Archivio mensile:ottobre 2010

Startup Weekend Roma: appunti

17:00 Andrea Genovese affronta il tema del talento parlando di coaching e citando Mihaly Csikszentmihalyi che ha elaborato un modello una teoria dell’esperienza ottimale, che chiama flow. In altri termini, non è sufficiente essere talentuosi, ma occorre fissare gli obiettivi da raggiungere in modo che siano sfidanti: non troppo semplici perché si cadrebbe nella noia; non troppo difficili perché si innescherebbe l’ansia.
Antonio Leonforte interviene nella discussione per confermare che lo stato di flow (che lui chiama stato di grazia) è una condizione che si deve cercare di ottenere nei gruppi di sviluppo software: in questa situazione, i programmatori – che sono ingaggiati in attività intellettualmente gratificanti – diventano molto più produttivi, trovano le soluzioni più in fretta e sbagliano di meno.

16:45 Qurami (Roberto Macina) è un servizio e una mobile app che permette di: a) visualizzare in tempo reale la situazione della coda di uno sportelli; b) prenotare il posto in fila con il cellulare invece di recarsi fisicamente a recuperare il biglietto cartaceo. Il gruppo di nove persone produrre una mockup e ha già messo online una landing page.

16:30 Taxi Deal (Filippo Neri) è un app per smartphone che facilita l’accesso ai taxi: l’utente può indicare un percorso da fare e l’app gli fornisce una lista dei taxi che sono disponibili a coprire il percorso e il prezzo per la corsa. L’utente può anche decidere di condividere la sua corsa. Il gruppo di lavoro è formato da quattro persone e domani mostreranno una presentazione e un mockup.

16:00 Castin (Carlo Mallone) è un’applicazione per Facebook che ottimizza l’esperienza d’uso della condivisione di link sulla piattaforma di social networking. L’idea è incentivare la categorizzazione di link e fare in modo che l’utente riceva notifiche di contenuti rilevanti anche se non provengono dalla cerchia dei suoi contatti. L’obiettivo per il weekend è costruire il business plan e un mockup dell’applicazione.

15:45 RingPay (Michele Silletti) permette di effettuare pagamento con i cellulari quando non si può usare la carta di credito e l’uso dei premium sms non è conveniente. Al gruppo partecipano tre persone ed entro domani sera, potremo effettuare una donazione ad Emergency per testare il sistema.

15:30 Barcode Battle (idea di Claudio Tesoriero) è un gioco di ruolo per Android in cui si interpreta un personaggio le cui caratteristiche sono prese dalla realtà scansionando dei codice a barre. Si sono divisi in tre gruppi: sviluppo della componente server, sviluppo del client per android e ricerca di mercato, anche se sono tutti tecnici.

15:15 Alien è un sistema pensato per categorizzare gli annunci partendo dal testo libero inserito dall’utente. Il gruppo è formato da sole due persone: Flavio Campanella e Ludovico Grossi, entrambi informatici, e si è posto l’obiettivo di avere un prototipo funzionante alla fine dell’esperienza.

15:00 Login Bank (proposto da Silvio Donnini) affronta il problema di gestire l’accesso di più persone a un account senza condividere la password: la soluzione potrebbe essere quella di inserire un componente intermedio che si preoccupa di gestire l’autenticazione e il logging della sessione. Il gruppo pensa che ci potrebbero essere delle sinergia con Quick jobs.

14:45 M’indigno (idea di Stefano Uliari) è un’iniziativa no profit che permette alle persone di condividere un contenuto che provoca la sua indignazione invitando altre persone ad aggregarsi attorno alla segnalazione. Il gruppo sta lavorando sulla user experience e usa balsamiq per costruire i mockup.

14:30 Quick Jobs realizzerà un servizio che permetterà di acquistare micro-attività lavorative. Per esempio, ho bisogno di qualcuno che vada a controllare se su uno scaffale di un negozio è presente un prodotto: posso chiedere agli iscritti in una zona di accettare il task e di risolverlo. L’idea è stata proposta da Giuliano Iacobelli e il gruppo è molto nutrito con tecnici, designer e risorse con competenze diverse. Il modello di business è stato delineato, hanno deciso dei casi d’uso da implementare e stanno discutendo sul Cms da utilizzare.

12:50 Stefano Passatordi, fondatore di ibrii, elenca i dieci errori (+1) che ha commesso nell’avviare la propria startup:

  1. non bisogna essere troppo entusiasti e fare voli di fantasia, ma puntare ad agire in modo razionale;
  2. le persone che partecipano al team devono condividere la medesima vision, quindi non vanno necessariamente scelte tra le persone che vi stanno più vicine;
  3. è bene essere sicuri di sé, ma non bisogna essere arroganti perdendo la capacità di ascoltare;
  4. quando sviluppate il prodotto non mettete troppe cose: less is more;
  5. per spiegare che cosa fa il vostro prodotto, non spiegate le funzionalità, ma raccontare qual è il vantaggio che ne avranno i vostri utenti;
  6. curate l’usabilità e investite in un esperto di user experience con l’obiettivo che l’utente capisca al volo come si usa quello che gli proponete;
  7. chiedete proattivamente un feedback agli utenti e analizzate i risultati;
  8. partite dal prodotto e concentratevi sulla sua qualità adottando una metodologia da lean startup, quindi fate il business plan tenendo conto di quello che avete imparato;
  9. spesso si tende a emulare senza aggiungere qualcosa di nuovo o spostare i confini di ciò che già esiste;
  10. lo startupper non è sempre determinato, perché c’è l’idea che fare una startup sia un gioco e che sia facile;
  11. (errore bonus di Tara Kelly) tante startup decidono di rimanere in stealth mode per mesi rinunciando a confrontarsi da subito con il mercato.

12:30 Michele Costabile, amministratore delegato di Quantica Sgr parla di venture capital, affrontando innanzitutto il tema del miti dell’imprenditore. Ne racconta tre:

  • L’imprenditore è un titano. Le startup non le fanno i singoli
    Il contratto con Ibm fu stipulato da Steve Ballmer, che era stato uno dei più giovani vicepresident di Accenture e quindi era considerato credibile dall’azienda cliente.
  • Gli imprenditori sono propensi al rischio. L’imprenditore non è un amante del rischio, ma è uno in grado di allocare consapevolmente il rischio valutando i soggetti da coinvolgere e determinando che quota sono in grado di assumersi.
  • L’imprenditore ha inventato qualcosa di straordinario. Ciò che è veramente disruptive dal punto di vista commerciale non è mai qualcosa di sensazionale. Per esempio, uno dei business più profittevoli degli ultimi anni

Nell’area del venture capital, la finanza è un corollario: Quantica ha deciso quindi di alimentare un sistema e di diversificare la strategia di investimento. In questo contesto, ha allocato parte del fondo in investimenti di giovani che decidono di sviluppare il proprio prodotto in un seno a una piccola o media impresa già operativa.

10:00 I partecipanti arrivano un po’ pigramente e alla spicciolata. Si raccolgono attorno ai tavoli e iniziano a lavorare. Il gruppo capitanato da Giuliano Iacobelli aggrega molte persone e assume la configurazione di una riunione di condominio ;-)

Tony Blair, Un viaggio (3)

I politici di altri paesi considerano il proprio mandato a tempo, soprattutto se si tratta della leadership di un partito o di un paese. Per esempio, Tony Blair nella sua autobiografia scrive più volte che era perfettamente consapevole che il ruolo alla guida della Gran Bretagna non sarebbe potuto durare più di due mandati e che dopo avrebbe dovuto fare altro, qualcosa di completamente diverso. In questo passaggio, le ragioni della politica si incontrano con quelle personali:

Nessuno crede mai a un politico quando lo dice, eppure non ho mai avuto la smania di diventare primo ministro, né di rimanerlo a lungo. E’ la pura verità. Non voglio dire che mi mancasse l’ambizione, anzi ne avevo tanta: mi mancava il coraggio. Sapevo che sarebbe stato brutale e violento e che avrei potuto finire in una valle di lacrime.
Quando tempo dopo mi fermai a riflettere durante la pausa estiva [...] pensai al futuro. Meditai di sollevarmi dall’incarico, di allontanarmi mantenendo intatta la mia reputazione e la mia dignità dopo aver servito due mandati, passando il testimone a Gordon [Brown] per tornare a essere libero, libero dall’ansia, dalla responsabilità, dall’idea di vivere costantemente sul filo del rasoio dove ogni scivolone può anche ridurti in pezzi. Pensavo a quanto sarebbe stato bello andarmene, ancora giovane, da poco passati i cinquanta, ancora ben visto in una nazione amichevole. Avrei guidato il Paese, ovviamente, al meglio delle mie capacità. Non avrei scansato le decisioni difficili, ma pregavo che non fossero quelle che possono far perdere tutto e portare al fallimento e all’umiliazione. Bisognava andarsene prima che la gente smettesse di ascoltare e di apprezzare, prima che iniziasse a provare disgusto. Quella era mia speranza.

Il 5 novembre vado a fare la rivoluzione a Firenze

Scrive Matteo Renzi oggi sul Post:

Quello che poniamo da subito è un problema di metodo: nel mondo civile i partiti rimangono sempre gli stessi, ma i leaders cambiano. Se perdono le elezioni i dirigenti politici si fanno una fondazione, scrivono un libro, danno suggerimenti, ma vanno a casa. Qualcuno di loro è talmente bravo che dopo dieci anni di governo va a casa direttamente senza bisogno di perdere le elezioni. I partiti restano, i leaders cambiano, i problemi si affrontano.

Da noi è tutto alla rovescia: i dirigenti politici si fanno le fondazioni, scrivono libri, danno consigli ma rimangono lì, sempre, tenacemente abbarbicati allo strapuntino della seggiola. Non si schiodano, guai a chi li tocca. Si cambiano i partiti, si cambia il nome dei partiti, ma i leaders sono gli stessi, con le solite facce, le solite idee, il solito linguaggio. Con un gruppo di amici abbiamo pensato di non nasconderci. Di non restare in silenzio, quatti quatti ad aspettare che il grande orologio biologico della cooptazione faccia scattare il nostro turno. Ci siamo buttati nella mischia con la lealtà di chi non ha niente da chiedere per sé, se non il rispetto per le proprie idee. Ci hanno detto che siamo sfasciacarrozze e pierini, giovanotti e maleducati: noi abbiamo solo chiesto il rispetto di quella norma maleducata dello Statuto del Pd che dice che dopo tre mandati si va a casa. Vorrà dire che lo chiederemo per piacere “Scusi, cortesemente, potrebbe rispettare le regole e lasciare quello scranno dopo qualche decennio?”

Non abbiamo grandi ambizioni, insomma. Vogliamo solo fare la rivoluzione. E vogliamo farla con il sorriso sulle labbra di chi vuole bene alla politica e si ritiene umiliato quando ne calpestano la dignità. Meritiamo di più dello squallore di questi anni: tocca anche a noi provare a cambiare la rotta, mettendoci faccia e cuore.

Ci vediamo a Firenze, dal 5 al 7 novembre 2010, presso la stazione Leopolda (si arriva con la metrotranvia dalla stazione di Santa Maria Novella). Metafora ferroviaria, alla Calvino: se una notte d’inverno… finisse, finalmente. E si aprisse un’altra stagione.

Arrington: quegli idioti paleolitici del marketing

Oggi, il sito della Ferpi – Federazione delle Relazioni Pubbliche ospita un mio breve intervento su un recente episodio che vede contrapposti Michael Arrington e l’agenzia che pianifica l’acquisto di pubblicità di American Express. Lo ripropongo anche qui:

Michael Arrington, fondatore di Techcrunch, non è certamente uno che le manda a dire, anzi la mancanza di peli sulla lingua e la coerenza della sua condotta sono tra i fattori che ne hanno fatto uno dei più autorevoli commentatori della Silicon Valley.
Il 25 ottobre scrive un post in cui lamenta il fatto che, nonostante le sue credenziali siano ottime, non riesce a ottenere un certo tipo di carta di credito da American Express. Ironicamente, la pagina del post ospita anche un banner di American Express che è inserzionista della testata.

La reazione della agenzia che rappresenta l’azienda è immediata:

Abbiamo trovato questo sul tuo sito oggi e ovviamente non è una buona cosa per Amex e per il marchio Zync. Potete eliminare il post dal vostro sito? Se sì, per favore fatelo il prima possibile. Se non siete in grado di monitorare questo tipo di cose con più attenzione, sfortunatamente non potremo acquistare altra pubblicità da Techcruch in futuro.

La reazione di Arrington è altrettanto repentina e decisa:

Non sono altro che idioti paleolitici del marketing che non riescono a pensare fuori dai soliti schemi. Quel tipo di persone che, non solo si arrabbia quando i propri clienti sono al centro dell’attenzione, ma che minaccia di ritirare la pubblicità se la nostra linea editoriale non è in linea con la loro agenda. Noi non siamo il Wall Street Journal; a noi non piace che ci venga detto cosa possiamo e cosa non possiamo scrivere. Anche se non faremo mai più affari con questa agenzia in futuro dopo questo post, non farò il loro nome. Magari fanno ancora a tempo a salvarsi e, un giorno, mi ringrazieranno.

Nello sfogo di Arrington c’è tutto: l’incapacità degli uomini di marketing di comprendere come sta cambiando il sistema dei media; l’uso scorretto della pubblicità che viene usata come leva per ottenere la compiacenza dei giornalisti; la perdita progressiva e inesorabile di credibilità dei media di massa addomesticati dagli inserzionisti; una testata online che – libera dalla zavorra degli atomi da spostare dalla tipografia all’edicola – preferisce rinunciare a un cliente pur di mantenere la propria autorevolezza.

Corruption Percepction Index 2010: l’Italia in coda ai paesi europei

Il Corruption Perception Index misura il livello percepito della corruzione in 178 paesi del mondo ed è calcolato annualmente da Transparency International, un’organizzazione non governativa che si propone di costruire una coalizione di persone nel mondo per combattere e sconfiggere la corruzione.

L’indice è calcolato facendo riferimento a una serie di statistiche e sondaggi tra esperti ed è interessante che si faccia specifico riferimento alla percezione della livello di corruzione piuttosto che al tentativo di misurare il fenomeno in modo oggettivo (cosa che probabilmente è impossibile). Infatti, il giudizio sul livello di malaffare nella pubblica amministrazione di un paese è anche un giudizio sulla sua affidabilità e sulla capacità di attrarre investimenti e talenti dall’estero: un paese in cui la corruzione è percepita come un problema rilevante è anche un paese opaco, in cui le regole non sono certe.

Nel 2010, l’indice ci mette al 66esimo posto su 178 paesi e non è una buona posizione. La situazione peggiora però se ci confrontiamo con gli altri paesi dell’Europa: in questo caso siamo al quartultimo posto, davanti a Grecia, Bulgaria e Romania.

schermata-2010-10-27-a-233856

schermata-2010-10-27-a-234010

via Luca De Biase

Il governo aperto come antidoto alla corruzione e alla crisi

Ernesto Belisario su Apogeo Online parla di Open gov e trasparenza per uscire dalla crisi:

In un contesto di debolezza finanziaria uno dei maggiori problemi che i governi devono fronteggiare è come ricostruire la fiducia di cittadini e investitori nelle risposte fornite alla crisi (tagli alla spesa pubblica, nuova regolamentazione e stimolo al sistema economico). Sotto questo profilo già in passato numerosi studi (condotti negli Stati Uniti e in Canada) avevano dimostrato come l’uso delle tecnologie da parte dei Governi (e-government) accrescesse la fiducia dell’opinione pubblica nei confronti delle politiche governative. È anche per questo, quindi, che sempre più Paesi hanno deciso di utilizzare Internet (e, in particolare, gli strumenti del Web 2.0) per illustrare e spiegare le soluzioni approntate e coinvolgere i cittadini nel processo decisionale.

Parallelamente, Luca De Biase segnala che siamo al 66esimo posto nella classifica mondiale della corruzione nella pubblica amministrazione (Corruzione all’italiana).

RomeCamp2010 rinviato a gennaio

Abbiamo deciso di rinviare all’anno prossimo il RomeCamp che volevamo tenere il 13 dicembre presso la facoltà di economia e commercio dell’Università Roma Tre (grazie al prof. Carlo Alberto Pratesi per la consueta disponibilità).

Il motivo è semplice: pensiamo che sia necessario avere un po’ di tempo a disposizione per raggiungere l’obiettivo che ci siamo posti e non vogliamo correre il rischio di scontentare nessuno. Il RomeCamp infatti serve a costruire delle storie legate ai dati prodotti dalla PA che mostrano i vantaggi che si hanno quando le informazioni pubbliche sono messe a disposizione in formato aperto e vengono usate dai cittadini e dalle imprese.
L’evento di gennaio sarà quindi il punto finale di un percorso iniziato in questi giorni che prevede la creazione di alcuni gruppi di lavoro che struttureranno dei progetti concreti. Per esempio, stiamo organizzando materialmente un gruppo che intende occuparsi delle statistiche sul mercato del lavoro e pensiamo di poter creare delle infografiche interattive.
I gruppi lavoreranno online tra novembre e dicembre e daranno forma operativa ai progetti. Eventualmente predisporranno dei semilavorati per l’evento; poi ci incontreremo tutti insieme al RomeCamp e percorreremo l’ultimo miglio, portando a termine le attività necessarie al lancio.

Stay tuned: nei prossimi giorni tornerò sull’argomento :-)

Tony Blair, Un viaggio (2)

Quando Tony Blair cominciò a fare politica nei laburisti, non era un buon periodo per la sinistra inglese, che attraversava una crisi che mi sembra abbia diversi punti di contatto con quella del Partito democratico italiano. L’analisi che propone nel secondo capitolo di Un viaggio è utile:

Fin da subito, ancor prima della mia elezione in parlamento nel 1983, avevo compreso che il problema del partito era endemico e autoinflitto. Non eravamo in contatto con il mondo moderno. Attiravamo solamente due categorie di persone: coloro che erano tradizionalmente laburisti e coloro che arrivavano al socialismo e alla democrazia sociale seguendo un percorso intellettuale.
[...]
Per di più, la prima categoria si stava rimpicciolendo. I giorni dei vecchi sindacalisti erano finiti e stavano scomparendo insieme alle industrie su cui avevano avuto maggiore influenza – carbonifere, dell’acciaio, navali, tessili. Le nuove imprese, in particolare quelle nate dalle nuove tecnologie e dal moderno settore dei servizi, non gradivano quel misto di agitazione sindacale e politica. Cosa più importante, non lo gradivano le persone che ci lavoravano.
[...]
Ma tutti i movimenti progressisti devono guardarsi dai loro successi. Il progresso che contribuiscono a costruire reinventa la società in cui lavorano, e loro devono reinventare per stare al passo coi tempi, altrimenti diventano gli echi di quella che una volta era considerata una voce alta e potente, che ancora si diffonde, ma con incisività sempre minore. Via via che la loro influenza diminuisce, diminuiscono anche i sostenitori, che diventano più petulanti e discordi, sempre più preoccupati di curare il proprio orticello invece di comprendere che i tempi sono cambiate e devono ascoltare prima di parlare. Succede in ogni associazione. Ed è un meccanismo fatale per chiunque non abbia un meccanismo di verifica, che li obblighi ad affrontare il problema e a migliorarsi.
[...]
Mentre assistevo al disfacimento del partito laburista a seguito delle elezioni del 1983, mi rendevo conto che era arrivato il momento di cambiare: i sindacati non sarebbero stati in grado di sostenere un partito moderno, una volta che fosse salito al potere.
Col tempo arrivai a un’altra conclusione riguardo alla seconda categoria di persone attratte dal partito. L’atteggiamento progressista vecchio stampo di quest’ala del partito aveva radici profonde e una tradizione venerabile. I leader, spesso nati in condizioni benestanti ma nemici delle diseguaglianze, erano individui eccezionali.
[...]
Mi ci volle molto tempo per capire quali fossero i problemi di questo secondo gruppo formato da intellettuali: benché si preoccupassero per la gente comune, non si sentivano tali. Erano come il personaggio di George Duhamel che dice: «amo l’umanità, ma non sopporto gli esseri umani». Non voglio dire che fossero altezzosi o sgradevoli, anzi il più delle volte erano affascinanti e divertenti, ma non capivano l’aspirazione a migliorarsi. A livello politico, erano fin troppo altruisti: quando i livelli di ingiustizia o diseguaglianza venivano ridotti, anche grazie ai loro sforzi, mancavano però di considerare cosa sarebbe successo in seguito. Una persona povera, prima ha bisogno che qualcuno s’interessi alla sua condizione, poi ha bisogno di agire; una volta superato lo stato di necessità, il suo obiettivo potrebbe diventare quello di raggiungere un ceto sociale più alto. In altre parole, per i meno abbienti sono importanti aspirazione, ambizione, miglioramento, raggiungimento di un certo livello, guadagno, mantenimento di uno stile di vita adeguato per la famiglia e possibilità di dare ai figli maggiori opportunità.
[...]
Il problema con gli intellettuali era che non capivano questo processo, e se lo capivano, lo condannavano. In un certo senso volevano rendere omaggio alla classe operaia senza trasformarla in middle class; ma divenire parte della classe media era proprio il traguardo sognato dai proletari per sé e per i propri figli. Ciò che gli intellettuali sostenevano in merito alle diseguaglianze sociali verteva pericolosamente sull’uguaglianza del reddito e non sull’uguaglianza delle opportunità. Solo quest’ultima garantisce davvero la libertà, mentre la prima ben presto diventa (e viene percepita) come un limite. L’atteggiamento dei tanti che chiedevano l’appoggio degli intellettuali era in realtà meritocratico, non egalitario: volevano essere aiutati a salire sul primo gradino ma, una volta lì, la scalata sarebbe spettata a loro.

Fammi sapere: un convegno sugli open data a Senigallia

Il prossimo 20 novembre sarò a Senigallia come relatore al convegno Fammi Sapere: la Trasparenza della Pubblica Amministrazione: Internet, Open Data, Anagrafe pubblica degli Eletti organizzato dalla società InformaEtica e dal Comune di Senigallia. Grazie a Marco Scaloni che mi ha coinvolto.

E sarò in bella compagnia perché praticamente partecipa una larga percentuale di chi si occupa di questi temi in Italia, come si vede nella pagina dei relatori. Personalmente, porterò delle riflessioni sulla dimensione politica degli open data.

Venite anche voi a Senigallia iscrivendovi su Eventbrite.

Conversational: Corporate Generated Content

Venerdì sera sono stato negli studi di Radio Popolare Roma ospite di Conversational, la trasmissione di Antonio Pavolini sui social media. Insieme con Mauro Lupi e Mafe De Baggis abbiamo parlato di corporate generated content e della convergenza tra le industrie dell’editoria e della pubblicità. La trasmissione è andata in onda sabato 23 ottobre alle 12:30.

Il podcast: Conversational del 23 ottobre

Questioni di etica della professione

Venerdì 22, un Noto Quotidiano denuncia in homepage con grande evidenza che l’ufficio stampa di una Grande Azienda italiana avrebbe comunicato alla redazione la cancellazione della pubblicità dalla testata a causa di un articolo critico. La cosa non mi piace e la trovo grave soprattutto per le modalità: secondo la redazione, infatti, un relatore pubblico di un’azienda avrebbe scritto a un giornale comunicando una ritorsione. Un comportamento profondamente contrario alla deontologia professionale.
Per questo motivo, decido di scrivere ai soci della Ferpi (Federazione delle relazioni pubbliche italiana) una lettera aperta e la faccio circolare in anteprima tra qualche amico associato prima di chiederne la pubblicazione sul sito dell’associazione. Ieri mattina uno di loro mi chiama per farmi presente che il quotidiano ha pubblicato una smentita a firma del direttore della comunicazione dell’azienda. Bene, mi fa piacere: ritengo che sia un atto doveroso, anche se si tratta di una smentita parziale (si dice solo che non è vero che l’azienda ha cancellato la pianificazione pubblicitaria e che comunque l’ufficio stampa non avrebbe il potere di farlo).

Parlo genericamente di Grande Azienda e Noto Quotidiano perché non è importante in questa sede entrare in questo dettaglio: molte grandi aziende hanno questo atteggiamento nei confronti delle testate giornalistiche, anche se generalmente questo tipo di ritorsione viene fatto in silenzio o – se proprio il relatore pubblico in questione vuole fare un po’ il gradasso – per telefono.

La cosa che mi interessa notare invece è che quando si sollevano questioni di principio, la prima reazione che si suscita è: ma chi te lo fa fare a metterti contro l’Uomo Potente di turno? L’unico risultato che otterrai è fartelo nemico e apparire come un moralista e un rompipalle. A questo punto partono automaticamente le azioni di dissuasione e di neutralizzazione.

Nel momento in cui si sostengono con decisione delle opinioni ci si schiera, si dice dove si ritiene che stia il bene, in che direzione si dovrebbe andare. Fin tanto che si rimane sul piano delle aspirazioni ideali, va tutto bene. Quando si richiede coerenza tra idee e comportamenti, cominciano i distinguo, le sfumature; mi sono trovato spesso a farli anche io cercando di fissare in modo coerente il confine tra ciò che è lecito per me e ciò che non lo è.

Questa era la lettera ai soci della Ferpi: la pubblico solo nel mio blog come elemento di riflessione. La nota ufficiale della Grande Azienda ha neutralizzato gran parte del senso della mia iniziativa e comunque mi rendo perfettamente conto che la maggior parte dei miei colleghi comunicatori questi problemi proprio non se li pone. Anzi, a volte ho l’impressione che provino un certo godimento a fare i persuasori occulti.

Cari soci Ferpi,

il Noto Quotidiano denuncia che la Grande Azienda ha cancellato la pubblicità dalla testata a causa di un articolo critico sull’azienda:

La Grande Azienda non acquisterà più spazi pubblicitari sul Noto Quotidiano. È la ritorsione per un articolo sgradito. Ce lo ha fatto sapere per iscritto l’Ufficio Stampa dell’Ente.
Ne prendiamo atto. Grazie a vendite e abbonamenti, non dipendiamo dalla benevolenza dei signori della pubblicità. Non scriviamo sotto dettatura.
Preoccupa che la pubblicità non serva a promuovere un prodotto, ma ad addomesticare l’informazione. Troppi giornali, grandi e piccoli, sono tenuti in soggezione dagli investimenti pubblicitari. Troppi giornalisti scrivono con il timore di provocare un danno economico che l’editore non perdonerebbe.

Non si tratta di una generica illazione, ma di un’accusa circostanziata: poiché il giornalista ha scritto qualcosa che l’azienda non ha apprezzato, il relatore pubblico gli ha comunicato per iscritto che l’azienda non farà più pubblicità sulla testata. Il che equivarrebbe a dire che la Grande Azienda è disposta a investire in advertising solo su giornali, televisioni e radio che parlano bene di lei.

E’ del tutto evidente che non si può obbligare un’impresa ad acquistare la pubblicità su una testata piuttosto che sull’altra. Tuttavia, il meccanismo ricattatorio che emergerebbe se venisse confermato che esiste una comunicazione scritta dell’ufficio stampa della Grande Azienda con cui si cancella la pianificazione pubblicitaria sarebbe oggettivamente inaccettabile, anche per il valore intimidatorio nei confronti dei giornalisti di altre testate. Chi di loro si azzarderebbe a essere critico nei confronti di un’azienda che mette per iscritto che il rapporto commerciale con l’editore è subordinato all’abdicazione della deontologia professionale del giornalista?

Già immagino le risposte di molti colleghi, soprattutto di quelli più smaliziati: «è così che vanno le cose». Beh, se così fosse, a maggior ragione varrebbe la pena discuterne, nell’interesse della nostra associazione, che ha sempre sottolineato l’importanza di un comportamento etico come tratto distintivo e dovere inderogabile del professionista di relazioni pubbliche.

Tante belle cose a tutti :-)
Nicola Mattina

Uniferpi al Working Capital di Telecom Italia

Mi fa sempre piacere avere a che fare con i ragazzi di Uniferpi, soprattutto nelle aree dell’Italia dove ci sono dei gruppi attivi, come in Triveneto. In quest’ottica, li ho coinvolti nell’organizzazione della tappa padovana di Working Capital: ci hanno dato una mano con la logistica e Giancarlo Camoirano ha presentato le attività della delegazione territoriale.

Nel video anche le Girl Geek Dinner Nordest, Nord Est Creativo, Ecosistema 2.0 e l’Associazione italiana donne inventrici e innovatrici.

Il lodo Alfano costituzionale e un po’ di fantapolitica

Il lodo Alfano costituzionale metterebbe al riparo il premier dai processi anche per i reati commessi prima che si avviasse alla carriera politica. E’ oggettivamente un orrore da qualsiasi punto di vista a partire da quelli etico e giuridico. Però, mi sembra di poter dire che la parola «costituzionale» racchiuda un’opportunità.

Le leggi costituzionali hanno un inter particolare, come sintetizza Wikipedia alla voce legge costituzionale:

Il procedimento per la revisione costituzionale è disciplinato nell’art. 138 della Costituzione italiana: il disegno di legge costituzionale deve essere approvato da ciascun ramo del Parlamento con due distinte deliberazioni, tra le quali devono intercorrere almeno tre mesi. Nel caso in cui la deliberazione, nella seconda votazione di ciascuna delle Camere, non sia avvenuta a maggioranza di due terzi dei loro componenti ma a semplice maggioranza assoluta, può essere richiesto, da un quinto dei membri di una Camera, da cinque Consigli regionali o da 500.000 elettori, un referendum confermativo.

La maggioranza di due terzi corrisponde a 420 deputati e 210 senatori. Lo scorso 30 settembre, il governo ha ottenuto la fiducia alla Camera con 342 voti: quindi è plausibile dire che il lodo Alfano verrà approvato a maggioranza assoluta e che si andrà al referendum.

A questo punto gli italiani saranno chiamati a votare su un quesito del tipo: volete assicurare l’immunità a Silvio Berlusconi, quando a voi non viene concesso neanche il dubbio della buona fede se siete passati con il giallo? Nel 2006 il referendum che avrebbe dovuto confermare la riforma costituzionale fatta dal centro destra che cambiava l’assetto della Repubblica e introduceva la devoluzione e il premierato fu stato bocciato senza troppi complimenti (vedi la voce Referendum costituzionale del 2006 in Italia di Wikipedia). Personalmente ho più di un dubbio che una legge costituzionale così smaccatamente ad personam possa essere approvata in sede referendaria.

Fin qui siamo nel plausibile, però potrebbe essere divertente fare qualche ipotesi di fantapolitica. Abbiamo detto che ci vogliono tre mesi per fare la legge costituzionale, quindi il lodo Alfano potrebbe essere approvato a marzo e pubblicato in Gazzetta ad aprile. A questo punto, mi auguro che il Partito democratico faccia scattare contemporaneamente le tre opzioni e quindi che richieda il referendum con i deputati, i consigli regionali e raccogliendo le firme (molte di più delle 500mila necessarie, ovviamente). Questa richiesta deve essere fatta entro tre mesi: immaginando che siano usati tutti e tre e che quindi la richiesta di referendum venga presentata a luglio. Da qui ci vuole un mese affinché la Corte Costituzionale decida se è legittimo (siamo ad agosto). Quindi sono concessi altri sessanta giorni per stabilire la data delle votazioni (siamo arrivati a ottobre). La data del referendum è «fissata in una domenica compresa tra il 50° e il 70° giorno successivo all’emanazione del decreto di indizione». Insomma il no-Berlusconi Day (quello vero, non le allegre scampagnate del Popolo Viola) potrebbe esserci tra il dicembre del 2011 e il gennaio del 2012. Anche se abbiamo fatto un’ipotesi molto pessimistica immaginando che ogni volta i provvedimenti vengano presi alla scandenza del tempo concesso. Ricordiamo che la riforma costituzionale del 18 novembre 2005 è stata abrogata con il referendum del 25 giugno 2006, quindi i tempi potrebbero essere un po’ più brevi e garantire la votazione entro il 2011.

E poi? Beh, se il lodo Alfano venisse effettivamente bocciato, Futuro e Liberà potrebbe legittimamente avanzare il sospetto che il premier non ha più la maggioranza nel Paese e che quindi sia il caso di andare alle elezioni anticipate. A quel punto, infatti, Berlusconi sarebbe in una situazione di totale svantaggio non potendo certo sostenere che la maggioranza degli italiani lo ama e lo segue senza riserve. Se ciò fosse vero, tra marzo e giugno del 2012 ci sarebbero le elezioni anticipate (magari con una legge elettorale diversa da quella attuale, ma questa è un’altra telenovela).

Le elezioni anticipate e l’auspicabile sconfitta di Berlusconi scongiurerebbero il rischio di una sua candidatura alla Presidenza della Repubblica nel 2013, anno in cui scade il settennato di Napolitano.

UPDATE. I miei amici esperti di politica, mi dicono che l’ipotesi più probabile rimane comunque quella di andare al voto nel 2011 e che non si farà a tempo a discutere il lodo Alfano, che di fatto sposta solo il problema in avanti. Questa è l’ipotesi che Berlusconi percorrerebbe se ritenesse che rinviare la questione non è conveniente.

Tony Blair, Un viaggio (1)

Ho iniziato a leggere Un viaggio di Tony Blair: ci metterò un po’ perché il libro è lungo e quindi alternerò la lettura con altri volumi. Di tanto in tanto citerò dei brani che mi sembrano interessanti. Parto da un passaggio dal primo capitolo che ho appena terminato:

Ciò che davvero mio padre mi insegnò, e a sua insaputa, fu il motivo per cui le persone come lui diventavano conservatori. Era stato povero. Era della classe operaia. Voleva diventare un borghese. Aveva lavorato, contato sulle proprie forze, ce l’aveva fatta e voleva che i suoi figli andassero più lontano di lui. Come molti della sua generazione, papà pensava che la conseguenza diretta dei suoi sforzi e della sua ambizione fosse diventare un conservatore. In un certo senso era vero, faceva parte del pacchetto. Avevi successo? Eri un Tory: due facce della stessa medaglia. Divenne una mia personale missione politica smantellare questo luogo comune e rimpiazzarlo con un atteggiamento nuovo. Se sei solidale, se ti preoccupi dei meno fortunati di te, se credi nella società quanto nell’individuo, allora puoi essere laburista. Puoi considerarti «arrivato» e provare empatia per gli altri; puoi essere ambizioso e contemporaneamente solidale, essere progressista e al contempo sostenere la meritocrazia. Non si tratta di sentimenti antitetici che faticano a convivere. Sono vie verso il progresso percorribile insieme e sono risposte alle esigenze reali, non utopiche, della natura umana.

To be Apple or not to be

Riprendo anche io la lettera di Gilioli all’amministratore delegato di Apple Italia Enzo Biagini che condivido e sottoscrivo:

Voglio pensare, e sperare, che Lei non fosse al corrente di quel che hanno fatto i suoi manager torinesi. In questo caso, La prego di farcelo sapere e di prendere le decisioni conseguenti: lo sa anche Lei, si fa miglior figura ad ammettere un errore che a insistere per mostrare al mondo quanto si è onnipotenti.
Sa, uno dei licenziati ha detto: «Sono entrato alla Apple perché quella è la mia passione. Una specie di mito». Beh, vale per molti, e non solo dipendenti Apple: anche e soprattutto suoi clienti.
Veda un po’ Lei che parte vuole avere nel mantenimento o nella distruzione non dico del mito, ma più semplicemente dell’immagine – della faccia – dell’azienda di cui Lei è a capo.

Anche io sto scrivendo su un Apple, ho un iPhone e un iPad. Però sono anche pessimista in merito al savoir-faire di Apple. Fanno dei bei prodotti, sono sicuramente meglio di quelli della concorrenza sotto molti punti di vista. Però, oltre ad eccellenza e innovazione, gli aggettivi che mi vengono in mente quando penso ad Apple sono stronzaggine, arroganza e mania di controllo.

RomeCamp 2010: pronti, partenza, via :-)

Che ne dite se facessimo un bel RomeCamp? Noi di Elastic lo organizzeremmo molto volentieri e abbiamo avuto un’idea che vorremmo condividere: ci incontriamo per fare un’operazione di civil hacking?

Mi spiego. Quando abbiamo organizzato il RomeCamp nel 2008, il tema fu «idee per il futuro»: fummo quasi degli antesignani, tanto che di iniziative legate alla Rete che volevano sollecitare l’emersione di idee ce ne sono state tantisse. Ovviamente, non ho la presunzione di dire che sia stato merito nostro, al massimo posso sostenere che abbiamo interpretato un trend nella sua fase iniziale. E mi fa piacere aver contribuito a sostenere questo trend con un’iniziativa importante che ha esplorato i limiti del format del barcamp portando quasi 400 persone di tutto Italia alla facoltà di economia e commercio dell’Università Roma Tre. Con tanto ripresa in streaming curata da Dol Media per merito di Fabrizio Ulisse.
A distanza di due anni, dopo aver collaborato alla creazione e alla realizzazione di Working Capital di Telecom Italia, aver inventato Startup Cloud, aver portato gli Ignite in Italia, vorremmo fare un passo ulteriore: iniziare a occuparci di fatti. E’ tempo di promuovere la capacità di fare e di realizzare. Ovviamente sempre in modo eretico, sempre mantenendosi al margine dei sistemi, nei luoghi dove la gente produce innovazione invece di limitarsi a parlarne. Without permission!

Insomma, RomeCamp. Fatti per il futuro. Ovvero, incontriamoci per trasformare le idee in fatti. Noi pensiamo che sarebbe bello partire dall’open government e dagli open data, che oggi sono un’idea promettente e di cui abbiamo tantissimo bisogno, perché governo aperto significa trasparenza, trasparenza significa fiducia, fiducia significa senso civico e partecipazione dei cittadini alla cosa pubblica.

Individuiamo dei dataset che sono già pubblicati nei siti della pubblica amministrazione in formati proprietari oppure dietro un’interfaccia web (di quelle vintage che ci ricordano i bei tempi quando c’era Mosaic); covertiamoli in formato aperto in modo che tutti possano usarli; costruiamo delle applicazioni e dei servizi e facciamo in modo che siano utili; facciamo vedere quello che abbiamo fatto ai politici ;-)

Partiamo come al solito da qui: dal sito barcamp.org/romecamp2010 e raccogliamo un po’ di idee :-)

La Banca Nazionale dell’Innovazione: no grazie!

Qualche giorno fa, Gianluca Dettori ha lanciato l’idea della Banca nazionale dell’Innovazione, una sorta di fondo di venture capital che dovrebbe usare i soldi pubblici con i quali «si finanzieranno i progetti meritevoli, nasceranno nuove imprese e aumenteranno i posti di lavoro. Le start-up possono generare valore.» L’iniziativa è in fase di lavorazione e dovrebbe diventare una proposta di legge presentata da due deputate (Beatrice Lorenzin del Pdl e Alessia Mosca del Pd).
Di proposte di questo genere, la storia dell’Italia è piena e non vale neanche la pena di fare la lista delle innumerevoli iniziative più o meno pubbliche assimilabili al venture capitalism. I soldi servono quando si innestano su un tessuto sano, altrimenti producono solo parassitismo. In questo senso, anche il paragone con l’esperienza israeliana citata da Dettori calza fino a un certo punto, perché Israele è un paese con una cultura (meritocratica) troppo distante da quella italiana.
Quando ho letto i vari commenti alla proposta di Dettori, mi è tornato in mente questo post di Guy Kawasaki che molto lucidamente indica cosa fare e cosa non fare se si vuole imitare il modello della Silicon Valley americana.

Le cose da fare sono:

  1. Creare una scuola di eccellenza in ingegneria
  2. Incoraggiare l’immigrazione
  3. Attrarre i talenti migliori
  4. Celebrare gli eroi
  5. Dimenticare i fallimenti
  6. Essere logici, ossia mettere a frutto le risorse locali
  7. Non sedersi appena arrivano i primi successi
  8. Essere pazienti

Le cose da non fare sono:

  1. Focalizzarsi sulla creazione di posti di lavoro
  2. Garantire esenzioni fiscali
  3. Creare fondi di venture capital
  4. Fornire uffici e infrastrutture a prezzi bassi

Chi ha un minimo di dimestichezza con gli incentivi pubblici all’innovazione, i programmi di sviluppo tecnologico e via dicendo, sa perfettamente che le quattro cose da non fare sono invece le cose che vengono regolarmente fatte.

Se, oggi, dovessi fare una scommessa sulla Silicon Valley italiana, guarderei con attenzione all’Istituto Italiano di Tecnologia perché è l’unico centro di ricerca che ha adottato standard organizzativi internazionali e che quindi attira scienziati da tutto il mondo e sta sviluppando programmi di ricerca competitivi con le migliori università del pianeta. Se dovessi prendere dei soldi pubblici (di quelli che vengono regolarmente sprecati o rimangono inutilizzati) non avrei molti dubbi a investirli lì promuovendo tutte le altre cose che Kawasaki suggerisce di fare.

I soldi privati, quelli che servono per fare un’impresa sana e competitiva, arriveranno di conseguenza anche se dobbiamo essere consapevoli di una cosa: è molto probabile che un investitore straniero accetti di avere in Liguria solo un centro di produzione e pretenda di avere la company in un paese dove la giustizia funziona in modo decente.