Ma perché le donne non vogliono fondare startup tecnologiche? Reloaded [guest post]

Il post sul perché le donne non fanno startup tecnologiche ha prodotto un vivace dibattito su Facebook, che vi invito a leggere. Allo stesso tempo ospito una replica di Patrizia Polito, di cui condivido molti punti:

Se non vogliano, non so. Certamente hanno difficoltà. Le ragioni sono tante; quelle che vedo io sono prevalentemente di carattere sociale ed educativo.

1. Non dimentichiamoci che viviamo in un mondo profondamente maschilista, costruito intorno al maschio e per il maschio, il quale sostiene spesso di apprezzare le donne e di ritenerle proprie pari, in dignità e capacità. Ma solo a parole: in fondo cosa costano? Ma perché condividere uno scettro? Purtroppo, assai raramente mi è capito di constatare nei fatti un reale riconoscimento e apprezzamento del valore delle donne da parte di un uomo.

2. Il mondo del lavoro è pensato, creato e organizzato su esigenze maschili. Figuriamoci che di certe professioni non esiste neanche il genere femminile! Il magistrato è magistrato non magistrata! Il medico, il notaio e si potrebbe continuare… Quindi, sul lavoro una donna non trova un ambiente organizzato sulle sue caratteristiche e i suoi ritmi; deve adeguarsi e “diventare o comportarsi come un uomo”. Per “fare carriera” e conquistare un suo spazio è costretta a lavorare molto più e più duramente di un collega e spesso deve rinunciare agli affetti, a formarsi una famiglia o avere dei figli. La conciliazione dei ruoli, professionale e personale, è possibile ma assai faticosa, mentre per un uomo la questione non si pone nemmeno: per lui carriera, sposarsi, avere figli e una vita sociale è un fatto del tutto ovvio e naturale. Diversamente, la donna che vuole dedicarsi alla crescita professionale (non semplicemente trovare lavoro) e avere una vita familiare deve trovarsi in condizioni sociali ed economiche molto favorevoli per avere le stesse opportunità. Nessun uomo si è visto bloccare la carriera perché è diventato padre. Per le madri è quasi la regola. Devi scegliere, per forza, e quando scegliere diventa un obbligo la libertà è denegata. L’aberrazione di una legge inevitabile come quella sulle quote rosa ce la dice lunga. E fatichiamo anche a ottenere questa!

3. Come mai non riusciamo a uscire da queste incredibili sabbie mobili? Duro da accettare ma, talvolta, è anche per colpa nostra. Paradossalmente sono proprio le donne che, anziché operare per la loro “emancipazione”, continuano ad alimentare comportamenti che vanno in senso contrario. A partire dall’infanzia, infatti, sono le stesse madri a crescere i maschi diversamente dalle femmine, contribuendo così al divario. Più o meno consapevolmente attribuiscono al figlio maschio un ruolo, e quindi un valore, non riconosciuto alle femmine: le dinamiche sono costruite su antichi modelli, duri a morire, dove spesso le sorelle hanno, ad esempio, incombenze assolutamente mai richieste ai fratelli. Così come è “naturale” che una femmina preferisca le materie umanistiche, non ami la tecnologia o le materie scientifiche. Questa dicotomia di comportamento disincentiva molto la crescita della propria autostima. Se non si ha consapevolezza del proprio valore, se l’autostima non è stata mai coltivata e curata è quasi impossibile rimandare all’esterno un’immagine di sé autorevole e consapevole e oltremodo difficile che altri possano riconoscerla e apprezzarla se non viene riconosciuta dalle donne stesse. Ecco allora che la forza, la determinazione, l’energia, la grande flessibilità, doti innegabilmente femminili, si esprimono in ruoli sicuri, dove il potere delle donne è intoccabile e quasi inavvicinabile da un maschio: famiglia, figli, gestione dei rapporti parentali.

4. E qui si apre un capitolo molto interessante. Questa, direi secolare, posizione di “regina della casa” ha inevitabili effetti anche sulla (scarsa) propensione femminile al rischio. Tra i ruoli della donna e della madre, infatti, c’è quello di protezione della genìa, ascendente e discendente. Vecchi e bambini sono, ancora oggi, affidati a lei e l’istinto di tutela, di assistenza e difesa nei loro confronti le fa essere istintivamente e naturalmente guardinghe, prudenti, estremamente attente ai rischi che devono essere ben chiari, conosciuti e possibilmente evitati. Azzardi e avventure di cui non si conoscono i confini mal si conciliano con il ruolo di nume protettore.
Grazie a questo ruolo di amministratrice della famiglia e del suo patrimonio genetico ed economico (a scuole le ragazze, non secoli ma qualche decennio fa, studiavano economia domestica!), secondo le statistiche le donne riescono molto bene in master ed MBA! Si rivelano ottime amministratrici e imprenditrici di aziende dove esiste un prodotto visibile, tangibile e concreto (molti gli articoli di questi giorni, per esempio, del Corriere della Sera), spesso in aziende familiari, anche di notevoli dimensioni. Molto più raro è vederle in ruoli chiave in aziende dove il business sia l’offerta di un servizio.

Quindi non meravigliamoci della scarsa partecipazione del mondo femminile alle startup: abbiamo fatto passi da gigante (ricordiamo che le donne hanno dignità di cittadini con diritto di voto solo dal 1948 e che il nuovo diritto di famiglia che elimina la potestà maritale e riconosce la parità dei coniugi è solo del 1975, cioè appena 37 anni fa!) ma abbiamo ancora molta strada da percorrere!

One comment: On Ma perché le donne non vogliono fondare startup tecnologiche? Reloaded [guest post]

  • Gran bel post Patrizia! Davvero! A corollario racconterò questa vicenda, che non si svolge 37 anni fa ma circa l’anno scorso.

    Mia moglie, anche se ai tempi eravamo solo fidanzati, va a fare un colloquio in una “prestigiosa” agenzia, tutto bene, passa i primi colloqui e va diretta all’incontro con l’AD, praticamente una formalità. Bla bla bla, si chiacchiera e ad un certo punto esce fuori che ci saremmo sposati nel corso dei prossimi anni,non avevamo definito nè date nè nulla ma era un buon proposito, diciamo così.

    Bhè, la situazione è cambiata totalmente, l’atmosfera si è fatta tesa, ed il carissssimo e titolatissssimo AD ha chiuso la conversazione con un secco “ah, questo non ce l’aveva detto, uhm.. le faremo sapere” da lì il nulla.

    Ricollegare l’accaduto al timore di un’eventuale maternità a seguito del matrimonio è fin troppo facile, quindi la premiata azienda ha ben deciso di ricominciare da capo andando a cercare la zitella di turno che poi sarà in grado di farsi 12 ore di lavoro costantemente perchè non “distolta” da eventuali vicissitudini familiari.

    Anno del signore 2011, Milano, Italia 🙁

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