Le economie basate sulla conoscenza: modelli di riferimento

Continuo a citare alcuni bravi del libro di Elserino Piol, Per non perdere il futuro (2008), perché condivido gran parte delle cose che scrive molto più autorevolmente del sottoscritto:

Ci sono due dimensioni dell’economia basata sulla conoscenza. Una è la capacità. Se l’Italia intende basare lo sviluppo sulla capacità di innovazione deve poter contare su una forza lavoro altamente qualificata e capace di adattarsi velocemente ed efficacemente al cambiamento. Anzi, sei deve avere la capacità di anticipare il cambiamento e possibilmente guidarlo.
L’altra dimensione è la creatività. Le economie che avranno successo saranno quelle che creano nuovi prodotti e nuovi processi. Questo significa, soprattutto, facilitare la nascita e la crescita di nuove imprese.
Al punto in cui siamo, per tornare a crescere occorrono alcune grandi e incisive riforme, che avranno quasi sempre una caratteristica: l’iniziale impopolarità. La crescita economica non porta sistematicamente alla giustizia sociale, ma le è necessaria. Prima ci sono i costi del cambiamento, poi se ne ottengono i benefici.
Vivere nel futuro significa concorrere a determinarlo. Prende consistenza economica la locuzione innovazione, perché solo essa sopravvive alle intuizioni passeggere e superficiali, per tradursi nella pratica in miglioramento dell’organizzazione della produzioni e del lavoro da un lato e in beni e servizi migliori e diversi dagli attuali dall’altro, per soddisfare bisogni oggi inesistenti che gli imprenditori potrebbero suscitare nella mente degli acquirenti potenziali.
Per disegnare il nostro futuro è opportuno individuare modelli di riferimento a cui ispirarsi. E non bisogna andare in USA (o in Cina o in India), basta andare nel nord dell’Europa. Una relazione del World Economic Forum, sull’agenda di Lisbona, rivela che, per quanto riguarda la valutazione della competitività economica, se gli USA fossero considerati come uno Stato membro dell’UE occuperebbero la quarta posizione dietro tre stati europei membri: Danimarca, Svezia, Finlandia. La consistenza dei loro superiori risultati economici è impressionante.
La Finlandia, in particolare, rappresenta uno degli ambienti di business più innovativi del pianeta, in grado di canalizzare innovazione e produttività in modo positivo e produttivo. E questo attraverso l’armonica collaborazione di istituzioni pubbliche e imprenditoria privata, unita a una bassissimo livello sia di corruzione che di evasione fiscale, una elevata efficienza nell’utilizzo delle risorsa pubblica (chiare regole e leggi per l’utilizzo delle risorse disponibili) realizzato senza sprechi e con semplice e chiaro coinvolgimento delle parti sociali. La Finlandia rende disponibili una larga porzione delle risorse economiche all’innovazione, con la valutazione che è proprio da questi investimenti che verranno prodotte le capacità finanziarie per far fronte alla ingente spesa sociale del paese.
La Finlandia quindici anni fa presentava sintomi poco invidiabili persino per l’Italia di oggi. Fra il 1990 e il 1994 il prodotto interno lordo diminuì del 10%, il debito pubblico esplose dal 10% al 49% del PIL, la disoccupazione dal 4% al 20%. I pilastri del vecchio modello erano volati in pezzi in pochi anni: con il crollo dell’URSS era sparito il primo mercato estero, con la recessione nell’industria del legno era alle corde il settore più tradizionale, con l’insolvenza a catena di una serie di banche rischiava la paralisi il sistema finanziario e il bilancio pubblico chiamato al salvataggio era sotto stress. La svolta arrivò nella prima metà degli anni Novanta quando il governo varò delle misure molto drastiche di finanza pubblica grazie alle quali la fiducia nell’economia tornò rapidamente. I tagli di spesa del 1995 furono forti e trasversali su tutte le voci di bilancio per far sentire subito una rottura di continuità. Ci fu un’eccezione ai sacrifici: il governo continuò a incentivare l’investimento in tecnologia e formazione, anche nella fase più ruvida del risanamento. Il risultato è che oggi la spesa in questi settori è sopra al 3% del PIL. E’ in questo ambiente che nascono le imprese tecnologiche, fra cui Nokia.
Un’altra nazione da considerare è Singapore, che alcuni definiscono un venture capitalist mascherato da governo. Uno degli obiettivi strategici di Singapore è di competere sul mercato globale come leader nelle biotecnologie, attraverso Biopolis, disegnato avendo in mente il business model e le ambizioni della Silicon Valley. Il progetto è partito sotto la leadership di un giovane di 28 anni. Biopolis ha attratto talenti da tutti i migliori centri di ricerca mondiali. Inoltre, in parallelo, Singapore ha avviato Fusionpolis, focalizzato nei nuovi media interattivi e digitali.

Confesso di sapere molto poco dell’economia della Finlandia, anche se mi ha abbastanza stupito che recentemente l’università di Aalto ha recentemente invitato Steve Blank trattandolo come un capo di stato (all’evento è stato dedicato anche un intero sito). Questo la dice lunga sull’importanza che viene dedicata alla conoscenza che riguarda l’imprenditorialità.

Invece, mi sono già imbattuto in case history che riguardano Singapore. Per esempio, in Meritocrazia, Roger Abramavel cita questo staterello come uno dei più meritocratici del mondo.

By Nicola Mattina