L’ecosistema italiano delle startup digitali: una roadmap 1/2

E’ possibile immaginare una roadmap per sostenere la creazione e lo sviluppo di un ecosistema di startup digitali? Se lo domandano in molti e ognuno ha la sue ricette. Provo a dire la mia, partendo da alcune domande fondamentali.

Perché le startup digitali?
La risposta più diretta (e anche più dolorosa) è: perché ce le possiamo permettere più di altre. Ecosistemi di startup digitali possono nascere anche in aree dove non ci sono centri di ricerca di eccellenza riconosciuti a livello internazionale e dove non ci sono grandi capitali. E questa è proprio la situazione dell’Italia: è inutile nascondere che non abbiamo nessuna università tecnica tra le prime cento del mondo, che gli investimenti in ricerca sono più bassi che negli altri paesi industrializzati, che è più probabile l’emigrazione di brillanti ricercatori italiani all’estero rispetto all’immigrazione di altrettanto brillanti ricercatori stranieri in Italia, che il nostro sistema universitario non da alcun peso al merito, condizione essenziale per essere competitivi nella ricerca. Questo, in breve, significa che per noi è molto più difficile produrre innovazione che diventa impresa in settori che richiedono consistenti investimenti (in denaro e in risorse umane) come le energie rinnovabili o le scienze della vita. Lo so che molti storceranno il naso, però ci sono decine di studi nazionali e internazionali che confermano questo mortificante scenario ed è assai improbabile che si riesca a cambiare la situazione in breve periodo.
Evidentemente, non è un caso che la maggior parte degli spin-off universitari si occupi di Ict, elettronica, automazione industriale o servizi per l’innovazione, come mostra l’immagine seguente tratta da uno studio di Andrea Piccaluga della Scuola Superiore Sant’Anna.

La maggior parte delle startup digitali non richiedono grandi sforzi di ricerca e sviluppo e spesso questa fase si risolve nella realizzazione del prodotto che sta alla base dell’idea imprenditoriale. Poter fare a meno di laboratori, lunghi periodi di sperimentazione e ingegnerizzazione è un vantaggio formidabile, su cui possiamo fare leva. Fortunatamente, una parte significativa delle università italiane ha una buona didattica e questo significa che le nostre università sfornano ottimi ingegneri, fisici, matematici: tutte competenze che sono fondamentali per le startup digitali.

Solo perché ce le possiamo permettere?
Assolutamente no. Ci sono almeno altri due motivi positivi per cui dobbiamo puntare con decisione sulle startup digitali. Il primo è che hanno un impatto sui media e quindi sono un agente di cambiamento culturale potentissimo. Per esempio, il fermento che vediamo oggi nel mondo delle Internet startup è anche merito della facilità con cui possiamo accedere alle esperienze delle Silicon Valley, al know how sviluppato dagli imprenditori che la animano, alle storie di successo e via di seguito. Nel giro di soli dieci anni, cominciamo a vedere un cambiamento significativo di mentalità che nasce dalle pratiche del read/write web. Tale cambiamento è tanto più evidente se mettiamo a confronto chi usa la rete tutti i giorni e chi è rimasto ancorato ai media tradizionali.
Sul fronte del lavoro stiamo assistendo all’emergere di un modello find/invent job: il lavoro si cerca e si inventa allo stesso tempo e la seconda opzione non è necessariamente un ripiego. Anzi!
Più startup digitali significano maggiore innovazione nei media, che sono il pezzo di tecnologia con cui siamo a contatto tutti i giorni e – in definitiva – un’accelerazione nel cambiamento sociale e culturale del nostro paese.
Il secondo motivo riguarda il fatto che le imprese tradizioni e le pubbliche amministrazioni hanno bisogno di innovazione digitale e tale innovazione non può che avvenire dal basso: non si può certo pensare che i grandi system integrator o le grandi società di consulenza promuovano modelli come la “consumerizzazione” dell’It che abbatte drasticamente i loro fatturati, oppure il crowdsourcing nella produzione di servizi online reso possibile da modelli come l’open data.

Che tipo di startup?
Dobbiamo intenderci sul tipo di startup che ci interessa promuovere, perché qualsiasi azienda appena nata è una startup. Esistono molte iniziative che si occupano della nascita e della sopravvivenza di piccole imprese: di fatto tutti i fondi pubblici sostengono questa tipologia di azienda con interventi di vario genere, che vanno dai contributi a fondo perduto fino agli investimenti in conto capitale. Tra questi, gli incubatori universitari – che si occupano specificamente di startup innovative – in Italia hanno prodotto molte piccole società di consulenza, con fatturati inferiori al milione di euro. Esperienze come Spinner hanno anche performance più modeste, visto che la maggior parte delle aziende finanziate a malapena supera la media dei 300mila euro di fatturato e dei tre o quattro addetti.
E’ ora di guardare con più attenzione alle scalable startup, ossia quella tipologia di nuove imprese innovative che può crescere molto velocemente conquistando un mercato internazionale. Queste sono le startup a cui guardano i grandi investitori in capitale di rischio e che possono produrre molti posti di lavoro in poco tempo.

In che settore?
Le startup digitali possono occuparsi di molte cose, dai servizi consumer fino alle infrastrutture. Alcuni business richiedono una maggiore intensità di capitali, perché hanno bisogno di raggiungere delle masse critiche per monetizzare, altri invece fatturano più rapidamente e riescono a raggiungere una dimensione interessante con investimenti più contenuti. Tra i primi ci sono i servizi consumer che si basano sul social networking oppure le aziende che fanno IaaS (infrastructure as a service): è molto difficile far partire aziende di questo tipo in Italia perché non c’è sufficiente capitale per sostenerle. E’ più facile, invece, far nascere startup nell’area dei servizi alle imprese, quelli che oggi vengono chiamati PaaS (platform as a service) e SaaS (software as a service). E’ vero che queste aziende scalano più lentamente di servizi come Pinterest o Istagram, ma è anche vero che possono partire con investimenti di centinaia di migliaia di euro e arrivare a dimensioni interessanti nel giro di un paio di anni aggredendo anche il mercato estero. Penso a servizi come Iubenda, Beintoo, Soundreef, Crowd Engineering e via di seguito. Anche io mi sto muovendo in questa direzione con Stamplay.
C’è un altro motivo per cui è particolarmente interessante puntare sullo smart b2b: essendo meno rischiose sono più appetibili per gli investitori nostrani che hanno poche risorse a disposizione e quindi non possono permettersi grossi voli pindarici.

Nella seconda parte affronterò in dettaglio il tema del percorso. Nel frattempo, aggiungete le vostre idee su questa prima parte.

2 comments

  • Analisi interessante e con molto buon senso ma una visione, in qualche maniera, pessimistica delle cose. Io credo che il b2c sia non solo più interessante per gli investitori (che vogliono il sogno del ritorno esponenziale) ma anche più stimolante per gli imprenditori. Lo spazio per il b2b esiste e non va trascurato. Ma non vedo per quale ragione individuare un’area verso cui puntare. Siamo ancora in una fase talmente destrutturata che qualsiasi tentativo di strutturazione può solo rendere il tutto ancora più intangibile.
    Personalmente sono convinto che l’ambiente stia evolvendo nella giusta direzione. Se guardiamo alle iniziative in calendario e le confrontiamo a tre o quattro anni fa c’è quasi da non crederci. E il numero di startup cresce a vista d’occhio, così come crescono i risultati. Quello che manca, per ora, è la exit di grande successo, quella che fa parlare il mondo del sistema Italia. Ma prima o poi arriverà anche quella.
    Nel frattempo, più che teorizzare evoluzione controllate, penso sarebbe meglio puntare a qualche iniziativa finalmente di levatura internazionale.
    Per capirci, prendi il TechStars Network. Quelli di Metwit sono andati a farsi incubare da un incubatore appena nato a Dubai con, udite udite, solo 3 progetti incubati. Il che significa che avranno investito un centinaio di migliaia di euro, ottenendo visibilità internazionale. Se guardi sul sito vedrai che stanno un po’ dappertutto, ma non in Italia.
    Neanche in Francia o Germania, vero, ma noi non siamo né l’una né l’altra. Io sono convinto che mentre tutti stiano a pensare ai grandi sistemi, il primo che entrerà in quella famiglia farà un botto di soldi e darà un aiuto enorme all’ecosistema. Con un po’ di intelligenza, un luogo del genere potrebbe fare da aggregatore e coagulare intorno a sé una “valley” italiana. Invece la valley tutti a teorizzarla come se si potesse far nascere dal nulla. Una persona come te, per come la vedo io, potrebbe attivarsi per creare un polo TechStars in Italia. Sono convinto che sarebbe un’opera meritoria e di sicuro successo.
    Ad ogni modo, sarà che sto qui negli USA da un po’, ma oramai mi stancano le discussioni teoriche infinite e vado sempre più verso un approccio pragmatico e concreto.

By Nicola Mattina