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Appunti sull’economia dei media (due)

Proseguo il discorso sull’economia dei media, che ho intrapreso nel post precedente, occupandomi dell’attenzione, ossia del tempo che le persone decidono o possono dedicare al consumo di contenuti (informazioni o intrattenimento). Il discorso può essere affrontato da vari punti di vista. Per esempio, la varietà di contenuti disponibili.

Siamo abituati a considerare come contenuti sono quelli prodotti da professionisti dell’informazione o dell’intrattenimento. Nel mondo dei media tradizionali è sicuramente così, per il semplice fatto che i costi di produzione e distribuzione inibiscono l’accesso di altri attori al sistema. Negli ultimi anni, invece, si è parlato molto di user generated content mettendo in evidenza soprattutto le conseguenze commerciali del passaparola alimentato da recensioni amatoriali e dai racconti che i consumatori fanno delle proprie esperienze usando prodotti e servizi. Queste informazioni, prodotte senza scopi di lucro e distribuite in forum, blog o siti di e-commerce sono entrate in diretta concorrenza con i contenuti creati dall’editoria specializzata, che un po’ si è trasferita su Internet e un po’ agonizza in edicola.
Tuttavia il discorso è più ampio. Non si tratta solamente di sostituire una fonte informativa con un’altra (l’articolo di un giornalista con un thread in un forum o un post in un blog), ma di riconoscere il fatto che ci sono almeno due nuove tipologie di contenuti che vanno a occupare degli spazi di attenzione delle persone: quelli generati dalle macchine e gli oggetti mediali che vengono scambiati lungo le relazioni nei social network.

Le macchine producono informazioni: l’esempio più immediato è, ovviamente, un qualsiasi motore di ricerca. Le liste prodotte da Google, Yahoo! o Msn non sono il prodotto dell’elaborazione concettuale di un umano, ma il risultato di un calcolo. Si tratta di un trend destinato a crescere grazie al consolidamento della tendenza di mettere a disposizione l’accesso via Api a dati grezzi. Lo ha fatto la Bbc in Gran Bretagna con il progetto Backstage, lo sta facendo il New York Times, lo farà sempre di più l’amministrazione Obama e – prima o poi – ci arriveremo anche in Italia. Senza considerare il mondo di oggetti connessi a Internet (la cosiddetta Internet of things).

Le persone producono e si scambiano oggetti mediali: le foto di una cena tra amici, il proprio status, un video divertente, messaggi di solidarietà e così di seguito. Nulla che abbia interesse al di fuori di un ristretto gruppo sociale, ma che finisce inevitabilmente per cannibalizzare il monte ore che un individuo può dedicare alle informazioni e all’intrattenimento. In altri termini, invece di guardare la televisione o un video su YouTube, posso impiegare lo stesso tempo a guardare il video di mio nipote che mio cognato ha appena caricato su Facebook e che condivide solo con i suoi “friend”.

Una giornata ha sempre 24 ore e il tempo è una risorsa scarsa. Nell’epoca dei media di massa, l’accesso a questa risorsa era molto più semplice: assodato che alle nove di sera, un certo numero di persone si sarebbe seduta sul divano di casa per guardare la Tv, il problema era avere il contenuto che permettesse di conquistare l’attenzione del maggior numero possibile di individui. La competizione era aperta solamente a chi aveva sufficienti risorse da investire nel possesso dell’infrastruttura di produzione e distribuzione e potere adeguato a influire sul quadro regolamentare.

Nel mondo dei media sociali, l’oligopolio dei contenuti sta progressivamente scomparendo in favore di una concorrenza in cui notizie e spettacoli prodotti professionalmente competono con oggetti mediali che hanno poche o nessuna possibilità di essere monetizzati.

UPDATE. Sugli stessi temi, oggi, Luca De Biase e Giuseppe Granieri si esprimono molto meglio del sottoscritto. Da leggere: L’evoluzione del giornalismo e Strategia dell’attenzione.