L’editoria liquida al tempo dei tablet

Domenica scorsa sono stato al Salone del libro di Torino per partecipare a un panel dal titolo L’evoluzione liquida dei contenuti digitali: social network e media nell’era dei tablet (il resoconto sul sito di Ferpi).

Abbiamo detto molte cose, discutendo sia dello stato che del futuro di alcuni settori dell’editoria (musica, cinema, libri). I temi sono noti: da un lato, la pirateria e, dall’altro, il cambiamento dei modelli di business. Mi appunto un paio di cose, riservandomi di approfondirle in seguito.

L’industria di massa si basa essenzialmente sulla capacità di sfruttare delle inefficienze. Nell’area dell’editoria, fino a qualche anno fa, era inefficiente il sistema di produzione e il sistema di distribuzione. Oggi, gran parte dei costi e delle lentezze legati alla necessità di spostare dei beni fisici o di usare delle infrastrutture molto costose per produrre contenuti sono venute meno. Questo in soldoni significa non poter far affidamento su modelli di business che prevedono il presidio e la recinzione di pezzi della filiera. Detto in soldoni e per esempi:

  • pochi possono permettersi di rischiare decine di milioni di dollari per produrre un film, molti possono realizzare un video con investimenti di decine di migliaia di euro o meno;
  • pochi possono permettersi di distribuire libri gestendo grandi reti di librerie o film mediante cinema multisala, fin troppi molti possono permettersi di distribuire gli stessi contenuti in formati digitali attraverso la Rete;
  • e via di seguito…

La concorrenza nel settore dei media non è più limitata agli attori tradizionali. Tutte le aziende nell’area della cosiddetta convergenza tecnologica stanno cercando di capire come occupare gli spazi delle aziende confinanti per compensare le perdite di valore che subiscono nel proprio core business.
Fino a pochi anni fa, Apple era un produttore di computer (e infatti si chiamava Apple Computer); oggi la descrizione dell’azienda è: «Apple designs and creates iPod and iTunes, Mac laptop and desktop computers, the OS X operating system, and the revolutionary iPhone and iPad». Siamo di fronte a un’azienda che progetta e produce hardware, sviluppa software e distribuisce contenuti (musica, film, libri).
A casa nostra, Telecom Italia tenta di entrare nei mercati degli over the top (ossia tutte le aziende che usano la rete come canale di distribuzione), attraverso prodotti hardware come il Cubovision e il Biblet. La strada dell’hardware la stanno seguendo anche gli editori che puntano sugli ebook reader come soluzione, ma non porterà molto lontano.

I competitor degli editori tradizionali, inoltre, non sono necessariamente degli umani. Le macchine possono creare contenuti, curare l’aggregazione di contenuti esistenti, raccomandare cose da leggere, ascoltare o guardare. Per esempio, i computer sono usati per generare più o meno automaticamente paesaggi e sceneggiature. Il core business di aziende come Amazon e Netflix è sempre di più il sistema di raccomandazione piuttosto che la movimentazione di scatole. E via di seguito.

Infine, c’è il discorso dei format, che sono destinati ad evolvere radicalmente grazie alla disponibilità di hardware sempre più performante e integrato. Penso, per esempio, all’evoluzione dell’esperienza di lettura su un tablet, dove la lettura seriale convive con l’ipertesto, il video, l’audio e le infografiche. Oppure alla presenza di un second screen (il cellulare o il tablet) durante la visione della televisione.

Insomma, il mondo dell’editoria è senza dubbio liquido: terrificante per chi ci lavora da anni e vede certezze polverizzarsi; eccitante per chi si affaccia perché le opportunità sono enormi e c’è un mondo nuovo da inventare.

1 comment

  • Il futuro dell’editoria e della produzione dei contenuti può essere eccitante. Lo è. Ma si sono tante zone oscure. Forse perché – con tutta probabilità – ci sono potenzialità ancora incomprese.
    Un certo sospetto verso il futuro non è frutto solo dell’irrazionalità o della paura del nuovo. Ci sono linee che convergono verso un ecosistema più ricco, come quantità. Ma nello stesso tempo scolpito da un basso tenore etico. Mi riferisco al modello di business che si sta configurando sulle reti digitali. Quello che io sto vedendo è l’affollarsi di metriche e di strumenti in grado di misurare l’audience e da questa creare contenuti. Tutte le grandi novità di massa che hanno stravolto la nostra dimensione digitale hanno avuto – e hanno- nella raccolta pubblicitaria – attuale o futura – il motore, prima d’avviamento, poi di trasporto. E tutti quelli che stanno lavorando in questo settore stanno già pagando un conto, sensibilmente più salato.