite Italia, il format di eventi promosso da O’Reilly che sto importando in Italia. In questa pagina trovate informazioni su come funziona.
E’ un format molto interessante e intelligente: in cinque minuti si possono dire molte cose e in due ore si possono sentire molti argomenti differenti ben strutturati. Quanti blogger si cimenteranno? Mi lasciate un commento?

Qype arriva in Italia

picture-12Mi scrive Daniel Waterhouse di Wellington Partners (che ho avuto modo di conoscere e intervistare a Londra qualche tempo fa – video) segnalandomi che Qype arriva in Italia. Si tratta di un sito di social rating, che punta a essere il concorrente europeo dell’americano Yelp.
La community manager italiana, Susana Cristalli è già molto attiva e, a luglio, ha postato un messaggio su Studenti.it per offrire delle collaborazioni a chi aveva voglia di scrivere delle recensioni per il sito.
Di Qype parla anche il blog degli Affidabili che propone alcune considerazioni sui modelli di business e Techcrunch Europe.

Alfonso Desiderio: Internet e la battaglia del Mediterraneo

Alla fine di luglio, l’amico Alfonso Desiderio con il quale ho avuto la fortuna di frequentare un paio di anni di scienze politiche alla Luiss nel secolo scorso, mi segnala un suo interessante pezzo sui collegamenti Internet tra Europa, Asia e Africa:

Tra le città europee mediterranee è in corso una dura competizione per chi sarà la porta telematica dell’Africa e dell’Asia verso l’Europa e gli Stati Uniti. La Francia, con Marsiglia, è in netto vantaggio, nonostante l’Italia abbia una posizione geografica più favorevole. Il mare nostro è uno snodo importante per la struttura della rete Internet e anche molto delicato a causa del collo di bottiglia naturale che rappresenta. Da qui passerà l’attesa crescita del traffico dati dall’Africa e dall’Asia.

Evaporimetro Pampers: esiste veramente!

immagine-3Pampers risponde sull’evaporimetro: lo strumento, usato nello spot dei pannolini Baby Dry per mostrarne l’efficienza, di cui non si trovano notizie su Internet.

Prima dell’estate, Luca Sartoni scriveva un post con vari rantoli, tra cui uno dedicato a una pubblicità della Pampers, in cui si impiega uno strumento che si chiama evaporimetro. Di questo oggetto non si trovano informazioni online e Wikipedia alla voce evaporimetro dice: “l’evaporimetro o atmometro o vasca evaporimetrica è un dispositivo impiegato in meteorologia per la misura dell’intensità di evaporazione atmosferica”.
Poiché a pensare male si commette peccato, ma non si sbaglia (quasi) mai, mi sono detto: “ma vuoi vedere che l’evaporimetro è un’invenzione pubblicitaria?” e ho mandato un’email alla Pampers per avere lumi. A quanto pare, questa volta – al netto delle semplificazioni – lo spot non raccontava una palla. Mi risponde infatti Anna Lucia D’Orazio, della direzione relazioni esterne scientifiche:

Gentile dott. Mattina,

in risposta alla sua gentile e-mail vorrei fornirle alcune informazioni esplicative dell’utilizzo dell’evaporimetro.
Vorrei innanzitutto premettere che la ricerca Pampers è costantemente orientata a sviluppare nuovi plus di prodotto che favoriscano il rispetto della pelle e il benessere del bambino che utilizza i nostri pannolini.
In quest’ottica l’elemento dell’asciuttezza della pelle assume da sempre un ruolo centrale.

Per tale motivo il filmato pubblicitario di Pampers Baby Dry, da lei citato, propone quale elemento oggettivo ed esplicativo della performance di prodotto la prova dell’evaporimetro, uno strumento normalmente utilizzato nei nostri laboratori di Research & Development a Schwalbach, in Germania.
L’evaporimetro, peraltro, è uno strumento utilizzato in vari ambiti; ad esempio nel settore cosmetico, nel settore parafarmaceutico, in diagnostica dermatologica e in molti altri campi.

L’evaporimetro serve a determinare in maniera oggettiva la perdita di liquido corporeo per via transepidermica in forma di vapore (TEWL transepidermal water loss) oltre che l’apporto derivante dall’applicazione a contatto con la pelle di uno strato umido/bagnato.

Un marchio registrato di questo strumento appartiene alla Compagnia svedese Servomed. Il meccanismo di azione è abbastanza complesso e va a misurare, tramite una sonda a contatto, l’evaporazione dell’acqua contenuta nel nostro corpo, attraverso gli strati che compongono la pelle.
In particolare, nel nostro caso lo strumento è utilizzato per misurare il flusso di vapore derivante dall’evaporazione dell’acqua attraverso la pelle, che è normalmente maggiore quando la pelle è umida. Nel nostro caso dimostriamo, con una misurazione oggettiva e strumentale che fa parte di un protocollo standard, realizzata nei nostri laboratori di Schwalbach, la comparazione del livello di asciutto del palmo della mano (che risulta avere un valore di 15, tipico della pelle asciutta, in una scala da 0 a 80) e quello della pelle dopo la rimozione del pannolino, sottolineando così che il pannolino ha acquisito l’apporto derivante dall’urina e dalle feci lasciano sostanzialmente invariata la situazione normale di asciuttezza della pelle.

Certo di aver fornito un elemento di chiarezza, resto a sua disposizione per chiarimenti e approfondimenti e la saluto cordialmente.

P&G – Direzione Relazioni Esterne Scientifiche
dott.ssa Anna Lucia D’Orazio

Quattro suggerimenti a Pampers: 1) aggiungere qualche informazione in più alla scheda sull’evaporimetro che è stata introdotto nel sito e introdurre dei link a siti esterni; 2) fare un po’ di Seo; 3) contattare Wikipedia Italia e fornire tutte le informazioni per creare una scheda sull’evaporimetro; 4) fare un minimo di monitoraggio delle conversazioni online e rispondere alle domande come questa su Yahoo Answers!. Per il resto, grazie della risposta :-)

Alessio Jacona: The Web Observer

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Alessio Jacona, dopo tanto pensare, ha finalmente abbandonato Blogs4biz e ha messo in piedi un blog tutto suo che si chiama Web Observer e che presenta così:

The Web Observer è semplicemente il posto giusto dove fare ancora, meglio e con maggiore intraprendenza quello che ho fatto fino ad oggi. Si ricomincia con qualcosa di semplice, creando un piccolo archivio delle interviste più interessanti realizzate per Nova24 in questi anni: una parte la trovate già tra i post precedenti. Le altre seguiranno.

Monitorare Twitter: un’ipotesi di lavoro

Qualche tempo fa, insieme con Davide Bennato, che aveva appena scritto un post sulle reazioni dei social media alla morte di Michel Jackson, stavamo facendo un’ipotesi per il monitoraggio dei messaggi su Twitter e io, come al solito, ho cercato di sintetizzare il discorso alla lavagna. Ci siamo concentrati su una piattaforma particolare, perché entrambi abbiamo concordato sul fatto che le generalizzazioni non sono desiderabili e che non ha molto senso effettuare con lo stesso sistema il monitoraggio di Twitter, Friendfeed o degli stati di Facebook (che da ieri sono diventati pubblici e ricercabili!). Ogni sistema, infatti, genera comportamenti diversi e aggrega persone con caratteristiche peculiari.

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Il funzionamento non è molto differente da quello di un qualsiasi sistema di monitoraggio ed è articolato in tre step: raccolta, aggiunta di meta dati e rappresentazione sintetica.

Raccolta
Raccogliere i dati è – tutto sommato – la cosa più semplice: è sufficiente lanciare delle ricerche e recuperare i risultati memorizzandoli in un data base. Questa attività è ulteriormente semplificata dalla possibilità di accedere a Twitter via Api. Indipendentemente dagli aspetti tecnici, alla fine abbiamo un bidone di dati che deve essere trasformato in informazioni.

Meta informazioni
La trasformazioni di dati in informazioni passa attraverso l’aggiunta di meta dati strutturati. Nel caso di Twitter, è possibile ricavare alcune informazioni automaticamente grazie alle pratiche sociali che si sono affermate nell’uso dello strumento: in questo senso, si possono isolare gli hashtag, i destinatari di una risposta, oppure i re-tweet. Ovviamente, abbiamo a disposizione l’autore del tweet e il timestamp.
Dopo aver isolato i dati che possiamo trovare facilmente nei tweet, è opportuno (necessario?) aggiungere altri meta-dati e lo si può fare automaticamente oppure a mano. Con il primo metodo, per esempio, si possono ricercare ulteriori parole chiave utilizzando una lista di riferimento; in teoria si potrebbe utilizzare un motore semantico, ma ho idea che sia difficile che riesca a produrre risultati accettabili con stringhe di soli 140 caratteri. Di fatto, molte informazioni devono essere aggiunte a mano. Con l’intervento di una persona, infatti, è possibile introdurre tag che non compaiono già nei testi dei cinguettii e che, per esempio, esprimono concetti più generali. Allo stesso tempo, è relativamente facile qualificare il sentiment del tweet e così di seguito.

Rappresentazione sintetica
L’ultimo passaggio è l’uso dei meta dati per ricavare una rappresentazione sintetica, utile soprattutto per analizzare un grande volume di tweet oppure l’andamento delle conversazioni nel tempo (anche se non sono sicuro che nel caso di Twitter si possa parlare propriamente di conversazioni). E’ facile la costruzione delle tag cloud e degli steamgraph: le prime danno un’idea degli argomenti trattati dai tweet che abbiamo raccolto; i secondi, invece, permettono di apprezzare l’andamento nel volume dei messaggi. Le rappresentazioni che si possono usare sono molte e vanno da banali grafici a barra e torte, a visualizzazioni più raffinate come le treemap. Senza, ovviamente, considerare le tante fantasiose infografiche emerse attorno a Twitter.

Social network analysis
Un ulteriore strumento che può essere utilizzato (ma di cui non abbiamo parlato nel corso della nostra chiacchierata con Davide) è la social network analysis, un metodo di indagine che consente di analizzare la struttura sociale di un gruppo. Nel nostro caso, torna utile per capire se esiste un gruppo sociale dietro i tweet che abbiamo raccolto e quali sono le sue caratteristiche: la trama delle relazioni legati ai rapporto di amicizia; quella – più significativa – che nasce dalle risposte e dai re-tweet; gli utenti che hanno un ruolo più centrale e quindi sono in grado di distribuire meglio un messaggio; e via dicendo.

A questo punto, la domanda è: c’è qualcuno che avrebbe voglia di mettere in piedi un progetto collaborativo per approfondire e strutturare il discorso ed, eventualmente, mettere in piedi il sistemino? Lasciate un commento dopo il bip ;-)

Le parole sono importanti

Le parole sono importanti, diceva Nanni Moretti in Palombella Rossa e aveva ragione. Le parole, infatti, cambiano la percezione delle cose e degli eventi. Prendiamo, per esempio, la questione dei test scolastici di fine anno, in base ai quali le regioni del sud – contro ogni aspettativa – hanno fatto registrare performance superiori a quelle del nord. Al momento della verifica, l’Invalsi (Istituto nazionale di valutazione dell’apprendimento scolastico) ha dovuto constatare che il numero di esami copiati in Calabria, Campania, Puglia e Sicilia era sensibilmente superiore a quello delle regioni del centro e del nord Italia (vedi articolo del Corriere).
Purtroppo, la cosa non stupisce più di tanto anzi giunge come una conferma di un sospetto che tutti hanno nutrito sin dall’inizio. Ahimè, non destano sorpresa neanche le parole usate dalla stessa Ivalsi per commentare il fatto. L’ente, infatti, parla di “comportamento opportunistico” e applica ai risultati finali un coefficiente correttivo che chiama tasso di cheating.
Ma davvero copiare il compito di un esame è un comportamento opportunista? Perché non diciamo invece che si tratta di un’azione truffaldina o fraudolenta? Perché non qualifichiamo il comportamento del professore che ammette o suggerisce la copia come una truffa? Perché non la puniamo?
E, inoltre, perché non la smettiamo di usare le parole inglesi per camuffare le parole italiane? E’ forse meno grave essere considerato un cheat piuttosto che un baro o un truffatore?

I risultati dell’esame di italiano (fonte: nostra elaborazione sui dati Invalsi)
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I risultati dell’esame di italiano (fonte: nostra elaborazione sui dati Invalsi)

I risultati dell’esame di matematica (fonte: nostra elaborazione sui dati Invalsi)
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