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Tony Blair, Un viaggio (2)

Quando Tony Blair cominciò a fare politica nei laburisti, non era un buon periodo per la sinistra inglese, che attraversava una crisi che mi sembra abbia diversi punti di contatto con quella del Partito democratico italiano. L’analisi che propone nel secondo capitolo di Un viaggio è utile:

Fin da subito, ancor prima della mia elezione in parlamento nel 1983, avevo compreso che il problema del partito era endemico e autoinflitto. Non eravamo in contatto con il mondo moderno. Attiravamo solamente due categorie di persone: coloro che erano tradizionalmente laburisti e coloro che arrivavano al socialismo e alla democrazia sociale seguendo un percorso intellettuale.
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Per di più, la prima categoria si stava rimpicciolendo. I giorni dei vecchi sindacalisti erano finiti e stavano scomparendo insieme alle industrie su cui avevano avuto maggiore influenza – carbonifere, dell’acciaio, navali, tessili. Le nuove imprese, in particolare quelle nate dalle nuove tecnologie e dal moderno settore dei servizi, non gradivano quel misto di agitazione sindacale e politica. Cosa più importante, non lo gradivano le persone che ci lavoravano.
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Ma tutti i movimenti progressisti devono guardarsi dai loro successi. Il progresso che contribuiscono a costruire reinventa la società in cui lavorano, e loro devono reinventare per stare al passo coi tempi, altrimenti diventano gli echi di quella che una volta era considerata una voce alta e potente, che ancora si diffonde, ma con incisività sempre minore. Via via che la loro influenza diminuisce, diminuiscono anche i sostenitori, che diventano più petulanti e discordi, sempre più preoccupati di curare il proprio orticello invece di comprendere che i tempi sono cambiate e devono ascoltare prima di parlare. Succede in ogni associazione. Ed è un meccanismo fatale per chiunque non abbia un meccanismo di verifica, che li obblighi ad affrontare il problema e a migliorarsi.
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Mentre assistevo al disfacimento del partito laburista a seguito delle elezioni del 1983, mi rendevo conto che era arrivato il momento di cambiare: i sindacati non sarebbero stati in grado di sostenere un partito moderno, una volta che fosse salito al potere.
Col tempo arrivai a un’altra conclusione riguardo alla seconda categoria di persone attratte dal partito. L’atteggiamento progressista vecchio stampo di quest’ala del partito aveva radici profonde e una tradizione venerabile. I leader, spesso nati in condizioni benestanti ma nemici delle diseguaglianze, erano individui eccezionali.
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Mi ci volle molto tempo per capire quali fossero i problemi di questo secondo gruppo formato da intellettuali: benché si preoccupassero per la gente comune, non si sentivano tali. Erano come il personaggio di George Duhamel che dice: «amo l’umanità, ma non sopporto gli esseri umani». Non voglio dire che fossero altezzosi o sgradevoli, anzi il più delle volte erano affascinanti e divertenti, ma non capivano l’aspirazione a migliorarsi. A livello politico, erano fin troppo altruisti: quando i livelli di ingiustizia o diseguaglianza venivano ridotti, anche grazie ai loro sforzi, mancavano però di considerare cosa sarebbe successo in seguito. Una persona povera, prima ha bisogno che qualcuno s’interessi alla sua condizione, poi ha bisogno di agire; una volta superato lo stato di necessità, il suo obiettivo potrebbe diventare quello di raggiungere un ceto sociale più alto. In altre parole, per i meno abbienti sono importanti aspirazione, ambizione, miglioramento, raggiungimento di un certo livello, guadagno, mantenimento di uno stile di vita adeguato per la famiglia e possibilità di dare ai figli maggiori opportunità.
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Il problema con gli intellettuali era che non capivano questo processo, e se lo capivano, lo condannavano. In un certo senso volevano rendere omaggio alla classe operaia senza trasformarla in middle class; ma divenire parte della classe media era proprio il traguardo sognato dai proletari per sé e per i propri figli. Ciò che gli intellettuali sostenevano in merito alle diseguaglianze sociali verteva pericolosamente sull’uguaglianza del reddito e non sull’uguaglianza delle opportunità. Solo quest’ultima garantisce davvero la libertà, mentre la prima ben presto diventa (e viene percepita) come un limite. L’atteggiamento dei tanti che chiedevano l’appoggio degli intellettuali era in realtà meritocratico, non egalitario: volevano essere aiutati a salire sul primo gradino ma, una volta lì, la scalata sarebbe spettata a loro.