L’innovazione si può imparare, ma bisogna accettare di fare (molti) errori

Giovedì scorso sono stato invitato a fare un intervento per l’inaugurazione del Palazzo Innovazione, un bellissimo edificio medievale nel centro storico della città che oggi – per merito di Roberto Ascione, founder di Healthware International – ospita un hub dedicato all’innovazione digitale: 4.000 mq, 300 postazioni, uno spazio eventi da 100 posti, connettività.

Ho parlato dell’importanza di insegnare a fare innovazione e di fornire agli innovatori uno spazio in cui possano sperimentare e commettere errori.

L’innovazione è l’abilità di un team di trasformare delle idee in prodotti che le persone vogliono acquistare. Meglio se si tratta di tante persone.

L’innovazione è un mindset e quindi non è solo digitale perché si può creare un prodotto in tanti modi diversi. Per esempio, il Cirque du Soleil ha reinventato il circo eliminando gli animali e creando degli incredibile spettacoli acrobatici. Yellowtail ha avvicinato al consumo di vino persone che non lo sceglievano come bevanda perché erano intimorite di fronte alla scelta. E così un produttore australiano è diventato uno delle etichette più vendite al mondo.

Ovviamente, la tecnologia permette di raggiungere traguardi impensabili e di trasformare la fantascienza in realtà. Trasporti autonomi, protesi bioniche comandate direttamente dal cervello. La maggior parte di noi sarebbe già morta se la medicina non avesse fatto i passi da gigante che ha fatto negli ultimi 100 anni.

Ma la cosa essenziale è che se non c’è un team che sa trasformare la tecnologia in prodotti che la qualcuno ha intenzione di acquistare, non c’è innovazione. C’è ricerca e sviluppo, ci sono invenzioni, ma non c’è l’impresa.

Allora dobbiamo chiederci: come si fa a migliorare la capacità di un team, di un’azienda, di un’industria o di territorio di innovare? Io ho due risposte. La prima è: formazione.

Negli ultimi venti anni è nato un nuovo filone di studi e ricerche su come si riduce il rischio di insuccesso quando si progettano e lanciano sul mercato nuovi prodotti. Accademici e professionisti stanno codificando strategie, strumenti, processi. Probabilmente molti di voi hanno già sentito parlare di customer development, lean startup, business model canvas, blue ocean strategy, jobs to be done, design thinking. Qualcuno in questa sala avrà in libreria i libri di Steve Blank, Clayton Christensen, Eric Ries o Alexander Osterwalder.

Sono competenze essenziali che deve avere chi vuole creare nuovi prodotti e, magari, costruirci attorno un’impresa. Purtroppo, non è facile trovare questi argomenti nei corsi di laurea, perché si tratta di una materia nuova, poco codificata accademicamente. Lo posso dire con cognizione di causa perché insegno alla facoltà di economia di Roma Tre. E, probabilmente, l’università non è neanche il luogo giusto dove insegnare come si fa innovazione. È difficile sperimentare in un’aula universitaria a gradoni e con i banchi imbullonati sul pavimento.

Quindi, occorrono luoghi diversi che siano facilmente accessibili da chi sta finendo l’università e rendano accessibile il know-how su come si fa innovazione sia agli studenti di tutte le facoltà (scientifiche e umanistiche) che alle persone che vengono dalle imprese.

Inoltre, occorrono metodi di insegnamento diversi da quelli dell’aula e della lezione frontale. Le persone devono poter fare, perché l’innovazione è una cosa pratica, bisogna mettere le mani in pasta, sperimentare, sbagliare, tentare più volte.

Soprattutto devono poter sbagliare. E qui vengo alla mia seconda riposta alla domanda: come si fa a migliorare la capacità di innovare.

Occorre investire in errori. Quando si tentano delle nuove strade, si sbaglia. È fisiologico che sia così. Space X ha distrutto diversi missili nel tentativo di farli atterrare. Lo sapevano e hanno investito nell’errore perché dovevano imparare.

Dobbiamo imparare a investire negli errori perché gli errori generano conoscenza. Tutti i grandi imprenditori hanno sbagliato molto, anche se ce lo dimentichiamo. Steve Jobs per esempio. Il primo Mac non fu un grande successo commerciale ed è per questo che Jobs fu estromesso dall’azienda. Il secondo computer di Jobs, il Next, fu un fallimento commerciale (ne vendette solo 50mila), ma fornì i computer che servivano alla Pixar per fare meravigliosi film di animazione. E dopo una serie di errori, Jobs tornò alla Apple e il resto della storia è nota.

Concludo con un augurio, che il Palazzo dell’Innovazione sia un luogo, strettamente connesso con le università, dove si insegna a produrre innovazione e si impara dagli grandi errori.

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