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L’assalto alla giustizia nella parole di Gian Carlo Caselli

In questi giorni mi è capitato tra le mani Assalto alla giustizia di Gian Carlo Caselli: la tesi di fondo del volume è assai condivisibile anche se avrebbe meritato maggiore approfondimento e rigore metodologico. Invece lo scritto del procuratore capo del tribunale di Torino ha più la struttura del pamphlet. Ne cito un brano:

Chissà quanto ci vorrà per liberarsi dalle tossine seminate a pieni mani nella società italiana e nel suo immaginario (ma anche nel suo linguaggio…) dalla instancabile campagna denigratoria condotta dall’alto delle istituzioni governative e parlamentari contro la magistratura.
[…]
Personalmente prendo come punto di riferimento quell’invettiva, «Vergognatevi!», rivolta in un passato recente dal presidente Berlusconi ai magistrati fiorentini. «Colpevoli», questi ultimi, di avere scoperchiato sui lavori dell’Alta velocità in Toscana quello che (pur con le cautele imposte dal principio costituzionale della presunzione di non colpevolezza) sembra essere l’ennesimo maleodorante intruglio di corruzione e malaffare, con relativo spreco di denaro pubblico e conseguente impoverimento della collettività. Riflettiamo su questo imperativo plurale: «Vergognatevi!». Ma perché? A che titolo un capo del Governo può invitare chi applica le leggi della Repubblica a vergognarsi? Non sa che quando ne ricorrano i presupposti in fatto e diritto, l’azione penale in Italia è obbligatoria? Non sa che la legge è uguale per tutti?
[…]
Lo spartito è sempre stato lo stesso, anche se gli obiettivi operativi via via cambiavano. Proviamo a rifletterci. All’inizio erano solo alcuni procuratori. Erano infatti loro a promuovere le inchieste e a condurle. Erano loro a ficcare il naso dove non dovevano. A penetrare nelle aree riservate alla intangibilità o impunità del potere. A sguinzagliare investigatori nei luoghi proibiti, a raccogliere documenti, informazioni, conversazioni in grado di mettere a nudo reati o quanto meno pratiche e rapporti compromettenti. Ma poi – man mano che le indagini si concludevano – hanno cominciato ad essere delegittimati e offesi magistrati giudicanti: tutte le volte che hanno dovuto occuparsi di processi “sgraditi” e hanno deciso in maniera contraria alle pretese dei diretti interessati. Tutte le volte che hanno messo il principio della legalità davanti alle pretese di trattamenti di favore o allo “status” politico o sociale degli imputati. Tutte le volte che non hanno piegato la schiena davanti alle pressioni, che non si sono fatti intimidire dalle aggressioni mediatiche, condotte spesso anche contro la persona, non solo contro le convinzioni di dottrina o i comportamenti giudiziari. E man mano che la giustizia faceva il suo corso, via via che la legge dimostrava di poter essere davvero uguale per tutti in ogni grado di giurisdizione, il livello dell’attacco seguiva il livello del giudizio. Così l’attacco si è a un certo punto addirittura rivolto contro le Sezioni unite della Corte di Cassazione e, senza più alcun freno, contro la Corte costituzionale, ossia contro i vertici giudiziari e di garanzia del nostro sistema democratico: colpevoli, in particolare, di non aver deciso “a modino” in due casi che molto stavano a cuore all’eccellentissimo imputato.

Questa più o meno la tesi del libro di Caselli, che meriterebbe di essere approfondita da un serio studio sociologico.