Archivio mensile:novembre 2011

Enlabs. Incontro tra sviluppatori e startup

Enlabs organizza un interessante evento di speed dating tra startupper e programmatori che vorrebbero unirsi ai loro team. In questo momento, i ragazzi stanno pitchando per convincere i programmatori: ci sono sia idee che sono sulla carta sia iniziative che sono già avviate e che hanno bisogno di rimpolpare il gruppo di lavoro.

Tra i primi, un motore di ricerca per il travel, che permetta di accedere con un’unica interfaccia ai tanti siti di prenotazione e che permetta di individuare qual è il mezzo di trasporto più economico ed ecologico per muoversi da una città all’altra. Oppure un social network destinato a chi si occupa di design, idea di Alessandro un giovane startupper alle prime armi.

Tra i secondi, Interactive Project, Simple, Maple, Qurami e Soundreef. Questa seconda categorie di startup mi sembra particolarmente significativa, perché parliamo di aziende che hanno già fatto il primo miglio e che stanno ampliando il gruppo creando opportunità di lavoro. Qui. In Italia. In un settore innovativo. Con delle ottime opportunità di crescita in Italia e all’estero :-)

Un bravo a Luigi Capello e ai suoi collaboratori.

Digitalife Camp. L’ecosistema dell’innovazione a Roma: quale futuro?

Prendo qualche appunto sull’evento Digitalife Camp. L’ecosistema dell’innovazione a Roma: quale futuro? che ha un ricchissimo panel di relatori:

18:30 Sono un po’ impressionato dal fatto che ci sono ben tre soggetti che fanno consulenza alle startup più un acceleratore più un ente che agevola gli spin off universitari. Il che farebbe presupporre che ci sia una grande quantità di startup da assistere sul territorio romano ;-)

18:40 Interessante l’intervento di Michele Festuccia di Cisco: fanno scouting per trovare delle startup che siano in grado di sviluppare dei concept per soddisfare i bisogni che loro hanno individuato sul mercato. Uno dei segmenti su cui stanno cercando competenze è quello dei big data perché l’azienda è entrata nell’area del computing e hanno bisogno delle competenze per presidiare alcuni verticali ben precisi.

18:45 Si pone il problema dell’ecosistema e dell’opportunità o meno che vi sia un coordinamento tra gli attori del sistema. Io penso che non sia desiderabile che vi sia un leviatano dell’innovazione, ma che un ecosistema dell’innovazione possa definirsi tale solo se è decentralizzato, meritocratico e reticolare.

18:55 Si può usare la crisi come fionda per nuove avventure imprenditoriali? Secondo Stephen Trueman sicuramente sì se guardiamo agli incubatori, perché le aziende devono cominciare a uscire dalla fase di incubazione e andare sul mercato. Cosa dovrebbe fare lo Stato per eliminare le frizioni regolamentare? Secondo Coppola c’è un fondamentale problema di competenza dei regolatori, che non riescono a capire la differenza tra una startup ad alto potenziale internazionale e una startuppina che si indirizza a un mercato locale.

19:00 Peter Kruger ricorda alcune proposte avanzate recentemente: 1. il fondo dei fondi, 2. gli sgravi fiscali, 3. la semplificazione delle procedure di costituzione e liquidazione, 4. la creazione di un mercato delle exit. Devo dire che non sono particolarmente convinto sui primi tre punti, mentre il quarto punto non è una cosa che ci può calare dall’alto.

19:05 Secondo Capello, l’errore fondamentale dei fondi HT riguarda la scelta dei gestori e la dimensione dei fondi che sono troppo grandi e quindi costretti a concentrarsi su investimenti in una fase avanzata.

My 2 cents sulle cose dette finora. Occorre essere molti attenti a definire il settore delle startup, perché una cosa è fare un distretto dell’aerospazio dove gli investimenti in ricerca e sviluppo sono enormi; un’altra cosa è fare startup nell’area dell’ICT dove finanche l’infrastruttura viene offerta come servizio. Questa distinzione non è stata ben evidenziata da nessuno dei relatori.
In secondo luogo, c’è sempre troppa enfasi sui soldi e sempre troppa poca enfasi sul know how. Anche avendo tanti soldi, se non ci sono le competenze non c’è modo di fare una nuova azienda, a prescindere dal settore.

19:20 Finalmente Trueman dice che manca la cultura del fare impresa, anche se il passaggio è molto – troppo – veloce.

19:30 Intervento puntuto di Alessandro Nasini: «qui ci dimentichiamo che una startup è un’impresa in cui c’è un imprenditore che rischia in proprio. Invece, dalla mia piccola esperienza di business angel, tanti vogliono fare una startup ma la vogliono fare con i soldi dei venture capital senza rischiare in proprio».

Alle 19:40 è morto il cellulare e con lui la connessione a Internet…

Paul Graham: Perché gli hub di startup funzionano

Secondo Paul Graham, fondatore di Y-Combinator, i posti come la Silicon Valley funzionano essenzialmente per tre motivi: l’ambiente, le opportunità e i numeri.

Ambiente
Essere in un posto dove avviare una startup è una cosa figa è fondamentale, soprattutto nelle fasi iniziali della vita della nuova azienda. “Startuppare” è già abbastanza difficile: non c’è motivo di farlo in un posto dove è considerato strano o viene visto come il ripiego un po’ da sfigati al fatto di non avere un lavoro.
Invece, essere attorniati da persone che si interessano a quello che stai facendo e sono pronte a darti una mano è un grandissimo supporto. Senza considerare che, in un posto dove avviare una nuova azienda è la norma, incoraggia le persone a fare qualcosa che altrove sembrerebbe troppo ambizioso.

Opportunità
In un luogo come la Silicon Valley, le probabilità di incontrare persone che ti possano aiutare è molto alta. Si tratta di un grande vantaggio soprattutto quando si è nella fase in cui si sta decidendo se avviare una startup o meno. Ma anche successivamente.
Le opportunità che nascono da continui incontri con persone che possono essere utili produce i miracoli che compensano i distrastri a cui vanno normalment incontro le startup. Incontrare le persone giuste è un fenomenale antidoto al fallimento. Secondo Graham: «molti osservatori hanno notato che uno dei fattori che caratterizzano un hub di startup è la disponibilità delle persone a supportarsi vicendevolmente, senza aspettarsi nulla in cambio. Probabilmente, questo accade perché le startup non sono un gioco a somma zero e difficilmente muoiono per via dei competitor. Oppure è perché molti fondatori hanno una formazione scientifica, un campo in cui la collaborazione è incoraggiata».

Numeri
Inutile dire che sia l’ambiente che incoraggia le startup che la probabilità di incontrare persone utili sono influenzate dalla quantità di gente che sta avviando la sua startup. Insomma, per creare un hub di startup, c’è bisogno di molta gente a cui interessi l’argomento ;-)
Ma, oltre alla necessità di creare sufficiente densità di connessioni affinché gli incontri possano accadere, c’è da considerare che ogni startup ha bisogno di un gran numero di cose e quindi è necessario avere persone con competenze e storie diverse: «Sean Parker era esattamente quello di cui Facebook aveva bisogno nel 2004. Un’altra startup potrebbe aver bisogno di un esperto di data base o di qualcuno che abbia connessioni con il mondo del cinema. Questo è anche uno dei motivi per cui finanziamo molte aziende: più grande è la comunità, maggiori sono le chance che essa contenga le persone giuste».

L’articolo originale di Graham: Why Startup Hubs Work.

Incontro per sostenere la campagna sulla donazione degli organi e sul “bere consapevole” rivolta ai giovani

Ricevo e volentieri pubblico:

Il 6 dicembre 2011, al teatro Capranica, si svolgerà il Gran Gala “Incontro di Natale” del 2011 organizzato dall’Associazione Amici del Trapianto di Fegato. Interverranno artisti di teatro, cinema e musica.

Partecipano all’evento: Gianni Alemanno, Sindaco di Roma, Luca Cordero di Montezemolo, Giampaolo Letta, Vicepresidente e amministratore delegato di Medusa Film, Emmanuele F.M. Emanuele, Presidente di Fondazione Roma, Andrea Zappia, Amministratore Delegato di Sky, Mariella Zezza, Assessore al Lavoro, Politiche Sociali e Famiglia della Regione Lazio, Isabella Rauti, Consigliere della Regione Lazio, Dott. Alessandro Nanni Costa, Direttore Centro Nazionale Trapianti, Alessandra Taccone, Segretario Generale Fondazione Roma Terzo Settore, dott. Emanuele Scafato (Società Italiana di Alcologia), e David Zard, Produttore.

Ospiti della serata, i Velvet con il giovane Andrea Di Giovanni e Lillo e Greg.

Il ricavato della serata servirà per sostenere la campagna del 2012 sulla donazione e trapianto di organi e sul “bere consapevole” rivolta ai giovani.

Durante la serata verrà presentata la Campagna di informazione e sensibilizzazione sulla donazione e trapianto di organi e sul “bere consapevole” rivolta ai giovani che verrà realizzata nel 2012 in collaborazione e partnership con il Tour Music Fest, il più grande festival internazionale di musica nuova, giovane ed emergente che, insieme all’Associazione, per l’Edizione 2012 indirà un Concorso per autori e cantautori sui temi trattati dalla Campagna.

www.trapiantofegato.org

Il campo di distorsione della realtà

Secondo Robert Sutton, c’è una soluzione semplice, provata ed efficace che si può mettere in atto per aumentare le chance di successo di un progetto rischioso. Ossia la forza del pensiero positivo, della convinzione che influenza la realtà: «è un fatto assodato: se volete aumentare le vostre chance di successo, non pensate alle probabilità. Convincetevi del fatto che, grazie alla determinazione e alla perseveranza, l’idea sarà un trionfo».

La grande forza che nasce dalla convinzione che qualcosa, o qualcuno, avrà successo è stata ripetutamente dimostrata dalla vasta letteratura medica sull’effetto placebo. Operazioni false, pillole di zucchero e vaccini inerti possono essere altrettanto efficaci delle medicine vere, a patto che il paziente confidi nell’efficacia del trattamento.

Sono stati realizzati più di cinquecento studi sul fenomeno della profezia che si autoavvera. Il punto di queste ricerche non è che le aspettative positive fanno sentire meglio le persone, ma che la fiducia – anche quella ingiustificata – aiuta le persone a rendere di più [...]
A volte basta pochissimo per convincere un leader del fatto che i suoi subordinati possano rendere di più. Prendiamo ad esempio uno studio realizzato in un campo di addestramento in Israele. Gli istruttori erano stati informati durante un breve colloquio che, secondo i test a cui era stato sottoposto un gruppo di nuove reclute, si poteva prevedere con precisione del 95% che un terzo avrebbe evidenziato “elevate attitudini al comando”. Al resto dei soldati veniva attribuito un potenziale medio o sconosciuto. Come nella maggior parte degli studi di questo tipo, i ricercatori mentivano. Il criterio di assegnazione dei soldati a ciascun gruppo (potenziale “alto”, “medio” o “sconosciuto”) era del tutto casuale. Agli istruttori non era stata passata nessun’altra informazione, e a nessuno dei soldati era stato detto a quale gruppo erano stati assegnati né che stavano partecipando a un esperimento. Eppure, alla fine dei quindici mesi di addestramento, i soldati con “elevate attitudini al comando” avevano evidenziato un rendimento molto superiore a quello dei loro commilitoni inseriti nei gruppi dal potenziale “medio” e “sconosciuto”. Eccellevano in tutte le attività come la balistica, la navigazione e i test a riposta multipla sulle tattiche di combattimento, puntualmente valutati da istruttori del tutto ignari delle “attitudini al comando” dei soldati.
Lo studio appena descritto e le ricerche analoghe dimostrano che le persone a cui viene attribuito un “alto potenziale” migliorano più dei loro pari livello perché i loro capi (che vengono ingannati) dedicano loro più risorse e attenzioni e insegnano loro a credere in se stessi. I capi insegnano agli allievi migliori (così definiti in base a criteri totalmente casuali) che le difficoltà sono temporanee, che non sono imputabili a loro colpe e che non devono influenzare ogni aspetto della loro vita. E in caso di successo, convincono i loro pupilli che è solo l’inizio di una lunga serie di successi, che il successo è merito loro e che ci saranno ripercussioni positivi su tutto ciò che faranno.
La ricerca spiega anche perché i cosiddetti “eretici di successo” tendono a essere così fiduciosi e perseveranti: perché credono profondamente in ciò che fanno e sono bravi a convincere chi li circonda. Steve Jobs ne è stato l’esempio principe, con il suo famigerato “campo di distorsione della realtà”.

In fin dei conti è buon senso messo nero su bianco. Ma, tutte le affermazioni di buon senso, alla fine risultato molto più difficili da mettere in pratica di quanto si penserebbe, principalmente per questioni emotive. Infatti, il buon senso ci dice di andare da una parte, le nostre emozioni ci fanno andare nella direzione completamente opposta.

Nella mia esperienza, un deficit nell’autostima è in assoluto uno dei principali motivi di fallimento dei progetti. Una conseguenza di questa mancanza è la tendenza a coltivare il pessimismo e a dare maggiore peso ai segnali negativi rispetto a quelli positivi.

Negli ultimi tre anni, ho avuto modo di assistere a centinaia di pitch di progetti più o meno credibili e di ascoltare migliaia di obiezioni, domande puntuali, critiche a volte feroci. In tanti casi, era evidente l’effetto destabilizzante del contraddittorio sulla persona che stava presentando il suo progetto: una sorta di campo di distorsione della realtà all’incontrario: una semplice domanda che mette in crisi un intero progetto, settimana o mesi di lavoro.

Non è facile mantenere l’ottimismo e coltivare la ragionevole convinzione che le cose andranno bene, ma per chi vuole fare una startup è un fattore cruciale, sia perché aiuta se stessi sia perché serve a tenere tutto il gruppo di lavoro motivati a perseguire l’obiettivo.

(la citazione è tratta da idee strampalate che funzionano)

Master in Multimedia Content Design a Firenze

Gianpaolo D’Amico mi segnala la nuova edizione del master in multimedia content design organizzato dall’Università di Firenze in collaborazione con la Rai:

Il Master in Multimedia Content Design edizione 2011/2012 from Master Multimedia Content Design on Vimeo.

Le iscrizioni sono aperte dal 2 al 23 dicembre: trovate tutte le info nel sito dell’università.

Le relazioni accresciute

All’inizio di ottobre sono stato a Rimini per TTG Incontri, la più importante fiera internazionale b2b del turismo in Italia. Ero ospite di Ferpi per un panel sull’importanza delle relazioni pubbliche nel turismo e ho fatto un intervento parlando di relazioni accresciute.

Biagio Oppi e Francesca Albanese è stati così bravi da raccogliere l’audio, fare delle slide e confezionare uno screencast su Slideshare:

Aggiungo di seguito la traccia dell’intervento:

Se vi aspettate che vi parli di Trip Advisors, vi darò una delusione. Tanto ne sapete sicuramente più di me, lo usate, avete probabilmente inserito un po’ di recensioni false parlando benissimo di voi stessi.

Invece, nei dieci minuti che ho a disposizione, vorrei cercare di fornirvi una piccola bussola che vi aiuti ad orientarvi nel mondo dei social media e di quelle che io chiamo relazioni accresciute.

Noi ci occupiamo di relazioni pubbliche, cioè di un pezzo più o meno piccolo dello sforzo che fa un’organizzazione per interloquire con il mondo esterno e raggiungere i propri obiettivi. Tradizionalmente noi relatori pubblici ci occupiamo di fare l’ufficio stampa, organizzare eventi, parlare con i decisori pubblici per rappresentare gli interessi dei nostri clienti e via dicendo. Difficilmente ci occupiamo di promuovere un prodotto, di venderlo, di assistere i clienti e via dicendo. La nostra attività consiste nel tessere reti di relazioni, costruire fiducia, alimentare rapporti, creare benevolenza nelle persone che possono influenzare il raggiungimento degli obiettivi dell’organizzazione per la quale lavoriamo.

Questo modello funzionava fin tanto che l’ecosistema degli strumenti di comunicazione era dominato dai mass media, per cui raggiungere grandi platee di persone significava automaticamente un stile di comunicazione unidirezionale. Io pago per parlare, un intermediario porta la mia voce al destinatario del messaggio. Questo processo è molto rozzo, anche se i pubblicitari nel corso degli anni vi hanno riempito la testa di indici, misure e metriche.

Oggi i mass media sono solamente un pezzo dell’ecosistema degli strumenti di comunicazione e la gente sta progressivamente spostando la sua attenzione altrove. In questi nuovi spazi di informazioni, comunicazione e interazione la comunicazione tradizionale perde di forza e diventa più efficace la cultura della relazione.

E’ un passaggio decisivo, sia perché la relazione ha caratteristiche diverse dalla comunicazione unidirezionale, sia perché Internet porta delle novità sostanziali nella gestione delle relazioni, tanto che oggi secondo me dobbiamo parlare di relazioni accresciute.

Partiamo da che cosa non cambia: in una relazione ci sono due nodi e un legame tra questi nodi. La cosa importante da considerare riguarda il fatto che il legame esiste se e solo se: a) c’è reciprocità perché entrambi i nodi devono accettare di creare e alimentare la relazione; b) lungo di esso trasferiamo delle storie, cioè se riusciamo a dare un senso alla relazione.

Questa dinamica non cambia, perché sta alla base del nostro funzionamento come esseri umani. L’innovazione riguarda la tecnologia che usiamo per mediare la relazione, ossia quali sono gli strumenti che uso per creare nuove relazioni, alimentarle e dargli un senso.

Ebbene, che cosa caratterizza le relazioni accresciute? Io direi che sono almeno tre le questioni da prendere in considerazione:

Uno. C’è un rapporto schizofrenico con il tempo. La comunicazione avviene per lo più in modo asincrono, perché si spediscono messaggi via email oppure si lasciano dei commenti sulle bacheche di Facebook o sui siti. Allo stesso tempo, ci si aspetta che la comunicazione sia tempestiva, non si è disposti ad aspettare. Quindi, da un lato, gestisco la relazione secondo i miei ritmi, ma il fatto che essa presuppone una reciprocità comporta l’aspettativa che l’altra parte metta impegno e attenzione nel rapporto.

Due. Occorre tenere in considerazione l’architettura degli spazi digitali. Noi siamo abituati a considerare un sito come una serie di pagine distanti un click l’una dall’altra. In realtà, sono dei veri e propri spazi e la loro architettura definisce quello che possiamo e non possiamo fare. In questo il mondo dei bit non è molto dissimile dal mondo degli atomi: noi umani progettiamo gli spazi in funzione della destinazione d’uso. Abbiamo case, chiese, musei, scuole, fabbriche, uffici. L’architettura di uno spazio è un fattore abilitante: alcuni contesti agevolano la relazione altri la inibiscono.
Come mai Facebook funziona così bene come spazio di relazione? Perché ha dato a tutti la possibilità di costruire senso. In altri termini, ogni volta che faccio qualcosa su Facebook uso un’applicazione. La condivisione di fotografie e video, la partecipazione a gruppi, i giochi sono tutte applicazioni. La mossa vincente è nel fatto che chiunque può costruire una propria app e quindi ci sono infinite possibilità di usare Facebook.
Non deve stupire che la categoria più popolare di applicazioni siano i giochi e in particolare i casual game, come Farmville. Ogni volta che qualcuno aggiunge una nuova applicazione a Facebook, crea un ventaglio di nuove occasioni per gli utenti e incrementa il tempo che essi spendono nel luogo digitale.
Provate a considerare un qualsiasi sito come uno spazio e cercate di capire qual è il tipo di relazione l’architettura di questo spazio supporta. Cosa possono fare gli utenti? Come interagiscono l’uno con l’altro? Ci sono modi per favorire la costruzione di gruppi di affinità? Per esempio, quando cerco un albergo con Booking.com, io guardo le recensioni di persone che mi sembra abbiano un profilo simile al mio…

Tre. Le relazioni possono essere in parte gestite dalle macchine. Questo accade in un modo molto ampio di modi. Per esempio, delegando a processi automatici l’esecuzione di compiti semplici e ripetitivi come tutte le notifiche che seguono una prenotazione o un acquisto. Non dobbiamo commettere l’errore di considerare questa comunicazione come qualcosa di separato da tutto il resto dell’esperienza che si costruisce per un cliente. Le comunicazione automatiche vanno inserite in un ciclo di vita molto più ampio, che è appunto quello della relazione con il cliente.
Oppure possiamo usare le macchine in un’ottica persuasiva, perché non dobbiamo dimenticare che la relazione che instauriamo con i clienti o i potenziali clienti è comunque orientata a un obiettivo.
O, infine, possiamo tracciare i dati dei clienti e convertirti in metriche azionabili.

Un’ultima raccomandazione. La relazione è tra umani ed è accresciuta in quanto è supportata dalle tecnologie digitali, ma tra analogico e digitale non c’è una separazione: il digitale piuttosto è un livello che si aggiunte all’analogico e offre molte nuove opportunità.

Trovati gli altri interventi sul sito della Ferpi.

LeWeb offre 20 biglietti gratuiti con il programma «Adotta un Imprenditore»

Se sei un imprenditore ma non hai ancora fatto abbastanza soldi per permetterti un biglietto a LeWeb, puoi vincerne uno partecipando al programma Adotta un imprenditore che mette in palio venti biglietti sponsorizzati da Silicon Valley Bank and Lepe Partners.

Partecipare è facile facile:

Follow us on Facebook and on Twitter from November 18-27 and make as much noise as possible to let us know why you want a ticket to LeWeb. Every day at 10am PST we will announce the winners of the day on our blog.

Insomma, fate casino e fate vedere che ci tenete proprio ad andare a Le Web e probabilmente sarete premiati :-)

Tre principi per promuovere l’innovazione. Tre: rompere con il passato

Questo post è il terzo di una serie di tre (prima puntata, seconda puntata).

Rompere con il passato

Le routine aziendali sono importanti ed è del tutto sensato gestire gran parte del tempo a disposizione come se il futuro fosse una perfetta imitazione del passato. Questo, però, non significa che bisogna smettere di cercare l’innovazione. Il problema, infatti, è che il mondo cambia, nascono tecnologie, la concorrenza di presenta con prodotti e servizi migliori e il consumatore predilige il cambiamento.

Ci sono tante imprese che si sono arricchite creando un futuro nuovo e più radioso. Quindi, anche se di solito ciò comporta un alto tasso di fallimenti e un grande spiegamento di risorse, ogni impresa (o almeno una parte) dovrebbe cercare di liberarsi delle vecchie abitudini e di adottarne di nuove, prossibilmente migliori [...]
Spesso, i settori e le imprese giovani rimangono attaccati al passato anche più dei vecchi. L’uomo è sempre pronto a farsi un’opinione, spesso sulla base di prove esibili o sbagliate. Quel che è peggio, una volta che comincia ad agire in un certo modo (spesso senza neanche rendersene conto) tende a insistere anche di fronte all’evidenza che ciò che sta facendo non funziona. Questo modello, che gli psicologi chiamano “comportamento inerziale”, riguarda tutte le imprese. Prima che inventassero il Palm Pilot, ad esempio, tutti gli apparecchi palmari sviluppati in campo informatico inevitabilmente fallivano. Negli anni Novanta, la Palm Computing e un’altra decine di altre aziende, tra cui la Apple, la Slate, la Go e la Sharp, avevano introdotto dei computer palmari di scarsissimo successi commerciale. [...] [Queste aziende] restavano testardamente aggrappate alla convinzione che i consumatori volessero un’imitazione del PC, con quante più funzioni possibili. Dopo aver parlato con dei consumatori, però, Jeff Hawkins della Palm si accorse che tutti partivano da una premessa sbagliata. Si era reso conto che “la concorrenza era la carta, non il computer”. Il resto è storia. Guardando a un problema vecchio con nuovi occhi, la Palm è stata capace di liberarsi da convinzioni infondate e di mettere sul mercato un odei prodotti di elettronica di consumo più venduti di tutti i tempi.

(la citazione è tratta da Idee strampalate che funzionano)

Happy Birthday Web: tre video da vedere

La settimana scorsa ho passato la mattina ad Happy Birthday Web, l’evento organizzato da Riccardo Luna per celebrare il ventesimo compleanno del World Wide Web con la partecipazione di Sir Tim Berners-Lee. I video con la registrazione della giornata sono su YouTube.

Tra gli interventi che ho sentito dal vivo ne segnalo tre: Marco De Rossi (per la forza delle idee), Frieda Brioschi (per la limpidezza dell’esposizione) e Stefano Rodotà (per l’incredibile perserveranza a farsi portavoce di istanze di fondamentale importanza). Purtroppo Tim Berners-Lee non ha concesso l’autorizzazione a pubblicare il video del suo intervento, quindi non è disponibile sul canale YouTube dell’evento (#epicfail).

Tre principi per promuovere l’innovazione. Due: vedere le cose sotto una nuova luce

Questo post è il secondo di una serie di tre (prima puntata).

Vedere le cose sotto una nuova luce

Se il déjà vu è la sensazione di aver già vissuto un’esperienza anche quando è completamente nuova, vu ja de significa comportarsi come se un’esperienza fosse nuova pur avendola vissuta centinaia di volte.
La mentalità vu ja de è molto utile per stimolare l’apprendimento e la creatività. Un ottimo esempio è quello dello statistico Abraham Wald, che durante la Seconda guerra mondiale fece uno studio sulle blindature degli aerei:

Le forze aeree britanniche e americane erano preoccupate perché molti dei loro velivoli erano stati abbattuti. Bisognava rinforzare le blindature, ma nessuno sapeva bene dove posizionarle. Wald fece un segno su ogni foro di proiettile sugli aerei che avevano fatto ritorno dalla battaglia. Scoprì che in due sezioni della fusoliera – una tra le ali e l’altra tra le code – c’erano molto meno fori. Decise allora di mettere i rinforzi proprio lì dove c’erano meno fori, e non dove ce n’erano di più. Perché? Perché era ragionevole pensare che gli aerei venissero colpiti in modo del tutto casuale. Gli aerei che aveva visto non erano stati abbattuti! Quindi erano i buchi che non aveva visto – ovvero quelli sugli aerei che non erano tornati – ad aver bisogno di più protezione.
[...]
Quale che sia l’approccio, la mentalità vu ja de è la capacità di cambiare continuamente opinione e punto di vista. Ciò significa spostare l’obiettivo dagli oggetti e dai modelli in primo piano a quelli che si trovano sullo sfondo, a metà strada tra quelli che in psicologia si chiamano “figura” e “ground”. Significa rovesciare una presunta relazione di causa/effetto, o attribuire più significato a qualcosa che apparentemente ne ha meno. Significa non attraversare la vita con il pilota automatico innestato.

(la citazione è tratta da Idee strampalate che funzionano)

Tre principi per promuovere l’innovazione. Uno: aumentare la varianza

Secondo Robert Sutton, esistono tre principi organizzativi fondamentali per promuovere l’innovazione: 1) aumentare la varianza della conoscenza disponibile; 2) vedere le cose sotto una nuova luce; 3) rompere con il passato.

Aumentare la varianza

Gli esperti di total quality management dicono che per ridurre gli errori, contenere i costi e aumentare l’efficienza di prodotti e servizi bisogna eliminare qualsiasi elemento di variazione nell’attività delle risorse e delle macchine. Questo approccio ha senso quando si portano avanti attività collaudate che continuano a funzionare.
Quando l’obiettivo è l’innovazione, viceversa, c’è bisogno di un elemento di variazione rispetto a ciò che normalmente si fa, si pensa e si produce. Tutto ciò che sarebbe considerato un errore o una deviazione in un sistema concepito per portare avanti un lavoro nel modo tradizionale è invece la linfa vitale dell’innovazione. Bisogna trovare e sperimentare continuamente nuove idee che, come le mutazioni nelle piante e negli animali, spesso non riescono a durare e a diffondersi.
Alcune ricerche dicono che la varianza è altrettanto importante per la creatività collettiva. Le nuove idee nascono quando i gruppi e le organizzazioni hanno al loro interno persone che agiscono e pensano in modo diverso, esprimono opinioni differenti, sono collegate a reti di conoscenze esterne e sfruttano continuamente competenze tecniche diverse.

Il successo richiede un alto tasso di fallimento. Per esempio, Sutton riporta i dati della Skyline (ora Ideo Toy Lab), un’azienda che progetta giochi che vengono poi concessi in licenza a grandi aziende come Mattel e Fisher Prize:

Brendan Boyle [fondatore di Skyline] mi ha fatto vedere un documento da cui risulta che nel 1998 la Skyline (che all’epoca aveva meno di dieci dipendenti) aveva sfornato circa quattrocento idee per nuovi giocattoli. Tra tutte, duecentotrenta erano state ritenute abbastanza promettenti per farne un progetto o un prototipo funzionante. Di queste duecentotrenta, dodici erano state alla fine vendute. Il tasso di “scrematura” è pari appena a un terzo dell’1% delle idee totali e al 5% delle idee considerate promettenti. Boyle sottolinea che la percentuale di successo è anche più bassa di quello che sembra: alcuni dei giocattoli che vengono acquistati alla fine non compaiono mai sul mercato e, tra quelli che vanno in vendita, solo una minima parte fa registrare volumi e ricavi degni di nota. Ma come dice Boyle: «è impossibile trovare una buona idea senza avere un sacco di idee stupide, banali e pazze. Nessuno nel mio campo è in grado di dire quale di queste è una perdita di tempo e quale diventerà il nuovo Furby».
Non tutte le imprese innovative richiedono – o possono permettersi – un tasso di fallimento così alto. Le società di venture capital, ad esempio, hanno tassi di fallimento più contenuti, anche se consistenti. Soltanto una percentuale tra il 10% e il 30% delle startup che ricevono finanziamenti dalle società di venture capital di Silicon Valley genera alti ritorni finanziari, mentre la maggior parte fallisce. Il tasso di fallimento ottimale dipende dal settore e dalla tecnologia, ma tutte le aziende innovative continuano a importare, imparare e sperimentare una vasta gamma di soluzioni. Spesso arrivano a un vicolo cieco, ma continuano ad apprendere dai loro successi e dai loro fallimenti. La variazione è il marchio di fabbrica delle aziende creative, quelle che sfornano in continuazione idee, prodotti e servizi interessanti che spingono la concorrenza a tornare in sala riunioni a cercare di copiare o a domandarsi: «perché non ci abbiamo pensato noi?»

(la citazione è tratta da Idee strampalate che funzionano)

La startup competition di LeWeb11: votate Beintoo :-)

Come ogni anno, anche in questa edizione di LeWeb ci sarà una competizione per le startup organizzata in collaborazione con Google:

At this year’s LeWeb’11 Startup Competition we wanted to share with you the semifinalists of the LeWeb’11 Startup Competition, and give you the chance to vote for your favorite startup. Those votes will help us in the selection of the 16 finalists who will be on stage to present their company during LeWeb’11 on Dec7-9, 2011 in Paris.

Tra le 16 finaliste c’è anche una startup italiana: Beintoo. Quindi non indugiate: cliccate su questo link e votate per loro :-)

UPDATE. La votazione a questo link è chiusa. Ma a breve ci saranno nuove istruzioni su come supportare Beintoo durante la competizione a Le Web!

Open Data e Comune di Roma

Mi scrive l’amico Lorenzo Benussi del Topix e io pubblico la sua email:

Ti scrivo per segnalarti che martedì, mercoledì e giovedì prossimi 8-9-10 novembre si svolgeranno a Roma due eventi che danno il via al percorso Open Data del Comune di Roma.
Si tratta di workshop e di una mini competizione su un primo subset di dati che saranno pubblicati sul portale Roma Capitale Open Data, previsto per i primi di Dicembre.
L’obiettivo è mettere a disposizione i dati per progettare e/o realizzare soluzioni innovative, utili, interessanti, ecc.
Credo sia un’occasione importante per far vedere all’amministrazione, in questo caso di una metropoli come Roma, cosa è possibile fare con i dati pubblici. È il contesto giusto per proporre delle priorità nell’agenda di pubblicazione e un modo per dimostrare che esiste un interesse concreto.
La partecipazione è libera ma occorre iscriversi qui www.opendata.comune.roma.it

Trovate altre informazioni anche nel blog SegnalazionIT.

UPDATE. Contrordine camerati: il Comune di Roma ha deciso di non fare l’evento!

Master in User Experience alla Sapienza

Mi scrive Cristiano Siri, eccellente professionista esperto di user experience ed evangelizzatore della materia, per segnalarmi che l’anno prossimo co-organizzerà e insegnerà al master in user experience organizzato dal Dipartimento di Psicologia dei processi di sviluppo e socializzazione della Sapienza. Cito dalla brochure:

Il Master UX si propone di veicolare:
- conoscenze e metodi specializzati per l’analisi della User Experience applicati all’Information and Communication Technologies (ICT);
- capacità di lavorare in teams interdisciplinari per la realizzazione di progetti nell’ambito delle ICT;
- competenze finalizzate allo sviluppo dell’esperienza dell’utente nell’utilizzo di un prodotto e di un servizio, alle dinamiche di mercato e alle soluzioni gestionali del prodotto/servizio.

Se volete imparare a progettare artefatti digitali, questa è decisamente una buona occasione: il fatto che Cristiano abbia co-progettato la didattica e che sia tra i docenti vale da sola tutto il corso :-)

I termini per la partecipazione al bando di ammissione scadono il 21 novembre.

ll metodo dell’innovazione non esiste

Esiste un metodo per produrre innovazione? Secondo Scott Berkun, autore di The Myths of Innovation, la risposta è no! Però, esistono dei pattern che riguardano i punti di partenza, le sfide e le attitudini attraverso cui si fa innovazione.

I punti di partenza
Tutti i luoghi comuni su come nasce l’innovazione sono veri, perché le nuove idee nascono per i più disparati motivi.
La maggior parte delle innovazioni è il frutto della ricerca di specialisti che lavorano per anni per risolvere un problema molto ben determinato: in generale non c’è nulla di particolarmente eccitante e nessun regista penserà mai di farci un film. Fanno parte di questa categoria la scoperta del Dna, Google che nasce come ricerca universitaria, il mouse e tante altre invenzioni.
A volte accade che, mentre si sta facendo ricerca, si crei un’opportunità che porta all’esplorazione di una strada nuova. E’ quello che accadde ad Art Fry che senza volerlo creò una colla molto debole, di cui non riusciva a immaginare un uso. Finché un amico non gli disse che gli sarebbe piaciuto avere dei foglietti da attaccare e staccare dal suo spartito musicale per prendere appunti e nacquero i Post-it.
Spessissimo, le innovazioni sono semplicemente il frutto della curiosità, della voglia di imparare cose nuove e di divertirsi. Per esempio, Linus Torvalds creò Linux per hobby perché era insoddisfatto di come funzionava il sistema operativo Minix sul suo nuovo 386.
Ovviamente, non va sottovalutata la voglia di arricchirsi. Secondo Peter Druker, i soldi erano la motivazione che spingeva uno degli inventori più prolifici del secolo scorso, Thomas Edison. E, c’è da giurarlo, il benessere economico è la leva che spinge la maggior parte degli imprenditori.
Infine, c’è la necessità. Antonio Meucci, per esempio, inventò il telefono perché aveva bisogno di un sistema che gli permettesse di mettere in comunicazione lo studio in cui lavorava con la camera da letto, in cui stava la moglie gravemente malata.
Va da se che gli elementi che abbiamo elencato non si presentano da soli: spesso agiscono in combinazione.

Le sfide
Secondo Scott Berun, le sfide a cui gli innovatori (che aspirano ad essere anche imprenditori) vanno incontro sono otto:

  1. Trovare un’idea
  2. Sviluppare una soluzione
  3. Trovare le risorse per concretizzare la soluzione
  4. Riprodurre la soluzione in modo sostenibile (ossia scalare)
  5. Raggiungere i potenziali clienti
  6. Sconfiggere i concorrenti
  7. Lanciare l’innovazione nel momento giusto
  8. Tenere i riflettori accesi su se stessi

Questi temi, di fatto, sono ricorrenti in tutta la letteratura che parla di innovazione e imprenditoria, fino ai più recenti modelli del customer development e della lean startup.

Le attitudini
E’ chiaro che l’innovazione non segue dei percorsi predeterminati e non ci sono delle mappe che possiamo usare. Piuttosto, dobbiamo sviluppare delle attitudini:

  • migliorare la consapevolezza di noi stessi, perché ogni decisione importante che guida l’attività di un innovatore dipende anche dalla propria autostima e dalla conoscenza dei propri limiti;
  • premiare i fallimenti interessanti, perché gli errori spesso ci insegnano più dei successi;
  • prendersi una pausa ogni tanto, perché è sempre bene osservare anche il contesto in cui ci muoviamo e riconsiderare quello che stiamo facendo alla luce dei cambiamenti ambientali;
  • procedere gradualmente, perché sognare di cambiare il mondo è una bella fantasia, ma è sciocco partire con progetti così ambiziosi pensando che le cose accadano solo grazie alla nostra volontà e indipendentemente da molte altre variabili;
  • onorare la fortuna e il passato, perché occorre riconoscere che ogni tanto la fortuna gioca un ruolo nel nostro successo e che generalmente costruiamo cose nuove stando sulle spalle di giganti.