Ho un’idea per una startup (un racconto)

Quest’estate mi sono divertito a scrivere una storiella, giusto per il gusto di cimentarmi con la narrativa. Rileggendola a distanza di qualche mese credo che farò a meno di unirmi alla folta schiera di aspiranti scrittori di romanzi 🙂

«Ho un’idea per una startup», scrive Maria su Internet Startup Scene. «Come faccio a tutelarla da chi potrebbe rubarla?» L’idea con tutta probabilità è stata partorita la sera prima. Quasi sicuramente Maria non ci ha dormito la notte, in uno stato di eccitazione crescente. In poche ore, si è convinta di aver avuto una grande intuizione che cambierà il mondo e la renderà ricca e famosa. Probabilmente ha immaginato il momento in cui Mashable o TechCrunch si occuperanno di lei per arrivare in un crescendo epico fino alla copertina del Times. Come giovane imprenditrice di successo, le sarà sicuramente dedicato spazio anche su qualche importante rivista femminile.
Armata della certezza di aver pensato una cosa mai pensata prima, la prima preoccupazione di Maria è stata come proteggere la sua fulminante intuizione dalle grinfie dei male intenzionati che potrebbero infingardamente appropriarsene.
Le risposte alla sua richiesta di aiuto non tardano ad arrivare. Internet Startup Scene è un gruppo di Facebook che raccoglie quasi tremila persone che discutono di come si avvia una nuova impresa. La discussione si anima subito e ognuno ha un’opinione o un parere tecnico da esporre, qualcuno ha addirittura depositato un Cd con il software realizzato per un progetto alla Siae. Ma il commento che colpisce di più Maria è quello di Giovanni: «forse faresti meglio a concentrarti sul dare una forma alla tua idea, cercando di realizzarla, piuttosto che pensare a come proteggerla».
Maria incassa, anche se è le rimane la paura che qualcuno potrebbe rubare l’idea e prendere il suo posto nell’olimpo dei grandi imprenditori del web, vicino a Steve Jobs, Sergey Brin, Larry Page e – addirittura – Mark Zuckerberg. Si confida solamente con i suoi amici piĂą stretti che, ovviamente, la incoraggiano per affetto. D’altro canto, loro di queste non ne capiscono tanto, quindi potrebbe effettivamente trattarsi di una grande idea. Maria passa così tanto tempo su Internet, è iscritta a tutti i social network, compra compulsivamente tutte le novitĂ , ha un iPhone e un iPad, tutte le console di gioco. E’ una vera geek, la persona a cui rivolgersi quando si ha bisogno di aiuto con un computer o non si riesce a mettere a posto le regole per la privacy di Facebook. Da quando è stata in vacanza nella Silicon Valley, poi, ha iniziato a parlare di startup e venture capitalist come se fosse l’argomento del suo ultimo esame all’universitĂ . Si è anche abbonata a Wired, «quello americano però, perchĂ© la versione italiana è troppo popolare soprattutto da quanto la dirige uno che prima si occupava di cantanti» e ha vissuto come un piccolo lutto il ridimensionamento di Nova24, il settimanale del Sole 24 Ore, che usciva tutti i giovedì ricco di opinioni e idee, e che adesso è stato relegato alla domenica in due fogli striminziti.
Confortata dagli amici e incoraggiata da tutti i discorsi sul mondo che cambia, ha ormai deciso che vale la pena tentare strade diverse dal precariato nel pubblico impiego e dallo stage a oltranza in qualche piccola azienda.
Nel giro di qualche settimana si è convinta che il modo migliore di avviare una Internet startup non è registrare un brevetto, ha cominciato a buttare già qualche disegno da far vedere al programmatore per spiegargli come deve venire il prodotto. Ha partecipato a qualcuno dei numerosissimi eventi sulle startup e ha avuto l’impressione che in Italia ci siano tante persone che parlano di quanto sarebbe bello mettersi in proprio e pochissime che hanno il coraggio di lasciare un posto di lavoro fisso per mettersi alla prova.
Maria è sempre stata un po’ secchiona e ha studiato, letto, consultato, navigato. Ha capito che per fare un’azienda è meglio avere un team ed è riuscita ad aggregare un amico programmatore come co-founder.
Ma per fare un vero passo avanti servono soldi. Così l’intraprendente fanciulla da un sguardo alla piccola comunità dei venture capitalist italiani, scoprendo che ce ne sono pochi e che per lo più non investono in idee, ma vogliono un business plan, un prodotto funzionante, magari qualche cliente. Maria è un po’ indispettita da questo approccio così burocratico: «possibile che questi qui vogliano ancora il business plan? ma non hanno letto che nessun venture capital americano ne chiede più uno?»
Alla fine si rassegna. Se proprio c’è bisogno di un po’ di carta, allora vada per una bella presentazione d’effetto con una lunga premessa e qualche dettaglio sull’idea (non troppi, perché un investitore potrebbe accorgersi della sua bontà e rubarla).
Dopo varie insistenze riesce a farsi dare un appuntamento e, armata delle sue slide, si presenta al fatidico appuntamento con lo spirito di una cantante alla sua prima audizione. In cuor suo spera che il Gianluca, il venture capitalist che ha incontrato a un evento e che si è lasciato convincere, si accorga della sua passione e del suo talento, capisca al volo la bontà dell’idea e le metta in mano un assegno.
Gianluca è seduto con i piedi sul tavolo e l’aria un po’ scazzata: quello con Maria è il quinto appuntamento della giornata e finora non c’era nulla che meritasse neanche lontanamente di essere preso in considerazione. Maria è tutto sommata contenta di quel clima informale. Per lo meno non le ricorda l’ultimo colloquio di lavoro con un tizio del personale di una grande azienda dall’aria triste e una cravatta improbabile.
Apre il computer e inizia la sua presentazione. Parla per quindici interminabili minuti di cui dodici impegnati a svolgere una premessa sull’importanza dei social media. Nel frattempo Gianluca da segni di insofferenza, si distrae, scrive qualcosa su Facebook, risponde a un’email. Maria pensa che non è poi così strano: in fin dei conti uno così geek deve essere anche multitasking.
«Scusa, come hai detto che ti chiami?», chiede Gianluca
«Maria», risponde la ragazza con un tuffo al cuore.
«Ecco Maria. Guarda, credo che questa sia la peggiore presentazione a cui io abbia assistito»
«Ah!» Il sorriso si è spento ed è stato sostituito da un’espressione smarrita.
«Mi spieghi che cacchio vuoi fare. Perché io, sinceramente, proprio non l’ho capito. Il tuo sembra una specie di social network verticale a cui è stata aggiunta un po’ di gamification e la geolocalizzazione, però non si capisce perché uno dovrebbe usarlo al posto di Facebook o Foursquare?»
Maria guarda Gianluca sbigottita. Non sa bene cosa rispondere. In effetti, l’idea potrebbe essere anche descritta nei termini che le sono stati appena proposti, ma questo non coglie proprio l’essenza. Non rende giustizia all’intuizione. Detta così, questa idea non cambierà la vita di nessuno.
«In effetti ci sei andato vicino ma non è proprio così… Provo a spiegarti meglio». Maria abbozza una difesa della sua idea, ma piĂą va avanti e meno la sua voce appare convinta. Gianluca ha un momento di empatia e cerca di incoraggiarla, ma ormai la ragazza è entrata in una spirale discendente.
«Senti – le dice alla fine – secondo me ci devi lavorare ancora un po’ su. Prova a fare un prototipo, trovati un socio tecnico che ti aiuti a sviluppare l’idea. PerchĂ© secondo me potrebbe funzionare, ma è ancora troppo vaga, c’è ancora molto lavoro da prima che possa essere interessante per noi. Potresti provare a presentarla a uno dei tanti concorsi per i talenti che fanno le grandi aziende, magari con ventimila euro riesci a sviluppare un prototipo».
Sulla faccia di Maria torna un timido sorriso. Allora non è andata poi così male. E’ come quando all’università pensava che il prof l’avrebbe cacciata a pedate e poi prendeva un voto discreto. Forse, si è buttata giù inutilmente.
La ragazza esce dall’ufficio con un po’ di ottimismo, accende lo smartphone e fa uno squillo al suo co-founder: «ha detto che l’idea è buona, ma che ci dobbiamo lavorare ancora su…»
«Ma quindi ce li da i soldi?»
«MacchĂ©, vuole prima vedere un prototipo…»
«Ma ci vuole un sacco di tempo per sviluppare un prototipo, mica possiamo farlo io e te da soli la sera e nei week end. Chi ce lo paga lo stipendio a noi?»
«Lo so», risponde Maria. «Ma qui mica stiamo in America. Dovremmo spostarci nella Silicon Valley».
Mentre Maria esce dall’ufficio, nella stanza di Gianluca fa capolino il socio: «qualcosa di interessante?». «Macché, le solite minchiate», risponde distratto mentre giocherella con il tablet. «Invece, guarda qua che figata questa app che è appena uscita. Lo diceva stamattina Mashable, pare che stiano trattando con Sequoia per 30 milioni di dollari. Avercene di ragazzi in gamba così da noi, invece di questi sfigati. Ma perché non ce ne andiamo in America?»

P.s. Mia moglie mi ha fatto notare che sono uno “sporco maschilista” perchĂ© ho messo una donna nei panni della startupper sprovveduta. In realtĂ , l’idea era esattamente opposta: evitare di dipingere questo mondo solo al maschile. IngenuitĂ , mancanza di esperienza (e a volte stupiditĂ ) non sono attributi che dipendono dal genere 🙂

5 comments

  • Nicola, ho apprezzato questo tuo disegno della realtĂ . Il trend è nuovo dalle nostre parti. Se all’incertezza della novitĂ  aggiungi l’euforia e l’entusiasmo creativo che contraddistingue noi italiani, ottieni questo: un romantico dipinto del “credici”. In questo nostro mondo startuppizzato, l’idea è l’inizio di un percorso lunghissimo e, a detta di molti, il core. Ma non è tutto, anzi: l’idea è il “co”. Per arrivare al core, la strada è lunga. E non finisce lì!

  • Nicola, splendida rappresentazione di una triste realtĂ  che vediamo ogni giorno un po tutti

  • Forse certi suggerimenti che sono difficili da accettare spiegati in modo esplicito e lineare potrebbero essere recepiti con piccole storie come questa. Me lo auguro.

  • Bella storiella, rappresenta la realtĂ …
    Ma ci potresti anche aggiungere magari in un proseguimento, quando Maria ai tempi dell’UniversitĂ  (magari Ingegneria Informatica) parlava ai suoi colleghi di startup e VCs e quelli non sapevano nemmeno di cosa stesse parlando…

  • E se l’idea fosse stata davvero innovativa e valida, Maria come sarebbe riuscita a proteggerla dalle grinfie del cattivone assonnato che gliel’ha bocciata su due piedi?

By Nicola Mattina