Democrazia rappresentativa e esercizio del mandato elettorale ai tempi della trasformazione digitale

Ogni tanto mi riprende il virus della politica e mi capita di mettermi a scrivere qualche riflessione, che regolarmente lascio incompleta. Questo pezzo l’ho scritto subito dopo aver ascoltato il discorso di insediamento di Napolitano. Ci sarebbe ancora da dire molto, ma non credo che andrò mai avanti, quindi lo pubblico così com’è rimasto.

Il discorso di insediamento di Giorgio Napolitano contiene un passaggio veloce sul rapporto tra i social media e i partiti, che mi sembra utile sottolineare:

Apprezzo l’impegno con cui il movimento largamente premiato dal corpo elettorale come nuovo attore politico-parlamentare ha mostrato di volersi impegnare alla Camera e al Senato, guadagnandovi il peso e l’influenza che gli spetta: quella è la strada di una feconda, anche se aspra, dialettica democratica e non quella, avventurosa e deviante, della contrapposizione tra piazza e Parlamento. Non può, d’altronde, reggere e dare frutti neppure una contrapposizione tra Rete e forme di organizzazione politica quali storicamente sono da ben più di un secolo e ovunque i partiti.
La Rete fornisce accessi preziosi alla politica, inedite possibilità individuali di espressione e di intervento politico e anche stimoli all’aggregazione e manifestazione di consensi e di dissensi. Ma non c’è partecipazione realmente democratica, rappresentativa ed efficace alla formazione delle decisioni pubbliche senza il tramite di partiti capaci di rinnovarsi o di movimenti politici organizzati, tutti comunque da vincolare all’imperativo costituzionale del “metodo democratico”.

Napolitano si riferisce esplicitamente al Movimento 5 Stelle, ma il tema è generale e riguarda tutti i partiti. In questi ultimi tempi, infatti, è stata evidente la contrapposizione tra chi usa in modo sistematico i social media per dialogare con l’elettorato (nel Partito democratico, Pippo Civati è un esempio virtuosi su tutti), chi rimane ancorato a un modello in cui il confronto con l’elettore avviene quasi esclusivamente durante la campagna elettorale (la gran parte dei politici) e chi, infine, profetizza la democrazia diretta a botte di votazioni online (Grillo e Casaleggio). Chi ha ragione?

La democrazia rappresentativa si basa sul presupposto che il popolo esercita la sua sovranità attraverso il voto eleggendo dei rappresentati e conferendo loro una delega ad agire per proprio conto. Secondo la consuetudine seguita finora, i rappresentanti, una volta ricevuta questa delega, la esercitano fino alla successiva tornata elettorale secondo quello che a loro giudizio è l’interesse del Paese. Non è previsto un confronto in tempo reale con i rappresentati. Le elezioni sono eventi discontinui, fanno il computo delle opinioni, stabiliscono chi governerà, ma assai meno il contenuto del governare. Ovviamente i governanti ricorrono sempre a verifiche per capire come cambiano le opinioni rispetto alle attività legislativa ed esecutiva. Ma la prerogativa di prendere decisioni è di chi governa, non di chi è governato.

Perdonatemi la semplificazione, ma le democrazie rappresentative del novecento finora hanno funzionato così, con i media di massa che svolgevano un ruolo fondamentale nella formazione delle opinioni. Con la diffusione dei social media le cose cambiano. All’inizio è una questione che riguarda una élite, ma ci sono due date che accelerano radicalmente il processo: la prima è la nascita di Facebook nel 2004 (meno di dieci anni fa) e la seconda è la presentazione dell’iPhone 3GS nel 2008 (meno di cinque anni fa). Cito questi due prodotti perché amplificano e consolidano due trend fondamentali, ossia la trasformazione in senso digitale della vita privata (Facebook) e il passaggio all’ubiquitous computing (lo smartphone touch) e all’era post Pc.

Alla maggior parte dei politici di lungo corso (e non solo a loro, in realtà) sfugge che quello che è avvenuto in questi anni non è la digitalizzazione dei media, ma la trasformazione digitale della vita delle persone. Quindi non si tratta di capire quali sono i meccanismi che permettono di influenzare le opinioni e creare consenso attraverso la Rete, ma di capire quali sono metodi, strumenti, opportunità e rischi che emergono da questa trasformazione.

È ovvio che, cambiando il modo con cui le persone interagiscono tra di loro, si formano le opinioni su come convivere e su come debba funzionare la società in cui vivono, è destinato a cambiare anche il modo di partecipare alla vita democratica. Il modo in cui questo avverrà è ancora tutto da inventare, ma è possibile proporre qualche riflessione.

In primo luogo, i social media possono essere proficuamente utilizzati per aggregare movimenti di opinione, renderli visibili e coordinarli. È accaduto in diversi casi: le Smart Mobs descritte da Howard Rheingold qualche anno fa, la campagna elettorale che ha portato all’elezione di Barack Obama, la primavera araba, la campagna per le primarie di Matteo Renzi, il Movimento 5 Stelle e via di seguito. Le diverse meccaniche di aggregazione e coordinamento si innestano sulle peculiarità del singolo Paese e producono risultati assai diversi tra di loro.
Il passaggio da questi fenomeni alle forme di democrazia diretta profetizzate da Grillo e Casaleggio è tutto da dimostrare. Ammesso che sia possibile andare in questa direzione, il Movimento 5 Stelle sembra fin troppo orientato all’assemblearismo elettronico è ed ancora molto lontano da un modello accettabile. Basti pensare – ma è solo un esempio tra i tanti – ai fantomatici attacchi hacker per la scelta del candidato alla presidenza della Repubblica e al fatto che non siano state neanche rese note le preferenze. Per non dire della tanto sbandierata trasparenza. Che cosa abbia questo a che fare con la democrazia diretta, sinceramente mi sfugge.

In secondo luogo, la Rete sta diventando sempre di più un fattore di vantaggio competitivo di una generazione di politici che hanno capito come usare gli strumenti che mette a disposizione e ne hanno assimilato le prassi sociali. Questi politici, stigmatizzati da alcuni perché sempre attaccati al cellulare o al tablet a seguire ossessivamente quello che dicono gli elettori tweet per tweet, si pongono il problema di rimanere costantemente in contatto con i propri elettori, di ascoltarli e di dialogare con loro. Qualcuno potrebbe dire che è una questione tattica: non trovando adeguata accoglienza nei media di massa monopolizzati dai capi, si riversano in Rete per dire la propria. Anche se così fosse, la conseguenza più importante di questa scelta non è aver conquistato un po’ di attenzione, ma aver impostato in modo diverso il rapporto tra delegato e delegante. Lo spazio tra un’elezione e l’altra, infatti, viene riempito di contenuti e questo automaticamente cambia la dinamica del rapporto.

In questo passaggio da una democrazia intermittente (in cui l’infrastruttura di comunicazione è quella dei media dei messa) a una democrazia connessa (in cui i media di massa vengono progressivamente sostituiti dai media sociali) sta il vero laboratorio e la sfida da cogliere. Rimanendo in un contesto di democrazia rappresentativa, occorre capire come reinterpretare le meccaniche con viene esercitata la delega conferita dai cittadini ai rappresentanti.

I temi sono molti. A me ne vengono in mente tre che mi sembrano prioritari. Innanzitutto, occorre ripensare le tecniche di ascolto, perché – se è vero che fare un sondaggio di opinione di tanto in tanto non è più sufficiente – allo stesso tempo non si può pensare che sia un manipolo di manifestanti in piazza oppure qualche decina di migliaia di iscritti a un sito web siano rappresentativi di un intero popolo. I cittadini lasciano molte tracce digitali delle proprie opinioni in Rete, è ancora difficile raccoglierle e interpretarle, ma occorre cominciare a farlo in modo sistematico imparando dalle aziende, che si sono già attrezzate in questa direzione.

In secondo luogo, è necessario lavorare alla trasparenza e all’accountability delle attività di governo. Non si tratta di rendicontare gli scontrini dei caffè dei parlamentari, come pensano ingenuamente alcuni, ma di rendere conoscibili gli obiettivi, i soldi allocati, i processi e i risultati. In questo senso, le amministrazioni dovrebbero essere obbligate a pubblicare in formato open tutti i propri dati, come hanno cominciato a fare timidamente alcuni enti virtuosi. Magari andando oltre i dati “innocui” (qualche statistica, dati geografici, serie storiche) e mettendo online i dati dai quali è possibile capire l’efficacia e l’efficienza dell’azione di governo.

In terzo luogo, occorre ripensare i partiti passando da strutture verticistiche e burocratiche a organizzazioni reticolari che facciano largo affidamento al crowdsourcing come strumento che crea occasioni di partecipazione accessibili a tutti. Le feste animate dai volontari che grigliano le salsicce sono importanti, ma la voglia di partecipare può essere meglio indirizzata e valorizzata.

[to be continued?]

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