Zone franche digitali: un’ipotesi di lavoro

Questo week end un amico mi ha scritto chiedendomi che cosa ne penso dell’opportunità di creare delle zone franche, come strumento per agevolare la nascita di distretti di startup digitali. Il tema è nell’agenda della task force governativa del Ministero dello sviluppo economico e dell’associazione Italia Startup, quindi è utile proporre alcune considerazioni e avanzare una proposta operativa.

Innanzitutto, vale la pena ricordare che una zona franca «è un territorio delimitato di un paese dove si gode di alcuni benefici tributari, come il non pagare dazi di importazione di merci o l’assenza di imposte». Generalmente si tratta di porti, dove le merci arrivano e vengo trasformate prima di raggiungere i mercati di destinazione: sono aree ad alta intensità di manodopera, perché le merci vanno movimentate e lavorate.

Ha senso applicare le logiche che nascono per favorire la creazione di zone industriali (dove si lavorano beni fisici e la forza lavoro predominante è rappresentata da operai) alla creazione di distretti di aziende ad alta tecnologia (dove l’asset fondamentale è la conoscenza e le risorse umane devono essere ad altissima scolarizzazione)? I temi da affrontare sono due: l’individuazione delle aree geografiche e la determinazione del tipo di incentivi fiscali.
Sul primo fronte, è facile prevedere che la politica finirebbe per posizionare le zone franche nelle regioni meridionali o nelle aree geografiche depresse e da riconvertire. Ossia, le più lontane dai centri di ricerca e di formazione migliori. D’altro canto, l’ultima lista di zone franche urbane elaborata nel 2009 dal Mise elenca 22 cittadine come Sora nel Lazio, Rossano in Calabria, Mondragone in Campania e via dicendo. E’ assai improbabile che in queste 22 Zfu possa nascere un distretto digitale di successo, né nel breve né nel lungo periodo. Le startup digitali hanno bisogno di competenze molto qualificate e di università che producono ricerca di qualità: questo restringe di molto le possibilità e limita le opzioni a pochi grandi centri urbani.
Sul secondo fronte, fatto salvo che eliminare i dazi doganali non avrebbe un grande effetto perché una startup digitale non sposta e trasforma merci, la scelta riguarda inevitabilmente la tassazione del lavoro e quella dei capitali impiegati per finanziare l’azienda.

Quindi, parlare di zone franche in cui insediare startup ad alta tecnologia, significa sostanzialmente immaginare che vi siano delle aree prossime a grandi università tecniche dove insediare una nuova azienda permetta di avere delle agevolazioni fiscali che riducono il costo del lavoro e rendono più conveniente l’investimento di capitali.

Che impatto avrebbero questi interventi agevolativi? Sicuramente produrrebbero un po’ di nuove aziende, ma difficilmente ne garantirebbero qualità e vitalità. Ce lo insegna l’esperienza degli spin off universitari. Una ricerca del 2011 dell’Istituto di management della Scuola Superiore Sant’Anna ne censisce circa 800: «si tratta di aziende di piccole-medie dimensioni (in media il numero di addetti è di circa 10 unità equivalenti a tempo pieno – Etp), con alcune rilevanti eccezioni». Sono tutte aziende che hanno ricevuto sostegni più o meno importanti anche se in forma di contributi a fondo perduto o prestazioni gratuite (uffici e consulenze) invece che come agevolazioni fiscali. Purtroppo, si tratta in gran parte di piccole società di consulenza con un mercato localissimo e in tanti casi fatto di commesse pubbliche. Non sono riuscito a trovare dati, ma sono pronto a scommettere che le risorse pubbliche impiegate per far nascere queste aziende sono esorbitanti soprattutto se confrontate ai ritorni sugli investimenti dei fondi di venture capital.

Il problema degli incentivi fiscali o dei contributi a fondo perduto (mutatis mutandis l’effetto è analogo) è che manca il merito. Sia perché spesso non sono i più meritevoli a beneficiarne, sia perché chi concede i benefici non è in grado di entrare nel merito dell’investimento e si limita alla valutazione degli aspetti formali. In questo contesto, è facile che il risultato finale sia molto al di sotto delle aspettative e che vi siano sprechi di risorse.

Proviamo allora a fare un ragionamento diverso e partiamo formulando un obiettivo che sia meno generico di quelli che troviamo sul sito di Italia Startup, dove c’è scritto che occorre:

  • agevolare gli investimenti in equity nelle startup;
  • facilitare la creazione di posti di lavoro per i giovani;
  • riconoscere le professionalità e le eccellenze che già operano in questo mercato;
  • promuovere i punti di riferimento locale che accelerano lo sviluppo di nuova impresa.

Diciamo piuttosto che vogliamo creare dei distretti di startup digitali scalabili e in grado di competere sul mercato internazionale, perché possono:

  • creare molti posti di lavoro in tempi ragionevolmente brevi,
  • incrementare le esportazioni di servizi,
  • favorire l’importazione di capitali.

Se la creazione di zone franche di per sé non è in grado di produrre questo tipo di risultato, cosa occorre aggiungere? Il merito. Ipotizziamo per esempio che una zona franca digitale possa essere creata solo se è promossa da un consorzio in cui siano presenti quattro soggetti:

  • un gruppo di imprenditori e investitori,
  • un fondo di venture capital internazionale,
  • un centro di formazione e ricerca,
  • la disponibilità di un grande immobile (meglio se pubblico).

La ratio di questo mix è intuibile. Da un lato, ci deve essere un impegno forte di un gruppo di imprenditori e investitori ancorati a un territorio (sul modello di quello che stanno facendo i soci di H-Farm a Treviso) nonché di un centro di cui si producono le competenze che saranno impiegate dalle startup. Dall’altro, è necessario ancorarsi a un contesto internazionale e il ruolo del fondo estero è molteplice:

  • aumenta la quantità di capitale per il seed e agevola l’accesso ai capitali stranieri per il finanziamento dei round successivi. Infatti, la quantità di capitale di ventura in Italia è modestissimo rispetto ad altri Paesi: oggi abbiamo diversi soggetti che fanno micro-seed e quasi nessuno in grado di sostenere un vero seed a valutazioni confrontabili con quelle internazionali;
  • contribuisce ad attirare verso il territorio gli startupper stranieri, perché anche venendo in Italia avrebbero comunque la possibilità di entrare nel radar dei fondi europei, che sono quelli che offrono più opportunità a un imprenditore del digitale;
  • sprovincializza la selezione dei neo imprenditori e proietta le startup verso un contesto internazionale da subito.

Il grande immobile, infine, serve per tenere insieme il sistema perché tenere gli aspiranti imprenditori in un solo luogo è un potente motore di accelerazione.

A questo punto, l’individuazione dell’area geografica in cui istallare la zona franca diventa una conseguenza; infatti, essa può nascere ovunque un gruppo di promotori sia in grado di aggregare le risorse necessarie a far partire l’iniziativa. Lo Stato potrebbe sostenere queste zone franche digitali sia con la concessione di incentivi fiscali sia co-investendo come ha fatto con i fondi HT.

Ps. Sul tema della road map per creare un ecosistema di startup digitali ho anche scritto questi due post: uno e due. Vi consiglio anche di leggere questo ottimo post di Claudio Giuliano.

4 comments

  • Gianmarco Carnovale mi segnala che una norma sulle zone franche per aziende innovative è stata inserita nel progetto di legge sull’agenda digitale (http://parlamento.openpolis.it/atto/documento/id/79121). Si tratta dell’articolo 14 che recita:

    1. Al fine di istituire nel territorio nazionale aree che garantiscono condizioni agevolate per le startup innovative sono selezionati i comuni all’interno dei quali sono applicate alle startup innovative condizioni fiscali e contributive analoghe a quelle previste nelle zone franche urbane di cui all’articolo 1, commi 340, 341 e 342, della legge 27 dicembre 2006, n. 296 , e successive modificazioni.
    2. Il Ministro dello sviluppo economico individua i comuni di cui al comma 1 tra i capoluoghi di provincia:
    a) con un ecosistema ad elevato tasso di sviluppo;
    b) con adeguate infrastrutture direzionali e residenziali a costi competitivi;
    c) con collegamenti terrestri nazionali ad alta velocità;
    d) vicini ad aeroporti internazionali;
    e) dotati di grandi imprese, di università e di centri di ricerca.
    3. I limiti di esenzione fiscale per le startup innovative insediate nelle aree di cui al comma 2 sono fissati annualmente con decreto del Ministro dello sviluppo economico.
    4. I limiti di esonero dal versamento dei contributi per le startup innovative insediate nelle aree di cui al comma 2 sono fissati annualmente, per il ciclo temporale successivo alla costituzione o all’insediamento delle startup innovative, con decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali.
    5. Alla copertura degli oneri derivanti dall’attuazione del presente articolo, ove non finanziata dal maggior gettito prodotto dalle imposte indirette, si provvede a carico degli importi derivanti dalla lotta contro l’evasione fiscale.

  • Interessante e utile. Stiamo per parlarne in TF e ne parleremo ancora di più domattina.
    Le mie reazioni vanno molto al di là di un commento. Per limitarmi al commento:
    a) la TF non si occupa solo di startup digitali, ma anche di startup industriali e sociali; a costo di farmi qualche nemico: la crescita, lo sviluppo e l’occuazione per l’Italia non vengono solo, e neanche prevalentemente, dal digitale, almeno fino al medio termine
    b) le zone franche sono un bel concetto; attenzione: sono anche fumo negli occhi per l’UE, che le guarda con sospetto e pone molti paletti implementativi; questo non significa rinunciarvi, anzi, ma significa che bisogna inventarsi delle cose intelligenti e un po’ insolite
    c) la zona franca si collega per me al territorio intelligente; è la modalità amministrativa, normativa e fiscale di alcuni tipi di territori intelligenti, e non di tutti
    d) il territorio intelligente non è una estensione leggermente allargata della città intelligente nello spazio, cioè trascende il modello città (dominante come modello anche in chi non lo usa) ; non è neanche una variante digitalizzata e defiscalizzata del distretto o della filiera; è in realtà 3 o 4 fattispecie diverse, con 1 punto in comune: intrecciare non le omogeneità di un territorio, ma le sue diversità, e costruire un possibile sistema a sinergia crescente, dove il tutto è più della somma delle sue componenti; queste componenti sono la varietà delle missioni sottoterritoriali diversificate che popolano quel territorio; per dirla con due riferimenti: secondo me la maggior parte dei possibili territori intelligenti italiani sta più nel modello TVA (Tennessee Valley Authority in piccolo) che nel modello Silicon Valley. Mi rendo conto che detto così è astratto e forse incomprensibile… Per peggiorare le cose: per me il territorio intelligente è multicefalo, multipolare, sia orizzontalmente (sottoinsiemi territoriali con missione diversa, poli diffusi), sia verticalmente (vision integrativa di queste diversità)
    e) in ogni caso, anche se non è focalizzato su una monocultura digitale, il territorio intelligente esige strutture e metastrutture in cui la dimensione digitale (tecnologica, ma anche – consentimelo – di skills, simbolica, relazionale e immaginaria ecc) svolgerà necessariamente una funzione decisiva.

    Confuso ver?, ma sto scrivendo mentre si discute. Per il resto condivido tantissime cose che hai scritto con lucidità anche nei tuoi interventi precedenti.

    • Enrico, grazie per il lungo e articolato commento. In effetti il punto d) è un po’ ostico da affrontare 🙂 Per il resto concordo con te: il digitale è un pezzo dello sforzo da fare, anche se è forse il più importante perché ha un ruolo abilitante rispetto ad altri settori.