VeDrò: un bilancio personale

Tre giorni a Drò per discutere del futuro dell’Italia meritano un minimo di riflessione post-evento.

Organizzazione. Per quanto mi riguarda, l’organizzazione merita senza dubbio un plauso: il servizio di trasporto era ben congegnato, i tempi sono stati rispettati, i materiali sono stati distribuiti, la location è bella e suggestiva. La cosa che ho apprezzato di meno è stato il cibo e il vino: una scusa per tenersi leggero e dosare l’assunzione di alcolici 🙂

Sessioni iniziale. La sessione plenaria di apertura è stata piuttosto interessante grazie soprattutto all’intervento di Carlo Ratti del Senseable City Lab del Mit, che ha parlato dell’uso di reti wireless e di come queste ridisegnino l’uso degli spazi urbani. Meno comprensibile per me il discorso sulle città e la bellezza di Gianluca Peluffo. Buoni gli spunti lanciati da Paul Omerod e suggestivo l’intervento di Roberto Vittori (lo spazio ha sempre il suo fascino, nonostante il tono di voce soporifero dell’oratore).

I workshop. Il workshop a cui ho partecipato è stato interessante e sono emersi alcuni spunti che mi sembra valga la pena approfondire: ne ho parlato nel precedente post. Sarebbe stato utile avere le relazioni prima (in particolare quella di Alessandro Politi e di Simone Guerrini) per arrivare un po’ più preparati. Se dovessi dare un suggerimento direi di incoraggiare anche gli interventi degli outsider, utilizzando il meccanismo dei paper da valutare con il meccanismo del doppio cieco: con la frequentazione di tanti barcamp, ho imparato che a volte le idee migliori vengono da dove meno te lo aspetti. Allo stesso tempo, vorrei che tutto ciò che serve a preparare VeDrò e che viene prodotto nel corso dell’evento sia pubblico e commentabile. Se è vero che c’è qualcosa di valore in questa tre giorni, allora che sia messo a disposizione di tutti: oggi l’unico post su VeDrò l’ho scritto io e l’unica notizia che ho trovato su Google News è un pezzo semi-umoristico del Corriere della Sera che parla della passione dei quarantenni per il subbuteo. Sarebbe troppo chiedere una cartella di testo a ognuno dei circa quattrocento partecipanti?

I momenti conviviali. Purtroppo i cartellini identificativi riportavano solo il nome e cognome: sarebbe stato utile avere delle indicazioni in più, un meccanismo di segnaletica che agevolasse il networking e l’introduzione di chi, come il sottoscritto, partecipava all’evento per la prima volta. Ho trovato abbastanza singolare la tendenza dei partecipanti a dire in modo vago cosa fanno e la riluttanza a scambiare i biglietti da visita: sono riuscito a identificare correttamente solo quelli del mio workshop perché abbiamo fatto il solito giro di presentazioni all’inizio dei lavori. Forse sono io che risulto antipatico e inopportuno oppure questo è un gruppo sociale (generazione?) difficile da penetrare.

Intervista a Mario Calabresi. L’intervista registrata da Antonello Piroso per Omnibus della Sette al figlio del commissario Calabresi è stata molto interessante e a tratti commovente. Ho comprato il suo libro, Spingendo la notte più in là.

Sessione finale. La sessione conclusiva è stata molto deludente per via degli interventi di Gianni Minoli e Marco Roccetti. Il primo ha sostanzialmente difeso il ruolo della televisione pubblica come strumento di collante sociale demonizzando le televisioni satellitari e Internet. Un discorso miope e poco informato, imperniato sui soliti stereotipi tanto cari a luddisti dei media: mala tempora currunt! Minoli ci vorrebbe come tanti Borg (ricordate la popolazione con un’identità collettiva di Star Trek Generations?), che vanno in giro recitando il loro ritornello: “noi siamo minoli, voi sarete assimilati, ogni resistenza è inutile”. Roccetti ha messo in piedi una presentazione scontata e superficiale (web 2.0, coda lunga…), sostenendo che tutti i contenuti messi online dagli utenti sono futili e inutili, ma che – con l’opportuna regia – è possibile indirizzarli verso usi giusti! A me quelli che parlano di giusto e vero mi fanno venire i brividi. Mi domando come mai questi signori prendano sempre come esempio qualche ragazzino idiota che, avendo appresso dagli edificanti programmi televisivi che la violenza e il sesso pagano molto più del comportamento etico, pensa di diventare famoso mettendo online il video in cui si riprende mentre picchia il compagno di scuola o minaccia il professore. Magari, si potrebbe citare Wikipedia oppure la miriade di software gratuiti nati dallo sforzo collettivo e che fanno funzionare la maggiore parte dei siti web, oppure le smart mobs descritte così bene da Rheingold. Magari!

Enrico Bertolino. Fortunatamente VeDrò si è concluso con l’intervento di un comico che, come spesso accade, facendo ridere la platea gli ha detto delle cose cattivissime. Il giullare è l’unico che può permettersi di dire la verità: un ruolo invidiabile… peccato non avere la verve comica necessaria 🙁

Ho dimenticato qualcosa? Magari qualcuno dei partecipanti a VeDrò passa di qui e vuole dire la sua 🙂

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4 Responses

  1. potresti speigarmi dove hai trovato info su vedrò, io ho visto solo un articolo sulla repubblica prima che iniziasse, ma il sito non era aggiornato e alla mail di info nessuno mi ha risposto…oltre ai contenuti vorrei sapere come hanno informato le masse, a parte la notizia stampa prima che iniziasse…

    grazie

    bt

  2. l’avevo capito, ma la mia domanda mi sembra non fosse questa…
    info prima nonce ne sono, e anche dopo…
    grazie comunque…