Tra creatività e innovazione

Mi avevano chiesto un curriculum e proposto una traccia di intervista da cui estrarre dei “virgolettati brillanti” con cui costruire un ritratto per una pubblicazione sponsorizzata dalla Provincia di Roma sulla creatività. Però, io non amo parlare di me stesso o di quanto sono mirabolanti le cose che faccio, quindi ho proposto alla redazione un testo sul rapporto tra creatività, innovazione e startup, che è stato bocciato (e per giunta con un tono assai risentito, mah!). Allora ho rinunciato del tutto: recupero il testo e lo pubblico autarchicamente qui. Ovviamente, ditemi che cosa ve ne pare 🙂

C’è un legame intimo tra creatività e innovazione giacché in entrambi i casi si tratta di immaginare e realizzare cose nuove. Spesso i due termini vengono associati, anche se il luogo comune vuole che il creativo abbia a che fare con la letteratura, la musica o le arti figurative, mentre l’innovatore sia qualcuno che si occupa di tecnologia. Le ragioni dell’economia hanno reso più evidente la distanza tra una creatività oziosamente umanista e un’innovazione il cui ruolo è essenzialmente quello di generare nuovi prodotti e nuovi servizi per il mercato. Tanto che, a eccezione dell’industria della creatività (quella che produce film, libri o moda), nessun altro settore industriale vorrebbe definirsi creativo. Innovativo sì, anche quando è sistematicamente intento a evitare che il nuovo abbia il sopravvento mettendo in crisi i propri modelli di business e la capacità di generare profitti sfruttando delle rendite di posizione.

Creatività e innovazione sono due facce della stessa medaglia e la cultura che le abbraccia è il motore di una società che guarda fiduciosamente verso il futuro immaginando di poter influire positivamente sul domani per renderlo più attraente dell’oggi. Addirittura migliore. L’innovazione senza la creatività, la tecnica senza l’uomo, rischia di perdere gran parte delle spinta etica che serve a costruire cose nuove che producano contemporaneamente ricchezza economica e sociale. Oggi c’è molta enfasi sull’innovazione come propulsore di sviluppo dei mercati, ma si dimentica di mettere la stessa enfasi sulla creatività come promotore di benessere sociale e felicità.

Negli ultimi due anni, ci siamo occupati molto di internet startup, ossia di quella particolare alchimia di creatività e innovazione che trasforma un’idea in un servizio online (un social network, un applicazione per iPhone, un gioco per Facebook) e quest’ultimo in un’azienda, in grado di produrre ricavi e profitti. In questo percorso, ha successo soprattutto chi si occupa dell’uomo che usa la tecnologia, perché ne comprende i bisogni e le aspettative. E’ una sensibilità che richiede metodo, applicazione e interesse per gli altri, per la loro vita, le loro passioni. E’ innovazione creativa: produce soluzioni digitali a problemi reali, costruisce piazze senza confini dove le idee fluiscono liberamente, dove si promuovere l’ibridazione dei saperi e si piantano tanti piccoli semi di democrazia.

Ovviamente è un mondo di chiaroscuri dove, accanto ai social network usati per fare la rivoluzione e affrancarsi da regimi oppressivi e autoritari, si celano mille insidie. Tuttavia, è anche un mondo in cui accanto alle grandi aziende troppo grandi per essere buone, stanno emergendo tantissime piccole aziende, spesso di uno o due persone, che fanno innovazione in stretto contatto con chi ne fa uso. E sono attentissimi alle persone: è proprio l’amore per l’uomo che – alla fine – dovrebbe incoraggiarci a essere ottimisti.

5 comments

  • hai fatto bene a trattare un argomento su cui hai da dire. Una sintesi della mia ricerca su creatività e start-up dovrebbe uscire su Innovare di giungo, credo, se non tagliano l’articolo…..

    • Paolo, grazie del commento. Ti prego di segnalarmi quando esce la tua ricerca o di farmene avere una copia via email nicola.mattina [at] elastic.it

  • Ciao Nicola,
    sono pienamente d’accordo, ritengo che la creatività, intesa nella sua più ampia accezione, sia il motore dell’evoluzione dell’uomo e l’ottimismo il suo carburante.

    Penso che queste riflessioni possano “toccare” interessi sensibili di persone dallo sguardo limitato, persone che temono che la creatività e l’ottimismo possano in qualche modo nuocere al loro raggiunto “equilibrio” sociale (e politico). A mio avviso ci vorrà molto per invertire questa tendenza, o meglio, radicata cultura.

    Altro spunto di riflessione che proponi è quello sulle “dimensioni” delle aziende… piccolo è bello o piccolo è brutto? Ero anch’io alla presentazione del saggio di Roger Abravanel e sono rimasto molto perplesso sul giudizio, apparentemente senza appello, espresso a tal proposito. Considerando soprattutto l’ambito internet (in quell’occasione affrontato, in qualche modo, solo dopo la tua osservazione) credo che un tale giudizio non possa essere espresso in modo tanto definitivo.

    Comunque è un articolo piacevolissimo e una fotografia realistica della situazione attuale. 🙂

    Ti seguo.
    Andrea
    @andreacreativo

    • Andrea,

      grazie. In merito ad Abramavel, personalmente ne condivido alcune riflessioni – quelle sul merito – ma trovo che ci siano due problemi nel suo ragionamento:
      a) le soluzioni che propone ai problemi che l’Italia non ha affrontato da 50 anni sono a loro volta vecchie di 50 anni. Quindi non si tratta di guardare al futuro ma di fare il minimo sindacale per adeguarsi al presente. Le risposte per il futuro probabilmente sono altre.
      b) l’analisi di scenario sembra cristallizzata a 10 anni fa e quasi dimentica che noi stiamo anche superando la dimensione post-industriale che comunque si riferisce a un’economia di massa. Io penso che il prossimo passaggio sarà la transizione dalle masse alle reti e quindi piccolo è bello anzi bellissimo 🙂