Forum della comunicazione: appunti casuali

Prendo qualche appunto in ordine sparso sul Forum della comunicazione. Stamattina mi sono soffermato ad ascoltare i direttori della comunicazione di alcune grandi aziende e istituzioni: Carlo Fornaro di Telecom Italia, Sergio Tonfi di Philips, Gianni Di Giovanni di Eni, Maurizio Masciopino della Polizia di Stato e Luigi Di Gregorio di Roma Capitale. La discussione si è alternata tra visioni di scenario e casi di studio. Chioso alcune delle cose che ho sentito:

«Siamo immersi nel cambiamento e quindi abbiamo difficoltà a coglierne tutti gli aspetti». E’ vero e la difficoltà è assolutamente evidente anche a causa del fatto che è assai probabile che un manager abbia più di cinquant’anni, abbia pochissima esperienza diretta con i media sociali e basi il suo successo su logiche che sono lontane anni luce da quelle che sono alla base della rete. Purtroppo, non si può interpretare un mondo digitale da una posizione analogica, perché il digitale cambia il modo di narrare la realtà e noi stessi.

«I giovani non guardano la televisione: non è vero perché il 97% dei giovani guarda la televisione, semmai non guarda il broadcasting e preferisce farsi il proprio palinsesto». E’ il punto di vista corretto di guardare alla cosa: quello che entra in crisi è il modello di business della distribuzione piuttosto che il bisogno delle persone di avere belle narrazioni.

«Il web è morto perché adesso ci sono le app». E’ una sonora cazzata. Questo tipo di affermazioni nascono quando invece di prendede in considerazione l’uso che la gente fa di una tecnologia si discorre di dettagli tecnici su protocolli e piattaforme. ll problema è che è una cazzata anche dal punto di vista della tecnologia e la colpa di questo equivoco è di Wired e della smania dei giornalisti di fare i titoli a effetto come se fossero slogan per vendere pannolini.

«Sono un alveo dove i nostri giovani si inseriscono e tendono a voler dire la loro utilizzando queste piattaforme come noi usavamo la parrocchia, la sezione di partito o il circolo culturale». Corretto: sono spazi pubblici in cui ci si racconta e si socializza con altre persone.

«Quando si comunica online si tende a dare di noi una visione molto positiva. Poco noi stessi e molto quello che vorremmo essere». Visione estremamente riduttiva e semplicistica del tema dell’autorappresentazione e, temo, facilmente smentibile da studi e ricerche.

4 comments

  • Concordo in particolare con il tuo terzo punto – lo dico da molto tempo e le tue parole non possono che confermarmelo.

  • A prescidente dall’etá (che non c’entra niente), la comprensione dei fenomeni dipende dalle letture che si fanno, e i dati dicono che un manager italiano non legge nemmeno un libro l’anno.

    • Secondo me l’età conta non tanto per il fatto anagrafico in sé, ma per una questione generazionale. I social media sono un fenomeno recente ed è normale che facciano parte della quotidianità dei più giovani perché li adottano tra gli strumenti correnti nella fase di socializzazione da adolescenti e giovani adulti. Già nella mia generazione (40 anni) io sono una mosca bianca e nella mia cerchia di amici chi usa con frequenza e dimestichezza Facebook e compagnia è una minoranza. Questo non accade tra i trentenni o tra i ventenni, dove non usare i social media significa rimanere fuori dalle pratiche di socializzazione dei propri coetanei.

  • “«Il web è morto perché adesso ci sono le app». E’ una sonora cazzata.”
    Grande, finalmente qualcuno che lo dice senza mezzi termini