InToscana pubblica il video del mio intervento al Toscana Lab del 28 giugno. Quindi, il sottoscritto vanitosamente ripropone i video anche qui
Archivio mensile:luglio 2010
Steve Martin, Nato col botto
Ho comprato questa autobiografia ispirato da Giacomo Peldi Guilizzoni che aveva citato una frase di Steve Martin durante un keynote alla tappa bolognese di Working Capital: «be so good, they can’t ignore you». Ero andato alla ricerca dell’intervista da cui era presa la citazione trovandola su YouTube. Poiché si parlava anche di un’autobiografia, ho fatto un’ulteriore ricerca e ne ho trovato anche la traduzione italiana.
Devo dire però che il libro mi ha un po’ deluso. E’ pieno ti tanti dettagli insignificanti e alla fine risulta poco avvincente: una cronaca degli inizi della carriere senza particolare spessore narrativo. Mi sono appuntato solo due brani che riporto di seguito:
L’eccitazione della mia vita quotidiana a Disneyland e al liceo contrastava con la vita di casa. I pranzi silenziosi della famiglia, il divieto di parlare liberamente e di esprimere le mie opinioni, il carattere imprevedibile di mio padre e i mugugni che ricevevo come risposta significavano che la nostra famiglia non si era mai unita [...] Quando andai via di casa a diciotto anni telefonavo raramente ai miei per sapere come stavano o per dire loro cosa stavo facendo. Perché? La risposta stupisce anche mentre la sto scrivendo dopo tanti anni: non sapevo che avrei dovuto farlo.
Il mio ultimo giorno al negozio di trucchi, stavo dietro il bancone sul quale avevo mescolato i mazzi di carte svengali e l’incredibile dado che si restringe e fui colto da una emozione contraddittoria: la nostalgia per il presente. In qualche modo, benché avessi smesso di lavorare soltanto da pochi minuti, il mio futuro attaccamento al negozio era chiaro e avvertivo una tristezza come quella che nasce guardando la foto di una vecchia fidanzata.
Tutto il resto è abbastanza trascurabile, senza considerare il mediocre editing del testo con un po’ di refusi sparsi qua e la.
Contro il bavaglio anche i blog
Sottoscrivo anche io la lettera appello preparata da Guido Scorza e indirizzata ai nostri scellerati legislatori.
Al Presidente della Camera, On. Gianfranco Fini
Al Presidente della Commissione Giustizia della Camera dei Deputati, On. Giulia Bongiorno
Ai Capi-gruppo alla Camera dei Deputati
A tutti i Deputati
La decisione con la quale, lo scorso 21 luglio, il Presidente della Commissione Giustizia della Camera, On. Giulia Bongiorno, ha dichiarato inammissibili gli emendamenti presentati dall’On. Roberto Cassinelli (PDL) e dall’On. Roberto Zaccaria (PD) al comma 29 dell’art. 1 del c.d. ddl intercettazioni costituisce l’atto finale di uno dei più gravi – consapevole o inconsapevole che sia – attentati alla libertà di informazione in Rete sin qui consumati nel Palazzo.
La declaratoria di inammissibilità di tali emendamenti volti a circoscrivere l’indiscriminata, illogica e liberticida estensione ai gestori di tutti i siti informatici dell’applicabilità dell’obbligo di rettifica previsto dalla vecchia legge sulla stampa, infatti, minaccia di fare della libertà di informazione online la prima vittima eccellente del ddl intercettazioni, eliminando alla radice persino la possibilità che un aspetto tanto delicato e complesso per l’informazione del futuro venga discusso in Parlamento.
Tra i tanti primati negativi che l’Italia si avvia a conquistare, grazie al disegno di legge, sul versante della libertà di informazione, la scelta dell’On. Bongiorno rischia di aggiungerne uno ulteriore: stiamo per diventare il primo e l’unico Paese al mondo nel quale un blogger rischia più di un giornalista ma ha meno libertà.
Esigere che un blogger proceda alla rettifica entro 48 ore dalla richiesta – esattamente come se fosse un giornalista – sotto pena di una sanzione fino a 12.500 euro, infatti, significa dissuaderlo dall’occuparsi di temi suscettibili di urtare la sensibilità dei poteri economici e politici.
Si tratta di uno scenario anacronistico e scellerato perché l’informazione in Rete ha dimostrato, ovunque nel mondo, di costituire la migliore – se non l’unica – forma di attuazione di quell’antico ed immortale principio, sancito dall’art. 19 della dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo e del cittadino, secondo il quale “Ogni individuo ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.”.
Occorre scongiurare il rischio che tale scenario si produca e, dunque, reintrodurre il dibattito sul comma 29 dell’art. 1 del ddl nel corso dell’esame in Assemblea, permettendo la discussione sugli emendamenti che verranno ripresentati.
L’accesso alla Rete, in centinaia di Paesi al mondo, si avvia a divenire un diritto fondamentale dell’uomo, non possiamo lasciare che, proprio nel nostro Paese, i cittadini siano costretti a rinunciarvi.
L’appello si può già firmare sulla Pagina Facebook “No Bavaglio alla Rete” cliccando ”mi piace”.
Per firmare sul web, senza essere iscritti a Facebook, clicca qui
Ricordo anche che Gianfranco Fini, intervenendo all’incontro di Capitale Digitale con Lawrence Lessig disse:
Per introdurre la nostra discussione, desidero innanzitutto ricordare la raccomandazione per il rafforzamento della sicurezza e delle libertà fondamentali su Internet votata quasi all’unanimità con 481 voti favorevoli, solo 25 contrari e 21 astensioni, nel marzo dello scorso anno dal Parlamento europeo e destinata al Consiglio. Secondo questa raccomandazione, Internet “dà pieno significato alla definizione di libertà di espressione, libertà sancita dalla Carta dei Diritti fondamentali dell’Unione e può rappresentare una straordinaria opportunità per rafforzare la cittadinanza attiva, secondo questa raccomandazione, il diritto che gli Stati membri qualche volta rivendicano, di intercettare e controllare il traffico su Internet, non può essere giustificato dalla lotta al crimine. L’unione europea ha altresì invitato gli Stati membri a garantire che la libertà di espressione non sia soggetta a restrizioni arbitrarie da parte della sfera pubblica o privata e a evitare tutte le misure legislative o amministrative che possono avere un effetto dissuasivo su ogni aspetto della libertà di espressione e in particolare sul discorso politico.
Speriamo che non lo dimentichi
David Cameron: la società post burocratica
Ammetto di non sapere molto della politica inglese e di non avere un’idea sulle qualità politiche di David Cameron. So che è un conservatore e ho letto la sua scheda su Wikipedia. Ciò detto, questo suo intervento al Ted mi piace veramente molto e vi consiglio di ascoltarlo con attenzione:
E’ un discorso molto ben articolato e assolutamente condivisibile ed è interessante anche notare le citazioni e i riferimenti culturali che vanno da Cass Sunstein (attualmente nell’amministrazione Obama), Martin Seligman (fondatore della psicologia positiva), Richard Thaler e Daniel Kahneman, che hanno introdotto la considerazione del comportamento umano nelle decisioni economiche e finanziarie, Robert Cialdini, che ha studiato estesamente le dinamiche della persuasione.
Cameron cita anche due politici e, sorprendentemente, sono due campioni democratici: i fratelli John Fitzgerald Kennedy e Robert Kennedy.
A quanto pare un conservatore con riferimenti culturali molto progressisti
Sindaci per un giorno, ma non solo per gioco
Sabato scorso, a Bologna c’è stato il primo incontro dei sindaci di Foursquare (ne hanno parlato in tanti, tra cui Mimimarketing, DelyMyth e Luca Conti).
La cosa divertente è che ai partecipanti è stata consegnata una fascia tricolore e vedere tutte queste fasce mi ha fatto fantasticare un po’. Ho immaginato che persone normali potrebbero voler desiderare di indossare il tricolore non solo come segno di appartenenza a una comunità di gioco, ma anche come simbolo di partecipazione attiva alla propria comunità territoriale, al proprio comune.
Usare Foursquare significa avere anche un rapporto più intenso con il proprio territorio, che per certi versi è di vero e proprio possesso. Pensate alle piccole guerre di checkin per rimanere sindaco di un certo luogo: il sottoscritto vs. @Lucrezia_G per la mayorship della pasticceria Cristalli di Zuccherro a Roma; @fabiolalli vs. @veroniha per la mayorship di Piazza Cordusio a Milano. E sicuramente tante altre.
Per libera associazione di idee, mi è venuto in mente che la settimana scorsa ero a Milano a fare due chiacchiere con Pippo Civati, che mi ha fatto vedere un’iniziativa sviluppata insieme a Lorien che mi piace molto e che si chiama Dillo ad Ambrogio. E’ un progetto di ascolto dei cittadini in vista delle prossime elezioni comunali della città che si terranno l’anno prossimo; per il momento un questionario ma potrebbe essere molto di più.
Il di-più potrebbe essere costruito con le dinamiche tipiche della Rete: l’uso di Uservoice o Getsatisfaction per passare dal questionario strutturato alla raccolta di idee e progetti (soprattutto progetti, perché le idee valgono poco se non sono accompagnate da un’ipotesi di realizzazione); una mappa dove i cittadini invece di fare checkin possano segnalare problemi e proporre soluzioni; un rete di incontri fisici come quelli promossi da Organizing for America per sostenere la riforma sanitaria negli Stati Uniti. E via di seguito: sono tutte cose che esistono e che hanno dimostrato di funzionare se ben usate
Una rete di cittadini attivi e partecipi del territorio non solo per gioco, tanti sindaci in pectore che potrebbero legittimamente indossare la fascia tricolore, al di là di ogni retorica della partecipazione.
Ok, adesso accendo l’aria condizionata
I social media e le cooperative: un matrimonio possibile
Sto seguendo un’intuizione, ossia che ci sia un legame possibile tra cultura digitale, fare impresa online (o, se volete, fare startup) e le cooperative. Ho quindi deciso di approfondire l’argomento e ho iniziato da Come vola il calabrone. Cooperazione, etica e sviluppo di Ivano Barberini. E’ un libro intervista, in cui l’autore recentemente scomparso racconta la sua lunghissima esperienza nella cooperazione.
Condivido qualche appunto sull’abc della cooperazione. Innanzitutto, non sospettavo che il settore fosse così sviluppato con 800 milioni di soci nel mondo (di cui 400 milioni solo nel settore agricolo) e 100 milioni di lavoratori in tutto il pianeta. Nel 2006, in Italia, il sistema della cooperazione ha raggiunto un valore della produzione di 113 miliardi di euro e un livello di occupazione di 1 milione e 56 mila addetti. I soci sono invece ben 11 milioni.
La cooperazione di basa su sette principi basilari. Cito dal libro:
Il primo principio è quello dell’«Adesione libera volontaria», che esclude ogni discriminazione fondata sul sesso, l’origine sociale, la razza, il vassallaggio politico o la religione. Il secondo è «Potere democratico esercitato dai soci», i quali hanno uguali diritti di voto, in virtù della regola «una testa un voto». Il terzo principi è quello della «Partecipazione economica dei soci» che contribuiscono in modo equo al capitale delle loro cooperative e ne hanno il controllo. Poi c’è il principio riguardante «Autonomia e indipendenza»: la conclusione di accordi con altre organizzazioni, ivi compresi i governi, deve sempre preservare il potere democratico dei soci e mantenere l’indipendenza della cooperativa. «Educazione, formazione e informazione» che prevede un impegno a informare e formare i soci, i dirigenti eletti, i funzionari e impiegati della cooperativa perchè possano realmente partecipare e contribuire allo sviluppo della loro società oltre che un impegno a informare l’opinione pubblica sull’attività della cooperativa. Il sesto principio è la «Cooperazione fra cooperative» che punta ad assicurare un miglior servizio ai soci e rafforzare il movimento cooperativo, operando unitariamente insieme a strutture locali, nazionali, regionali e internazionali. Infine, c’è l’«Impegno verso la comunità» in base al quale le cooperative contribuiscono allo sviluppo duraturo della loro comunità nel quadro degli orientamenti approvati dai loro soci.
Almeno in linea teorica, esistono molti punti di contatto tra i principi che regolano la cooperazione e la cultura digitale. Molto più difficile è capire operativamente come questi principi possano essere declinati operativamente, perché l’argomento è piuttosto complicato: esistono forme diverse di cooperative e la normativa è estremamente articolata.
E’ facile immaginare che si possa usare la forma cooperativa per svolgere un’attività imprenditoriale legata ai social media, anche se finora di fatto le coop in quest’area si contano sulle dita di una mano. Uno di questi è FocusCoop, la cooperativa che sta dietro Critical City e altri progetti intelligenti, costruiti in un’ottica di sostenibilità sociale oltre che economica. Iniziative come FocusCoop rientrano (se non ho capito male) nelle cooperative di lavoro, che hanno lo scopo di procurare lavoro alle migliori condizioni possibili ai propri soci-lavoratori.
Più difficile, invece, è immaginare la creazione di cooperative di consumo, ossia quelle che hanno l’obiettivo di acquistare e rivendere beni di qualità a prezzi vantaggiosi ai propri soci-consumatori. La difficoltà non sta tanto nell’immaginare, per esempio, che i tanti servizi di group buy possano avere la forma giuridica di una coop, quando nel capire se le procedure necessarie a far funzionare questo tipo organizzazione possano essere digitalizzate.
Allo stesso modo, l’emergente settore del crowdfunding potrebbe assumere la forma di cooperativa, anche se in questo caso il tema è ancora più delicato perché si andrebbe inevitabilmente a sconfinare nell’area della raccolta di risparmio e del credito.
Credo che l’argomento meriti di essere approfondito: i commenti sono aperti alle vostre riflessioni
Nichi Vendola vuole ispirarsi a Comunione e liberazione? No grazie!
Leggo sul Post che Vendola, convocando le sue Fabbriche per un week end di laboratori, si candida a sparigliare i giochi del Pd. Per certi versi la notizia va salutata con favore: chissà che non faccia uscire dal letargo i dirigenti di un partito che sembra ogni giorno più immobile. Poi non dobbiamo dimenticare che Vendola ha riportato una vittoria importante contro D’Alema, che, al riparo della sua Fondazione, tieni troppi fili all’interno del Pd. Ben venga Vendola, se questo significherà far uscire ancora una volta allo scoperto il leader maximo: sconfitta dopo sconfitta, prima o poi qualcuno porrà la questione della legittimità a guidare (direttamente o indirettamente) il partito.
Tuttavia, la candidatura non mi lascia sereno, per via una di una serie di dichiarazioni dello stesso Vendola sul ruolo delle sue Fabbriche. Riporto dall’articolo del Post:
Ci dobbiamo intende su quello che è questo meeting delle Fabbriche: è l’equivalente del meeting di Comunione e liberazione a Rimini, che è stato a destra il più importante incubatore di nuove culture e di nuovi pezzi di classe dirigente. Noi abbiamo perso anche perché da quest’altra parte della barricata ci siamo comportati come amministratori di condominio e non come costruttori di una visione. Abbiamo bisogno di recuperare invece il senso della costruzione collettiva di temi nuovi ed è questo il compito delle Fabbriche.
Il caso vuole che in questi giorni abbia per le mani un libricino di Enrico De Alessandri dal titolo Comunione e liberazione: assalto al potere in Lombardia. Per questa denuncia, l’autore – che è dipendente della Regione – è stato sospeso per un mese dal lavoro (il direttore del personale è un ciellino di ferro, come quasi tutti i dirigenti che contano). Ci sono alcuni essenziali motivi che rendono odioso il paragone di Vendola e riguardano la natura di Cl:
- Comunione e liberazione è una setta fondamentalista che ha la pretesa di essere «l’avanguardia dei puri, gli annunciatori di un messaggio di riforma che nessun altro gruppo di cattolici è oggi in grado di proporre [...] Sicura di possedere la verità, Cl tende a investire di negatività il mondo esterno attraverso un’ossessiva costruzione simbolica del Nemico [...] i predicatori televangelici americani esortano a reagire contro il secolarismo e i mali del mondo moderno; i mussulmani radicali o fondamentalisti trapiantatisi in Europa mettono in guardia i loro confratelli a non cedere ai costumi e alla mentalità “corruttrice” della civiltà occidentale [...] Infine quando leggiamo i documenti di Comunione e liberazione o gli articoli sprezzanti sul cattolicesimo democratico pubblicato sul Sabato ci accorgiamo che la logica che ispira il movimento ubbidisce al principio della lotta contro un Nemico, che avrebbe corrotto e basi morali e religiose del popolo, simbolo del “buon selvaggio” non ancora del tutto contaminato dalla società secolarista contemporanea».
- Comunione e liberazione è riuscita a imporre un pensiero unico all’interno delle pubbliche istituzioni della Regione Lombardia: «è fin troppo noto il clima opprimente che si respira nelle pubbliche aziende ospedaliere dove comanda Cl. A cominciare da un grande ospedale come il Niguarda di Milano». In questo ospedale non si fa carriera e non si diventa primari se non si è ciellini. Senza considerare che i ginecologi assunti negli ultimi dieci anni sono tutti obiettori, per cui «le interruzioni di gravidanza pesano sulle spalle di tre soli medici, costretti a rinunciare alle ferie e ai risposi. Mentre le donne si vedono convocare alle sei del mattino, devono aspettare per ore sulle scale perché manca una sala d’attesa, prima di finire su un lettino con la scritta: aborto».
- Comunione e liberazione è una macchina per affari che attinge a piene mani ai soldi pubblici. L’autore cita a titolo di esempio la Cittadella della formazione di Crema, una struttura privata che comprenderà dalle materne al liceo, cui la Regione Lombardia ha assicurato un finanziamento di 4,5 milioni di euro. Nello stesso periodo, lo stanziamento regionale a favore delle scuole pubbliche di tutta la provincia di Cremona è stato di 400 mila euro. E’ solo uno di innumerevoli esempi che vedono le cooperative della Compagnia delle Opere, fondazioni e aziende riconducibili a Cl accaparrarsi un fiume di soldi pubblici, tanto che nel 2008 Eugenio Scalfari ebbe a scrivere: «un sistema di potere come quello di Formigoni, Cl, Compagnia delle opere, non esiste in alcun punto del Paese, nemmeno la mafia a Palermo ha tanto potere. Negli ospedali, nell’assistenza, bell’università, tutto è diretto da 4-5 persone che hanno anche una specie di cenobio dove ogni tanto si ritirano, sotto voti di castità o qualcosa di simile…»
- Infine, sostiene l’autore, Cl non ha prodotto nulla di rilevante dal punto di vista culturale, giacché al suo interno «esistono solo i dogmi; il concetto stesso di cultura è assolutamente incompatibile con il patrimonio genetico di questo movimento».
Ma davvero il riferimento culturale che Vendola vuole adottare per le sue Fabbriche è quello di una setta di fondamentalisti, il cui unico obiettivo è occupare posizioni di potere imponendo un pensiero unico alle istituzioni dello Stato? E lui che ruolo dovrebbe svolgere in questo edificante scenario? Don Giussani o Formigoni?
Working Capital Bari: grazie :-)
Anche la seconda tappa di Working Capital che si è svolta l’altro ieri a Bari è stata un successo e lo dico con grande soddisfazione, perché non è facile organizzare un evento del genere in una città di mare il 13 luglio!
Un evento si organizza sul territorio, con sopralluoghi, la ricerca degli interlocutori giusti, l’individuazione dei bacini di persone interessate agli argomenti che tratterai e via di seguito. Il successo si misura in termini di partecipanti. L’altro ieri ne abbiamo registrati quasi 180 e gran parte delle persone intervenute si è fermata fino alla fine nonostante il caldo.
A chi è venuto all’università di Bari si sono aggiunte quasi 12.000 persone che hanno seguito l’evento via web nel corso della giornata: un numero notevolissimo e che ci rende ancora più orgogliosi dell’attività svolta.
Grazie a tutti i compagni di avventura e a chi ha partecipato. E un bravo al giovane team di Elastic: be so good they can’t ignore you
Due giorni sull’isola che c’è
Ieri e stamattina, sono stato a Venezia ospite della scuola di formazione politica del partito democratico destinata agli amministratori locali. Si tratta di un progetto che mira a raccogliere, valorizzare e diffondere le buone pratiche maturate a livello territoriale. Nel bene e nel male, è stata complessivamente un’esperienza interessante. Ne faccio un breve resoconto, corredando con qualche link.
Sono arrivato mentre parlava Bersani e spiegava ai giovani amministratori (circa duecento ragazzi con incarichi pubblici al di sotto dei trent’anni) che il partito democratico governa sempre meglio anche a livello locale e che se la Lega vince è solo perché cavalca la paura (mi si perdoni la brutale sintesi, ma il discorso aveva più o meno questo senso). Come inizio non è stato particolarmente incoraggiante: sono cose che ho sentito decine di volte, insieme con le analisi dei voti in base alle quali il partito democratico non perde mai, ma guarda caso finisce regolarmente in minoranza. Ad ogni modo, mi sembra interessante notare che il confronto con la Lega è stato un vero e proprio leit-motiv, mentre al Pdl si è fatto riferimento solo per i brutali tagli ai trasferimenti alle regioni che il governo Berlusconi sta facendo in questi giorni.
Subito dopo c’è stato un panel sulla gestione delle risorse del territorio e ho molto apprezzato per chiarezza di esposizioni e contenuti l’intervento di Gian Mario Spacca, presidente della regione Marche, che ha mostrato due cose: l’attività svolta dalla regione negli ultimi dieci anni per recuperare il disavanzo nella spesa sanitaria; gli effetti dei tagli di dell’attuale manovra sulle attività svolte dalla sua regione, che vanno dall’impossibilità di coprire le spese per il trasporto ferroviario locale alla necessità di tagliare molte spese sociali.
Il pomeriggio è partito con un panel sui modelli di sviluppo territoriali aperto da un intervento di Carlo Trigilia (Università di Firenze) che ha spiegato perché per sviluppo locale si deve intendere innanzitutto un aumento delle capacità dei soggetti locali in termini di competenze individuali e di capitale sociale. La lezione è stata assai interessante anche perché il tema di fondo è comunque quella della crescita sostenibile di una comunità. Gli interventi politici non mi hanno deluso, soprattutto quelli di Catiuscia Marini, presidente della regione Umbria, e Nicola Zingaretti, presidente della provincia di Roma. La Marini è riuscita anche a dare una risposta sensata a una mia domanda sugli open data.
Dopo la pausa, i partecipanti i sono riuniti in gruppi di lavoro, per una discussione informale che facesse un po’ il punto su quanto avevano ascoltato fino a quel momento. Non mi ha sorpreso sentire un generale apprezzamento per i contenuti didattici e un altrettanto generale biasimo verso il discorso di Bersani e – soprattutto – verso il dibattito della sera precedente che aveva coinvolto D’Alema e Fioroni. Ho avuto la netta sensazione che gli amministratori locali del partito democratico con cui ho interloquito si sentano lontani anni luce dal partito, in molti casi lo subiscano e abbiano a volte una pessima opinione dei dirigenti sul territorio. Ma, magari, il campione non era rappresentativo.
Stamattina il panel era dedicato alla comunicazione con lunghe spiegazioni sull’importanza degli uffici stampa a cura di Guido Moltedo (quotidiano Europa) e sul fatto che il sito di Venezia sia difficile da usare ma che non c’è alternativa visto che è molto ampio a cura di Enzo Bon (responsabile del sito – sic!). Due interventi di cui si poteva tranquillamente fare a meno, ma perfettamente in linea con l’obsoleta cultura della comunicazione del partito democratico. Interessante, invece, l’intervento di Michele Sorice (Luiss) che ha proposto un’efficace carrellata della comunicazione politica ai tempi di Internet. Pippo Civati, che ha chiuso il panel, mi è apparso invece un po’ scazzato. Ovviamente condivido quasi tutte le cose che ha detto, ma dissento in modo radicale su un atteggiamento che è invece sbagliato. Civati, infatti, ha iniziato dicendo (cito a memoria): «buongiorno, come sapete io sono il coordinato del forum Brancher, perché le altre deleghe le avevano già date e allora a me hanno affidato le nuove culture e i nuovi linguaggi».
A questa battuta io rispondo: per fare innovazione non ci vuole il permesso, anzi l’innovazione si sviluppa innanzitutto alla periferia dei sistemi, dove c’è spazio per il pensiero eretico e non allineato con quello dominante. La periferia dell’organizzazione politica mi sembra oggi l’unico posto dove innovare il partito democratico; personalmente lo considererei un punto di forza e non un punto di debolezza.
Non ho conclusioni da trarre, però la cosa che mi ha fatto più impressione è quanto fosse concreta la sensazione che vi sia uno scollamento tra chi fa politica a livello locale e ha voglia di impegnarsi a favore della propria collettività e chi fa politica a livello nazionale. Ci voglio pensare un po’ su e poi tornerò a scriverne
Working Capital Tour: martedì 13 a Bari
Lunedì e martedì, la truppa di Elastic si trasferisce a Bari per la seconda tappa di Working Capital. Il programma è ormai definitivo e l’attività che abbiamo svolto in queste settimane sul territorio è stata molto interessante. Cerco di sintetizzare gli elementi fondamentali:
- 11 progetti di ricerca che concorreranno per 5 borse di studio da 20.000 euro l’una
- 11 startup che presenteranno per avere accesso ai progetti di incubazione e investimento
- 1 panel moderato da Riccardo Luna di Wired che dialogherà con un nutrito gruppo di persone che include Gabriele Galateri di Genola (presidente Telecom Italia), Gianluca Dettori (fondatore dPixel), Michele Emiliano (sindaco di Bari), Nicola Fratoianni (assessore Politiche Giovanili Regione Puglia), Alessandro Laterza (presidente Confindustria Bari), Giuseppe Visaggio (professore Ordinario Dipartimento di Informatica Università di Bari) e Caterina Policaro (aka Catepol)
- 2 keynote di Flora Amato (progetto finanziato da Telecom Italia) e Annibale D’Elia (staff Bollenti Spiriti Regione Puglia)
In più, l’occasione di fare networking e conoscere le persone di Telecom e dPixel durante la pausa prevista per l’ora di pranzo (ovviamente non potevamo farci mancare una bella tiella di riso, patate e cozze
), di fare due chiacchiere con il sempre disponibile Riccardo Luna e di portare a casa una copia dell’ultimo numero di Wired.
Se non vi siete ancora iscritti sul sito, fatelo adesso:
http://www.workingcapital.telecomitalia.it/tour/?act=partecipa. Anche se venite solo ad ascoltare: ci aiutate a organizzare l’accoglienza al meglio
Ci vediamo a Bari…
App Store: una conversazione sul modello di business
Venerdì, ore 22, lancio un thread su Friendfeed per discutere del modello delle app per cellulare e delle loro prospettive. Il mio punto di vista è che gli app store non sono destinati a crescere e che saranno in gran parte sostituiti dalle web app. I motivi, a mio avviso, sono essenzialmente tre:
- non è plausibile immaginare che ogni applicazione sia sviluppata per tutte le piattaforme perché è troppo oneroso (già adesso ci sono iPhone, Android, MeeGo, Symbian, Windows, WebOs e via dicendo);
- presto sarà possibile accedere alla telecamera e ai sensori dell’apparecchio anche da mobile browser (in alcuni modelli è già così);
- Apple impone un costo di transazione molto elevato (il 30% a cui vanno aggiunte varie tasse in funzione dell’area geografica e si arriva quindi a oltre il 40%) e la presenza di molte app che fanno la stessa cosa porta a livellare il prezzo verso i 79 centesimi di euro.
Inoltre, non va sottovalutata una ulteriore minaccia, ossia quella che grandi aziende decidano di realizzare delle app utili e di regalarle. Per esempio, una casa automobilistica potrebbe far sviluppare un’applicazione che sostituisca le tante che permettono di consultare i punti patente; un produttore di utensili per il fai da te potrebbe tranquillamente realizzare una suite di app con livella, torcia e via dicendo. Si tratta di software che si sviluppano con un investimento di poche decine di migliaia di euro e che rappresenterebbero un buon investimento in termini di comunicazione.
Alle mie considerazioni, Sergio Maistrello ha aggiunto un punto di vista interessante perché mette in evidenza un handicap strutturale del modello degli app store:
perché sono un centro in un mondo che vive di periferie, ci hanno fatto fortune ma non son mai durati (finora) – sergio maistrello
@sergio. interessante, me lo articoli meglio per cortesia? – Nicola Mattina
@nicola, strizzavo l’occhio al sempreverde worldofends.com. internet funziona quando si lascia che il valore si sviluppi ai margini della rete, mentre tende a scoraggiare i nodi che si ergono a centro essenziale per il sistema (non gli hub, che sono nodi funzionali, sinergici, per loro natura non esclusivi, ma i passaggi obbligati e gerarchici nelle vie della rete). gli app store sono un modello interessante e forse in questa fase perfino necessario per rassicurare e divulgare, ma sono una violenza ai presupposti di internet e mi stupirebbe se si consolidassero definitivamente (anche i portali sono sembrati a lungo la via definitiva ai contenuti su internet, ma alla lunga non son durati) – sergio maistrello
Non è invece d’accordo Federico Fasce, che mette in evidenza due aspetti condivisibili e meritevoli di essere discussi. Il primo riguarda le performance: è indubbio che un’applicazione nativa – soprattutto se ti tratta di un gioco – “giri” meglio di una web app. Tuttavia esistono tantissime altre applicazioni che non richiedono elaborazioni particolari e che per la maggior parte del tempo rimangono in attesa che l’utente tocchi lo schermo.
Il secondo aspetto riguarda il fatto che gli store permettono di monetizzare l’applicazione perché eliminano quasi ogni frizione nel processo di acquisto. E’ senz’altro vero e mi chiedo cosa stiano aspettando gli operatori mobili a mettere in piedi una piattaforma di micropagamenti che permetta di acquistare contenuti e applicazioni (intendo web app) direttamente dal browser: un bottoncino come quello dell’app store da embeddare in una pagina web, che addebiti l’importo direttamente sul conto telefonico dell’utente e che contempli acquisti di modica entità (uno o due euro al massimo) con un costo di transazione di non oltre il 15%.
Sull’argomento ci sarebbero molte altre cose da dire: aggiungetele voi nei commenti