Intervista con Paolo Privitera (fondatore di Doochoo)

Ho intervistato Paolo Privitera, fondatore di Doochoo all’inizio di febbraio. Qui in Italia erano le dieci di sera, mentre dalle sue parti era mattina e dal suo ufficio si vede uno dei ponti di San Francisco. Paolo è senza dubbio una persona molto energetica e la sua storia di “emigrante” in America vale sicuramente la pena di essere conosciuta 🙂

La storia personale e professionale
Parto da una laurea in informatica ottenuta alla Ca’ Foscari di Venezia e un master nella stessa materia ma con una forte componente formativa in marketing, ottimizzazione dei dati e gestione dell’azienda: una sorta di business intelligence.
Negli ultimi tre anni di corso, prima della laurea, a 21 anni, avevo già iniziato a lavorare in Italia con la mia prima azienda web, Digitix, che ho fondato nel 1999 tra Venezia e Vicenza. Nello stesso periodo ho lavorato come CTO per un gruppo industriale locale. Ancora prima avevo aperto una Srl con cui gestivo un sito, perchè avevo acquistato il dominio mestre.it. In qualche modo, è stata la mia lotta contro la noia a portarmi all’iperattività e alla ricerca di esperienze come quelle che ho fatto.
Appena aperta l’azienda, però, mi sono reso conto che c’erano delle cose che non mi piacevano e pur avendo ottenuto delle grandi soddisfazioni, ho cominciato subito a cercare la corsia di sorpasso, che in Italia non ho trovato. Avvertivo di essere rallentato in molte cose, anche per effetto della mia giovane età.
Quindi nell’aprile del 2002, 12 giorni dopo la laurea, sono fuggito. Mi sono licenziato dall’azienda per la quale lavoravo, ho mantenuto la mia ed ho fatto un’esperienza di 3 mesi a New York, per una specie di vacanza post-laurea. Dopo 3 mesi, nonostante fossi partito con l’idea di tornare in Italia, ho deciso di fermarmi per un anno, e poi ho rimandato più volte il rientro.
Era il 2002 e a New York era un periodo difficile, così trovai una internship a Los Angeles presso un’azienda italiana. Non volevo cambiare città ma ci tenevo a mettere un’esperienza a curriculum e soprattutto a restare negli Usa. Senza rendermene conto, trascorsero 4 anni, nel 2004 comprai perfino casa, a 24 anni, con molte meno difficoltà di quante ne avrei avute in Italia.
Durante i 5 anni trascorsi a Los Angeles ho fondato Digitix, la corporation americana, con la quale ho costruito oltre un centinaio di siti, occupandomi quindi di web development, mentre mi specializzavo dal punto di vista della business strategy. Nel 2005 ripresi gli studi con un master in marketing alla UCLA, l’Università di Los Angeles. Nel 2007 mi spostai a San Francisco, pur avendo avuto un paio di richieste di collaborazione importanti, da aziende, come Google, che rifiutai.
Durante il periodo di Los Angeles lanciai un social network chiamato Keyple, da “Key” e “people”. Avevo dei clienti che chiedevano dei social network privati, e anzichè costruirne ad hoc per ognuno pensai di costruire un framework e di customizzarlo per ogni richiesta. Mentre ci lavoravo pensai che se avessi automatizzato il framework così tanto da avere utenti in grado di creare il loro social network con un clic semplicemente montando un semplice template, avrei costruito quello che dopo è diventato Ning. Ma la mia idea andava oltre. Volevo che tutti gli utenti registrati a questi siti avessero un unico ID tale pr il quale potessero loggarsi anche nei social network di altri creatori di questi siti, come se appartenessero alla stessa piattaforma: una sorta di aggregatore cross-login di social network.
Presentai il progetto alla UCLA e vinsi il primo premio per l’idea più innovativa dell’anno. Lanciato il prodotto, registrai subito un migliaio di iscrizioni e nello stesso periodo ci fu l’acquisto di MySpace per 580 milioni di dollari dalla Fox: un episodio che mi spaventò, perchè pensavo che sarebbero dovuti venire a comprare il mio prodotto, e che visto che non era successo, non avrei mai trovato il giusto spazio. Abbandonai il progetto, nonostante in quel momento il mio sito avesse praticamente le stesse caratteristiche di Facebook. Nel 2007 mi trasferii in Silicon Valley aprendo un altro ufficio, e dopo un anno chiusi quello di L.A.: lo spostamento era nato dalla richiesta di un cliente, ma fu l’occasione per trasformare il tipo di servizi che offrivo ai clienti, e focalizzando l’attività su aziende tecnologiche e startup. Scelsi di sostituire la quantità con la qualità e la customizzazione del lavoro.
Molti dei clienti serviti mi offrivano quote delle loro aziende, e a partire da quel momento cominciai a imparare molto sul “how to” della Silicn Valley.
Nel 2009, Massimiliano Ventimiglia mi mise in contatto con l’altro founder di Doochoo, Armando Biondi e con lui ci ritrovammo a condividere la stessa idea di lanciare una piattaforma di opinioni, alla quale io pensavo in senso più tecnico, e lui in termini di possibile utilizzo e mercato. Dopo circa 6 mesi abbiamo fondato Doochoo Inc. a San Francisco e iniziato la nostra storia aziendale.

Lavorare in America
Ottenere il visto può spaventare, ma se si vuole davvero restare in America, la soluzione di trova. Ci sono diverse possibilità, e decine di formule, tutte con vantaggi e svantaggi. I visti immigrant sono quelli con i quali diventi un employee di un’azienda americana e sei un immigrato a tutti gli effetti.
Diversamente, se sei un imprenditore, puoi rinnovare il tuo visto illimitatamente fintanto che hai un’azienda che sta crescendo. Per il rilascio di questo tipo di visto, la decisione spetta direttamente al console americano in Italia, nel mio caso, ma non permette di arrivare “naturalmente” alla green card.
Io non ho ancora la green card, e sto provando ad ottenerla attraverso una lista di accomplishment avuti in questi 10 anni. Sto giocando in particolare la carta di aver creato un software per la gestione dei permessi costruttivi nelle città californiane con meno di 25mila abitanti. La California, in sostanza, è tra i miei clienti, ed è la dimostrazione che ho fatto qualcosa per il Paese. Sto raccogliendo le carte, e entro 3-6 mesi potrei finalmente avere la green card.

Doochoo
Come dicevo, i founder siamo io e Armando Biondi. Appena aperta la Inc. abbiamo investito in quattro, con altri due soci. Abbiamo versato in totale 150mila dollari e un anno dopo abbiamo fatto fundraising per 175mila dollari, più altri piccoli microround successivi. Ad oggi abbiamo raccolto circa 400mila dollari.
L’idea era di costruire una Wikipedia delle opinioni, o un Freebase delle opinioni, in cui l’utente può interagire come una base dati attraverso un front-end molto semplice. Questa idea non rappresentava di per sé un prodotto, quindi pensammo di progettare un layer di API su cui costruire dei prodotti che potevano essere venduti e utilizzati. Per stimolare i developer, decidemmo di costruire noi stessi un paio di prodotti per mostrare come funzionava e poi “disrupt”.
Il primo di questi non era altro che un Foursquare per i film. Mentre lo stavamo progettando, arrivarono sul mercato aziende come Getglue e Miso, quest’ultima con un funding di 8 milioni, mentre noi facevamo bootstrapping con capitali molto più ridotti. Ma il punto di partenza era molto diverso: loro puntavano al check-in dei film, mentre noi veolevamo usare il pretesto per chiedere agli utenti le loro opinioni.
A distanza di 6 mesi, comunque, uccidemmo il prodotto perchè non avevamo abbastanza risorse per sostenere la competizione e tornammo alla piattaforma generalista per cercare di capire come trasformarla in prodotto. L’illuminazione è arrivata tra il 2010 e il 2011 mentre ero a Las Vegas al Ces, dove ebbi modo di assistere al pitch del fondatore di Wpp, Martin Sorrell, che qualche anno prima aveva acquisito H-Art, per la quale avevo iniziato a lavorare in Italia nel 2011.
In quel periodo, quindi, tra il team di Doochoo e il lavoro per H-Art trascorsi più di metà anno in Italia. Assistendo alla presentazione di Sorrell, mi accorsi che altro non era che il pitch di Doochoo, esposto in termini semplici ed estremamente commerciali: fino a quel momento, noi avevamo ragionato da nerd, geek, da developers, non da mercato o da cliente.
Quindi, utilizzammo quanto aveva semplicemente espresso Sorrell per ripresentare la nostra idea: il market research si faceva studiando il comportamento della gente e portando le informazioni in house all’interno delle aziende. Ma prima di internet questi cicli erano lunghi e spesso il messaggio che arrivava era superato. Oggi, attraverso la rete, puoi chiedere opinioni agli utenti e avere un feedback in tempo reale. E già il pretesto di chiedere l’opinione diventa esso stesso strumento di marketing, quello che oggi viene definito user engagement. Il nostro terzo pivot è stato Pick1, che assolve a queste due funzioni: market research e digital marketing volto allo user engagement.
Rispetto alla concorrenza, ci siamo specializzati in due componeneti: una è quella del dato, costrunedo un framework con un database multidimensionale molto veloce e querabile. Dal punto di vista dell’usabilità, inoltre, riusciamo a estrarre dal voto i dati dell’utente attraverso il social connect. Sembra molto semplice, ma applicato al mondo del market research, non ci avevano pensato in molti.
Dopo il pivot, a partire da gennaio del 2011, abbiamo pensato di fare un focus su un tool da inserire nei social media, per arrivare al behavioral, il più vicino possibile agli utenti. Nel frattempo abbiamo ottenuto una buona copertura media, e una serie di brand ha iniziato a contattarci. Tra questi c’era Ikea, che aveva bisogno esattamente di quello che facevamo noi, ossia uno strumento per sondaggi da collocare dentro le proprie social properties. Era il nostro primo cliente, anche se anomalo, perchè noi pensavamo a un tool per il business ma anche per gli utenti.
Il business model è stato compromesso: puntavamo ad un B2C autoistallante e ci siamo trovati con un B2B. Avevamo una struttura inadeguata, fatta di developer ma non di manager. Questi brand ci hanno validato e ci hanno dato una mano ad affinare il prodotto e a distanza di 5 mesi dalla prima richiesta, abbiamo ripreso a costruire il prodotto autoistallante. Oggi abbiamo una lista di oltre 250 grosse aziende che hanno chiesto di avere la nostra piattaforma. il prodotto è diventato trendy e due aziende di ci hanno proposto l’acquisizione, specie quando hanno capito che i dati sono nostri.

I modelli teorici di riferimento
Abbiamo utilizzato un approccio che qualcuno ha definito di “Serendipity innovation”. Siamo sicuramente compliant con la lean startup process: sin dall’inizio abbiamo sempre pensato ad un minimum viable product, necessario per il tipo di percorso che abbiamo fatto, il funding e le validazioni di cui avevamo bisogno, tutti elementi che portavano a pensare a un prodotto demo che avesse le caratteristiche minime per poter essere usato e venduto.

Quanto il vostro approccio somiglia allo scientifical entrepeneurship?
Al 50%. Noi abbiamo avuto sempre dei binari cui volevamo ancorarci per dare concretezza e struttura al nostro percorso, che provenivano dalla mia esperienza con le startup in Silicon Valley. Ci sono dei parametri e degli strumenti di riferimento: minimum viable product, executive summaries, business plan. Arrivare ai fatti, però, è diverso. Abbiamo usato tecniche di scrum ma siamo stati così tumultuosi tra i pivot e i cambi di team e l’approccio al prodotto, che più volte abbiamo perso di vista questi strumenti e ci siamo ritrovati con approcci meno scientifici, ma che hanno dato dei grandi risultati.
Non si tratta di fortuna, ma di avere sopratutto un open mind e accettare gli input che vengono dall’esterno.

I mentor
A L.A. due imprenditori italiani di successo, specializzati nel mondo del design, che non si sono mai occupati di tecnologia, ma mi hanno trasmesso la dimensione imprenditoriale, generalista ed etica.
In Silicon Valley ho avuto come mentor David Weekly, advisor in Doochoo e Juan Pablo Puerta, oltre e un network di una decina di amici più stretti che ho incontrato lì. Nei momenti di panico parlo con loro e con i miei soci.

Il futuro
Tra tre o cinque anni, avrò venduto Doochoo o sarà diventata un colosso. A quel punto, spero di avere più tempo libero che spero di poter convertire in altre startup, ho una lista di altre 20 idee che vorrei sviluppare. Ma mi vedo con famiglia, figli e cane. Ma non ancora in Italia.

By Nicola Mattina