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Sui termine web 2.0 e social media

Mi appunto un passaggio del libro di Davide Bennato, Sociologia dei media digitali, sui termini web 2.0 e social media, sulla loro genesi e su come vengono utilizzati:

Negli ultimi tempi, l’uso sociale del web partecipativo e collaborativo ha dato vita ad una nuova etichetta che sembra stia ormai assestandosi nel discorso sociale, tecnologico e – soprattutto – commerciale su internet: il termine in questione è social media. Con questo termine si rafforza la componente comunicativa dei nuovi servizi internet, ponendoli in continuità con lo sviluppo dei media digitali e meno con il settore delle Ict. Detto altrimenti, questi servizi web sono visti sempre più come media e sempre meno come «semplici» tecnologie informatiche. Come sia venuta a stabilizzarsi questa etichetta all’interno della cultura digitale non è chiaro. […] Ad ogni modo, nonostante il termine stia sostituendo progressivamente quello di Web 2.0 – eccessivamente legato, quest’ultimo, alla cultura informativa e monopolizzato dal marketing -, social media non estende la portata semantica del concetto se non nella sua accezione: i nuovi mezzi del web non sono da intendersi come piattaforme informatiche ma come mezzi di comunicazione, a giudicare dall’uso sociale e dal tipo di mercato che si sta creando intorno ad essi, molto più simile al mercato editoriale che non a quello software. C’è un altro motivo interessante che rende l’etichetta social media più «appetibile» di quella Web 2.0. Secondo la cultura informatica, la connotazione 2.0 sta ad indicare una nuova fase tecnologica, ovvero un prodotto software che si distingue dal prodotto precedente proprio perché ci sono state delle migliorie tecnologiche. Per esempio, consideriamo il browser Mozilla Firefox: il passaggio dalla versione 3.0 a quella 4.0 ha indicato un miglioramento dal punto di vista della sicurezza e della user experience. E’ interessante notare che il passaggio al Web 2.0 (detto anche web dinamico, per via della natura dei siti) non implica un passaggio tecnologico, ma progettuale. In pratica le tecnologie alla base della rete sono rimaste pressoché uguali – tanto per citarne alcuna: html, java, flash – ma è cambiato il modo in cui esse sono utilizzate. Volendo usare un’iperbole, è come se la progettazione di appartamenti fosse passata dall’uso di spazi delimitati e precisi connessi da corridoi, a open space con soggiorni a vista, e questi ultimi venissero chiamati «appartamenti 2.0», mentre le tecnologie costruttive – il cemento armato, i mattoni forati – sono rimaste praticamente identiche. Il Web 2.0, a dispetto del nome, non è un cambiamento tecnologico, è un cambiamento progettuale che sconta nel suo nome un’assoluta mancanza di fantasia da parte di chi ha coniato il termine. La conseguenza di ciò è stata duplice. Da un lato immaginare il passato come Web 1.0, quando il realtà il web non ha bisogno di numeri che lo connotano perché non è una tecnologia il cui versioning è definito da un numerale. Dall’altro vedere il futuro come Web 3.0, termini che in alcuni ambiti definisce lo sviluppo del web semantico, quando in realtà l’obiettivo è quello di dare una comoda etichetta di marketing per incatare nuovi clienti e investitori. Per comprendere quanto il termine Web 2.0 sia soltanto un trucco di marketing, emblematica è la controversia – finita in un accordo tra le parti – in cui la O’Reilly Media ha chiamato in causa la IT@Cork perché quest’ultima lo aveva consapevolmente utilizzato nella denominazione di una serie di seminari su Ict e impresa Web 2.0, mentre il termine era stato registrato come marchio commerciale dalla stessa O’Reilly Media. Ovviamente questo non vuole dire che il fenomeno del Web 2.0/social media/social computing/social software non sia interessante sociologicamente, vuol dire solo che la denominazioni spesso nascondono un ambito che somiglia più ad un brand che ad un vero movimento sociale, anche se sarebbe sciocco negare questa componente che pure è presente e ha radici piuttosto ben piantate nella cultura informatica e di internet.

Il libro è un po’ professorale, ma merita assai 😉 Compratelo…