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FBxRP: 3. Questioni di privacy

Con un po’ di fatica, ho messo in piedi alcune riflessioni per la stesura del terzo capitolo del mio Manuale diFacebook per relatori pubblici. Ovviamente si tratta anche in questo caso di un brogliaccio assai sintetico che condivido con l’obiettivo di raccogliere osservazioni e integrazioni sull’argomento. Grazie 🙂

3. Questione di privacy
Uno dei temi che ricorre sempre più di frequente quando si parla di Facebook è la privacy. Il social network nasce come luogo privato che aiuta a mantenersi in relazione con chi noi consideriamo nostro amico: questa caratteristica è uno dei motivi fondamentali che ne hanno decretato il successo rispetto ad altre piattaforme che implementano le stesse funzionalità, ma che sono completamente pubbliche (es. MySpace o Live Spaces).
La maggior parte delle persone con con cui ho avuto modo di scambiare opinioni sull’argomento dichiara che “Facebook è per gli amici”. I più geek hanno anche elaborato articolati sistemi per classificare i contatti in modo da condividere selettivamente e chi proviene da esperienze di blogging o microblogging, avendo già una “vita digitale pubblica” si preoccupa di tenere ben separate la sfera pubblica da quella privata. Tuttavia, è assai probabile che la maggior parte degli utenti di Facebook si limiti ad adottare le impostazioni standard offerte dalla piattaforma e a volte la mancanza di consapevolezza li rende protagonisti di storie ridicole.

3.1. L’atteggiamento di Facebook verso la privacy
E’ plausibile che chi si iscrive a Facebook dia per scontato che si tratta di un luogo dove può condividere in sicurezza con i propri amici e dove le cose che condivide rimangono di sua proprietà. Di fatto le cose non stanno così. Anzi, dobbiamo constatare che i gestori del sito hanno un atteggiamento ambiguo nei confronti della privacy giacché le loro dichiarazioni trovano solo una parziale corrispondenza nei fatti. Tale ambiguità è stata recentemente fatta rilevare dal garante della privacy del Canada, che ha investigato per più di un anno sui comportamenti dell’azienda. A seguito dell’indagine, Facebook ha accettato di apportare alcune sostanziali modifiche alle sue prassi, partendo dal chiarire il fatto che chi desidera abbandonare la piattaforma non deve limitarsi a disattivare (disable) l’account, ma lo deve cancellare (delete): la prima opzione infatti lascia tutti i dati nella disponibilità dell’azienda.
Allo stesso tempo, l’azienda si è impegnata a rendere più chiara la privacy policy e ad abilitare un miglior controllo sulle informazioni accessibili alle applicazioni. Si tratta di concessioni: come molte altre aziende, anche Facebook ha iniziato a rispondere ai regolatori in modo reattivo venendo incontro alle richieste delle istituzioni con tutta la parsimonia del caso. Non è un caso che un’azienda così globale abbia un solo ufficio in Europa per evitare di doversi confrontare con le amministrazione nazionali, ma abbia assunto uno dei migliori lobbysti presso gli uffici dell’Unione europea.
E’ plausibile che, man mano che l’attenzione nei confronti della privacy andrà aumentando e il tema diventerà sempre più importante nella percezione delle persone, cresceranno anche le scaramucce con chi si occupa di regolare la materia.
Nel frattempo, Facebook sembra aver adottato una linea che punta a far convivere la sfera privata con quella pubblica, fornendo agli utenti una serie di strumenti che permettano loro di decidere con maggiore precisione la condivisione di contenuti e incoraggiando la condivisione pubblica. Una politica perseguita attraverso l’adozione sistematica di meccanismi di opt-out e rendendo più facile e immediata la diffusione verso tutti piuttosto che quella verso cerchie ristrette di amici. Il motivo è molto semplice: le informazioni che rimangono nella sfera privata sono meno monetizzabili di quelle che vivono nella sfera pubblica.

3.2. Come si controlla la privacy
Come abbiamo detto, il controllo su ciò che viene condiviso e su chi può avere accesso ai nostri dati è molto granulare ed è opportuno imparare a maneggiare le opzioni che Facebook mette a disposizione. Partiamo quindi dalla configurazione di base, attiva al momento della prima sottoscrizione…

3.3. Il relatore pubblico tra profilo personale e attivitĂ  professionale
I relatori pubblici raramente sono anche personaggi pubblici: accade quando assumono il ruolo di portavoce, ma per il resto si tratta di professionisti che svolgono la propria attività nell’anonimato, soprattutto quando lavorano in agenzia. Alcuni ne fanno una questione di principio e mi è capitato più di una volta di sentire l’affermazione per cui chi si occupa di comunicazione non dovrebbe mai esporsi. Tuttavia, la questione può essere vista sotto un altro punto di vista. Il relatore pubblico, infatti, governa e alimenta reti di relazioni con gruppi ben definiti di persone: ossia quegli influenti e quegli stakeholder con i quali è chiamato a interloquire per creare benevolenza nei confronti dell’organizzazione per cui opera. In altri termini, il comunicatore non ha né bisogno di essere noto né di operare nell’ombra: più semplicemente la natura del suo lavoro lo porta a essere conosciuto e visibile in alcuni ambienti piuttosto che in altri. In questo senso, tutti i giornalisti di settore sapranno chi è il responsabile dell’ufficio stampa di Fiat, ma non è detto che questa notizia sia di interesse per un qualsiasi appassionato di automobili (incluso quell’appassionato che produce contenuti amatoriali sulle vetture della casa automobilistica di Torino). Gli stessi giornalisti saranno interessati più al suo ruolo che alla sua persona e, volendo estremizzare, potremmo sostenere che l’identità del relatore pubblico è poco rilevante, giacché quello che conta è la sua funzione, mentre le persone sono sostituibili e mobili.
In un luogo come Facebook in cui l’unità di misura è la persona e non l’istituzione, si pone con evidenza non solo il problema del rapporto tra la sfera privata (quella in cui entrano solo un numero ristretto e controllato di persone) da quella pubblica (visibile a tutti), ma anche quello dell’esposizione di sé stessi in quanto individui e in quanto professionisti. Tale problema si avverte con intensità sempre maggiore mano a mano che dalla rete di amici stretti si passa a far parte di una rete di persone sempre più larga in cui l’intensità dei legami diventa sempre più debole.
Non dobbiamo poi dimenticare il fatto che le convinzioni personali (politiche, religiose e via dicendo) e le istanze rappresentate per conto di organizzazioni non sempre coincidono. Non è necessario lavorare nell’industria della difesa, del tabacco o degli alcolici (ricordate “i mercanti di morte” del film Thank you for smoking?); basta essere militanti di un partito che sostiene posizioni radicali e lavorare per un’istituzione che – per la sua natura – deve essere neutrale.
In una situazione in cui le cose che pensiamo, diciamo o facciamo in privato rimangono confinate alla cerchia degli amici e dei familiari, l’eventuale distanza tra i comportamenti nella sfera pubblica e in quella privata difficilmente emergerebbe. Viceversa, in una situazione in cui pubblico e privato si mescolano, il tema non può essere sottovalutato, perché rischia di influenzare sia la vita privata che quella professionale.
Mentre scrivo, nella mia rete ci sono circa 750 contatti di cui oltre la metà sono persone del tutto sconosciute oppure che ho incontrato una o due volte (molti in occasione di raduni di blogger, convegni e via dicendo). Come abbiamo visto, gli strumenti che Facebook mette a disposizione per gestire gruppi di contatti in modo selettivo sono allo stesso tempo rudimentali e complessi da utilizzare: questo significa che è facile sbagliare.
Se vogliamo gestire consapevolmente la nostra identità online, è preferibile non fare affidamento sulla tecnologia, e decidere invece a priori quanto ampia debba essere la cerchia di persone che hanno accesso al nostro profilo personale, se vale la pena aprire un profilo pubblico per tenere nettamente separati privato e pubblico e, soprattutto, cosa condividere con le altre persone che appartengono alla nostra rete di relazioni.

Questo post fa parte di una serie:

  1. Facebook: manuale per relatori pubblici
  2. FBxRP: prima parte
  3. FBxRP: 1. Il modello Facebook
  4. 2. Il web in tempo reale