Conversare online è diventato così frustrante da non valere più la pena

Negli ultimi tempi, mi sono reso conto di aver perso gran parte del mio entusiasmo verso i social media. Credo che dipenda soprattutto dal fatto che è molto tempo che non riesco a fare una conversazione sensata: qualunque sia l’argomento trattato, c’è sempre qualcuno che tenta di monopolizzare la discussione per far prevalere la propria opinione personale e discutibile spacciandola per fatti inoppugnabili.

Per esempio, durante la campagna elettorale, un mio contatto ha postato su Facebook l’immagine di un incontro politico del PD indignandosi perché, a suo dire, i candidati raffigurati nell’immagine stavano facendo un comizio in una chiesa. In realtà, si trattava di un ex oratorio in Puglia che oggi è destinato a centro civico ed è quindi utilizzato per convegni e altri incontri. Quando glielo ho fatto notare, postando il link al sito del comune, ha negato dicendo che era evidente che non era così perché c’erano i paramenti. Quando gli ho fatto notare che dei candelabri e la statua di un santo non sono paramenti (fornendo apposito link alla voce su Wikipedia), mi ha risposto che era comunque una chiesa e quindi non doveva essere usata per un convegno. Quando gli ho fatto notare che ci sono molte chiese sconsacrate che vengono usate come location per eventi, mi ha risposto che era sbagliato e che non andava fatto, perché comunque erano luoghi sacri. A quel punto mi sono arreso. Era evidente che non c’era spazio per una discussione basata sulla logica, ma solo sulla contrapposizione e la difesa a oltranza di un giudizio già formulato e quindi inattaccabile.

Quella che ho descritto è una classica discussione da bar, a cui possono partecipare tutti. Non richiedere conoscenze o competenze particolari. Tuttavia, su Facebook non si riesce a fare neanche una discussione con un contenuto più tecnico. Per esempio, qualche tempo fa ho postato delle slide su un argomento piuttosto specialistico: una critica metodologica alla lean startup, una tecnica di product management molto popolare tra i cosiddetti “startupper” (ormai si tratta di una vera e propria figura professionale emergente fatta di persone che avviano nuove imprese con l’immaginazione). Nessuno tra quelli che hanno commentato è entrato nel merito delle osservazioni. Tutti i commenti riguardavano la difesa a spada tratta della lean startup, con punte esilaranti di chi – non avendo neanche dato un’occhiata alle slide – mi faceva la paternale perché evidentemente non avevo capito il testo di Eric Ries. Ogni tentativo di sollecitare una discussione con argomentazioni articolate è miseramente naufragato, per un motivo molto semplice: i commentatori più accaniti avevano chiaramente una conoscenza molto sommaria dell’argomento e non erano in grado i confrontare la lean startup con altri metodi di product management. In altri termini, erano incompetenti, ma pensavano di saperne molto.

I due esempi, mostrano due problemi tipo di molte discussioni online. Il primo è il cosiddetto bias di conferma, espressione che indica la tendenza ad accettare solo informazioni che confermano ciò in cui crediamo, ad accettare soltanto fatti che rafforzino le spiegazioni che preferiamo e a scartare i dati che mettono in discussione ciò che già accettiamo come verità.

Il secondo episodio, invece, è un esempio dell’effetto Dunning-Kruger (dai nomi dei ricercatori della Cornell University che lo hanno identificato nel 1999), che descrive il fenomeno per cui più si è ottusi, più si è convinti di non esserlo. Come scrive Tom Nichols in La conoscenza e i suoi nemici: «Dunning e Kruger più gentilmente definiscono persone di questo tipo “non specializzate” o “incompetenti”. Ma ciò non cambia la loro scoperta più importante: “Non solo giungono a conclusioni erronee e compiono scelte infelici, ma la loro incompetenza li priva della capacità di rendersene conto.” […] La ragione per cui individui non qualificati o incompetenti sopravvalutano le proprie abilità molto più degli altri è che non possiedono una competenza chiave chiamata “metacognizione”. Si tratta della capacità di sapere quando non si è bravi in qualcosa, di arretrare di un passo, osservare ciò che si sta facendo e così rendersi conto che lo si sta facendo male».

Nichols continua: «Mettete insieme queste persone e degli esperti e, prevedibilmente, le conseguenze saranno tremende. La mancanza di metacognizione instaura un circolo vizioso, in cui le persone che non sanno molto di una determinata materia non capiscono quando hanno a che fare con un esperto di quell’argomento. Ne nasce una disputa, ma chi non ha idea di come impostare un ragionamento logico non si rende conto di quando non riesce a fare un ragionamento logico. In poche parole, l’esperto si sente frustrato e il profano insultato. Tutti se ne vanno arrabbiati».

Probabilmente è colpa mia, ma non ricordo si essere riuscito a fare una bella conversazione sui social media dai tempi dei trackback sui blog e di Friendfeed. Credo che dipenda sopratutto dai due fenomeni che ho citato, il bias di conferma e l’effetto Dunning-Kruger, e l’unico modo che ho trovato finora per affrontare il problema è decidere di limitarmi a usare le i social network principalmente come canali di distribuzione di contenuti, spostando altrove l’esigenza di conversare e discutere per imparare.

5 comments

  • caro Nicola, sono davvero impressionato da questo tuo post che, pour cause.coincide con la caduta verticale del ‘mito’ della rete che abbiamo amato. Ricordo con nostalgia gli ultimi ottanta e i primissimi novanta: mi ero da poco iscritto alla listserve di Agorà, contribuito a creare una ‘centralina’ di scambio anche digitale fra i molti club della sinistra che erano nati sul territorio. Ti conobbi e venisti con me a occuparti di digitale (e non solo). Non mi hai insegnato i rudimenti perché ti avevo mentito e davi per scontato che li conoscessi (falso). Fai uno sforzo e aiutami a capire cosa ci aspetta.

  • Che dire. Quoto al 100% ed è triste, purtroppo!

    Più passa il tempo e più inizio a vedere i social come semplice canale di distribuzione di contenuti. La cosa mi spiace profondamente, ma non c’è proprio più spazio per conversazioni costruttive.

    Non riesco nemmeno a capire se abbiamo superato una sorta di “punto di non ritorno” oppure in qualche modo si può recuperare.

    È colpa dell’adozione di massa di certi strumenti/canali? A volte mi viene da pensare di si, ma sarebbe decisamente riduttiva come visione e come spiegazione.

    Quelli che una volta erano atteggiamenti ad esclusivo appannaggio di troll ed hater oggi sembrano il pane quotidiano di tanti utenti che non perdono occasione per insultare, attaccare, criticare e mai cercare il confronto costruttivo.

    • Nicola, assolutamente d’accordo.

      Raffaele, non credo che sia riduttivo pensare che sia l’adozione di massa. Ma in questo senso.

      Le community rimangono piccole se richiedono un investimento/frizione per partecipare. Se commentare discutere, partecipare richiede sforzo, questo crea un meccanismo di filtro autoselettivo per cosi dire. Solo chi è meno pigro (anche intellettualmente) partecipa.

      Ora, il trend naturale di ogni piattaforma in internet va verso la eliminazione di frizione e abbassamento di barriere alla partecipazione,. Il che significa che su piattaforme a bassa frizione e alto engagement (incentivi) come Facebook, anche chi e’ (intellettualmente) pigro partecipa volentieri, con le conseguenze che osserviamo.

  • Caro Nicola, ho letto con molta attenzione e con molta passione il tuo articolo e mi viene in mente un’espressione che ho imparato tanti anni fa ovvero: troveranno la cura a tutti i mali…ma non all’ignoranza.
    Ho 40 anni, diciamo che la nostra generazione non è propriamente quella dei nativi digitali ma possiamo includerci in quella degli “adattati” digitali. I social da grande opportunità si sono trasformati in inutile opportunità. Laddove tutti sanno tutto, tutti riescono a disquisire in merito a informazioni e dati che non gli appartengono. Il mondo social si è trasformato da ambiente democratico a giungla mediatica. È diventato paradossale ma il target di chi cerca contenuti si è spostato dalla notizia alla fonte “valida” con cui potersi confrontare ed arricchirsi personalmente. Hai ragione, se parli di chiesa sono tutti teologi, se parli di musica sono tutti musicisti, se parli di arredamento sono tutti architetti… praticamente queste persone che credono di essere all’avanguardia sono come gli inquisitori spagnoli che erano accusatori, giudici ed esecutori delle pene. Sanno tutto loro. Comunque per avere un confronto Ideal è l’unica ricetta che conosco è quella di non arrendersi virgola spesso nei social mi è capitato di imbattermi tra decine di tuttologi anche con persone semplici ma infinitamente colte con cui potermi confrontare. Un saluto.