Riflessioni sul rapporto tra innovazione e finanza / 3

Terza puntata di questa breve esplorazione sul rapporto tra innovazione e finanza e sul ruolo della narrazione nel dare una forma ad una relazione che è necessaria ma che a volte può essere molto distruttiva. Questa volta, ho deciso di fare una chiacchierata con Luca De Biase per riprendere il filo dell’analisi condotta nel libro edeologia, capire cosa abbiamo imparato e come possiamo leggere il grande fermento che c’è attorno alle startup in questo periodo.

Per De Biase, alla fine degli anni novanta, per far adottare internet si è ricorso a un’idea preconcetta delle sue conseguenze, secondo la quale la tecnologia generava il progresso. Quella narrazione è stata di tipo ideologico e invitava all’azione sulla base di un presupposto non dimostrato. Il fatto positivo è che si è convinta molta gente a usare Internet. Il fatto negativo è che all’interno di una bolla non si è capaci di distinguere tra le buone e le cattive idee.

Se confrontiamo quello che è accaduto durante la new economy e oggi, dobbiamo notare che ci sono almeno tre differenze fondamentali. La prima è che non siamo più in una fase ideologica e quindi non operiamo più attorno a un pensiero astratto che non ha risconto nella realtà: attualmente ci sono almeno tre miliardi di persone nel mondo che possono accedere a Internet in un modo o nell’altro. Questo cambia tutto e ci permette di vedere aziende che funzionano in un’economia reale.
La seconda è che allora eravamo pervasi dalla convinzione che si fosse avviato un ciclo di crescita molto lungo. Addirittura, c’erano economisti che parlavano della fine del ciclo economico per cui l’economia era destinata a salire e basta. Invece, oggi usciamo da una fase di profondissima crisi; la caduta finanziaria successiva all’agosto del 2007 con i mutui sub prime e i derivati è molto più grande di quanto non sia stata la bolla delle dot-com.
Terza differenza: le aziende che si propongono di andare in Borsa hanno modelli di business molto più consapevoli e solidi. Oggi non basta più dire «vendo cibi per cani online, quindi valgo un miliardo di dollari» e anche chi finanzia le startup nelle prime fasi di vita tende ad avere un atteggiamento molto più cauto e orientato al pragmatismo.

Insomma, in questo periodo storico è più facile distinguere le buone dalle cattive idee ed è assai più difficile che si presenti una nuova deriva ideologica come quella che ha caratterizzato la new economy.

Le startup hanno un ruolo determinante nella crescita economica: i settori tradizionali non aumentano l’occupazione da molto tempo ed è vero che i nuovi posti di lavoro sono legati alle piccole imprese e soprattutto alle imprese che nascono. Questo è provato da vari studi a partire da quelli dell’Ocse. Però, non dobbiamo sottovalutare il ruolo dell’ecosistema. Non possiamo pensare che basti moltiplicare il numero della startup: contemporaneamente servono delle organizzazioni-rete che aiutino a portare i prodotti delle startup al mercato. La novità interessante è che l’ecosistema è totalmente internazionale, per cui un’azienda di telecomunicazioni italiana può accelerare o rallentare la disponibilità di banda, ma questo non significa che un’azienda che sta in Italia non possa raggiungere il mercato usando reti di altri fornitori nel mondo.

Nell’intervista c’è ovviamente di più di quello che ho sintetizzato in questo post: guardatela e commentatela 🙂

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