Archivio mensile:agosto 2010

Appello per l’uninominale

In quest’estate di lettere e appelli, si aggiunge anche quello – sacrosanto – per una riforma elettorale che adotti un sistema maggioritario uninominale, promosso da un gruppo bipartisan di intellettuali e politici.

Vi invito a leggere, condividere e sottoscrivere l’appello per l’uninominale che trovate su Uninominale.it e che recita:

  • Per ottenere finalmente anche nel nostro Paese quella stabilità e certezza delle leggi elettorali che gli standard democratici internazionali raccomandano e in qualche misura esigono,
  • per approdare a una riforma elettorale effettiva, durevole e orientata nel senso del collegio uninominale indicato in modo nettissimo dagli italiani a grande maggioranza nel referendum del 1993, poi in larga parte disatteso dal legislatore,
  • per adottare finalmente anche in Italia un sistema elettorale ispirato ai modelli sperimentati ormai da secoli in regimi civili – quali quelli anglosassoni – che si sono rivelati tra i più fecondi sul piano della democrazia, della sicurezza e del benessere dei propri cittadini,
  • per dare agli elettori la piena libertà, l’effettivo pieno potere e la piena responsabilità di scegliere il Governo e gli eletti, assicurando un rapporto personale efficace dell’eletto con chi lo elegge,
  • per promuovere in questo modo, al tempo stesso, l’autonomia della società civile e la laicità dello Stato, intesa come metodo indispensabile di cooperazione per il bene comune tra persone di fedi o ideologie diverse,
  • per ridurre il costo delle campagne elettorali e tagliare il costo – divenuto insostenibile – delle rendite che gli apparati dei partiti si assegnano quando si consente loro di assumere la funzione di tramite tra i cittadini e i parlamentari.

Chiose alla lettera aperta al Partito democratico

La lettera aperta al Partito democratico inizia ad alimentare un dibattito e tanti consensi: molti l’hanno condivisa su Facebook e Twitter e altri l’hanno arricchita con lunghi, articolati e intelligenti commenti.

Ci sono alcune questioni che meritano di essere sottolineate. La prima la esprime Alberto Cottica che dice: «non si capisce perché indirizzarla ad un partito, quando il tema della trasparenza e della partecipazione allargata alle politiche pubbliche è assolutamente bipartisan e istituzionale». E’ assolutamente vero, il tema è bipartisan tanto è vero che in Gran Bretagna (tanto per citare un esempio) il conservatore Cameron sta proseguendo esattamente nella stessa direzione intrapresa dal laburista Brown con il progetto data.gov.uk. Però, per promuovere e realizzare la trasparenza vi deve essere una precisa volontà politica e quest’ultima si forma innanzitutto in seno ai partiti con i programmi. Io sono un elettore progressista e indirizzo la mia lettera al mio partito, affinché questi concetti divengano suo patrimonio. Sarei molto contento se elettori di altre formazioni politiche prendessero il mio testo, lo modificassero come meglio credono e lo indirizzassero ai politici che sostengono e di cui hanno fiducia.

La seconda questione riguarda i tipi di dati da pubblicare. Alessia Mattina e Giovanni Battista Gallus mettono in evidenza i pericoli di violazione della privacy. Spero di averli tranquillizzati: non è mia intenzione proporre che vengano pubblicati i dati sensibili delle persone. I dati cui mi riferisco io sono quelli che riguardano il funzionamento degli uffici e le materie di cui si occupano. I dati statistici sono molto più interessanti di quelli relativi ai singoli. Purtroppo, la trasparenza soffre molto quando viene trattata in modo demagogico e populista come ha fatto Brunetta, che pare interessato solamente agli stipendi delle persone. Le informazioni utili per i cittadini sono ben altre.

Infine, Elena Zannoni mi tira un po’ le orecchie per via delle critiche che muovo a Bersani e Veltroni: «E poi non mi piace e non mi piacerà mai l’atteggiamento di perenne critica, tutto di sinistra, verso i dirigenti nazionali, senza distinzione.» Elena ha ragione, neanche a me piace la critica tout-court, tanto è vero che al biasimo di Bersani e Veltroni ho dedicato poche battute all’inizio della lettera; rileggendola a distanza di due giorni mi accorgo che, tutto sommato, il testo non soffrirebbe se quel passaggio fosse eliminato, anzi. Quindi, da oggi in poi, mi sforzerò di essere esclusivamente propositivo. Anche perché non vorrei essere confuso con i tanti opinionisti on e offline, blogger o video blogger che rimarrebbero senza argomenti se decidessero di cambiare format passando dal fa-tutto-schifo e si-stava-meglio-quando-c’era-berlinguer a ho-un’idea-alternativa-da-proporre.

Domani inizia Vedrò, il think tank di Enrico Letta (vicesegretario del Pd). Stamperò la lettera aperta in varie copie completa dei commenti e la darò a lui e agli altri esponenti del Partito democratico che parteciperanno. Vi terrò aggiornati ;-)

Voglio decidere, voglio scegliere: si alle primarie nel Pd

Ho appena sottoscritto l’appello dell’Unità e vi invito a fare altrettanto:

Chiediamo che la scelta dei candidati alla Camera dei deputati – in ogni caso, ma a maggior ragione se si dovesse andare a votare con la legge esistente – venga affidata ad elezioni primarie nelle circoscrizioni. Chiediamo alla dirigenza del Pd di assumere da subito un preciso impegno in questo senso e di definire in tempi rapidi il regolamento attuativo.

L’editoriale di Concita De Gregorio
La pagina per sottoscrivere l’appello

Lettera aperta al Partito democratico

Ha ragione Walter Veltroni quando, nella sua lettera agli italiani pubblicata il 24 agosto sul Corriere della Sera, sostiene che l’Italia merita di più della classe dirigente di cui lui e tanti altri sono esponenti di primo piano da decenni. Noi elettori del partito democratico meritiamo di più di un gruppo oligarchico stantio e incapace di elaborare un progetto politico che non sia una modesta ipotesi di alleanza senza alcun contenuto diverso dalla velleitaria ipotesi di sconfiggere l’avversario politico invocando lo stato di emergenza democratica.
L’era Berlusconi è anche il risultato dell’incapacità dei dirigenti del centro sinistra di costruire un progetto progressista credibile e con una vera vocazione maggioritaria. Oggi, Pierluigi Bersani lo invoca a gran voce in un’altra lettera al direttore di Repubblica, ma non ne fa intravedere neanche un’ipotesi. Come elettore del Partito democratico, mi sento in dovere e in diritto di farne una io.

Gli italiani non hanno fiducia nello Stato e nei partiti. Una mancanza drammatica che logora ogni giorno quel poco di senso civico residuo, quella disponibilità a cooperare per il miglioramento della società in cui si vive che tutti i cittadini dovrebbero invece desiderare di offrire per vivere meglio ed essere più felici.
La mancanza di fiducia è la conseguenza dell’opacità dietro la quale si nascondono amministratori pubblici e politici. Una cortina di fumo innalzata da chi non vuole rendere conto ai cittadini e agli elettori.
Vale per le pubbliche amministrazioni, che si trincerano dietro una bruttissima legge sulla trasparenza amministrativa e a interpretazioni a dir poco fantasiose delle norme, come quella del Garante per la protezione dei dati personali che ha stabilito che le informazioni pubbliche non sono necessariamente pubblicabili (un vero e proprio non-sense) e che, di conseguenza, possono essere rese disponibili nei siti web degli enti (e non è questa forse una pubblicazione?), ma non possono essere indicizzate dai motori di ricerca. Sicché, di fatto, divengono irraggiungibili. Un imbroglio!
Vale anche per i partiti, che di fatto non hanno alcun obbligo reale di rendicontazione né delle attività e dei risultati né di come impiegano i soldi che ricevono come rimborsi elettorali o contributi da parte di privati e aziende. Senza considerare che questi ultimi, probabilmente, transitano in gran parte in fondazioni politiche finanziate da società di telecomunicazioni, farmaceutiche, petrolifere o produttori tabacco; soldi che arrivano alla politica con modalità che fanno sospettare che siano impiegati nell’interesse di singoli piuttosto che della collettività.

Un sistema senza trasparenza non può costruire fiducia perché favorisce i furbi e costringe gli onesti in uno stato di illegalità latente; la trasparenza, al contrario, promuove la responsabilità e il merito. Nell’epoca della cultura digitale essere trasparenti significa adottare il modello dell’open government: le amministrazioni pubbliche devono mettere a disposizione tramite Internet tutti i dati di cui dispongono in modo che questi possano essere utilizzati liberamente dai cittadini per analizzarne funzionamento e prestazioni e per costruire innovazione.
Negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, l’open government è diventato un vero e proprio movimento civico alimentato dalla crescente disponibilità di dati pubblicati senza limitazioni d’uso nei siti governativi data.gov e data.gov.uk e delle amministrazioni locali. A partire da queste informazioni sono fiorite tantissime iniziative che vedono la partecipazione attiva di cittadini che costruiscono servizi per altri cittadini e lavorano insieme con gli amministratori per rendere più efficace la gestione della cosa pubblica. Per esempio, il sito di informazioni locali Everyblock usa i dati del comune di San Francisco per informare gli utenti sui permessi rilasciati per lavori pubblici, sugli esiti dei controlli sanitari nei ristoranti, sulle richieste alla Polizia e via di seguito. Datasf.org, il sito della città dedicato agli open data, inoltre, censisce molte applicazioni sviluppate da cittadini usando e mixando le informazioni messe liberamente a disposizione dalle diverse aziende di trasporto pubblico: servizi realizzati senza alcun costo per la città.
Il movimento dell’open government – sebbene sia ancora nella sua fase germinale – mostra che, di fronte a una pubblica amministrazione che accetta di essere trasparente, i cittadini sono disposti a farsi coinvolgere, a mettere in campo il proprio senso civico, ad avere fiducia nell’impegno a favore della propria comunità.

Nel 2010, non si può continuare a pensare alla pubblica amministrazione come se fossimo all’epoca della nascita degli stati nazionali e al welfare come se la nostra società fosse in qualche modo simile a quella uscita dalla seconda guerra mondiale. Negli ultimi centocinquanta anni, è stato creato un apparato che ha pochissima attenzione ai risultati e al rapporto tra costi e benefici. Lo Stato burocratico eroga prestazioni a cittadini che non vengono mai coinvolti nella fase di progettazione, di produzione o di valutazione dei servizi; elabora regole sempre più dettagliate, procedure di garanzia, controlli che vengono sistematicamente aggirati o derogati.
Lo Stato del ventunesimo secolo deve puntare alla co-produzione dei servizi pubblici, riconoscendo che i cittadini hanno competenze da mettere in campo e rappresentano delle risorse da coinvolgere. Gli individui, le famiglie, i vicinati, le comunità locali rappresentano il sistema operativo sul quale funzionano i servizi assicurati dalle pubbliche amministrazioni. Quando queste ultime operano in contrasto con i primi i risultati sono performance scadenti, un basso livello di fiducia, una scarsa volontà di partecipazione.
Il riferimento al computer non è casuale perché il tipo di tecnologia che viene sviluppata e che si diffonde in una società ne plasma in modo decisivo la struttura materiale e la politica non può continuare a ignorare la cultura digitale, che sottolinea valori come la responsabilità, la collaborazione, l’innovazione e la libertà.
Una riforma dei servizi pubblici che non tenga conto del ruolo attivo dei cittadini non è destinata ad andare troppo lontano. Pensiamo alla sfida della gestione dei rifiuti, al loro corretto riciclaggio e smaltimento: non è possibile immaginare che la raccolta differenziata produca risultati apprezzabili se i cittadini non partecipano attivamente, se non diventano co-produttori del servizio. Non è sufficiente mettere i cassonetti colorati per strada; é necessario che le persone diventino parte attiva del processo, suddividendo correttamente i materiali. E non solo: chi ha imparato come si fa, può aiutare chi incontra difficoltà (ho avuto esperienza di persone anziane che non riescono a gestire correttamente la raccolta) e può contribuire con idee e progetti all’evoluzione del servizio per renderlo migliore.
Ragionamenti analoghi valgono per tutti i servizi pubblici: occorre considerare gli utenti come risorse da coinvolgere nella progettazione, produzione e valutazione piuttosto che come destinatari passivi di processi studiati a tavolino, tenendo conto unicamente delle convenienze degli uffici o della politica. Non è solo questione di principio: gli esperimenti di co-produzione realizzati in Gran Bretagna mostrano che essa può rendere il sistema più efficiente, più efficace ed economicamente sostenibile, favorendo quell’innovazione dello stato sociale resa necessaria dai cambiamenti radicali che sono avvenuti nella nostra società negli ultimi sessant’anni.

Fiducia, attraverso l’apertura dei dati, e coinvolgimento, attraverso la co-produzione dei servizi, sono le due parole chiave che dovrebbero stare alla base del progetto politico del Partito democratico.

Noi progressisti abbiamo bisogno di un partito contemporaneo, trasparente e in grado di coinvolgerci. Non ci serve una classe dirigente che si nasconde dietro Berlusconi nel velleitario tentativo di celare le proprie colpe e di difendere delle rendite elettorali.

26 agosto 2010

Nicola Mattina

P.S. Se vuoi sottoscrivere questa lettera aperta e aggiungere suggerimenti, opinioni e critiche, scrivi un commento di seguito. Dal canto mio, mi impegno a far avere lettera e commenti ai dirigenti del Partito democratico :-)

L’Alleanza costituzionale di Franceschini non è una soluzione credibile

Franceschini rilascia un’intervista a Repubblica in cui afferma che, se si dovesse andare alle elezioni con il Porcellum, si creerebbe una grande coalizione di tutti coloro che sono contrari a Berlusconi con l’obiettivo di batterlo ed evitare una deriva fascista. Sinceramente mi sembra un’ipotesi difficilmente realizzabile.

Una coalizione che raccolga dalla sinistra extra parlamentare all’Udc e magari addirittura Futuro e libertà non potrebbe avere alcun programma politico sensato e non potrebbe assicurare alcuna governabilità. Ammesso che si riuscisse a mettere attorno al tavolo tutti gli interessati, si finirebbe con un programma elettorale di centinaia di pagine. Ammesso che la coalizione vincesse le elezioni, produrrebbe un governo ipertrofico per accontentare tutti. Insomma, ne verrebbe fuori una specie di governo Prodi all’ennesima potenza.
L’alternativa sarebbe una coalizione con un unico punto nel programma politico: «battere Berlusconi, cambiare la legge elettorale e magari varare qualche legge ad personam che penalizzi l’attuale premier». Una prospettiva politicamente aberrante.

Le stesse forze che difficilmente parteciperebbero all’Alleanza costituzionale immaginata di Franceschini, potrebbero invece formare un governo che traghetti l’attuale parlamento verso le elezioni in primavera, cambiando la legge elettorale. Un governo che duri alcuni mesi e che si occupi di modificare le regole del gioco è una cosa diversa da un governo che elabori un programma pluriennale che preveda anche un riassetto dello Stato. Inoltre è un’ipotesi che ha delle solide basi nella volontà popolare che nel 1993 ha voluto una legge elettorale maggioritaria e che nel 2006 ha bocciato la riforma costituzionale del governo Berlusconi. Entrambe le volontà popolari sono state tradite dall’attuale governo: oggi i cittadini italiani sono costretti a votare con una legge elettorale proporzionale senza la possibilità di scegliere i propri rappresentanti e subiscono un governo che continua a comportarsi come se l’Italia fosse una Repubblica presidenziale, adducendo l’esistenza di una fantomatica Costituzione materiale.
Le due consultazioni referendarie sono l’unico richiamo alla sovranità del popolo che abbia veramente senso in questo contesto, perché è stata esercitata «nelle forme e nei limiti della Costituzione», come stabiliste l’articolo 1 della nostra Carta. Con le elezioni non si cambia la legge fondamentale dello Stato e il fatto che sui simboli del Pdl e del Pd ci fosse scritto il nome del candidato premier con la dicitura «presidente» non ha trasformato l’Italia da Democrazia parlamentare in Democrazia presidenziale. Su questo sarebbe necessario che il Partito democratico fosse molto più deciso, ma pare che si siano tutti dimenticati del referendum costituzionale del 2006.

L’alleanza costituzione non è solamente un’ipotesi poco plausibile. Sarebbe anche una soluzione sciagurata perché significherebbe ancora una volta incastrare il Partito democratico in un progetto politico di modestissima portata e tutto orientato alla ricerca di un compromesso improbabile che tenga insieme Fioroni e Vendola (almeno sulla carta). Invece, il Partito democratico ha bisogno di cambiare seriamente pagina e di costruire una visione dello Stato del 21esimo secolo, smettendo di pensare alla società del ventesimo secolo e iniziando a pensare alla società contemporanea.

La Costituzione materiale non esiste

In questi giorni, in tanti a destra spiegano agli italiani che esiste una Costituzione materiale che di fatto ha sostituito la Costituzione formale: in base ad essa, poiché sulla scheda elettorale era indicato il nome di Berlusconi, avendo vinto, egli è l’unico titolato a ricoprire la carica di Presidente del Consiglio. Qualora venisse meno la maggioranza (o forse sarebbe meglio dire: nel momento in cui Berlusconi decidesse autonomamente di far venire meno la maggioranza), il Presidente della Repubblica non avrebbe altra soluzione che sciogliere il Parlamento e indire le elezioni.

Le cose non stanno così per vari motivi, che possiamo sintetizzare così:

  • la costituzione materiale non esiste;
  • il popolo italiano e il Popolo delle libertà sono due cose diverse;
  • nel 1993, il popolo italiano ha indicato chiaramente di volere un sistema maggioritario;
  • nel 2006, il popolo italiano ha bocciato la riforma costituzionale del Popolo delle libertà.

Non esiste alcuna Costituzione materiale alternativa a quella formale
Gli esponenti del Popolo delle libertà vorrebbero far credere che vi sia una prevalenza della Costituzione materiale su quella formale. Tale prevalenza, ovviamente, non può esserci, giacché la prima è una teoria ideata da Costantito Mortati per spiegare come nasce e come evolve una carta costituzionale. Wikipedia la sintetizza così:

Una visione dinamica di Costituzione non può fare a meno di vedere come essa sia una rappresentazione formalizzata dei rapporti di potere tra le varie classi sociali. [...] L’evoluzione dei rapporti di potere porta gradatamente a uno scollamento tra la legge scritta e quella applicata e concretamente “vivente”.

In altri termini, la legge – inclusa la Costituzione – è il frutto di un contesto storico e sociale, quindi è soggetta a cambiare nel corso del tempo perché invecchia. Modificare la carta costituzionale è un processo lungo e complesso. E’ giusto che sia così visto che la Costituzione è la norma che detta le regole del gioco: per modificarle deve esserci l’accordo di una parte molto consistente dei giocatori in campo e una procedura speciale.
E’ giocoforza che si arrivi a una riforma costituzionale per gradi, passando anche attraverso una serie di atti che “forzano” l’interpretazione della legge con l’obiettivo di affermare la necessità che essa sia cambiata.
Chiedersi come si passa dalla Costituzione materiale a quella formale equivale a chiedersi come si fa a cambiare la Costituzione? E ci sono solo due risposte possibili: seguendo le regole che la stessa carta detta, ossia attraverso un processo di revisione costituzionale, oppure con una rivoluzione.

Il popolo italiano e il Popolo delle libertà sono due cose diverse
Alle ultime elezioni politiche, il Popolo delle Libertà ha preso il 37,38% dei voti alla Camera e il 38,10% al Senato. La coalizione formata da Pdl, Lega e Movimento per l’Autonomia ha preso il 46,81% alla Camera e il 47,32% al Senato.
Questo risultato, se da un lato non pone dubbi su quali siano i partiti che hanno vinto le elezioni, dall’altro rende anche evidente che il popolo che ha messo la croce sul nome di Berlusconi rappresenta un terzo di quello italiano. Non c’è alcuna investitura plebiscitaria che autorizzi a dire che il popolo italiano vuole che sia Berlusconi a governare e che non vi sia alcuna possibile alternativa.

Il popolo italiano ha indicato chiaramente di volere un sistema maggioritario
Nel 1993, gli italiani votarono un referendum in cui indicavano molto chiaramente che desideravano passare a un sistema elettorale maggioritario. Dopo il referendum fu approvato il Mattarellum che introduceva un sistema maggioritario pur mantenendo una quota proporzionale del 25%.
Oggi il Mattarellum è stato sostituito dal Porcellum, con cui – certo non in ossequio alla volontà del popolo – è stato reintrodotto un sistema proporzionale e sono state eliminate le preferenze, sicché i parlamentari non sono scelti dagli elettori ma vengono nominati dai partiti.
Vale la pena ricordare che il Porcellum è una legge elettorale; indica esclusivamente le modalità con cui vengono eletti deputati e senatori e non modifica in alcun modo l’assetto dello Stato. Tuttavia, cambia i rapporti di forza tra le parti in gioco, annichilendo di fatto il Parlamento, che diventa un club di yes-man chiamati a ratificare le decisioni del Governo. Fin tanto che qualcuno non decide di sparigliare la carte come sta facendo Fini.

Il popolo italiano ha già bocciato la riforma costituzionale del Popolo delle libertà
L’Italia è una Repubblica parlamentare, anche se Berlusconi si comporta come se fosse una Repubblica presidenziale. Si tratta, con tutta evidenza, di una forzatura; del tentativo di imporre una Costituzione materiale che sta solamente nella sua testa.
Non dobbiamo dimenticare, infatti, che il Popolo delle libertà ha già provato a fare una riforma costituzionale nel 2006 introducendo – tra le altre cose – il premieriato. E quella riforma non fu approvata dal popolo italiano che la bocciò in sede di referendum.
Se fosse stata approvata, oggi, il Presidente del Consiglio avrebbe potuto sciogliere il Parlamento e revocare i ministri. Lo spirito illiberale e liberticida di quella riforma, bocciata dagli italiani (è bene ripeterlo), ha prodotto il Porcellum che ha l’unico obiettivo di indebolire il Parlamento in modo da dare maggiore spazio di manovra alla Presidenza del Consiglio.

Il Partito democratico deve sottolineare con forza che l’Italia è e rimane una Repubblica parlamentare e che la Repubblica presidenziale completa di un Parlamento succube al Governo che immagina il Popolo delle libertà non rientra tra i desideri del popolo italiano. Una nuova maggioranza senza andare alle elezioni non solo è possibile, ma dovrebbe essere doverosa.

John Steinbeck, Uomini e topi

In questi giorni mi è capitato tra le mani un libro appartenuto a mio nonno. Si tratta di un’edizione del 1942 di Uomini e topi di John Steinbeck tradotta da Cesare Pavese. Una storia cruda, raccontata senza fronzoli; leggendola immaginavo le scene in bianco e nero come un vecchio film degli anni cinquanta. C’è un passaggio che mi è rimasto impresso. Crooks è il garzone di stalla nero, che vive isolato dal resto del gruppo dei lavoratori della fattoria:

Disse Crooks: “[...] Un uomo passa la sera qui solo, seduto: magari legge dei libri o pensa o altro. Qualche volta pensa e non ha niente che possa dirgli se una cosa è o non è come lui crede. Magari, se vede qualcosa, non sa dire se ha ragione o se sbaglia. Non può rivolgersi a qualcuno e domandargli se vede anche lui la stessa cosa. Non può mai dire. Non ha niente per regolarsi. Io qui ho veduto delle cose. Non avevo bevuto. Non so se dormivo. Se con me ci fosse stato qualcuno, poteva dirmi se dormivo e sarebbe andato tutto bene. Io invece non so. [...]
Mi ricordo quand’ero bambino nell’allevamento di polli del mio vecchio. Avevo due fratelli. Erano sempre vicino a me, sempre. Dormivamo insieme nella stessa stanza, nello stesso letto, tutti e tre. Avevamo un campo di fragole. Avevamo un campo di alfalfa. Al mattino col sole facevo uscire i polli nell’alfalfa. I miei fratelli sedevano sullo steccato e li guardavano… erano bianchi i polli”.