Archivio mensile:ottobre 2011

UX Conference: appunti della giornata

17:30 One more think, ossia l’intervento di Carlo Ratti al Ted. Ratti è in Asia in questo momento e quindi non ha potuto partecipare a questa edizione della UX Conference, ma ci sarà l’anno prossimo :-)

16:45 Davide Folletto Casali, Sociality is Overrated: Social Experience Design without Hype
Un metodo. Un social network è un sistema complesso e quindi non possiamo approcciarlo in termini deterministici: dobbiamo lavorare sull’individuo e sul gruppo contemporaneaente. Ciò detto, il metodo più semplice che si può immaginare è quello che Davide chiama dotloop:

Due strumenti. Il primo strumento consiste nel comprendere le motivazioni relazionali, ossia quelle che sono in grado di generare azioni tra le persone: competizione (es. il numero di follower su Twitter), eccellenza (es. fornendo dei reward intrinseci, quindi non necessariamente dei soldi), curiosità (es. creando storie), affezione (es. dando valori, essendo trasparente, parlando con voce umana).
Il secondo strumento è la social usability, che si incentra attorno a tre elementi: l’identità degli utenti (come viene rappresentata), le relazioni interpersonali (es. quanto è facile trovare altri amici su un social network), la comunicazione (es. quando velocemente un messaggio è in grado di passare da un utente all’altro), l’emergenza di gruppi (es. quanto è facile creare gruppi).
Tre suggerimenti:

  1. be social in the flow, ossia inserite le funzionalità sociali all’interno dei processi esistenti e non chiedete dell’extra effort;
  2. be a double-pyramid social business, ossia affiancate alla piramide gerarchica dell’azienda una seconda piramide in cui al vertice ci sono i consumatori;
  3. don’t be fake.

L’argomento della presentazione di Folletto è anche oggetto di queste slide presentate due anni fa a Better Software insieme con Gianandrea Giacoma e che contengono molti dei contetti presentati oggi. Leggete con cura perché sono importanti:

16:00 Leandro Agrò, UX Health: reality check 2011
«Salve sono Leandrò Agrò e in passato mi sono occupato anche di Second Life».
Il settore della tecnologia dedicata alla salute non è cool come altri settori, ma è estreamente ricco. Lo mostrano casi come WebMD un sito di informazioni sulla salute quotato in borsa che nel 2009 fatturava oltre 450 milioni di dollari. Oppure, tutto il mondo della Internet of Things legato all’invenzione di device per la diagnostica fai da te.
Leandro racconta tre storie che provengono dalla sua attività:
Flip Strip. Lavorando a un progetto estreamente complesso (oltre 100 wireframe) era necessario trovare qualcosa che facesse da collante tra i team del cliente e dell’agenzia. Quindi è stata individuata una feature molto cool (ossia una strip di contenuti personalizzati al centro della homepage) attorno alla quale si è concentrata molta della discussone. In altri termini, un modo per distogliere l’attenzione del cliente facendolo giocare con una cosa fighetta, mentre i consulenti lavoravano ;-)
eDetailing. Il 30% dei medici in America ha un iPad, il 28% sta pensando di acquistarne uno e i 6% comprerà un altro device. Quindi c’è una grande opportunità se si vuole fare eDetailing utilizzando questi device, ossia usare dei tablet per fare informazione scientifica del farmaco. Un classico esempio di un prodotto tecnologicamente semplice, ma difficile da fare per via della complessità della filiera e degli aspetti regolamentari.
Videum. Due miliardi di persone guardano ogni giorni un video su Internet e il 77% sta fuori degli Stati Uniti. Tradurre un video, anche solo con i sottotitoli, significa aumentarne la diffusione dalle 6 alle 10 volte. Ecco perché, Videum – un portale di video di argomento medico – aggiunge la possibilità di creare la sottotitolatura in crowdsourcing usando dotSub.
Al termine dell’incontro, Leandro lancia il manifesto della UX Health.

15:30 Cofee Break

15:00 Karim Ben Hamida, La UX come semi-cosa. Riflessioni sulle problematiche metodologiche di misurazione dell’esperienza d’uso
Karim lavora in Populis, editore specializzato in demand media, e parla di esperienza d’uso come atmosfera. Intervento metafisico con citazioni da Sant’Agostino :-) Attendo di capire come passiamo dalla metafisica alla misurazione della user experience…
Alla fine misuriamo una semi-cosa ed è come una fumata… misuriamo dei vissuti oggettuali… e conclude: «assumere che la user experience sia una semi cosa significa: non oggettivarla, non immobilizzarla, non ridurla a pure numero».
Vabbe’, quindi per riassumere, il succo del discorso è: la user experience non si misura… o forse si misura ma è sfuggente… o forse non bisogna buttare il bambino con l’acqua sporca…
Credo di non aver capito niente :-)

14:30 Andrea Picchi, Ottimizzazione cognitiva di Contesti Mobile Touch
E quindi?

14:00 Alessandro Galetto, Corporate User Experience
Il problema sostanziale per chi lavora in questo mondo è che ci sono persone che non ci capiscono. Per esempio i nostri capi che non sanno nulla di user experience e che guardano solo al profit and loss. Poi ci sono tutti quelli che si siedono in una riunione di direzione di un’azienda: in queste riunioni le dinamiche fondamentali sono basate sul ricatto, la minaccia e la corruzione. Anche il top managament di un’azienda tipicamente non sa nulla del valore della user experience. Se non bastasse, ci sono anche i fornitori e tutta una serie di questioni legali.
Tutti questi attori finiscono per avere un ruolo in un progetto e tutti possono avere un impatto negativo togliendo valore al progetto. D’altro canto, è comprensibile che ogni attore coinvolto nel processo cerchi di tutelare il proprio ruolo. Ma allora qual è la ricetta per contrastare le leve negative?
Innanzitutto ci vogliono delle persone di talento e con un’ottima preparazione anche se le persone di talento sono difficili da gestire.
In secondo luogo, il team deve essere coordinato da una persona che abbia sufficiente esperienza, conoscenza e posizione gerarchica.
Terzo. Chi si occupa di experience design non deve isolarsi all’interno dell’organizzazione, ma riconoscere che le aziende sono generalmente governate da intelligenza politica e tessere una rete di relazioni informali per creare delle alleanze.
Esilarante la storia di quando il Web Cube di Tre si chiama Progetto Vape e l’ad dell’azienda chiese che fosse integrata veramente una funzionalità di mosquito deterrent :-D

12:30 Pausa pranzo. Gnam :-)

11:40 Luca Mascaro, Il design evolutivo
Luca Mascaro parte citando Charles Darwin: «Non è la specie più intelligente a sopravvivere e nemmeno quella più forte. E’ quella più predisposta ai cambiamenti».
Progettare esperienze non significa solo creare le storie gli utenti, ma anche le storie dei prodotti e dei servizi. Ecco perché fare design assomiglia molto alla sceneggiatura di un film: occorre costruire una narrazione dell’uso del prodotto che parta da un boom iniziale e poi conduca l’utente attraverso una serie di passaggi fino al gran finale.
Oggi, le aziende che hanno migliori performance sono quelle che progettano la customer experience, come fa Apple. Ma come si fa a progettare un’esperienza d’uso eccellente? Il problema è che abbiamo molte metodologie, ma nonostante questa ricchezza metodologica non siamo in grado di garantire il risultato. Infatti entrano in campo diversi fattori:
1. progettare è un processo umano di apprendimento e scoperta;
2. i riferimenti e il comportamento umano sono mutevoli nel tempo;
3. l’esperienza è parte di un sistema complesso indeterminabile nell’insieme delle interazioni e relazioni;
4. il concetto di valore è differente per gli utenti e per il business;
5. la semplicità è molto complessa da raggiungere;
6. non esiste reale replicabilità nei progetti.
Le aziende che hanno adottato un approccio incentrato sulla customer experience seguono essenzialmente due approcci antitetici: user-centered design fondato sulla comprensione umana e adatto alle grandi organizzazioni perché è piuttosto lento; lean design fondato su tentativi ed errori. Il design evolutivo proposto da Luca mixa i due approcci, partendo dallo user centered design e proseguendo con le metodologie lean. Vi consiglio di guardare queste slide per capirne di più:

11:10 Agnese Selva, La città del futuro vuole aspettare
Nelle città vanno tutti di corsa e si sentono a disagio quando devono aspettare. Allora la domanda è: «Le attese e quindi la nostra quotidianità possono coincidere con benessere e gratificazione?»
Donald Norman in Vivere nella complessità da sei suggerimenti come migliorare l’esperienza delle code:
1) fornire un modello concettuale ossia definire le aspettative e aiutare a capire le azioni che si stanno svolgendo;
2) far sembiare appropriata l’attesa, ossia spiegare perché è necessaria la coda;
3) soddisfare e superare le aspettative;
4) tenere occupate le persone;
5) essere corretti;
6) finire alla grande, iniziare alla grande.
Proviamo a stravolgere il concetto di attesa e creiamo un servizio online per mettere in rete i luoghi di attesa della città: una mappa digitale che indichi cosa offrono i vari spazi di attesa. Il concetto è interessante, anche se l’elaborazione di Agnese mi sembra ancora molto immatura. Posso aggiungere una considerazione dalla mia esperieza di frequentatore di non luoghi, dalle sale di attesa degli aeroporti in avanti: per fortuna che mi porto sempre appresso un oggetto digitale connesso e quindi posso andare altrove :-)

10:40 Timothy Carniato, Guerrilla User Research: Quando conoscere gli utenti è permesso a tutti
Ci sono essenzialmente tre motivi per cui non si fa ricerca: costa troppo, non c’è tempo, non ci crediamo. Il risultato è che spesso si salta questa fase e quindi si rinuncia a scoprire come gli utenti pensano e si comportano. Il Guerrilla User Research è un metodo per fare la ricerca in modo più economico e più veloce.
Cosa serve per farla? 1) definizione degli obiettivi; 2) materiale per la ricerca; 3) scenari realistici; 4) utenti reali (quindi nessun ux designer, nessuna persona coinvolta nel progetto, nessuna cavia abituale); 5) osservazione intelligente, ossia verificare la coerenza delle opinioni espresse rispetto alle azioni e ricercare dei pattern e i perché.
Mentre Thimoty parla di alcune delle tecniche, ho trovato online questa presentazione di Ruth Ellison che sintetizza l’argomento: Guerrilla User and Design Research.
In più, alcuni dei servizi citati durante la presentazone per fare ricerca online: Glance.net, Loop11, Optimal Sort, Open Hallway, Userlytics, UserZoom, Intuition HQ.

9:45 Francesca Tassistro, Personas come strumento a supporto del processo di progettazione
Le personas sono il frutto dell’osservazione delle persone reali che utilizzeranno il servizio. Si costruiscono attraverso interviste, osservazione partecipante, user test, sondaggi, dati di traffico, report di mercato e via di seguito.
Dopo aver raccolto i dati, si individuano dei pattern e si creano dei cluster omogenei. Ci sono essenzialmente tre modi per raggruppare gli utenti: segmentazione qualitativa, se non si hanno a disposizioni dati quantitativi; segmentazione quali-quantitativa, se si possono integrare le osservazioni qualitative con dei dati; segmentazione quantitativa, se si hanno a disposizione molti dati che possono essere analizzati con dei software statistici.
Quante personas servono per fare un progetto? mai mano di tre e mai più di sei. E poi, quali sono i trucchi da usare per costruire delle personas efficaci? Usare tutti gli accorgimenti possibili per fare in modo che siano il più “reali” possibili: fotografie amatoriali (evitare illustrazioni e foto da stock), nomi reali e via dicendo.
Per quanto riguarda l’efficacia di usare le personas, nel 2009 Frank Long ha condotto uno studio che dimostra che lo strumento – quando correttamente utilizzato – incrementa le performance dei team di sviluppo (cfr. Real or Imaginary: The effectiveness of using personas in product design).

9:40 Il design influenza il modo in cui le imprese si organizzano: è un passaggio inevitabile perché le aziende sono sempre più orientate al consumatore, studiano sempre di più i suoi bisogni e le sue aspettative e cercano di adeguarsi a quello che scoprono. Luca Mascaro dice che nell’ultimo anno la sua agenzia ha aumentato molto il fatturato per l’attività di user research.

9:30 La UX Conference arriva alla terza edizione. Luca Mascaro: in sala ci sono 107 persone che provengono sia dalle più grandi agenzie italiane sia dalle aziende che sono particolarmente attente ai temi della customer experience. La conferenza è cresciuta molto nel corso dei tre anni triplicando i partecipanti, che oggi arrivano non solo dalla Lombardia, ma da tutta Italia.

Vittorio Marchis, Centocinquanta invenzioni italiane

Codice Edizioni pubblica Centocinquanta invenzioni italiane di Vittorio Marchis, un’originale storia d’Italia, ripercorsa attraverso centocinquanta brevetti rilasciati dal Patent Office degli Stati Uniti d’America che testimoniano la dimensione internazionale dell’innovazione industriale italiana. La Vespa di Corradino d’Ascanio, la celebre Delorean di Ritorno al futuro progettata da Giugiaro, Alessandro Cruto, che condivise con Thomas Edison l’invenzione della lampadina a incandescenza, Renzo Piano e Dante Giacosa, il padre della 500; la Olivetti e la Beretta; la Lancia e la Polistil. Nomi conosciuti (e meno conosciuti) degli uomini e delle aziende che continuano a contraddistinguere l’industria italiana: 150 illustrazioni per 150 idee.

Si parte dalla locomotiva mossa dalla forza di animali, brevettata nel 1861 da Clemente Masserano, di cui un giornale dell’epoca azzardò a prevedere che avrebbe causato il rapido tramonto della locomotiva a vapore. Il futuro non era più andare sospinti «dal vapore dell’acqua bollente, sebbene dalla nuova forza impulsoria che i cavalli di posta aiutano senza né anche addarsene. La spesa sta a fronte di quella del vapore come uno a quindici. Potrem fare una corsa senza venire assordati dai fischi infernali dell’antica macchina fremente e ansimante, senza la tema di morire arrosto o di fiaccarci il collo in qualche burrone e senza la grave spesa di lire 14 circa, come compenso a chi or ci fornisce un piacere sì mite».

E si finisce con la pianta di lampone Erika, una cultivar creata in Trentino dal Centro di Ricerca per la Frutticoltura.

Hoobee allo Smau. Day 3.

Oggi sono rimasto allo Smau solo fino alle 15:00: c’è sciopero dei treni e quindi ho preferito andare in stazione presto e prendere il primo treno utile in partenza per Roma.

Ho trascorso la mattina rispondendo a domande e facendo schemini sulla lavagna a fogli mobili per spiegare il funzionamento di Hoobee e la filosofia del servizio. Le persone che passano dallo stand hanno le motivazioni più varie: piccole società di informativa che stanno cercando prodotti da rappresentare, altre startup alla ricerca di sinergie, giornalisti svogliatamente alla ricerca di una storia. Insomma, una fiera è coma una scatola di cioccolatini: non sai mai quello che ti capita ;-)

Forse, la chiacchierate più stimolante è stata quella con un signore della provincia di Bergamo che ha un negozio di informatica e un negozio di scarpe gestito dalla madre. E si chiedeva come utilizzare Hoobee per migliorare le performance del negozio di scarpe, ridurre gli effetti della stagionalità, incoraggiare i clienti a fare una spesa minima e via dicendo. Si tratta di una case history piccola piccola ma significativa.

Negli ultimi mesi abbiamo iniziato confrontarci con lo sterminato mondo del commercio e delle piccole imprese artigiane. Gli acconciatori funzionano in modo diverso dai ristoratori che funzionano in modo diverso dai negozi di scarpe e via di seguito. E se non fosse già abbastanza complicato, ci sono le differenze che riguardano la posizione del negozio, la città e via di seguito.

Come si fa in un contesto di questo genere a costruire dei programmi di fedeltà che funzionano? Beh, non è affatto facile, perché ogni variabile ha un peso e quello che funziona per un parrucchiere in un quartiere residenziale non non necessariamente produce risultati apprezzabili per un’estetista in una zona periferica.

In altri termini, un sistema di loyalty è molto di più di un software che permette di contabilizzare i punti o bollini in funzione della spesa fatta da un cliente. Per essere veramente di ausilio al commerciante, dovrebbe essere un vero e proprio sistema esperto. Dovrebbe includere delle conoscenza formalizzata in regole che permetta di partire dai dati raccolti per creare e suggerire delle azioni di marketing al negoziante.

Se la guardiamo da questo punto di vista, la sfida di questa startup diventa ancora più divertente. Altro che deal e sconti folli che ammazzano il business :-)

Hoobee allo Smau. Day 2.

Seconda giornata di Hoobee Smau. Oggi, il programma prevede due momenti salienti: tra poco arriva Francesco Terzini con il quale faremo un po’ di brainstorming portandoci avanti con la progettazione dell’interfaccia web. Nel pomeriggio, invece, ci sarà la premiazione delle migliori startup che hanno partecipato allo speed dating organizzato di Startup Business e dall’infaticabile Emil Abirascid.

21:50 Metto online gli appunti che ho preso oggi. Purtroppo la connettività è stata un disastro tutto il giorno: sia il wi-fi del Trentino che i cellulari.

17:00 Decido di farmi un giro per la fiera soffermandomi in particolare al reparto registratori di cassa: chi produce l’hardware e il software in questo settore, infatti, potrebbe essere un prezioso alleato per Hoobee. Vi confesso che sono rimasto senza parole: un tuffo nel passato di almeno quindici anni. Programmi stand alone con interfacce così pietose che sembravano uscite dal museo degli orrori dell’informatica anni novanta. A tutti ho chiesto se il software includeva la gestione di un programma di fidelizzazione. Alcuni mi hanno risposto onestamente di no, altri hanno provato a fare una demo con risultati disastrosi per arrivare alla conclusione che comunque il sistema era aperto e poteva interfacciarsi con qualsiasi altra soluzione («via ODBC»). Beh, decisamente meglio così: vuol dire che si interfacceranno con Hoobee ;-)

16:30 Emil Abirascid premia le startup che hanno partecipato allo speed dating di Percorsi dell’innovazione. Complimenti ai vincitori.

15:30 Il brainstorming va avanti a manetta: la cosa divertente è che i disegnini attirano l’attenzione dei passanti che si chiedono che cosa stiamo facendo. Di tanto in tanto qualcuno chiede informazioni: i giovani afferrano il concetto al volo e molti sono entusiasti. I diversamente giovani fanno un po’ più fatica. Le donne sembrano essere le più sensibili alle raccolte punti.

14:00 «Carino il fughetto del vostro logo». «Ehm, veramente sarebbe un’apetta!»

13:00 Catepol passa allo stand, mentre il leguleio nazionale è scappato per tornare nel profondo sud ;-)

12:40 Registro una simpatica intervista allo stand di Radio 24. Il tema è there’s an app for that: Qurami ha quella per evitare di fare la coda e Hoobee quella per raccogliere i punti…

11:00 Arriva Francesco e prende posizione…

10:00 Arrivo un po’ pigramente allo stand dopo essere passato a comprare due scatole di pennarelli colorati. Lungo il tragitto incontro Pietro Scott Jovane, Ernesto Belisario e Caterina Policaro. La connessione wi-fi è sempre quella offerta dal Trentino, anche se oggi le performance sono decisamente rallentate (sto scaricando un file di 12mb e dice che mancano 9 minuti al termine!). Nel frattempo vado a prendere un caffè…

Hoobee allo Smau. Day 1.

Appunti casuali sulla mia partecipazione allo Smau in qualità di startupper fondatore di Hoobee :-)

19:00 Finalmente mi riposo un po’ prima di cena. Oggi ho fatto un bel bagno di umiltà: mi sono messo in fila come tutti gli altri, ho fatto il mio pitch pensando ogni volta che avrei potuto fare meglio, mi sono beccato i sorrisini di circostanza da parte di investitori, mi sono fatto coraggio e ho continuato fino alla fine nonostante la stanchezza crescente. Alcune delle persone con cui ho parlato le conoscevo già di persona (in fin dei conti mi sono occupato di questo negli ultimi tre anni), con altri ci conoscevamo di nome anche se non ci eravamo mai visti prima. Alcuni, sapendo che lavoro per Working Capital, si sono stupiti nel vedermi dall’altra parte della barricata e un po’ mi sono sentito buffo: in fin dei conti non sono più un ragazzino imberbe. Ci voglio pensare ancora un po’ su… poi tornerò a scriverne.

18:00 Il prestigio arriva allo stand di Hoobee. Adesso non ci ferma più nessuno :-)

17:44 Ben 30 pitch da 3 minuti: è stata un’esperienza che definirei intensa. Al quindicesimo si è completamente seccata la bocca, al ventesimo ho cominciato a sbarellare. Però ho in tasca trenta biglietti da visita di persone da molestare per approfondire l’opportunità di un deal. E’ stato molto divertente essere dalla parte di uno startupper: ci sto prendendo decisamente gusto…

14:50 Inizia lo speed dating. Emil Abirascid arringa la platea degli investitori, mentre le startup aspettano il loro turno per entrare nell’arena.

14:35 Alle mie spalle si sta popolando velocemente lo spazio dove si terrà lo seed dating tra startup e investitori organizzato da Startup Business. Mi fa un po’ strano non essere dal lato di chi valuta i progetti e di stare dall’altro lato della barricata a lavorare duro giorno e notte (soprattutto la notte) per far decollare Hoobee. Convincere che la propria startup è un’ottima opportunità di investimento non è affato banale e ogni investitore ha la sua agenda delle priorità.

13:40 Scopro che Windows Azure ha un supporto completo per php e Microsoft ci invita ad aderire al Biz Spark, il programma con cui l’azienda fornisce servizi e software gratuitamente alle startup.

13:20 Intervista che andrà in onda in streaming stasera dalle 18 alle 19 su Top-Tech.it e sul canale 249 di Telelombardia. Ho capito che devo cambiare la scritta e sostiruire la parola loyalty con raccolta punti, perché la maggior parte delle persone non ha familiarità con il termine.

12:50 Veloce intervista per una web tv esordiente dedicata alle startup che partirà a breve. La loro iniziativa ci piace molto :-)

12:30 Mi diverto a fare un disegnino sulla nostra lavagna a fogli mobili, dopo aver scoperto che i pennarelli erano completamente scarichi e aver recuperato una penna allo stand vicino… I feel very pirla ;-)

11:25 Arriva Qurami e allestisce in fretta e furia il suo stand. Nel frattempo scarico l’app beta dallo store e comincio a giocherellare. Bravi: è fatta molto bene: semplice ed immediata :-)

10:52 Lo stand del Trentino (finora la connessione va alla grande).

10.00 Arrivo allo Smau e prendo possesso del nostro stand due metri per due, che abbiamo attrezzato con una lavagna a fogli mobili per fare brainstorming con chi vorra venire a fare due chiacchiere con noi. Fortunatamente lo stand del Trentino di fronte offre una connessione wi-fi grauita realizzata da Futur3. Evviva il Trentino :-)

Hoobee allo Smau per fare brainstorming

La settimana prossima saremo allo Smau a Percorsi dell’Innovazione dove abbiamo approfittato dell’opportunità di avere un piccolo stand per mostrare quello che stiamo facendo con Hoobee.

Hoobee - Splash Screen

Tutto quello che volete sapere sulla nostra app per iPhone, lo trovate scritto sul sito: potete scaricarla dall’app store e testarla seguendo le istruzioni che trovate in questa pagina. Se passate dallo Smau, ci piacerebbe tanto che vi fermaste al nostro minuscolo spazietto di due metri per due per fare un po’ di brainstorming e prendere un caffè. Noi ci mettiamo tutta la nostra voglia di ascoltare le vostre osservazioni e una bella lavagna a fogli mobili per prendere appunti.

Se non avete ancora un invito omaggio (ma davvero c’è qualcuno che paga il biglietto per entrare a Smau? Mah!), scaricate questo in formato pdf.

Ci vediamo a Milano :-)

La proposta per l’impresa giovane di Luca Mascaro

Qualche giorno fa, Luca Mascaro ha scritto un post in cui propone di creare una rete tra manager e imprenditori che abbiano meno di quarantanni:

per favorire lo sviluppo (non la nascita, perché le iniziative in questo senso sono già infinite) di un’impresa più giovane e più competitiva a livello internazionale attraverso la condivisione di conoscenza, del network, di alcuni principi etici fondamentali ma sopratutto la generazione di maggior business tra entità che sono dirette e gestite da persone appartenenti alla medesima generazione.

Insomma un patto intragenerazionale per difendersi da un altro patto intragenerazionale, ossia quello della gerontocrazia che blocca economia, impresa e società. Io metterei dentro anche i politici perché è ora di fare posto a una classa dirigente di nuova generazione che sia in grado di interpretare il cambiamento meglio di quella attuale e riesca a produrre l’innovazione necessaria a sbloccare un sistema che è sull’orlo del precipizio.

Per quanto mi riguarda, do il mio appoggio esterno al progetto di Luca… Ahimé, ho più di quarant’anni!

I miti dell’innovazione: l’epifania

Da dove vengono le idee? Davvero arrivano all’improvviso e hanno la forma di una mela che cade sulla testa di Isaac Newton? Davvero l’innovazione è il frutto di un’epifania, ossia di un’apparizione che ci rivela l’essenza e il significato di una cosa?
Si è tentati di pensarlo e molta della narrativa attorno all’innovazione fa uso di storie di illuminazione, dall’eureka di Archimede all’iconografia a base di lampadine che si accendono nella mente degli inventori. La storia è piena di simpatici aneddoti come quello che racconta che Pierre Omidyar ha creato eBay per aiutare la moglie a vendere dei contenitori di caramelle (lo stesso Omidyar ha dichiarato che è stata inventata apposta per la stampa).
Chissà perché, ancora oggi, la narrativa dell’innovazione continua a dipingere gli innovatori come persone un po’ strane che vengono folgorate sulla via di Damasco o si imbattono per caso in qualcosa di nuovo. Basta soffermarsi un po’ a pensare a come ci vengono nuove idee per renderci conto del fatto che le cose non stanno proprio così. Noi andiamo a caccia di nuove idee in modo consapevole con un processo spesso faticoso che richiedere studi e ricerche.

Come scrive Scott Berkun in The Myths of Innovation:

I miti sono così potenti, che la maggior parte delle persone si sorprende quando apprende che avere una nuova idea non è sufficiente per avere successo. Invece di voler innovare, un processo che richiede un duro lavoro e molte idee, la maggior parte delle persone vorrebbe limitarsi a pensare l’idea. [...]
Un modo di ripensare il mito dell’epifania è immaginare di lavorare a un puzzle. Gli ultimi pezzi che si mettono a posto hanno un significato speciale, non perché abbiano un valore intriseco diverso, ma per via della fatica che abbiamo fatto per arrivare alla fine. L’unico motivo per cui hanno più senso dipende solo dal fatto che gli altri pezzi sono già al loro posto. Se disfate il puzzle e ricominciate d’accapo, toccherà ad altre tessere. L’epifania dell’invenzione funziona allo stesso modo: non è la mela o un momento magico che hanno importanza, ma il lavoro fatto prima e dopo.
La sensazione di magia che si prova quando si ha un’intuizione dipende da due motivi. Il primo riguarda il fatto che rappresenta il premio per molte ore (o anni) di investimento. [...] Il secondo, invece, dipende dalla circostanza che il lavoro di innovazione non è così predicibile nel risultato come un puzzle e quindi non c’è modo di sapere in anticipo quando arriverà l’intuizione giusta. [...]
Ogni innovazione importante può essere vista in questo modo. E’ semplicemente il pezzo finale di un puzzle molto complesso che trova il suo posto. Ma, diversamente da un puzzle, l’universo delle idee ha un numero infinito di combinazioni e quindi gran parte della sfida dell’innovazione dipende dall’abilità nel trovare il problema da risolvere, oltre alla soluzione.

Inoltre, non dobbiamo dimenticare che nessuna innovazione può far a meno delle lunghe ore necessarie a trasformare un’intuizione in una forma utile per il mondo. Lo psicologo ungherese Csikszentmihalyi descrive questa parte dell’innovazione, l’elaborazione di un’idea per renderla funzionante, come l’attività che richiede la maggior parte del tempo e l’impegno più consistente. Uno scienziato non può occuparsi solamente di fare delle scoperte, ma deve fornire un numero sufficiente di evidenze che le validano.

Lo stesso ragionamento vale per chi vuole fare una startup. L’intuizione che può trasformarsi in un’impresa è allo stesso tempo un punto di arrivo e un punto di partenza. Spesso, si arriva all’idea cercando di risolvere un problema e poi occorre trasformare questa idea in un prodotto che la gente vuole acquistare. In entrambi i casi il momento in cui si ha effettivamente l’idea è il passaggio meno importante di tutto il processo.

Knowcamp: l’8 e 9 ottobre a Modena

Questo fine settimana sarò a Modena al KnowCamp, un evento che si occupa di sapere e Web organizzato da Saidmade. Il programma è ricchissimo con due sessioni parallele, un ignite e un panel sulle startup: vi consiglio vivamente di dargli un’occhiata.

Per quanto riguarda le cose che mi coinvolgono direttamente, sabato pomeriggio condurrò una sessione di ignite: se qualcuno vuole cimentarsi con questo bellissimo format di presentazione, ci sono ancora dei posti liberi.

Invece domenica mattina, parteciperò alla tavola rotonda Startup – Nuovi orizzonti per l’imprenditoria giovanile, moderata da Alessio Jacona. Con me ci saranno Barbara Labate, Paolo Privitera, Tania Innamorati, Andrea Giannangelo, Linnea Passaler e Nicola Junior Vitto (omg, sono tutti dei pischelli e io il più vecchio!).

Grazie a Nicola Ballotta per avermi coinvolto. Ci vediamo a Modena: non mancate :-)

Il mercato è enorme e non ci sono competitor

C’è una cosa che mi lascia sempre piuttosto interdetto nelle presentazioni delle startup ed è la tendenza a guardarsi l’ombelico convincendosi che è il più bello di tutti. Invece è molto più utile cercare di guardare alla propria creatura con un certo scetticismo con l’obiettivo di individuare i punti di debolezza e le criticità.
Questa tendenza all’autoconsolazione emerge in particolare in due slide: il mercato, che viene sempre rappresentato come enorme, e l’analisi dei concorrenti, che vengono sempre dipinti come una manica di aziendine con prodotti incompleti oppure come pachidermi incapaci di muoversi. Indulgere in questo tipo di atteggiamento significa mettere la propria startup sul binario del fallimento.

Innanzitutto, è del tutto irrilevante che il mercato individuato sia formato da tutti gli utenti di Internet o da tutti gli acquirenti di cellulari o da tutti i consumatori di affettati. Pensarlo equivale a ipotizzare che siate in grado di farvi conoscere da tutti e questo è materialmente impossibile. Anche aziende di enorme successo hanno avuto dei percorsi di penetrazioni durati anni e nella maggior parte dei casi hanno richiesto la localizzazione dei servizi in decine di lingue.

Per fare un sano esercizio di realismo, vale la pena ragionare usando due modelli di riferimento: il primo è quello dei sette domini di John Mullins di cui ho parlato qualche settimana fa. Il secondo, invece, si chiama Tam, Sam e Som e può essere illustrato con l’immagine seguente:

In altri termini:

  • TAM (Total Addressable Market). Qual è il fatturato che stanno generando tutti gli attori nel mercato? Per esempio, se nel mondo ci fossero 200 milioni di smartphone e ognuno di essi costasse in media 300 euro, il TAM corrisponderebbe a 200 milioni di unità e a 60 miliardi di euro.
  • SAM (Served Available Market). Quanto potreste guadagnare vendendo il vostro prodotto al vostro segmento? Per esempio, se foste Apple, allora vi rivolgereste al segmento di coloro che sono disposti a spendere molto più della media per avere uno smartphone molto cool. Quindi il vostro SAM potrebbe essere il 20% del TAM.
  • SOM (Serviceable and Obtainable Market). Quale quota riuscite realisticamente a raggiungere con i vostri mezzi? Immaginare che il vostro fatturato sarà una percentuale del SAM è semplicemente non realistico. Dovete invece concentravi su quello che riuscite a fare con i vostri limiti. Per esempio, se il vostro modello di business presuppone che la vendita avvenga attraverso un commerciale, assumendo che i pontenziali clienti che avete individuato vogliano effettivamente il prodotto, il SOM sarà funzione del numero di commerciali e della loro capacità di vendita.

Per quanto riguarda l’analisi dei competitor, invece, capita spesso di vedere delle matrici di questo tipo:

Questo tipo di analisi è molto utile, perché ci aiuta a studiare i concorrenti diretti, ma è anche molto pericolsa perché viene spesso usata per affermare che il prodotto della startup è migliore di quello della concorrenza perché ha una serie di funzionalità che gli altri non hanno. Purtroppo non è così e ragionando in questi termini si rischiano due trappole:

  • l’effetto ford-t: ci si concentra su un prodotto che possa andare bene per tutti, mentre il nostro target probabilmente è alla ricerca di qualcosa di molto specifico e costruito su misura,
  • l’effetto video-registratore: si producono decine di funzionalità incomprensibili che nessuno utilizzerà mai.

Che altro si può aggiungere su questo argomento?