Le fondamenta di Italian Founders

In tre anni di esperienza con il progetto Working Capital di Telecom Italia, sono arrivato alla conclusione che i soldi, spesso invocati come il principale ostacolo alla nascita di nuove imprese in Italia, non sono il vero problema, almeno nell’area dell’ICT dove una startup nasce con investimenti di poche decina di migliaia di euro. Nel nostro Paese, infatti, ci sono molte iniziative pubbliche e private che si propongono di premiare i talenti e di stimolare la nascita e la crescita di nuove imprese. Molti si concentrano sull’erogazione di soldi: dalle borse di studio, ai contributi a fondo perduto (anche se spesso con vincoli sulle spese ammissibili – sic!). Ogni anno ci sono molti milioni di euro che vengono “distribuiti” a giovani talentuosi, innovatori e aspiranti imprenditori.

Tutti questi contributi pubblici e privati possono essere utili per fare i primi passi, ossia concretizzare un’idea, costruire un prototipo e testare il mercato. Senza dimenticare che si tratta di soldi “stupidi” perché sono erogati, non investiti. Si tratta di una differenza sostanziale: i soldi che aiutano veramente a fare impresa devono venire dalla mano di un altro imprenditore o di un investitore il cui obiettivo è farli fruttare. A queste risorse è molto più difficile accedere, perché i criteri di valutazione della bontà di un progetto che usa un imprenditore sono assai diversi da quelli che impiega un burocrate o il dipendente di una grande azienda.

I soldi “intelligenti” non si lasciano afferrare molto facilmente: non conta solamente l’abilità tecnica e il talento nel realizzare un’idea. Assai più importante è la capacità di trasformare l’idea in prodotto e quest’ultimo in impresa. Entrambi i passaggi richiedono conoscenze che vanno oltre la capacità di realizzare uno specifico artefatto (un sito, un’applicazione per smartphone o anche un oggetto elettronico). Infatti, per trasformare un invenzione in un prodotto occorre il confronto con il consumatore perché è necessario capire quale forma occorre dare all’idea affinché venga percepita come la soluzione a un problema. Invece, per costruire un’azienda attorno a un prodotto occorre conoscere i meccanismi che regolano il funzionamento di un’impresa. In tutte le fasi di avvio di una nuova avventura imprenditoriale, inoltre, è utilissimo fare affidamento a una solida rete di relazioni con persone che ci aiutino a fare dei continui reality check.

Avendo avuto la possibilità di interloquire con molti aspiranti imprenditori, mi sono reso conto che esiste un gap enorme sia sul fronte del know how che su quello della capacità di costruire reti di relazioni di valore.

Il tema del know how può essere affrontato da due punti di vista. Il primo è quello dell’apprendimento di una serie di strumenti che oggi fanno parte del bagaglio culturale di molti neo imprenditori soprattutto nell’area delle Internet startup. Mi riferisco al business model canvas, al customer development, alla lean startup: tutti modelli che aiutano il neo imprenditore a costruire un percorso strutturato di esplorazione e sviluppo e che hanno l’obiettivo di minimizzare il rischio di insuccesso. Si tratta di teorie e pratiche di management molto recenti che nascono sia da studi accademici che dall’esperienza pratica di imprenditori di successo. Ovviamente non assicurano la riuscita di una startup, così come la lettura di Michael Porter non trasforma un manager in un grande manager, ma sono strumenti utilissimi perché aiutano a tenere la rotta e a confrontarsi continuamente con la realtà.
Il secondo punto, invece, è quello della partecipazione a una comunità di pratica. Infatti, non si può imparare a essere imprenditori sui libri: è necessario sperimentare e accedere alla conoscenza pratica di chi già fa questo mestiere. Non è un caso che la maggior parte dei programmi di accelerazione dedicati ai neo imprenditori prevedono la presenza di un gran numero di mentor.

Su questo principio, per esempio, si basa il Founder Institute che in tre anni ha costruito una rete mondiale di oltre 700 imprenditori disponibili ad aiutare aspiranti imprenditori a costruire la propria startup. Analogamente si muove Techstars, che sta costruendo una rete internazionale di acceleratori: se una struttura vuole entrare a far parte del network deve necessariamente aggregare almeno 40 mentor. E, infine, uno dei motivi per cui un’iniziativa come SeedCamp non è ancora sbarcata in Italia è la convinzione che nel nostro paese non ci sia un numero sufficiente di imprenditori di successo disponibili a dedicare un po’ del proprio tempo ad allevare nuove generazioni.

Per quanto riguarda la capacità di costruire reti di relazioni, è necessario sgombrare il campo da un fondamentale equivoco, ossia il fatto che il networking che va tanto di moda oggi sia utile tout-court. Così non è: l’attività di tessitura e gestione di una rete di relazioni deve essere consapevole e orientata a un obiettivo. Faccio un esempio personale: qualche anno fa avevo deciso di costruire una rete di relazioni in Inghilterra, con la vaga idea che questo potesse aiutarmi a fare una nuova impresa. Ho quindi iniziato a frequentare conferenze internazionali e a fare video interviste alle persone che mi interessava conoscere e frequentare. E’ stato molto divertente, ho incontrato molte persone interessanti e ne ho tratto moltissimo appagamento personale. Però, a fronte del tempo e dei soldi impiegati, i risultati in termini di business sono stati assai modesti. Il motivo è molto semplice: non avevo fissato degli obiettivi chiari.

Occorre quindi essere molto concreti quando si parla di networking perché costruire reti di relazioni di valore costa molto: si impiega il proprio tempo e si chiede il tempo e l’attenzione dei nostri interlocutori. Tessere una rete di relazioni utile a far decollare un’impresa significa individuare gli interlocutori giusti, capire come raggiungerli, capire che cosa è importante per loro ed essere rilevanti ai loro occhi.

Know how, mentorship e capacità di costruire reti di relazioni saranno i tre fondamentali ingredienti di Italian Founders, il progetto a cui sto lavorando in questo periodo e che vedrà progressivamente la luce nelle prossime settimane.

2 comments

  • Sostanzialmente non capisco infatti come mai chi “eroga” e non “investe” cosa abbia da perdere nel massimizzare i profitti controllando l’andamento della startup. Non mi sono mai saputo spiegare dove si interrompe il segnale, se nell’azienda finanziata o nel sistema del venture italiano. Certo è che spesso quella rete di relazioni serve troppo spesso a “mantenere” e non ad “accrescere” un potere anche economico. Questo forse viene ritenuto sufficiente in un’economia e una cultura come le nostre.

By Nicola Mattina