Archivio mensile:maggio 2012

Groupalia, Prenotable, BruxSport e il terremoto [update]

Stamattina c’è stata una nuova scossa di terremoto in Emilia, altri morti e altri crolli. Quindi cosa pensa di fare Groupalia? Un bel tweet con scritto: «paura del #terremoto? molliamo tutto e scappiamo a #SantoDomingo!»

Beh, complimento al social media strategic community mannagger che ha avuto la bella pensata. Ovviamente il tweet è stato immediatamente ritirato con tante scuse:

Ogni ulteriori commento mi sembra sinceramente superfluo.

UPDATE. A quanto pare il genio di Groupalia non è isolato: Federico Ferrazza di Wired.it segnala altri due tweet di Prenotable e BruxSport.

UPDATE Ore 16:00. E’ arrivato l’ovvio comunicato stampa di scuse ufficiali e di costernazione del country manager di Groupalia Andrea Gualtieri:

“Sono davvero costernato per quanto accaduto e chiedo scusa alla popolazione colpita dal sisma per averla offesa. Si è trattato di un gesto irresponsabile dettato principalmente da superficialità e inesperienza.
La catastrofe che ha colpito la popolazione dell’Emilia Romagna non può e non deve ovviamente essere strumentalizzata; è una disgrazia che merita tutto il nostro rispetto.
Mi scuso ancora e, per esprimere vicinanza e solidarietà alle popolazioni colpite dal terremoto, l’azienda ha deciso di effettuare una donazione alla Croce Rossa Italiana, da destinare alle persone coinvolte nel sisma.
Inoltre, pubblicheremo nei prossimi giorni un deal solidale, per chiunque voglia essere di aiuto e fare una propria donazione”.

E il tutto si risolse con l’affermazione che Groupalia affida la comunicazione a gente superficiale e inesperta. Si vede :-)

Appunti sulla creazione di un acceleratore aziendale

Qualche tempo fa un amico mi ha chiesto un parere sulla creazione di un acceleratore per una grande azienda. Riporto alcune delle considerazioni che gli proposi: si tratta di argomenti che ho già trattato in vari post di questo blog, ma mi sembra utile condividere un ragionamento organico su quali dovrebbero essere gli ingredienti di un acceleratore promosso da una grande azienda.

***

L’obiettivo è sostenere il percorso di startup di un’azienda. Da questo punto di vista ci sono due aspetti che vanno tenuti in considerazione. Il primo riguarda il metodo e il secondo riguarda il contesto.

Metodo
Il metodo impiegato oggi da tutti gli acceleratori di maggior successo è il customer development: l’obiettivo è raggiungere il “product market fit” ossia la commerciabilità del prodotto un passo alla volta, partendo da qualcosa di molto piccolo e poi ampliandolo. Questo approccio consente di contenere molto l’investimento iniziale, tanto che la maggior parte degli acceleratori investe tra i 30 e i 50mila dollari per permettere a un team di passare dall’idea al test di mercato e proiettare il team verso il seed.
Questo passaggio non è affatto banale e molto dipende da come è stato selezionato il team: è molto più importante avere un buon team con un’idea sbagliata che viceversa. D’altro canto, il processo di startup consiste proprio nel mettere a punto il prodotto con un graduale processo di apprendimento. Le tecniche sono varie e anche io me ne sto occupando. Per esempio, puoi leggere questo post che parla proprio del metodo che sto mettendo a punto in queste settimane per un corso che faccio presso l’acceleratore Enlabs di Roma: nel nostro caso, l’obiettivo è far apprendere il customer development in modo efficace ed efficiente e quindi abbiamo adottato un approccio legato all’action learning.
Per passare da un’idea a un prodotto testato su un mercato ci vogliono almeno sei mesi di lavoro a tempo pieno, con il sostegno di una fitta rete di mentor e con grande disciplina: la maggior parte dei giovani aspiranti imprenditori, infatti, tende a svicolare e a rimandare il confronto con il mercato concentrandosi sullo sviluppo del prodotto come piace a loro, il che posticipa solo il momento del fallimento.

Contesto
Il secondo punto cruciale riguarda il contesto. La Silicon Valley è un enorme incubatore, in cui la densità di imprenditori e aspiranti imprenditori rende la circolazione di idee e il networking estremamente facile. Anche in un ambiente così favorevole, fioriscono gli acceleratori come Y-Combinator, TechStars, 500Startups. Si tratta dell’equivalente contemporaneo delle corporazioni medievali: promuovono il learn by doing mettendo a disposizione di giovani aspiranti imprenditori il know how e l’esperienza di un nutritissimo gruppo di mentori, che vanno da imprenditori di successo a manager di grandi aziende a esperti di dominio (questa è l’impressionante lista dei mentor di Techstars).
Il modello dell’acceleratore sta diventando sempre più popolare, perché è estremamente efficace ed efficiente e mi sembra veramente poco plausibile immaginare che si possano raggiungere obiettivi ambiziosi senza mettere in piedi un acceleratore fisico.

Ciò detto, ha senso entrare nel merito di alcuni aspetti che riguardano la creazione di una acceleratore da parte di una grande azienda.

Enfasi sulla formazione e la mentorship
Più ho a che fare con i wanna-be-startupper italiani e più mi rendo conto che la formazione è uno degli aspetti fondamentali per la riuscita del progetto. Nei primi mesi, è necessario che i team seguano un percorso molto strutturato che li porti a testare il product market fit: il confronto con la realtà deve essere continuo e spietato, perché è del tutto inutile tenere un aspirante imprenditore nella bambagia.
Inoltre, una grande azienda dovrebbe essere nella posizione di costruire una nutrita e consistente rete di mentor: non dieci o quindici, ma cinquanta o cento mettendo insieme i imprenditori e manager. Persone che possano fare da role model, mettere a disposizione le proprie relazioni, magari acquistare i servizi messi a punto dalle startup, investire come business angel.

Visione internazionale
L’Italia non è un mercato molto vivace. Perché limitare le prospettive quando l’obiettivo è attrarre talenti. Non c’è alcun motivo per cui questi non debbano venire da tutto il mondo. E, allo stesso tempo, non c’è alcun motivo per cui una startup italiana non debba rivolgersi a un mercato internazionale. Una visione internazionale è necessaria anche perché l’obiettivo dovrebbe essere allevare potenziali multinazionali tascabili. Queste aziende hanno bisogno anche di capitali stranieri e quando ci sono realtà solide i fondi esteri non hanno difficoltà a investire in Italia: basta vedere i casi di successo italiani da Yoox a Venere. Più di recente, Balderton (uno dei fondi più importanti nel mondo) ha investito in Garage, una delle startup di H-Farm: é un’iniziativa assolutamente acerba e con un nome veramente stupido (prova a trovarla!), ma l’episodio mostra l’interesse per l’Italia. D’altro canto siamo un territorio inesplorato.
Infine, le aspirazioni internazionali andrebbero sottolineate anche partecipando esplicitamente a un network internazionale come il Techstars Network.

Estensione all’interno dell’azienda
Generalmente si tende a immaginare che in una grande impresa ci siano solo pigri burocrati e passacarte. Invece, c’è tanta gente in gamba compressa da culture aziendali che hanno difficoltà a premiare il merito: magari qualcuno di loro ha voglia di mettersi in gioco e di prendersi qualche mese di aspettativa per provare a intraprendere. Sarebbe anche una bella ibridazione, soprattutto se l’acceleratore avesse una sede fisica in uno dei palazzi dell’azienda.

Tipologia dei progetti
E’ vero che tutti sognano la nuova Facebook o Google e via di seguito, ma attenzione: quelle sono aziende che in Italia non ci possiamo permettere, perché non ci sono i capitali per farle crescere alla dimensione giusta. Più che sull’ennesimo social network geolocalizzato, mi occuperei di smart b2b: c’è un mondo di PaaS e SaaS da inventare e mettere in campo. E si tratta di soluzioni che possono essere internazionalizzate abbastanza velocemente: è molto probabile che in quest’area si riesca a costruire una nuova generazione di multinazionali tascabili italiane. Penso a SoundReef che sta entrando nel mercato dei diritti musicali per fare concorrenza alla Siae e alla omologa francese (ovviamente stanno già mettendo a punto un’offerta per il digitale). Oppure a Mperience che ha un motore di correlazione semantica adottato da grandi editori. O anche a Beintoo, che fa advertising dentro le app mobile, che dopo un primo giro in Italia sta andando in America. Iubenda che standardizza la contrattualistica online e via di seguito.

Un luogo fisico
Non ho dubbi che sia necessario un luogo fisico, dove ospitare i team nei primi sei mesi di attività. Ma non può essere un brutto palazzo periferico: l’innovazione deve essere tenuta nel cuore dell’azienda e in un posto che sia anche simbolicamente bello.
Inoltre, un luogo fisico serve per creare densità, collaborazione, scambio e rende meno rischioso l’investimento nella fase pre-seed. Senza considerare che, poiché è inevitabile un certo tasso di fallimento, la coabitazione rende più semplice il recupero di chi ha perseguito l’idea sbagliata e il suo riutilizzo in altre startup: tutto know how che viene conservato e valorizzato.

Il capitale di rischio
Occorre fare attenzione a come viene impiegato il capitale di rischio. In Italia i finanziatori che operano nel digitale si contano sulle dita di una mano e sono quasi tutti concentrati nel pre-seed: si tratta di fondi microscopici, che investono poche decine di migliaia per volta, arrivano a fare un follow up con grande difficoltà e raramente superando i 300k. A fronte di questa modesta disponibilità, le richieste di equity sono esorbitanti. La scusa è che gli investimenti in Italia sono più rischiosi e mi sembra una vera idiozia: che senso ha prendersi una fetta più grande di una torta cattiva? se ne mangi di più, mica diventa più buona! Avrebbe senso un’iniziativa di standing alto si allineasse su standard europei e lavorasse in modo sistematico per coinvolgere coinvestitori per costruire dei seed più corposi e con delle valutazioni aziendali più generose. Allo stesso tempo, è importante non limitarsi al pre-seed, ma riservare una parte consistente delle risorse al seed in modo da traghettare le startup verso la profittabilità oppure verso un Round A.

Competizione e reputazione
Negli ultimi anni le occasioni per i giovani startupper si sono moltiplicate, soprattutto nel segmento pre-seed. Sono nati degli acceleratori, molte aziende regalano soldi in business plan competition, andare all’estero fa meno paura (d’altro canto alcune mete come Berlino, Amsterdam e Londra sono veramente vicine). Questo significa che è diventato molto più difficile attrarre quelli bravi. Da questo punto di vista, occorre evitare la spettacolarizzazione, gli eventi grandiosi e la retorica del futuro radioso. Queste cose non piacciono a chi si fa il culo nelle università per quattro euro al mese e che investe tempo, risorse e aspettative per partecipare a concorsi che premiano il progetto più sexy invece di quelli più meritevoli.

Votate Mangatar e MyGpTeam a Startup.eu

Ci sono due startup italiane, Mangatar e MyGpTeam, che vogliono partecipare a Startup.eu, un contest europeo per startup che si svolge a Bilbao e che quest’anno è interamente dedicato ai giochi.

La procedura può risultare un po’ complicata per un problema tecnico che riguarda i setting di Facebook, ma seguendo questi tre passaggi non dovrebbero esserci problemi:

1) Da Facebook andate in -> Impostazioni Account -> Protezione -> Navigazione protetta -> modifica -> disattivate la navigazione protetta

2) andate sulla pagina http://apps.facebook.com/startup-eu e date tutti i consensi che chiede l’applicazione

3) ora vi uscirà la lista di aziende partecipanti. Cercate Mangatar e votatela premendo sul pulsante “vote for this project”.

Votate, votate votate.

Vota per Paperlit all’European BizSpark Summit

Quest’anno all’European BizSpark Summit per la seconda volta c’è una startup italiana come finalista dopo una durissima competition tra le principali startup europee.
La startup in questione è Paperlit! Tra l’altro l’anno scorso il vincitore della scorsa edizione è stata proprio una startup italianissima: MopApp di Bologna!
Ieri si sono aperte le votazioni di crowdvoting per la nuova edizione: quindi andate sulla pagina e cliccate mi piace per Paperlit :-)

Piccole gentilezze che fanno la differenza: kudos a Vodafone

Non faccio a tempo a lamentarmi che i problemi si risolvono da soli. Pochi minuti fa ho scritto un post in cui lamentavo che il negozio Vodafone di Viale dei Colli Portuensi a Roma non voleva cambiare un carica batterie difettoso a mio suocero. Avendolo scritto in questo blog e twittato, Vodafone si è subito offerta di rimediare all’accaduto.

Nel frattempo, ho sottovalutato il potere di persuasione del suocero che, dopo avermi chiamato per informarmi dell’iniziale diniego, è tornato nel negozio e ha continuato a insistere fin quando non è tornato il responsabile del punto vendita e ha cambiato il prodotto difettoso. Una cosa che poteva essere risolta in un minuto ha richiesto oltre mezz’ora di attesa.

Morale? Per quanto mi riguarda la prossima volta aspetterò qualche minuto in più per lamentarmi. Tuttavia, rimane la constatazione che per ottenere un atto di gentilezza da un brand occorre comunque insistere e rompere le scatole. Se mio suocero si fosse fermato al rifiuto iniziale adesso avrebbe un prodotto difettoso. Se il sottoscritto non si fosse lamentato pubblicamente, non sarebbe stato ascoltato. Ci vuole così tanto a partire con il piede giusto?

Ad ogni modo, grazie al negoziante e a Vodafone per aver rimediato :-)

Piccole idiozie di grandi brand: shame on Vodafone [update]

Sabato, mio suocero va a comprare un carica batterie per il suo cellulare nel negozio Vodafone di Viale dei Colli Portuensi 522 439 a Roma. L’oggetto marchiato Vodafone, però, è difettoso o comunque non carica il suo apparecchio.
Quindi stamattina oggi pomeriggio, mio suocero torna nel negozio dove trova la stessa commessa che si ricorda perfettamente di lui, ma che si rifiuta di sostituire il carica batterie con qualsiasi altro articolo, perchè mio suocero non ha con se lo scontrino.
Il che mi sembra un atteggiamento veramente sciocco e gretto: certo è che né mio suocero né altri della mia famiglia metteranno mai più piedi in quel negozio Vodafone. E, mi auguro, neanche le altre persone che leggeranno questo post.

UPDATE. Il problema è stato velocemente risolto.

Zone franche digitali: un’ipotesi di lavoro

Questo week end un amico mi ha scritto chiedendomi che cosa ne penso dell’opportunità di creare delle zone franche, come strumento per agevolare la nascita di distretti di startup digitali. Il tema è nell’agenda della task force governativa del Ministero dello sviluppo economico e dell’associazione Italia Startup, quindi è utile proporre alcune considerazioni e avanzare una proposta operativa.

Innanzitutto, vale la pena ricordare che una zona franca «è un territorio delimitato di un paese dove si gode di alcuni benefici tributari, come il non pagare dazi di importazione di merci o l’assenza di imposte». Generalmente si tratta di porti, dove le merci arrivano e vengo trasformate prima di raggiungere i mercati di destinazione: sono aree ad alta intensità di manodopera, perché le merci vanno movimentate e lavorate.

Ha senso applicare le logiche che nascono per favorire la creazione di zone industriali (dove si lavorano beni fisici e la forza lavoro predominante è rappresentata da operai) alla creazione di distretti di aziende ad alta tecnologia (dove l’asset fondamentale è la conoscenza e le risorse umane devono essere ad altissima scolarizzazione)? I temi da affrontare sono due: l’individuazione delle aree geografiche e la determinazione del tipo di incentivi fiscali.
Sul primo fronte, è facile prevedere che la politica finirebbe per posizionare le zone franche nelle regioni meridionali o nelle aree geografiche depresse e da riconvertire. Ossia, le più lontane dai centri di ricerca e di formazione migliori. D’altro canto, l’ultima lista di zone franche urbane elaborata nel 2009 dal Mise elenca 22 cittadine come Sora nel Lazio, Rossano in Calabria, Mondragone in Campania e via dicendo. E’ assai improbabile che in queste 22 Zfu possa nascere un distretto digitale di successo, né nel breve né nel lungo periodo. Le startup digitali hanno bisogno di competenze molto qualificate e di università che producono ricerca di qualità: questo restringe di molto le possibilità e limita le opzioni a pochi grandi centri urbani.
Sul secondo fronte, fatto salvo che eliminare i dazi doganali non avrebbe un grande effetto perché una startup digitale non sposta e trasforma merci, la scelta riguarda inevitabilmente la tassazione del lavoro e quella dei capitali impiegati per finanziare l’azienda.

Quindi, parlare di zone franche in cui insediare startup ad alta tecnologia, significa sostanzialmente immaginare che vi siano delle aree prossime a grandi università tecniche dove insediare una nuova azienda permetta di avere delle agevolazioni fiscali che riducono il costo del lavoro e rendono più conveniente l’investimento di capitali.

Che impatto avrebbero questi interventi agevolativi? Sicuramente produrrebbero un po’ di nuove aziende, ma difficilmente ne garantirebbero qualità e vitalità. Ce lo insegna l’esperienza degli spin off universitari. Una ricerca del 2011 dell’Istituto di management della Scuola Superiore Sant’Anna ne censisce circa 800: «si tratta di aziende di piccole-medie dimensioni (in media il numero di addetti è di circa 10 unità equivalenti a tempo pieno – Etp), con alcune rilevanti eccezioni». Sono tutte aziende che hanno ricevuto sostegni più o meno importanti anche se in forma di contributi a fondo perduto o prestazioni gratuite (uffici e consulenze) invece che come agevolazioni fiscali. Purtroppo, si tratta in gran parte di piccole società di consulenza con un mercato localissimo e in tanti casi fatto di commesse pubbliche. Non sono riuscito a trovare dati, ma sono pronto a scommettere che le risorse pubbliche impiegate per far nascere queste aziende sono esorbitanti soprattutto se confrontate ai ritorni sugli investimenti dei fondi di venture capital.

Il problema degli incentivi fiscali o dei contributi a fondo perduto (mutatis mutandis l’effetto è analogo) è che manca il merito. Sia perché spesso non sono i più meritevoli a beneficiarne, sia perché chi concede i benefici non è in grado di entrare nel merito dell’investimento e si limita alla valutazione degli aspetti formali. In questo contesto, è facile che il risultato finale sia molto al di sotto delle aspettative e che vi siano sprechi di risorse.

Proviamo allora a fare un ragionamento diverso e partiamo formulando un obiettivo che sia meno generico di quelli che troviamo sul sito di Italia Startup, dove c’è scritto che occorre:

  • agevolare gli investimenti in equity nelle startup;
  • facilitare la creazione di posti di lavoro per i giovani;
  • riconoscere le professionalità e le eccellenze che già operano in questo mercato;
  • promuovere i punti di riferimento locale che accelerano lo sviluppo di nuova impresa.

Diciamo piuttosto che vogliamo creare dei distretti di startup digitali scalabili e in grado di competere sul mercato internazionale, perché possono:

  • creare molti posti di lavoro in tempi ragionevolmente brevi,
  • incrementare le esportazioni di servizi,
  • favorire l’importazione di capitali.

Se la creazione di zone franche di per sé non è in grado di produrre questo tipo di risultato, cosa occorre aggiungere? Il merito. Ipotizziamo per esempio che una zona franca digitale possa essere creata solo se è promossa da un consorzio in cui siano presenti quattro soggetti:

  • un gruppo di imprenditori e investitori,
  • un fondo di venture capital internazionale,
  • un centro di formazione e ricerca,
  • la disponibilità di un grande immobile (meglio se pubblico).

La ratio di questo mix è intuibile. Da un lato, ci deve essere un impegno forte di un gruppo di imprenditori e investitori ancorati a un territorio (sul modello di quello che stanno facendo i soci di H-Farm a Treviso) nonché di un centro di cui si producono le competenze che saranno impiegate dalle startup. Dall’altro, è necessario ancorarsi a un contesto internazionale e il ruolo del fondo estero è molteplice:

  • aumenta la quantità di capitale per il seed e agevola l’accesso ai capitali stranieri per il finanziamento dei round successivi. Infatti, la quantità di capitale di ventura in Italia è modestissimo rispetto ad altri Paesi: oggi abbiamo diversi soggetti che fanno micro-seed e quasi nessuno in grado di sostenere un vero seed a valutazioni confrontabili con quelle internazionali;
  • contribuisce ad attirare verso il territorio gli startupper stranieri, perché anche venendo in Italia avrebbero comunque la possibilità di entrare nel radar dei fondi europei, che sono quelli che offrono più opportunità a un imprenditore del digitale;
  • sprovincializza la selezione dei neo imprenditori e proietta le startup verso un contesto internazionale da subito.

Il grande immobile, infine, serve per tenere insieme il sistema perché tenere gli aspiranti imprenditori in un solo luogo è un potente motore di accelerazione.

A questo punto, l’individuazione dell’area geografica in cui istallare la zona franca diventa una conseguenza; infatti, essa può nascere ovunque un gruppo di promotori sia in grado di aggregare le risorse necessarie a far partire l’iniziativa. Lo Stato potrebbe sostenere queste zone franche digitali sia con la concessione di incentivi fiscali sia co-investendo come ha fatto con i fondi HT.

Ps. Sul tema della road map per creare un ecosistema di startup digitali ho anche scritto questi due post: uno e due. Vi consiglio anche di leggere questo ottimo post di Claudio Giuliano.

Il progetto File PDF dell’istituto Ferraris Brunelleschi di Empoli

Dopo aver letto le slide che ho presentato al Forum PA, la collega Laura Calciolari mi segnala un progetto sulla cittadinanza che ha promosso in un istituto tecnico di Empoli:

In Toscana – grazie alla Legge Regionale sulla Partecipazione” ho realizzato due progetti proprio sul tema della cittadinanza attiva in due scuole superiori.
Ho lavorato sul primo dei tuoi 4 punti partendo dalla comunicazione, costruendo modi di lavorare insieme, accettare di condividere il proprio punto di vista con altri e facendo sperimentare cosa realmente vuol dire essere cittadini attivi e partecipi.

Qui il video che racconta il progetto:

C’è anche un e-book in formato pdf che descrive tutto nel dettaglio.

Cittadinanza 2.0: keynote al Forum PA

Oggi ho avuto il piacere di partecipare con un keynote al Forum PA. Il titolo era Cittadinanza 2.0: Quattro opportunità da cogliere nel rapporto tra cittadini e Stato mediato dalle nuove tecnologie. In grande sintesi le quattro opportunità sono:

  • imparare dalle esperienze di Khan Academy e Codecademy per costruire nuove opportunità di insegnare come funziona lo Stato e la pubblica amministrazione ai cittadini;
  • usare la gamification per abbassare la soglia di partecipazione ai processi deliberativi;
  • rinunciare a costruire siti web e concentrarsi sulla costruzione di piattaforme che aiutino ad alimentare un ecosistema di applicazioni (per tutti i device) sviluppate e gestite da cittadini e startup;
  • agevolare il coinvolgimento dei cittadini nella co-creazione dei servizi pubblici facendo leva sulle meccaniche usate dal marketing per ingaggiare i consumatori.

Il video dell’intervento dovrebbe essere disponibile a breve sul sito della web tv dell’evento.

Italian Founders è partner di Startup 2.0

Oggi, si aprono le selezioni della sesta edizione di Startup 2.0, un contest non-profit dedicato alla promozione e alla valorizzazione di startup europee che, dal 2007, ha contribuito al successo di diverse imprese come Sclipo, Panoramio e Bubok. Quest’anno, il focus è tutto sul mondo del gaming: se la vostra startup sta sviluppando un gioco, avete tempo fino al 30 maggio per partecipare al concorso. Tra tutti i progetti pervenuti, la community su Facebook voterà i 5 finalisti che avranno l’opportunità di partecipare a Nonick una conferenza internazionale sui trend della Rete che si terrà a Bilbao il 15 e il 16 giugno.

I finalisti potranno quindi presentare le loro startup davanti a una platea di centinaia di investitori ed esperti del settore e i loro progetti saranno valutati da una giuria internazionale composta da dieci venture capitalist e esperti di gaming provenienti da tutta Europa. Leggete il regolamento e iscrivetevi il prima possibile.

Perché Jeff Bezos scelse di vendere libri

Sto leggendo One Click, la biografia di Jeff Bezos. Ne cito un brano che racconta perché a metà degli anni novanta i libri erano un’ottima scelta per avviare un’attività di e-commerce.

Quasi tutti gli imprenditori di successo fondano un’azienda perché sono appassionati del settore in cui vogliono entrare: Bill Gates che crea software perché ha l’obiettivo di mettere un computer su ogni scrivania, Steve Jobs che apre la strada a un nuovo personal computer con un design che fissa standard irraggiungibili o Larry Page e Sergey Brin che creano un motore di ricerca che consente a chiunque di avere a portata di click tutte le informazione del mondo. Bezos, invece, era semplicemente interessato al fatto che la crescita di Internet avrebbe fatto la fortuna di qualcuno, e lui voleva essere uno dei quei fortunati.
Non decise di aprire la più grande libreria del mondo solo perché amava i libri (anche se in effetti così è, come dimostrato dalla voracità con cui li divorava durante la sua giovane età). Quello che voleva fare era creare un’azienda di successo sfruttando le proprie doti in fatto di business e di tecnologia. Non importava di che settore si trattasse, bastava che avesse un potenziale enorme. Bezos capì che internet sarebbe diventato un incredibile luogo di incontro, e dove le persone si riuniscono c’è sempre la possibilità di vendere loro qualcosa, una volta comprese le caratteristiche distintive dei quel nuovo ambiente e capito come è possibile sfruttarle nel modo giusto. Cominciò quindi a sognare di diventare il maggior venditore su Internet al mondo o, forse, il maggiore venditore al mondo e basta.
Capì però anche che l’approccio migliore era quello di cominciare concentrandosi su un singolo mercato, isolandone i bisogni e incrociandoli con le esigenze e le capacità della Rete. Una volta stabilitosi in un mercato, avrebbe potuto esplorarne altri. La difficoltà maggiore fu quella di capire quale prodotto vendere. Per rispondere alla domanda, creò un diagramma delle opportunità che gli consentisse di analizzare le varie opzioni, e stese una lista di venti possibili prodotti. Quale di questi offriva l’insieme migliore di caratteristiche per consolidare velocemente una presenza su Internet? “Cercavo qualcosa che si potesse fare solo on line, qualcosa che non si potesse replicare nel mondo, reale”, disse. La risposta furono i libri.
Proviamo a immaginare di quali criteri possa aver tenuto conto un giovane manager ambizioso con un’inclinazione per i computer.

Familiarità del prodotto. Tutti sanno cos’è un libro. Quando si ordina un titolo particolare on line, nessuno deve preoccuparsi che si a una copia a buon mercato o un’imitazione, come potrebbe invece accadere per altri articoli, per esempio i prodotti di elettronica di consumo.

Un mercato ampio. Software e musica sarebbero potuti andare bene ugualmente. Nel 1994, secondo i dati dell’Istituto Statistico americano, nei negozi del Nord America furono venduti quasi sette miliardi di programmi per PC. Quello stesso anno, però, i miliardi di libri venduti nella stessa area geografica furono diciannove. Inoltre, quasi due miliardi dei programmi venduti quell’anno erano stati prodotti da un’unica azienda: Microsoft. Entrare in quel mercato avrebbe significato, per Jeff, dipendere moltissimo da un unico produttore, rendendo difficile negoziare le riduzioni di prezzo.
Per quando riguarda la musica, i titoli di CD in vendita erano 300.000, contro i tre milioni di libri disponibili nel mondo. “I libri hanno una caratteristica che li rende unici e cioè che ci sono più articoli singoli in questa categoria che in qualunque latra”, avrebbe detto in seguito. Nel 1994 furono 513 milioni di copie vendute e diciassette i best-seller che totalizzarono oltre un milione di copie. Quell’anno, in media, i consumatori americani spesero 79 dollari a testa in libri, contro i 56 che investirono in musica.

Concorrenza. Esistevano due grandi catene librarie, Barnes& Noble e Borders Group, con una quota di mercato complessiva del 25%, mentre un numero incalcolabile di librerie indipendenti deteneva un altro 21% delle vendite. Il rimanente non era venduto in libreria, ma in contesti diversi, come supermercati, dettaglianti, club del libro e cataloghi per posta. La maggior parte delle librerie aveva poi un magazzino molto ridotto. Anche se potevano riordinare un titolo nel caso in cui un cliente lo volesse, questo non era più sufficiente nel mondo della gratificazione istantanea. Barnes & Noble e Borders convertivano ampie strutture, come le sale da bowling e i cinema, in negozi da oltre 5.000 metri quadri, ma anche questi non potevano contenere più di 175.000 titoli.
La popolarità crescente delle ordinazioni via posta di libri rappresentava poi una base su cui costruire una libreria virtuale. Per quanto riguarda la concorrenza diretta, esistevano già un paio di realtà on line, ma i loro approcci erano primitivi. Nel 1991 una manciata di editori e di rivenditori specializzati, come Computer Literacy Bookstore (www.clbooks.com), O’Reilly & Associates (www.oreilly.com) e la libreria della Standford University, consentivano ai pochi dotati di un account sulla Rete (tramite bacheche elettroniche o sistemi di comunicazioni via internet precedenti al web) di ordinare libri per posta elettronica. Nel 1992 una start-up chiamata (manca a dirlo) Book.com lanciò un servizio simile, e l’anno seguente pubblicò un catalogo on line di 40.000 titoli. Era chiaro che c’era spazio per un sistema più sofisticato di vendita di libri on line.

Accesso alle scorte. Cosa ancora già importante, esisteva una riserva bell’e pronta di libri all’ingrosso. Due distributori, Ingram Book e Baker & Taylor, dominavano il mercato. I loro magazzini contenevano all’incirca 400.000 titoli. Le piccole librerie indipendenti facevano affidamento su questi distributori, piuttosto che sugli editori, per rifornirsi di libri, e Jeff avrebbe potuto attingere a questa fonte già disponibile. Entrambi i distributori avevano sedi dislocate in modo strategico su tutto il territorio americano ed erano in grado di consegnare i libri in in paio di giorni. Quando un cliente richiedeva un libro che non era presente sullo scaffale, la maggior parte dei librai ordinava il titolo a uno di questi due distributori.

Creazione di un database dei libri in catalogo. Infine, i grossisti avevano già preparato il terreno all’avvento dell’era digitale. Bezos partecipò a un incontro organizzato dalla American Booksellers Association e scoprì che tutti i libri in vendita erano contrassegnati da un codice ISBN. L’ISBN (International Standard Book Number) era stato creato negli anni Sessanta e successivamente standardizzato, durante il decennio successivo, dalla International Organization for Standardization (ISO). Questo avrebbe reso più semplice creare un database di libri e cercarli attraverso un codice identificativo universale. Alla fine degli anni Ottanta, Ingram Book e Baker & Taylor avevano aggiornato il loro catalogo su microfiche, che però andavano consultate manualmente, e l’aveva trasformato in un formato digitale che i commessi potevano consultare su computer. Per Bezos fu come se tutte le informazioni sui libri “fossero state meticolosamente organizzate in modo da poter essere messe on line”.

Opportunità di sconto. Agli inizi degli anni Novanta la catena Crown Books aveva aperto centinaio di punti vendita, costringendo per la prima volta i principale rivenditori di libri a fare lo stesso. Il costo dell’immobile in cui allocare la libreria e quello per il mantenimento delle scorte riducevano però la loro possibilità di applicare sconti ai libri e persino di trarne qualche margine di profitto. Un negozio on line, che potesse ordinare i libri direttamente ai distributore, invece che avere il proprio magazzino, avrebbe avuto un vantaggio enorme sul prezzo.

Costi della spedizione. Proprio come i software e i CD, i libri sono facili da spedire per posta o con corriere. Con un peso che oscilla dai tre etti scarsi a poco meno di un chilo, un libro pesa più di un CD o di un software (questo però dipende dalle dimensioni del manuale d’uso), ma è più leggero di un computer o di molti altri prodotti di elettronica di consumo.

Potenziale on line. Opportuni software potevano classificare, cercare e organizzare titoli e categorie, rendendo più agevole la ricerca e l’acquisto on line. Le librerie più grandi potevano avere 175.000 titoli, ma Bezos sapeva che un software avrebbe potuto gestire un milione di titoli in un database unico, a patto di avere un paio di computer sufficientemente potenti.
Jeff rimase quindi molto impressionato da ciò che scoprì analizzando il potenziale di vendita di diversi prodotti on line. I libri sembravano di gran lunga i candidati migliori per entrare nel mondo dell’e-commerce. Alla maggior parte delle persone l’idea sarebbe sembrata troppo facile per poter innescare una rivoluzione. In realtà quello creato da Bezos altro non era che un semplicissimo servizio di vendita di libri per posta, che però usava Internet per fare gli ordini. Sapeva che la Rete sarebbe potuta essere un ottimo canale per farlo. “Io non ci pensai”, avrebbe confessato in seguito John Ingram, presidente di Ingram Book. “Prima del 1995 non credo nemmeno di aver saputo che cosa fosse Internet”.

Power Pitch Weekend. Il 27 e 27 maggio a Milano

La promessa è entrare sabato mattina con il pc portatile e una bozza di pitch per la propria startup, uscire domenica sera avendo appreso le tecniche, averle messe in pratica, aver studiato i segreti dei migliori pitch della storia, aver ricevuto assistenza personale sul pitch ed averlo testato davanti ad un pubblico.

Il tutto accadrà i 26 e 27 maggio a Milano a the Hub durante il Power Pitch Weekend, organizzato da Augusto Pirovano e Matteo Uguzzoni, fondatori di Critical City. Mi scrive Augusto:

gestiamo da più di un anno le Clinics sulle presentazioni dell’Hub e abbiamo curato presentazioni a tutti i livelli: da pitch vincenti in startup competition ai keynote per CEO di grandi aziende. L’idea del PowerPitch Weekend ci è venuta un po’ perché pensiamo di essere tra i migliori in Italia a saper fare questa cosa e vorremmo valorizzare la nostra esperienza, un po’ perché pensiamo ci sia un disperato bisogno di migliorare drasticamente le presentazioni là fuori.

Ho sentito parlare Augusto in varie occasioni ed effettivamente è veramente bravo. Nel 2009, fu protagonista di memorabile pitch di presentazione di Critital City che suscitò molta attenzione e gli fece vincere il primo posto al Techgarage di Roma. Quindi se avete bisogno di un corso accelerato di pitch, sono soldi sicuramente ben spesi.

Startuppiamo? Il 17 maggio a Roma

Il 17 maggio, la Luiss ospiterà la seconda puntata di Startuppiamo? Si tratta di un evento di presentazione di startup e di business networking organizzato da Enlabs durante il quale:

vogliamo far incontrare i founder con / imprenditori / investitori / rappresentati di corporation / consulenti / studenti etc etc al fine di creare tutte le necessarie relazioni per facilitare la crescita delle start up.

All’evento parteciperà Vito Lomele di Jobrapido, seguito dai pitch di 6 startup.

Per partecipare è meglio registrarsi in anticipo.

The road to product market fit (per approssimazioni successive)

Ieri, allo Startup Design Lab, siamo andati avanti ad affinare il modello del product market fit di cui ho già scritto di recente. Riassumo il punto a cui siamo arrivati.

Innanzitutto si parte dalla consapevolezza che il punto di avvio di una startup non è una generica idea ma una soluzione oppure un problema. L’equazione del product market fit da risolvere infatti è: una soluzione a un problema di un cliente. Questo tema è affrontato in questo post.

A questo punto occorre trovare un modo efficiente di arrivare al product market fit. Che potrebbe essere il seguente (leggete questo post per i dettagli su alcuni punti del processo):

1. One sentence pitch
Bisogna sforzarsi di raccontare il progetto in una frase, secondo il modello proposto da Adeo Ressi: la mia startup sta realizzando un prodotto per aiutare un cliente a risolvere un problema grazie a una ricetta segreta (che è anche il vostro vantaggio competitivo).

2. Albero dei problemi
Il problema del cliente non è mai isolato, ma fa parte di un contesto più ampio. Ecco perché ha molto senso costruire un albero dei problemi, come quello dell’immagine seguente:

Nell’immagine c’è una porzione di un albero dei problemi del trasporto pubblico che ha fatto Damiano Ramazzotti. Si parte dai problemi di carattere generale e si scende in verticale individuando le relazioni di causa ed effetto, finché non si arriva a dei problemi che si possono affrontare e, di conseguenza, a delle soluzioni. Il bello di questo metodo è che, soprattutto se fatto in gruppo e coinvolgendo i potenziali clienti, vengono fuori tantissime cose a cui non si pensa in prima battuta.
La nostra soluzione/prodotto si andrà a posizionare in questo albero. Nell’esempio proposto, potrebbe trattarsi di un’app per smartphone che aiuta a pianificare il viaggio in autobus, di un display posizionato in un supermercato invece che alla fermata dell’autobus, di una campagna di informazione e via di seguito.

Che cosa ci facciamo con questo albero? Tante cose. Per esempio, possiamo:

  • costruire una classifica per capire se il problema che stiamo cercando di risolvere è nella lista delle priorità del nostro cliente;
  • disegnare un albero delle soluzioni che vengono adottate oggi. E’ un aspetto molto importante perché il cliente potrebbe già spendere molti soldi per uno dei problemi che stanno di fianco a quello che vogliamo risolvere noi e quindi non avere il budget da allocare sulla nostra soluzione;
  • costruire lo storytelling del prodotto: «non prendi l’autobus perché ti scoccia aspettare? iBus ti dice tra quanto tempo passa, così nel frattempo puoi fare la spesa» oppure «le persone passano il tempo alla fermata dell’autobus invece di entrare nel tuo negozio? istalla BusMonitor e incoraggiali a fare la spesa da te»;
  • costruire una lista di funzionalità da inserire nella nostra soluzione, mettendole in ordine di priorità coerentemente con la classifica dei problemi;

3. Minimum Viable Product
A questo punto si è davanti a un bivio. Se abbiamo già una soluzione e stiamo cercando di mettere a fuoco il problema, dovremmo aver raccolto molte informazioni su come farla diventare un prodotto: funzionalità da inseire o togliere, modalità di distribuzione, design e via dicendo. Se, invece, non abbiamo già una soluzione in cerca di un problema, adesso siamo in grado di cominciare a pensare in modo concreto a un prodotto da progettare.
In entrambi i casi, dobbiamo decidere qual è il minimum viable product e come lo presenteremo ai nostri potenziali clienti. Quindi dobbiamo realizzare un prototipo (o un mockup) e rimettere le mani al one sentence pitch.

4. Business model canvas
Insieme al minimun viable product dobbiamo cominciare a fare delle ipotesi sull’intero modello di business dell’azienda che realizzerà e venderà il servizio. Infatti, non dimentichiamo che il nostro obiettivo è fare una startup, quindi un’organizzazione che produce qualcosa in cambio in denaro.

5. Interviste e sondaggi
Con la lista dei problemi possiamo passare alla fase di intervista con i potenziali clienti, che deve essere necessariamente fatta di persona. Queste conversazioni aiutano a validare progressivamente le ipotesi e a raffinare la conoscenza del contesto in cui si muoverà la startup.
La struttura delle interviste è quella proposta da Steve Blank e descritta in questo post. Alle interviste possiamo far seguire dei sondaggi, che ci permettano di cominciare ad esplorare i fenomeni quantitativi.

Chi ha per le mani The Startup Owner’s Manual di Steve Blank, può confrontare questo percorso con quello proposto nel capitolo 4 del libro. In buona sostanza, quello che stiamo cercando di costruire è un percorso che consente di organizzare le ipotesi da mettere nel business model canvas: l’obiettivo è diminuire il rischio, lavorare in modo veloce e concentrarsi sulle cose importanti ;-)

Commenti ed esperienze sono i benvenuti.

Wind Business Factor. La lista dei progetti

Quest’anno, ho il piacere di fare da mentor alle startup che stanno partecipando al programma Wind Business Factor. Delle dieci finaliste, a me sono toccate in sorte iBoatApp e Ryller.

Ai gruppi di lavoro adesso aspettano quattro settimane di coaching:

La fase di training del 1° girone dura 4 settimane e va dal 2 al 30 maggio. Durante questo periodo, i mentor supporteranno le idee/startup selezionate attraverso le seguenti attività:
- interazione con i founder delle 10 idee/startup attraverso la piattaforma WBF (gruppo dedicato, bacheca idea/impresa) e via email;
- webinar (1 a settimana) con la partecipazione dello Staff, di 1/2 mentor e dei 10 founder selezionati; i mentor verranno coinvolti a turno nello svolgimento del webinar settimanale con lo Staff; le date dei webinar sono: 8, 15, 22 e 29 maggio;
- supporto esclusivo per la preparazione della business presentation e dell’elevator pitch delle 2 idee/startup assegnate, con modalità e tempi che ogni mentor sceglierà a sua discrezione.

Il mio webinar sarà sul business model canvas e customer development con un focus particolare sugli aspetti degli product market fit. Anche perché, grazie al contributo dei ragazzi che partecipano allo Startup Design Lab che stiamo portando avanti con Italian Founders, abbiamo messo a punto un percorso veramente interessante che aiuta a passare dall’idea al prodotto in modo molto efficiente :-)

Il prossimo Seedcamp è a Zagabria

Gli ultimi appuntamenti del Seedcamp hanno visto anche la partecipazione di startup italiane come Iubenda e Blomming. Sicuramente comincia ad esserci un interesse da parte degli investitori stranieri verso il nostro Paese, non fosse altro che il mondo delle startup digitali è assai sottosviluppato. I talenti non mancano e il mercato dei capitali è di dimensioni microscopiche rispetto ad altri Paesi: una situazione ideale per fare shopping.

Ieri mi hanno scritto da Seedcamp ricordandomi che:

Seedcamp is hosting Seedcamp Zagreb on the 12th June and we’re very keen to spread the word about this as far as possible and we’d love to see teams from Italy apply.
Seedcamp is returning to Zagreb on the 12th June in search for the best local and European startups. In the past few years we’ve had some very strong teams from the region join the Seedcamp family such as Zemanta, Vox.io and Oust.me from Slovenia, Brainient and UberVU from Romania, and of course Croatia’s own Fameron and GIS Cloud. We’re very excited to return after two years and see the progression first hand. If you’re new to Seedcamp, we like teams with bags full of talent, drive, ambition and the capacity to fully embrace the opportunities that participating Seedcamp event brings.
You’ll meet, network and be mentored by top industry leaders, international investors, seasoned entrepreneurs and product/biz dev experts. A day at Seedcamp can propel your startup forward in terms of relationships that normally takes years to build.

L’iscrizione è aperta fino al 20 maggio. Fatevi sotto: vedrete che nel giro di qualche tempo riusciremo a ospitare una tappa di Seedcamp anche in Italia :-)

Un esempio carino di gamification

La gamification non deve necessariamente avere a che fare con applicazioni per cellulari, check-in e badge. Può essere tanto semplice quanto fare un programma che incoraggia i clienti di una birreria a provare tutte le birre nel menu. Basta una cartolina su cui appuntare i progressi:

e poi la gratificazione di avere un bel boccale personalizzato e il proprio nome nella all of fame del locale:

Una cosa semplicissima, che funziona anche per il nome, Royal Order of Tasters, che racconta una storia. Non un banale Club come fanno la maggior parte dei brand, ma addirittura un ordine reale di assaggiatori.