Archivio mensile:febbraio 2010

La comprensione tra oggettivismo e soggettivismo

Uno dei passaggi più belli e interessanti di Metafore e vita quotidiana di George Lakoff e Mark Johnson è il capitolo dedicato alla comprensione che riporto integralmente:

Noi vediamo un’unica motivazione umana dietro entrambi i miti dell’oggettivismo e del soggettivismo, e precisamente una preoccupazione per la comprensione. Il mito dell’oggettivismo riflette la necessità umana di comprendere il mondo esterno per potere essere in grado di funzionare in esso con successo; il mito del soggettivismo concentra l’attenzione sugli aspetti interni della comprensione, quello che gli individui trovano significativo e quello che rende la loro vita degna di essere vissuta. Il mito esperienzialista suggerisce che queste non siano preoccupazioni contraddittorie e offre una prospettiva da cui entrambe possano essere affrontate allo stesso tempo.
I vecchi miti condividono una comune prospettiva: l’uomo come separato dal suo ambiente. Nel mito dell’oggettivismo, la preoccupazione per la verità deriva da quella per il funzionamento coronato da successo. Data l’idea dell’uomo come separato dal suo ambiente, il funzionamento coronato da successo è concepito come dominio su ambiente , da cui le metafore oggettiviste LA CONOSCENZA È POTERE E LA SCIENZA FORNISCE CONROLLO SOPRA LA NATURA.
Il tema principale del mito del soggettivismo è il tentativo di superare l’alienazione che deriva dal vedere l’uomo come separato dall’ambiente e dagli altri uomini. Ciò implica di concentrarsi sulla soggettività, sull’individualità e sulla fiducia nei sentimenti personali, nell’intuizione e nei valori. La versione romantica implica ‘abbandonarsi ai sensi e alle sensazioni e tentare di raggiungere l’unione con la natura attraverso un apprezzamento passivo di essa.
Il mito esperienzialista assume la prospettiva dell’uomo come parte del suo ambiente, non separato da esso. Esso concentra l’attenzione sulla costante interazione con l’ambiente fisico e con le altre persone, e ritiene che questa interazione con l’ambiente implica una trasformazione reciproca. Voi non potete funzionare nell’ambiente senza trasformarlo o essere da esso trasformati.
Con il mito esperienzialista, la comprensione emerge dall’interazione, dalla costante negoziazione con l’ambiente e con le persone. Essa emerge nel modo seguente: la natura dei nostri corpi e del nostro ambiente fisico e culturale impone una struttura alla nostra esperienza, in termini di dimensioni naturali del tipo che abbiamo discusso. Esperienze ricorrenti ci portano alla formazione di categorie che sono gestalt empiriche con quelle naturali dimensioni. Tali gestalt definiscono la coerenza della nostra esperienza. Noi comprendiamo la nostra esperienza direttamente quando la vediamo come coerentemente strutturata in termini di gestalt che sono emerse direttamente dall’interazione con e nell’ambiente. Noi comprendiamo l’esperienza metaforicamente quando usiamo una gestalt da un ambito di esperienza per strutturare l’esperienza di un altro ambito.
Dal punto di vista esperienzialista,la verità dipende dalla comprensione, che emerge dall’agire nel mondo. È attraverso la strutturazione coerente dell’esperienza che l’alternativa esperienzialista soddisfa la necessità soggettivista per il significato personale.
Ma l’esperienzialismo fornisce più che una semplice sintesi rispondente alle preoccupazioni che hanno motivato l’oggettivismo e il soggettivismo. La descrizione esperienzialista della comprensione fornisce una più ricca prospettiva su alcune della più importanti aree di esperienza nelle nostre vite quotidiane:

  • La comunicazione interpersonale e comprensione reciproca
  • L’autocomprensione
  • Il rituale
  • L’esperienza estetica
  • La politica

Abbiamo l’impressione che sia l’oggettivismo che il soggettivismo forniscano visioni impoverite di tutte queste aree, perché ciascuno trascura le motivazione dell’altro. Ciò che sfugge a entrambi in tutti questi campi è una comprensione basata sull’interazione e creativa. Consideriamo ora una descrizione esperienzialista della natura della comprensione in ognuna di queste aree.

La comunicazione interpersonale e la comprensione reciproca
Quando le persone che si parlano non hanno in comune la stessa cultura, conoscenza, valori e assunzioni, la comprensione reciproca può essere particolarmente difficile. Tale comprensione è possibile attraverso a negoziazione del significato.
Per negoziare il significato con qualcuno, voi dovete diventare consapevoli di, e rispettare, le differenze nei rispettivi backgrounds e capire quando queste differenze sono importanti. Avete bisogno di sufficiente diversità di esperienze culturali e personali per essere consapevoli che esistono visioni divergenti nel mondo, e per sapere come esse possono essere. Avete bisogno inoltre di pazienza, di una certa flessibilità nella visione del mondo e di una generosa tolleranza per gli errori, come pure il talento, per trovare la giusta metafora per comunicare le parti rilevanti delle esperienze non condivise o per mettere in rilievo le esperienze comuni lasciando in secondo piano le altre. L’immaginazione metaforica è una capacità cruciale nel creare rapporti e nel comunicare la natura delle esperienze non condivise. Questa capacità consiste, in larga misura, nell’abilità di modificare la vostra visione del mondo e adattare il modo in cui voi categorizzate le vostre esperienze. I problemi di comprensione reciproca non sono fatti rari; essi si pongono in tutte le conversazioni in cui la comprensione è importante. Quando esso è davvero importante, il significato non è quasi mai comunicato secondo la metafora del CANALE, in cui cioè una persona trasmette a un’altra una proposizione chiara e precisa per mezzo di espressioni in un linguaggio comune, dove entrambi gli interlocutori hanno tutta la conoscenza comune rilevante, le assunzioni, i valori ecc. Quando è importante capirsi, il significato è negoziato: lentamente voi individuate ciò che avete in comune, di che cosa si può parlare tranquillamente, come si può comunicare un’esperienza non condivisa e creare una visione comune. Con abbastanza flessibilità nel modificare la vostra visione del mondo e con fortuna e abilità potrete raggiungere una qualche comprensione reciproca.
Le teorie della comunicazione basate sulla metafora del CANALE si trasformano da patetiche in dannose quando vengono indiscriminatamente applicate su larga scala, ad esempio nella sorveglianza statale o negli schedari computerizzati. In quei casi ciò che è più cruciale per la comprensione reale non è quasi mai incluso, e si assume che le parole negli schedari abbiano un significato in se stesse, un significato autonomo, oggettivo, comprensibile. Quando una società vive su larga scala secondo la metafora del CANALE, fraintendimento, persecuzione e anche peggio saranno i probabili prodotti.

L’autocomprensione
La capacità di autocomprensione presuppone la capacità di comprensione reciproca. Il senso comune ci dice che è più facile capire noi stessi che capire gli altri. Dopotutto noi siamo portati a pensare di avere accesso diretto solo ai nostri sentimenti e idee. L’autocomprensione sembra precedere la comprensione reciproca, e in qualche modo è così. Ma ogni comprensione realmente profonda del perché facciamo ciò che facciamo, sentiamo ciò che sentiamo, cambiamo nel modo in cui cambiamo e perfino crediamo ciò che crediamo, ci porta a superare noi stessi. La comprensione di noi stessi non è diversa da altre forme di comprensione; essa deriva dalle nostre costanti interazioni con il nostro ambiente fisico, culturale e interpersonale. Come minimo le capacità richieste per la comprensione reciproca sono necessarie anche per ottenere l’autocomprensione. Come nella comprensione reciproca, noi continuamente cerchiamo gli elementi di esperienza comuni quando parliamo con altre persone, così nell’autocomprensione cerchiamo sempre ciò unifica le nostre stesse diverse esperienze per dare coerenza alle nostre vite. Così come cerchiamo metafore per mettere in luce e rendere coerente ciò che abbiamo in comune con qualcun altro, allo stesso modo cerchiamo metafore personali per mettere in luce e rendere coerente il nostro stesso passato, le nostre attività presenti e anche i nostri sogni, speranze, scopi. Una gran parte dell’autocomprensione è la ricerca di metafore personali appropriate che diano un senso alle nostre vite. L’autocomprensione richiede un’interminabile negoziazione e rinegoziazione del significato delle vostre esperienze per voi stessi. In terapia, ad esempio, molto dell’autocomprensione implica un riconoscimento conscio di metafore precedentemente inconsce e di come noi viviamo secondo esse. Esso implica la costruzione continua di nuove coerenze nella nostra vita, coerenze che danno nuovo significato a vecchie esperienze. Il processo di autocomprensione è lo sviluppo continuo di nuove storie per la propria vita.
L’approccio esperienzialista al processo di autocomprensione implica:

sviluppare una coscienza delle metafore con cui viviamo e una coscienza di dove esse entrano nelle nostre vite quotidiane e di dove esse non entrano.
Avere esperienze che possano formare le basi per metafore alternative.
Sviluppare una “flessibilità basata sull’esperienza”.
Impegnarsi in un processo illimitato in cui si vede la propria vita attraverso nuove metafore alternative.

Il rituale
Noi eseguiamo continuamente rituali, da rituali casuali, come fare il caffè a mattino secondo la medesima sequenza di gesti e guardare la televisione sino alla fine il notiziario delle undici di sera (dopo averlo già visto alle otto), fino ad andare alle partite di calcio, ai cenoni di Natale e alle conferenze universitarie, e così via fino alle più solenni pratiche religiose. Tutte sono pratiche strutturate e ripetute, alcune consapevolmente organizzate nei dettagli, alcune eseguite più consciamente di altre, e alcune nate spontaneamente. Ogni rituale è un aspetto ripetuto, coerentemente strutturato e unificato della nostra esperienza. Nell’eseguirli, noi diamo struttura e significato alle nostre attività, minimizzando il caos e la disparità delle nostre azioni. Nei nostri termini un rituale è un tipo di gestalt basata sull’esperienza. I rituali religiosi sono generi di attività tipicamente metaforici, che normalmente implicano metonimie, in cui oggetti del mondo reale stanno per entità nel mondo definito dal sistema concettuale della religione. La struttura coerente del rituale è comunemente considerata come corrispondente a certi aspetti della realtà, come si vede attraverso la religione.
Anche i rituali quotidiani personali sono gestalt esperienziali che consistono di sequenze di azioni strutturate secondo le dimensioni naturali dell’esperienza; una struttura parte-tutto, stadi, relazioni causali, e mezzi per ottenere scopi. I rituali personali sono quindi tipi naturali di attività per individui o per membri di subculture. Essi possono o meno essere tipi metaforici di attività. Ad esempio, a Los Angeles è comune impegnarsi nell’attività rituale di fare in macchina il giro delle case dei divi di Hollywood. Questo è un tipo di attività metaforica basata sulla metonimia. LA CASA STA PER LA PERSONA e sulla metafora LA VICINANZA FISICA È VICINANZA PERSONALE rituali quotidiani, sia metaforici che non, forniscono gestalt basate sull’esperienza che possono essere la base di metafore, ad esempio “Non sai a chi stai aprendo la porta”, “Rimbocchiamoci le maniche e mettiamoci al lavoro” ecc. Suggeriamo che:

Le metafore con cui viviamo, sia culturali che personali, sono parzialmente preservate nel rituale.
Le metafore culturali, e i valori da esse implicati, sono diffuse attraverso i rituali.
Il rituale costituisce una parte indispensabile della base empirica per il nostro sistema metaforico culturale. Non vi può essere cultura senza rituale.

Analogamente non vi può essere coerente visione del sé senza rituale personale (generalmente del tipo casuale che emerge spontaneamente). Allo stesso modo in cui le metafore personali non sono casuali, ma formano sistemi coerenti con le nostre personalità, così i nostri rituali personali non sono casuali ma sono coerenti con la nostra visione del mondo e di noi stessi e con il nostro sistema di metafore e metonimie personali. Le concezioni implicite e generalmente inconsce di noi stessi e i valori secondo cui viviamo si riflettono forse nel modo più forte nelle piccole cose che noi facciamo continuamente, cioè nei rituali casuali che emergono spontaneamente nelle nostre vite quotidiane.

L’esperienza estetica
Secondo la prospettiva esperienziale, la metafora è una questione di razionalità immaginativa. Essa permette di comprendere un tipo di esperienza in termini di un’altra, creando coerenze per mezzo dell’imposizione di gestalt strutturate dalle dimensioni naturali dell’esperienza. Le nuove metafore sono capaci di creare nuove comprensioni e, quindi nuove realtà. Ciò dovrebbe essere chiaro nel caso della metafora poetica dove il linguaggio è il mezzo attraverso il quale vengono create nuove metafore concettuali.
Ma la metafora non è puramente una questione di linguaggio; è una questione di struttura concettuale. E la struttura concettuale non è puramente questione di intelletto, essa richiede tutte le dimensioni naturali della nostra esperienza, inclusi gli aspetti della nostra esperienza sensoriale: colore, forma, consistenza, suono ecc. Queste dimensioni strutturano non solo l’esperienza prosaica, ma anche l’esperienza estetica. Ogni forma artistica seleziona certe dimensioni della nostra esperienza e ne esclude altre. Il lavoro artistico fornisce nuovi modi per strutturare la nostra esperienza in termini di queste dimensioni naturali. Esso fornisce nuove gestalt empiriche e quindi nuove coerenze. Dal punto di vista esperienziale l’arte è in genere una questione di razionalità immaginativa e un mezzo per creare nuove realtà.
L’esperienza estetica non è quindi limitata al mondo ufficiale dell’arte. Essa può verificarsi in ogni aspetto delle nostre vite quotidiane, ogni volta che ci accorgiamo, o creiamo per noi stessi, nuove coerenza che non sono parte del nostro modo convenzionale di percepire e di pensare.

La politica
Il dibattito politico è generalmente interessato ai problemi di libertà e di economia. Ma uno potrebbe essere sia libero che sicuro dal punto di vista economico e condurre un’esistenza completamente vuota e senza significato. Noi vediamo i concetti metaforici di LIBERTÀ, EGUAGLIANZA, SICUREZZA, INDIPENDENZA ECONOMICA, POTERE ecc. Come modi diversi di arrivare indirettamente ai problemi di un’esistenza significativa. Questi sono tutti aspetti necessari per una discussione adeguata del problema, ma, per quanto ne sappiamo, nessuna ideologia politica affronta direttamente il problema centrale. Infatti molte ideologie sostengono che le questioni di significatività personale o culturale sono secondarie o devono essere poste in un secondo tempo. Ogni ideologia di questo tipo è disumanizzante.
Le ideologiche politiche ed economiche sono inquadrate in termini metaforici. Come tutte le altre metafore anche le metafore politiche ed economiche possono nascondere aspetti della realtà. Ma, nel campo della politica e dell’economia le metafore sono più importanti, perché esse vincolano le nostre vite. Una metafora in un sistema politico o economico, per virtù di ciò che essa nasconde, può portare alla degradazione umana.
Consideriamo un solo esempio: IL LAVORO È UNA RISORSA. La maggior parte delle teorie economiche contemporanee, sia capitaliste che socialiste, considerano il lavoro come una risorsa naturale o una merce, alla pari delle materie prime, e parlano negli stessi termini del sul costo e offerta. Ciò che è nascosto da questa metafora è la natura del lavoro. Non vine fatta nessuna distinzione fra lavoro significativo e lavoro disumanizzante. Per tutte le statistiche sul lavoro, non ve ne è alcuna sul lavoro significativo. Quando accettiamo la metafora IL LAVORO È UNA RISORSA e assumiamo che il costo delle risorse così definite debba essere mantenuto basso, allora il lavoro a buon mercato diviene una cosa buona, come la benzina a buon mercato. Lo sfruttamento degli esseri umani attraverso questa metafora è soprattutto evidente nei paesi che si vantano di “risorse virtualmente inesauribili di lavoro a buon mercato”: un’affermazione economica apparentemente neutrale che nasconde la realtà della degradazione umana. Ma in pratica tutte le maggiori nazioni industrializzate, sia capitaliste che socialiste, usano la stessa metafora nelle loro teorie economiche e nella loro politica. La cieca accettazione della metafora può nascondere realtà degradanti, siano esse lavori impiegatizi e manuali privi di senso (nelle società “avanzate”), o di virtuale schiavitù (nel resto del mondo).

Appunti sulle metafore e Facebook – 3

Terza puntata dell’esplorazione sulle metafore (prima puntata, seconda puntata) attraverso la lettura di Metafore e vita quotidiana di George Lakoff e Mark Johnson. Cito dal capitolo 21:

Molte delle nostre attività (discutere, risolvere problemi, programmare il tempo ecc.) sono di natura metaforica. I concetti metaforici che caratterizzano queste attività strutturano la nostra realtà attuale. Le nuove metafore hanno il potere di creare una nuova realtà. Ciò può avvenire quando cominciamo a comprendere la nostra esperienza in termini di una metafora, e diventa una realtà più profonda quando cominciamo ad agire in base ad essa. Se una nuova metafora entra nel sistema concettuale su cui sono basate le nostre azioni, essa modifica tale sistema concettuale e le percezioni e azioni originate da quel sistema. Molte trasformazioni culturali nascono dall’introduzione di nuovi concetti metaforici e dalla perdita di vecchi. Ad esempio, l’occidentalizzazione delle culture di tutto il mondo è in parte dovuta all’introduzione della metafora IL TEMPO E’ DENARO in quelle culture.
L’idea che le metafore possano creare realtà va contro la maggior parte delle tradizionali teorie sulla metafora. Il fatto è che la metafora è stata tradizionalmente vista come una questione puramente linguistica, invece che in primo luogo come un mezzo per strutturare il nostro sistema concettuale e i tipi di attività quotidiana che noi compiamo. E’ piuttosto ragionevole assumere che le parole, da sole, non cambiano la realtà. Ma i cambiamenti del nostro sistema concettuale cambiano ciò che è reale per noi e influiscono sul modo in cui percepiamo il mondo e agiamo in base a queste percezioni.
L’idea che la metafora sia solo un fatto che riguarda il linguaggio e possa, nel migliore dei casi, solo descrivere la realtà proviene dalla convinzione che ciò che è reale è totalmente esterno, e indipendente da come gli esseri umani concettualizzano il mondo, come se lo studio della realtà fosse appunto lo studio del mondo fisico. Tale immagine della realtà – la cosiddetta realtà oggettiva – esclude gli aspetti umani della realtà, in particolare le reali percezioni, concettualizzazioni, motivazioni e azioni che costituiscono la maggior parte delle nostre esperienze. Ma gli aspetti umani della realtà sono in parte più rilevanti di ciò che conta per noi e variano da cultura a cultura, dal momento che culture diverse hanno sistemi concettuali diversi. Inoltre le culture esistono in ambienti fisici, alcuni dei quali sono radicalmente diversi fra loro: giungle, deserti, isole, tundre, montagne, città, ecc.; in ogni caso vi è un ambiente fisico con cui noi interagiamo, con più o meno successo. I sistemi concettuali delle varie culture dipendono in parte dagli ambienti fisici in cui esse si sono sviluppate.
Ogni cultura deve elaborare un modo, che può essere più o meno coronato da successo, di interazione con il suo ambiente, sia adattandosi ad esso sia trasformandolo. Inoltre ogni cultura deve definire una realtà sociale al cui interno le persone abbiano ruoli per loro significativi e sulla cui base essere possano agire socialmente. Non è sorprendente che la realtà sociale definita da una cultura influenzi la sua concezione della realtà fisica. Ciò che è reale per un individuo in quanto membro di una cultura è il prodotto sia della sua realtà sociale che del modo in cui quest’ultima modella la sua esperienza del mondo fisico. Dal momento che una gran parte della nostra realtà sociale è compresa in termini metaforici, e che la nostra concezione del mondo fisico è parzialmente metaforica, la metafora gioca un ruolo molto significativo nel determinare ciò che è reale per noi.

Questo brano spiega in termini assai brillanti perché io non amo la parola «virtuale» e preferisca usare, invece, il termine «digitale». Chi adotta il primo, infatti, spesso sottintende il fatto che tutto ciò che si trova online è sostanzialmente illusorio e non reale; si riferisce a esso utilizzando metafore che sottolineano l’immaterialità, la lontananza, l’inconsistenza e via di seguito. Quel sistema di metafore allontana costoro dalla comprensione degli spazi digitali, che – lungi dall’essere prodotti della fantasia – sono una vera e propria continuazione degli spazi di socializzazione analogici.

Appunti sulle metafore e Facebook – 2

Continuo la mia esplorazione (prima puntata) sul ruolo delle metafore (prima puntata), citando ancora un brano dal capitolo 4 di Metafore e vita quotidiana di di George Lakoff e Mark Johnson.

Le metafore di orientamento danno al concetto un orientamento spaziale: ad esempio, contento è SU. Il fatto che il concetto contenuto sia orientato nella direzione su, determina espressioni come “Oggi mi sento su di morale”.
Questi orientamenti metaforici non sono arbitrari, in quanto hanno una base nella nostra esperienza fisica e culturale. Ma, sebbene le opposizioni su-giù, dentro-fuori ecc., siano di natura fisica, le metafore di orientamento basate su di esse possono variare da cultura a cultura. Ad esempio, in alcune culture il futuro è davanti a noi, mentre in altre è dietro di noi.
[...]
La maggior parte dei nostri concetti fondamentali sono organizzati in termini di una o più metafore spaziali…
Le metafore spaziali sono radicate nell’esperienza fisica e culturale e non sono arbitrariamente stabilite. Una metafora può servire da veicolo per comprendere un concetto solo in virtù del suo fondamento nell’esperienza…
In alcuni casi la spazializzazione è parte così integrante del concetto che è difficile per noi immaginare un’altra metafora alternativa che possa strutturare lo stesso concetto…
I cosiddetti concetti puramente intellettuali, come ad esempio i concetti di una teoria scientifica, sono spesso – o forse sempre – basati su metafore che hanno una base fisica e/o culturale…
E’ difficile distinguere fra le basi fisiche e quelle culturali di una metafora, dal momento che la scelta di una base fisica fra le varie altre possibilità dipende proprio dalla coerenza culturale.

L’uso di metafore di orientamento quando si parla di Internet mi sembra evidente, dal fatto che noi navighiamo le pagine, spostiamo gli oggetti, clicchiamo sui link e via dicendo. Allo stesso tempo ci riferiamo alla Rete come a un grande e sterminato archivio, a un grande centro commerciale o, ancora, parliamo di piazze virtuali e agorà telematiche.
In questa scia si muove anche l’adozione del termine CLOUD per indicare in modo generico un luogo in cui conserviamo i nostri asset digitali e li condividiamo con i nostri pari. Un termine che, tra le altre cose, è assai più suggestivo di MATRICE introdotto da William Gibson nei suoi romanzi.

Ignite @ Antù: il 4 marzo a Roma

Su Nova 24 di oggi, Andrea Genovese tenta un censimento delle iniziativa romane legate al digitale citando Experience Roma (un welcome center che aprirà in via dei cerchi), Roma Digitale e Capitale Digitale (due progetti di Telecom Italia), il Distretto tecnologico per i Beni e le Attività culturali del Lazio, le iniziative della Provincia di Roma, The Hub Roma, il Cattid della Sapienza coordinato da Carlo Medaglia e via dicendo. A questa lista possiamo aggiungere Performing Media di Carlo Infante, Upstart Roma, Baia Network e tante altre cose ancora.

Dal 4 marzo si aggiunte un appuntamento mensile organizzato da Elastic insieme ad Antù e che vorrebbe diventare un momento di incontro e di scambio per tutti coloro che si occupano di digitale a Roma. Si tratta di un Ignite, un appuntamento nel corso del quale chiunque può proporre un argomento di discussione attraverso una presentazione di cinque minuti supportata da 20 slide che scorrono ogni 15 secondi. E’ un format molto interessante, perché permette di scambiare molte idee in un tempo molto breve e di accendere discussioni e relazioni. L’appuntamento del 4 marzo non è il primo di questo genere in Italia: insieme con Luca Sartoni ne abbiamo già organizzati altri in Romagna e a Milano e potete trovare una bella collezione di video sia sul sito di Ignite Italia che nel canale di YouTube.

Se volete partecipare e cimentarvi con una presentazione, vi consiglio innanzitutto di dare un’occhiata all’Ignite in cui Luca Sartoni spiega come si fa un Ignite ;-)

Mettete in agenda l’appuntamento e prenotatevi su Facebook:

Ignite @ Antù
Giovedì 4 marzo 2010 (18.30 – 23.55)
Roma, Via Giuseppe Libetta 15c (mappa)

Iscriviti su Facebook
Leggi le istruzioni per fare un presentazione su sito di Ignite Italia

L’Aquila è nostra

La storia del giro di corruzione attorno alla Protezione civile la racconta, tra gli altri, Repubblica in questo articolo dal titolo Balducci e i suoi amici, la cricca degli appalti. Ville, escort, assunzioni e auto di lusso . Agli aquilani questo sciacallaggio sulla pelle delle persone che sono morte e che hanno sofferto per il terremoto proprio non va giù. E non solo a loro!

Via Luca Sartoni e Dario Salvelli.

Real Time Web e comunicazione d’impresa

copertina_magazine_ferpi Ferpi Magazine pubblica un mio articolo sul web in tempo reale e la comunicazione d’impresa. Ma questo numero merita non solo per questo ;-)
Giancarlo Panico, responsabile della rivista, ha fatto infatti un ottimo lavoro confezionando un numero particolarmente ricco. Tra le cose da segnalare un’intervista a Giacomo Mason, esperto di comunicazione interna, e una a Carlo Rossanigo di Microsoft.

Scarica la rivista in versione pdf

Appunti sulle metafore e Facebook

In questo periodo sto approfondendo le caratteristiche degli spazi digitali e delle architetture disegnate dalle piattaforme di social networking. In questo contesto mi sembra importante soffermarsi sulla dimensione metaforica di tali spazi, perché è evidente che noi approcciamo sistemi informativi come Facebook usando delle metafore.
Dell’argomento si è occupato diffusamente Davide Bennato nel saggio Le metafore del computer. Partendo dalla lettura di quel testo ho fatto un passo indietro e sono approdato alla lettura di Metafore e vita quotidiana di George Lakoff e Mark Johnson. Condivido alcuni appunti:

La metafora è da molti considerata come uno strumento dell’immaginazione poetica, un artificio retorico, qualcosa insomma che ha più a che vedere con il linguaggio straordinario che con quello comune. Non solo, la metafora è anche tipicamente considerata come caratteristica del solo livello linguistico, una questione di parole piuttosto che di pensiero e di azione. Per questa ragione molti pensano di poter fare benissimo a meno delle metafora. Noi abbiamo invece trovato che la metafora è diffusa ovunque nel linguaggio quotidiano, e non solo nel linguaggio ma anche nel pensiero e nell’azione: il nostro comune sistema concettuale, in base al quale pensiamo e agiamo, è essenzialmente di natura metaforica.
[...]
Basandoci fondamentalmente sulla evidenza linguistica, abbiamo scoperto che la maggior parte del nostro normale sistema concettuale è di natura metaforica. Abbiamo inoltre trovato un modo per cominciare a identificare in dettaglio quali sono le metafore che strutturano la nostra percezione, il nostro pensiero e le nostre azioni. Per dare un’idea di che cosa significa dire che un concetto è metaforico e che esso struttura una nostra attività quotidiana, consideriamo l’esempio del concetto discussione e della metafora concettuale LA DISCUSSIONE E’ UNA GUERRA. Questa metafora è riflessa in una grande varietà di espressioni presenti nel nostro linguaggio quotidiano.

LA DISCUSSIONE E’ UNA GUERRA
Le tue richieste sono indifendibili.
Egli ha attaccato ogni punto debole nella mia argomentazione.
Le sue critiche hanno colpito nel segno.
Ho demolito il suo argomento.
Non ho mai avuto la meglio su di lui in una discussione.
Non sei d’accordo? Va bene, spara!
Se usi questa strategia, lui ti fa fuori in un minuto.
Egli ha distrutto tutti i miei argomenti.

Ciò che è importante sottolineare è che noi non soltanto parliamo delle discussioni in termin idi guerra, ma effettivamente vinciamo o perdiamo nelle discussioni: noi vediamo la persona con cui stiamo discutendo come un nemico, attacchiamo le sue posizioni e difendiamo le nostre, guadagniamo o perdiamo terreno, facciamo piani e usiamo strategie, se troviamo una posizione indifendibile, la abbandoniamo e scegliamo una nuova linea di attacco. Molte delle cose che noi facciamo durante una discussione sono in parte strutturate dal concetto di guerra.
[...]
Provate a immaginare una cultura in cui le discussioni non siano viste in termini di guerra, dove nessuno vinca o perda, dove non ci sia il senso di attaccare o difendere, di guadagnare o perdere terreno. Un cultura in cui una discussione è vista come una danza, i partecipanti come attori, e lo scopo è una rappresentazione equilibrata ed esteticamente piacevole. In una tale cultura la gente vedrà le discussioni in modo diverso e ne parlerà in modo diverso. Ma dal nostro punto di vista, questa gente, probabilmente, non starebbe discutendo ma starebbe semplicemente facendo qualcosa di diverso. Sarebbe perfino strano definire le loro azioni come una discussione.
[...]
L’essenza della metafora è comprendere e vivere un tipo di cosa in termini di un altro. Le discussioni non sono sottospecie di guerre. Le discussioni e le guerre non sono cose diverse – discorsi verbali e conflitti armati – e le azioni che vengono compiute sono diverse. Ma una discussione è parzialmente strutturata, compresa, eseguita e definita in termini di guerra. Il concetto è strutturato metaforicamente, l’attività è strutturata metaforicamente, e conseguentemente il linguaggio stesso è strutturato metaforicamente.

Seguendo il ragionamento di Lakoff e Johnson potremmo dire che FACEBOOK E’ UNO SPAZIO, giacché le persone che usano questa piattaforma software la vivono in questi termini, tanto è vero che usano molte metafore spaziali per definirla e agirla. Mi aiutate a costruire una lista di frasi ed espressioni sul modello di quelle che i due autori di Metafore e vita quotidiana hanno stilato per LA DISCUSSIONE E’ UNA GUERRA? Inizio io con una sola frase, voi aggiungete la vostra nei commenti…

FACEBOOK E’ UNO SPAZIO
Condivido un link nella mia bacheca.

La dimensione digitale degli eventi

Il 9 febbraio ho tenuto una lezione alla Lumsa sulla dimensione digitale degli eventi. In una giornata abbiamo fatto molte cose, incluso imparare a usare twitter e fare un ignite:

twitter_lumsa

A parte il fatto che non sono riuscito a convincerli a darmi del tu, la giornata è stata piuttosto divertente e devo dire che mi sarebbe piaciuto molto avere a disposizione più tempo per far sperimentare loro altre cose. Condivido le slide che ho usato per la lezione:

Gli spazi digitali e le aziende (slidecast)

Condivido una presentazione che sto utilizzando in questo periodo per spiegare le caratteristiche degli spazi digitali. Grazie ai ragazzi di Uniferpi di Padova, che hanno registrato una mia lezione, sono riuscito anche a confezionare uno slidecast e ad abbinare slide e voce.

In grande sintesi, sostengo che gli spazi digitali sono possibili perché: a) siamo in grado di rendere digitali le informazioni e le azioni che compiano nella vita reale; b) abbiamo a disposizione delle piattaforme software che disegnano delle vere e proprie architetture metaforiche che delimitano degli spazi sociali.
Quindi, con l’aiuto di Don Tapscott e del suo Grown Up Digital, metto in evidenza otto linee di tendenza attraverso l’uso di altrettante parole chiave: libertà, personalizzazione, discernimento, integrità, collaborazione, divertimento, velocità, innovazione.
Infine spiego perché le organizzazione dovrebbero dotarsi di uno spazio digitale interno e per farlo mi appoggio sulle solidissime spalle di Giacomo Mason, che a questo argomento ha dedicato molte presentazioni disponibili su Slideshare: quella che ho usato io duramente la mia lezione parla di knowledge management 2.0.

Interfacce naturali: ne parla Scott Jovane

Pietro Scott Jovane, l’amministratore delegato di Microsoft Italia, è il sogno di ogni relatore pubblico: giovane, spigliato, simpatico, alla mano, non se la tira. Non capita spesso di avere a disposizione un capo azienda del genere, uno che si mette davanti a una telecamera senza troppi fronzoli e ti racconta la sua opinione in modo pulito ed efficace. In questo breve video, alcune riflessioni sulle interfacce naturali:

Pietro Scott Jovane – Interfacce Naturali from MClips on Vimeo.

Comunicazione organizzativa (slidecast)

Il 2 febbraio ho avuto il piacere di chiacchierare con i ragazzi dell’Università di Padova raccontando loro il mio punto di vista sulla comunicazione organizzativa. L’incontro era organizzato da UniFerpi (che nel Triveneto è molto attiva) e l’audio della lezione è stato registrato. La disponibilità dei ragazzi di Uniferpi mi ha dato la possibilità di confezionare uno slidecast abbinando la presentazione con il file mp3. Questa è la prima parte:

Murakami Haruki, Norwegian Wood

Norwegian Wood (Tokyo Blues nella prima edizione italiana) di Murakami Haruki è la storia, raccontata in un lungo flashback da un narratore trentaquattrenne, della difficile educazione sentimentale di un giovane studente universitario al tempo delle rivolte studentesche in Giappone. Ne cito una frase che mi sembra riassuma l’atmosfera che attraversa tutto il testo, costellato di personaggi che fuggono dalla vita in qualche modo:

Quando era morto Kizuki avevo imparato una cosa, e con rassegnazione l’avevo fatta mia, o almeno così credevo. La cosa era questa:
«La morte non è qualcosa di opposto ma di intrinseco alla vita».
Che questo fosse vero era fuori di dubbio. Nel momento stesso in cui viviamo, cresciamo in noi la morte. Ma questa era solo un parte della verità che dobbiamo imparare. Era stata la morte di Naoko a insegnarmelo. Per quanto uno possa raggiungere la verità, niente può lenire la sofferenza di perdere una persona amata. Non c’è verità, sincerità, forza, dolcezza che ci possa guarire da una sofferenza del genere. L’unica cosa che possiamo fare è superare la sofferenza attraverso la sofferenza, possibilmente cercando di trarne qualche insegnamento, pur sapendo che questo insegnamento non ci sarà di nessun aiuto la prossima volta che la sofferenza ci colpirà all’improvviso. Queste sono le cose che ogni notte andavo rimuginando nella mia solitudine, ascoltando il rumore del vento e delle onde.

La scorta civica di Caltanissetta

Ieri sera ad Anno Zero, sono intervenuti i cittadini di Caltanissetta che stanno sostenendo i giudici della città minacciati dalla mafia: un teatro di oltre mille posti gremito di cittadini (moltissimi giovani e giovanissimi) che si sono stretti attorno al giudice Giovanbattista Tona per sostenere chi tutela la legge nei loro territori.

La scorta civica di Caltanissetta è una magnifica manifestazione si impegno civico e mi auguro che ne nascano tante altre soprattutto nei luoghi in cui le mafie di fatto hanno sostituito uno Stato assente, incapace o connivente. Bravi ai Grilli nisseni e a tutti coloro che hanno aderito all’iniziativa :-)

Barack Obama sul rapporto tra politica e religione: un esempio per il Partito Democratico

Il rapporto tra la sinistra e la religione è sempre stato problematico, giacché la prima si muove su posizioni generalmente laiciste (o ispirate all’ateismo nel caso della sinistra radicale). Sembra quasi che tra i democratici non vi sia spazio per la religione, tanto che chi fa esplicito riferimento al cristianesimo (in Italia al cattolicesimo) si colloca in una zona centrale, quando di tendenza progressista, o decisamente a destra quando di idee conservatrici.
Nel discorso che Barack Obama ha pronunciato il 28 giugno 2006 a Washington (pubblicato in italiano da Marsilio nel volumetto La mia fede) il futuro presidente degli Stati Uniti affronta il tema in un modo che mi sembra originale, pragmatico e assai efficace. Ne cito di seguito alcuni brani:

Il 90% di noi crede in Dio, il 70% appartiene a un’organizzazione religiosa, il 38% si definisce cristiano convinto; in sostanza in America c’è più gente che crede agli angeli di quanta non ce ne sia che crede all’evoluzione della specie.
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Ragione per cui, se davvero possiamo sperare di parlare alle persone per quello che sono … allora, da progressisti, non possiamo trascurare la sfera della religione.
Perché quando ignoriamo il dibattito su cosa significhi essere un buon cristiano, un buon mussulmano o un buon ebreo; quando parliamo di religione solo in senso negativo, sottolineiamo dove e come non dovrebbe essere praticata, invece di parlare in positivo, per cercare di capire che cosa ci dice degli obblighi che abbiamo nei confronti degli altri; quando rifuggiamo i ritrovi di natura religiosa perché siamo convinti che non saremo i benvenuti – altri riempiranno quel vuoto, e sarà gente che ha una visione molto più ristretta della fede o gente che si serve cinicamente della religione per giustificare i propri scopi di parte.
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Se epuriamo il nostro linguaggio da ogni contenuto religioso, ci priviamo delle immagini e della terminologia attraverso cui milioni di americani concepiscono la loro morale personale e la giustizia sociale.
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Quello che voglio dire è che i laici hanno torto quando chiedono ai credenti di appendere la loro religione all’uscio prima di presentarsi sulla pubblica piazza… Dire quindi che gli uomini e le donne non dovrebbero introdurre la loro «moralità personale» nei dibattiti di politica pubblica è una reale assurdità. La nostra legge è, per definizione, una codificazione di principi morali, e si fonda in gran parte sulla morale giudaico-cristiana.
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I conservatori hanno bisogno di comprendere il ruolo critico che la separazione tra la Chiesa e lo Stato ha svolto non solo nel preservare la nostra democrazia, ma anche nel permettere l’irrobustirsi della nostra pratica religiosa… Sono stato gli antenati degli evangelici i più risoluti a non voler mischiare il governo con la religione, poiché non volevano che una religione sponsorizzata dallo Stato si intromettesse nella determinazione a praticare la loro fede come volevano.
Per non parlare del fatto che, vista la crescente diversità della gente che vive in America, i pericoli del settarismo non sono mai stati così grandi. Qualunque cosa possiamo essere stati in passato, oggi non siamo più semplicemente una nazione cristiana; siamo anche una nazione ebrea, una nazione mussulmana, una nazione buddhista, una nazione induista e una nazione di non credenti.
E anche se tra noi ci fossero solo cristiani, se espellessimo dagli Stati Uniti d’America tutti i non cristiani, che tipo di cristianesimo insegneremmo nelle scuole?
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In democrazia coloro che sono motivati dalla religione devono tradurre i loro interessi in valori universali e non in valori legati semplicemente alla religione. In democrazia, le loro proposte debbono essere dibattute ed essere conciliabili con la ragione. Io posso essere contrario all’aborto per ragioni religiose, ma se tento di far passare una legge che ne bandisca la pratica, non posso semplicemente appoggiarmi agli insegnamenti della mia Chiesa o evocare la volontà di Dio. Devo spiegare perché l’aborto viola un principio che è accessibile a gente di qualunque fede, anche a coloro che non hanno fede.
Tutto ciò può risultare arduo per coloro che credono nell’infallibilità della Bibbia, come fanno molti evangelici. Ma in una democrazia pluralistica, non abbiamo scelta. La politica dipende dalla nostra capacità di persuadere gli uni e gli altri degli scopi comuni basati su una realtà comune. Implica il compromesso, l’arte del possibile.
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Anche coloro che proclamano l’infallibilità della Bibbia sanno fare distinzioni tra le lezioni che possiamo trarre dalle Scritture, e intuiscono che alcune di esse – i Dieci Comandamenti, per dire, o la fede nella divinità di Cristo – sono alla base del credo cristiano, mentre altre sono maggiormente connotate culturalmente e andrebbero modificate per adattarle alla vita moderna.
Il popolo americano lo capisce intuitivamente, ragione per cui la maggioranza dei cattolici pratica il controllo delle nascite e alcuni di coloro che si sono opposti ai matrimoni omosessuali si sono comunque anche opposti all’introduzione di un emendamento nella Costituzione che li vieti. Non pretendiamo che la leadership religiosa accetti questi nel guidare il suo gregge, ma che riconosca che nelle scelte della gente vi è della saggezza.

Io sono agnostico e riconosco a chiunque il diritto di credere in ciò che preferisce fintanto che le sue convinzioni non producono danno ad altri. Devo anche constatare che molte delle persone che conosco si rifanno a una religione anche se spesso la conoscono assai superficialmente. Tuttavia, a prescindere dalla consapevolezza e dalla profondità con cui le persone credono, rimane il fatto che la religione ha un ruolo determinante nel formare la morale dei singoli e delle comunità. In questo senso, ha perfettamente ragione Obama quando afferma che il discorso non può essere derubricato o accantonato, ma che la sinistra dovrebbe fare uno sforzo di inclusione e di comprensione.
Se facciamo riferimento all’Italia, dobbiamo constatare che in questo campo il Partito democratico ha fatto registrare forse il suo fallimento maggiore, aprendo la strada alla diaspora di una parte dei cattolici progressisti verso formazioni di piccole e piccolissime dimensioni, come l’Udc e l’Api, veri e propri partiti “discarica” la cui unica vocazione e raccogliere tutto ciò che porta voti.
Parafransando Obama, possiamo dire che, rifiutati da un partito che parla una lingua priva delle immagini e della terminologia attraverso cui milioni di italiani concepiscono la loro morale personale e la giustizia sociale, i cattolici italiani sono dirottati verso formazioni politiche che riempiono questo vuoto, nonostante i loro leader non possano certo vantare di essere campioni moralità.
Qualche tempo fa scrivevo che un centro forte poteva essere una cosa positiva e che l’unione di Casini e Rutelli avrebbe potuto rappresentare l’occasione per mandare in minoranza il Popolo delle libertà alle prossime politiche. Il problema è che sia Casini che Rutelli hanno un disegno politico che non va più in là della conquista di una manciata di poltrone: un centro con una visione così modesta e con una leadership così incapace di disegnare un progetto non può rappresentare un’alternativa di alcun tipo. Invece è destinato a raccogliere solo voti di convenienza, quelli dello scambio tra elettore e politico senza troppi scrupoli; tra il miracolato che ha finalmente conquistato un posto al caldo di un ufficio della Regione Sicilia e Totò Cuffaro, condannato in appello per favoreggiamento alla mafia.
In questo scenario, è necessario che qualcuno all’interno del Pd raccolga la sfida di posizionare il partito come un luogo in cui i cattolici possano essere accolti e non debbano sentirsi fuori luogo.

Uno, nessuno e centomila

Mi sono divertito a fare un collage con i risultati di una ricerca con Google tra le immagini. C’è veramente un po’ di tutto. Nell’immagine: Salvo Mizzi, Tara Kelly, Tommaso Sorchiotti, Fabio Giglietto, Luca Alagna, Agnese Vardanega, Stefano Vitta, Cristiano Siri, Gaspar Torriero, Michele Ficara Manganelli, David Orban, Mafe De Baggis, Alessio Jacona. Secondo la dida sono tutti Nicola Mattina ;-)

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Patients like me: Jamie Heywood spiega come è nato

Quando al fratello di Jamie Heywood fu diagnostica la sclerosi laterale amiotrofica, egli decise di dedicarsi alla cura di questa malattia, costruendo un sito (patientslikeme.com) dove le persone possono non solo raccontare la propria storia, ma anche inserire una serie di dati strutturati. Il video della presentazione al Ted è assolutamente da vedere: